Copertina
Autore Antonio Rezza
Titolo Non cogito ergo digito
Sottotitolo(romanzo a più pretese)
EdizioneBompiani, Milano, 2001, Tascabili 728 , pag. 116, dim. 125x193x8 mm , Isbn 978-88-452-4713-2
LettoreRenato di Stefano, 2001
Classe umorismo
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Pagina 7 [ inizio libro ]

Carlo correva a testa bassa sfiorando con le tempie il fresco selciato che separava la sua condizione di parassita da inferi possibili e mai apprezzati; i capelli sfoltivano contro un vento maligno che si incuneava nella gestualità pedestre avvilendo portamento e intenti.

Molti prima di lui avevano corso contro l'atmosfera e tutti erano stati puniti dalla presunzione di esistere, dalla disperata voglia di dare un segnale, di non passare inosservati lungo una via, la via della vita, che brucia uomini e pensieri lasciando dietro di sé solamente ricordi troppo sbiaditi e codificati per emozionare ancora.

Io raccoglievo i pezzi di pelle che Carlo pagava all'asfalto nell'esigenza martire di purificare un animo lungamente corruttibile. Carlo, e mai nome fu più azzeccato e consono, stravedeva per la figlia del posta celere, tal Mistichella, ragazza sgraziata, cattiva nelle idee, perversa, distante da un piacevole e tranquillizzante senso estetico canonicamente femmineo.

I due si incontravano al tramonto, o poco prima del tramontino, o ancora prima, alle quindici, alle quindici meno tre quarti e talvolta ancora più presto, a mezzogiorno, alle undici e dieci e, in casi disperati, quando l'amore sovrasta il rapporto spazio-temporale, all'alba, alle tre di notte e a mezzanotte, una mezzanotte così vicina a quel tramonto che chiude il cerchio degli incontri amorosi, così denso di arancione, così pregno di facili stati d'animo adatti a tutti gli sfoghi emotivi, un tramonto sfruttato, lo stesso tramonto vilipeso da migliaia e migliaia di sensazioni convenzionali proprie a tutti i vertebrati, uomo compreso, uomo in prima linea e quando dico uomo penso a Carlo, l'uomo Carlo in trincea per una nuova ed insignificante battaglia da perdere e combattere.

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Pagina 42

Ed è giunto il momento di parlare di Roberto: dicesi Roberto quasi ogni individuo provvisto di capacità di pensiero.

Ora Roberto non pensava, passava giornate a rimuginare il suo passato, si contorceva sui suoi errori ma non rifletteva mai abbastanza per essere considerato Roberto anche dagli altri.

Alternava giornate appollaiato sotto una chimera a giorni intieri contorto sulle sue scarne passioni, tutto il paese sapeva che lui era Roberto ma nessuno gli aveva mai dimostrato simpatia, la simpatia che si deve ad ogni Roberto da che mondo è mondo.

Roberto era mezzo conscio, sveglio e titubante ma così intrigante che al solo pensarlo gli occhi ti si inumidivano.

Cercava un lavoro e non si presentava, contattava fidanzate e non si faceva trovare agli appuntamenti, prenotava ristoranti e mai una volta confermava.

Ora il paese era stanco morto, nessuno sopportava più i capricci di Roberto.

Il paese si nascose e aspettò Roberto al tramonto: e furono botte, più Roberto strillava più botte arrivavano abbattendosi su Bob come rintocchi di orologio svizzero.

Roberto sembrava aver capito la lezione e per un po' di tempo rigò dritto. Ma Bob perde il pelo ma non il vizio.

Era un 15 Aprile, Roberto aveva prenotato una sala da ballo e non si era più fatto vivo: i ballerini lo attesero sotto lo scoglio e lo gonfiarono a colpi di squadriglia. Seguì un altro periodo in cui sembrava che Roberto avesse fatto tesoro delle percosse: ma Bob non si smentisce mai, e di Bob tutto si profuma e di odori si infervora.

Bob si era fatto prenotare un albergo intero da amici in comune, ma né gli amici né Roberto, detto anche Bob, si presentarono in pernotto. Il direttore dell'hotel attese Bob in sordina, proprio sotto la sordina, e lo redarguì con calci e insulti.

Da quel giorno in poi Roberto rigò dritto per quasi sei anni ma da che Bob è Bob nessuno mai è cambiato sino in fondo.

Ora Bob era malato e prenotò la chiesa per i suoi funerali, e prenotò la cassa ed i becchini: tutto era pronto ma Roberto, il noto Bob, era ancora vegeto e tutti gli invitati, sentendo puzza di fregatura, si riversarono su Bob asfissiandolo di affetto.

Da quel dì di Bob neanche l'ombra.

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Pagina 56

Privilegiava la terzina, raramente affrontava la quartina, preferiva il quartino e la mezza litrata, la rima era quasi sempre baciata e quando non lo era sgorgavano versi romantici e peccaminosi.

Rigirava la terzina e alternava la rima tenendo la terzina a distanza di sicurezza dalle assonanze, smorzava la polemica con poemetti interamente baciati.

E di polemiche in quel periodo ne fiaccavano a scatafascío.

Dicesi polemica quel discorso teso a sovvertire l'ordine apparente delle cose e che, una volta partito, è difficilissimo smorzare.

Può essere polemica ogni frecciata che innervosisce l'interlocutore, ogni parola, seppure secca, che rompe la calma di una conversazione monocorde.

Per smorzare la polemica esistono due modi principali: il primo consiglia di stordire la polemica facendo disperatamente finta di non capirla, il secondo nel fare in modo che la polemica si ritorca contro colui che l'ha innescata.

L'innesco è un attimo cruciale da cui dipende la riuscita della polemica stessa: bisogna aspettare un attimo di stasi nella conversazione e inserire, tra un discorso insignificante e l'altro, il carico polemico; se sbagli l'innesco è facile che il contenuto si riveli un boomerang implacabile.

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Pagina 80

La mente rielabora ma non fa tesoro degli errori commessi e chi è uno spirito libero farà gli stessi errori ogni volta.

E qui si innesca un problema che smuove la polemica più genuina: colui che fa lo stesso errore non facendo tesoro dell'esperienza è un cretino o un animo sincero?

La maggior parte dei critici è d'accordo nell'appoggiare la prima tesi, quella che vede lo stupido ripetere ad ogni occasione la medesima azione che lo ha danneggiato in un recente passato.

Ma scendiamo nel particolare: l'esperienza è una parte di cervello che si disattiva e diventa serbatoio di fatti accaduti; ora chi usa l'esperienza viaggia con una parte di cervello bloccato e deve, per forza di cose, ricorrere al cervelletto, serbatoio naturale di cazzate.

Il cervelletto, non abituato allo sforzo eccessivo, si gonfia come una noce di cocco ed esplode facendo scivolare le cazzate più reazionarie in tutta la scatola cranica e danneggiando seriamente quella parte di cervello spontanea che non si avvaleva del mestiere.

A queste persone resta solamente quello spicchio di materia consacrato all'esperienza ed è perciò che vediamo spesso uomini apparentemente sani raccontare di fatti loro accaduti senza mai uscire dal comparto stagno.

Chi invece non usa l'esperienza non sottopone ad inutile stress il cervelletto e porta il cervello a spingersi sempre dove non c'è puzza di cazzate travestite da peripezie.

Dicesi cazzata quel discorso prettamente scherzoso che viene snobbato dagli amici con un mezzo sorriso misto a compassione.

La cazzata scappa per sdrammatizzare momenti tesi, per alleggerire la tensione o perché non si hanno argomenti.

Delle tre patologíe la più seria è la terza, ovvero, colui che nasconde dietro la cazzata la sua ignoranza sociale, l'incapacità di fare un discorso.

L'esperto in cazzata era Tonino, tutti si divertivano quando c'era Tonino, l'atmosfera gorgava leggera e soave ma il peso specifico della serata era nullo.

Con Tonino ogni iniziativa di discorso veniva stroncata da una cazzata che, togliendo l'enfasi al ragionamento, lo rendeva vecchio e obsoleto: nessuno si preoccupava di ciò, tutti ridevano anche se sul volto dei più sensibili era possibile leggere il rimpianto per la perdita di un bel discorso che stava funzionando.

Seguivano altre cazzate. di belle, di indigeste, ma sempre decontestualizzate dal clima falsamente impegnato. Dopo un po' Tonino si stancava e si concedeva dieci minuti di silenzio: i più arditi ne approfittavano per imbastire discorsetti seri e veloci che venivano portati a termine in fretta e furia, con un occhio all'interlocutore ed uno a Tonino che avrebbe potuto intervenire da un momento all'altro.

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Pagina 111

Appendice N 2


La ragione principale che mi ha spinto a scrivere è un tentativo di esperimento (non sono certo io il primo ad operarlo) che punta alla disattivazione del cervello durante il concepimento di idee e rende gli arti, le mani nella fattispecie, emanazioni di materia grigia in grado di comporre storie fantastiche.

Per semplificare il concetto punterò a descrivere il mio metodo di lavoro.

Il romanzo è stato scritto in circa quaranta ore di verve creativa, distribuite nell'arco di tre mesi, con il metodo della scrittura automatica che consiste nel far viaggiare le mani sulla tastiera del computer senza ipotizzare situazioni con la scatola cranica: le mani vanno da sole, la frase va scritta con velocità e deve essere seguita istantaneamente da un'altra frase che spesso è dettata da un concetto o dall'ultima parola della frase precedente.

In questo modo i vocaboli e gli avvenimenti eludono il controllo fastidioso del cervello che non può filtrare il cattivo dal buono ma si limita ad un'osservazione semi cosciente dei fatti narrati.

Il risultato è un accumulo di personaggi che vivono storie veloci e frenetiche proprio perché i loro tratti somatico-psicologici sono tracciati con frenesia e velocità: le parole, non passando per la testa, si accalcano sul foglio e danno luogo ad una specie di nausea che prende lo stomaco dopo circa mezz'ora di lavoro: è come se si facesse indigestione di parole non volute che, pur posandosi sulla carta, restano prigioniere di un organismo, il mio organismo, che non le ha concepite in stato di vigilanza perfetta. Non voglio dire che la scrittura automatica, se fatta in modo onesto e veloce, disattivi la capacità di pensiero, voglio dire che se il cervello non filtra direttamente le parole queste si accavallano all'altezza dello stomaco e mi costringono a fermarmi dallo scrivere per poi ripartire l'ora, il giorno od il mese successivo.

Mi ero illuso sul fatto che, volendo, si potesse escludere il cervello dalla composizione: mi sono accorto che questo era impossibile quando, in preda a pieno raptus letterario, fingendomi in stato di trance, ero portato a correggere automaticamente gli errori ortografici che commettevo; gli occhi erano fissi sulla tastiera, non guardavano mai il monitor, le mani battevano frenetiche, ogni parola e situazione era casuale ma, istantaneamente, ad ogni caduta ortografica mi trovavo frettolosamente a correggere.

Non voglio dire che il cervello può essere totalmente escluso dalle capacità poetico-immaginative, ma voglio dire che lo si può ridurre a mero strumento ortografico, a meschino controllore di errori di sintassi che modellano un ragionamento non suo, a maestro frustrato che corregge ma non contribuisce alla creazione di storie che sfociano dagli arti: il cervello è uno spettatore e va trattato come tale.

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