Copertina
Autore Francesco Ricci
Titolo Sei Come Nove
SottotitoloFavolette amorali
EdizioneTullio Pironti, Napoli, 2010, nuovi scrittori italiani , pag. 92, cop.fle., dim. 14x21x0,7 cm , Isbn 978-88-7937-543-6
LettoreDavide Allodi, 2011
Classe narrativa italiana
PrimaPagina


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Indice


  9  Un paio d'ali

 17  Che il diavolo aspetti!

 25  Narcosi
 25  Parte Prima - L'istinto del ragno
 27  Parte Seconda - Promenade
 29  Parte Terza - L'appuntamento lento
 31  Parte Quarta - La Paura è femmina e il Diavolo pure

 37  Isabelle

 59  Come sarebbe il mondo se i maiali non fossero mai nati

 65  Io così ho voluto

 75  Un matto

 85  Sei come nove [N.d.A.]


 

 

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Pagina 5

«Ascoltami: c'è una ragione per cui debbo tenerti recinto lì dentro, un motivo reale, credimi.

Non è ancora giunto il momento, ma a tempo debito conoscerai tutto ciò che ti occorre sapere. Fino ad allora ti chiedo di restare calmo. Ecco, siediti lì.

Come vedi, è del tutto inutile opporre resistenza; questa gabbia è di ferro massiccio, a questa profondità nessuno mai potrà sentirti. Mi rendo conto di quanto possa essere avvilente, ma ti conviene deporre ogni speranza e qualsiasi audace progetto di fuga fin da ora: tu, da qui dentro, uscirai solo quando sarò io a volerlo».

La stanza era illuminata da una smorta lucina gialla; tutt'intorno un opprimente odore di muschio impregnava le pareti umide, i vestiti e le carni, finendo col colorare ogni presenza col suo insopportabile aroma anziano e pungente.

Da un angolo, quello più lontano, correva giù a cadenza regolare e ansimante una goccia d'acqua. Con tutta probabilità l'interno delle pareti e delle tubature era abitato da migliaia d'insetti e qualche ratto, ma nessun tipo di rumore, eccetto quello costante e lento dello stillicidio, solcava il tetro tugurio.

Composto, sicuro, padrone del suo corpo, all'interno della cella stazionava in piedi, a braccia conserte, un uomo elegantemente vestito e pettinato. La sua aura emanava una forza tracotante e turbolenta, del tutto in contrasto con quella catena che, stretta alla caviglia destra, lo costringeva nei pressi del fradicio muro.

Dietro di lui una seggiola di legno, dal sedile sfondato, che avrebbe potuto raggiungere solamente allungando la gamba sinistra più che poteva: ma questo non si sarebbe mai potuto confare alla posa paradossalmente fiera che aveva assunto.

Fuori dalla gabbia, invece, camminava libero Zés.

La minuscola stanza era scandita in ogni suo metro quadro dall'andatura ansante di questo omino dagli abiti smessi, che con lo sguardo inchiodato al pavimento procedeva su e giù davanti agli occhi impassibili del prigioniero, maledicendo i suoi antenati. Di tanto in tanto si fermava e digrignava forte i denti, restando sempre con un'espressione vuota pittata in volto.

Il nervo della palpebra sinistra gli batteva di continuo, mentre affondava le unghie nella sua stessa carne. Non riusciva a pensare a nulla di preciso, eppure perseverava nel pensare.

Di colpo poi s'arrestò dinanzi la celletta del recluso, si scrollò di dosso la sporcizia dei suoi panni fetenti e, accorto sempre a non alzar lo sguardo più su delle caviglie dell'uomo, iniziò a proferire con tono indispettito: «Siediti! Ho detto di sederti! Sono io che prendo tutte le decisioni qui dentro e ti ho ordinato di metterti lì seduto!». Così disse, e delegando con lo sguardo la prossima mossa al detenuto, fece un passo in avanti e sporse l'orecchio.

Al che quello, senza apportare sbavature alla sua posa, rispose: «C'è un errore, fratello mio. Sì, è vero, mi hai rinchiuso in questo avanzo di cella, non posso scappare né muovermi come vorrei, ma sei pur sempre tu a rimanere alla mia mercé. Dunque, sono io a impartirti l'ordine di sederti. Siediti qui accanto. Ho da dirti alcune cose». Porse quindi un braccio fuori dalle sbarre, posando una mano sul capo di Zés che ora giaceva lì innanzi: gli carezzò freddamente il capo e poi la ritrasse.

A quel punto fu come se un insetto si fosse impossessato del suo intestino, costringendolo a dimenarsi in preda a crampi mortali.

La sua testa e il suo sangue caddero in uno stato comatoso che nemmeno lui riusciva a spiegarsi. Fu come se le sue vene avessero iniziato a uscire volontariamente dal corpo per congiungersi con quelle del recluso.

Le palpebre gli si fecero pesanti e le braccia, altrettanto grevi, gli penzolavano ora dalle spalle, come vi fossero state attaccate con un chiodo. Una bava schiumosa e azzurra gli grondava ai lati della bocca, finendo col macchiare gli stracci che indossava. Ogni residuo di pensiero cosciente e autonomo abbandonò le sue cervella, tramutandolo in una bestia agonizzante senza ragione.

Lo straziante dolore iniziò poi a scemare lento: Zés, l'uomo libero, posava assente di fronte al fratello in gabbia, le sue unghie erano sporche di sangue, la sua pelle puzzava tremendamente di muschio e la sua anima altrettanto.

La camera fu immobilizzata da un silenzio di ghiaccio che parve gelare persino la temperatura, già di per sé umida e fredda. Tutto tacque: addirittura l'irritante gocciolio dell'angolo lontano sembrò arrestarsi.

«Avvicinati ancora un po'», disse il prigioniero, «debbo parlarti».

Fedele come un lacchè, Zés trascinò quel suo corpo putrefatto fin sotto le sbarre senza emettere alcun suono.

«Occorre che tu faccia una cosa per me, fratello mio. Assumi la postura che più ti è comoda e preparati a raccontarmi le storie più impossibili ed eccentriche che la tua mente e il tuo cuore sono in grado di partorire. Bada che siano storie nuove, mai ascoltate, prive di qualsiasi riferimento e dedica, spoglie, soprattutto poni attenzione dei soliti rigiri di morale tanto orecchiabili ai benpensanti. Non voglio lezioni di vita, giudizi aprioristici o luoghi comuni. Voglio parole filanti, favole ammalianti, storie e storielle senza ragione. Dovranno essere racconti reali o inverosimili, contemporanei o astorici, brevi o altrimenti sviluppati.

Descrivi vite perdute, cuori solitari, uomini poveri; o al contrario, parlami di gioie nascoste, passioni da vivere, mondi da scoprire. Narra a tuo piacimento, fratello mio, rendimi servo delle tue parole, altro non ti chiedo».

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Pagina 9

Un paio d'ali



La maggior parte degli uomini vive la propria giornata aspettando o rimandando il momento in cui dovrà stendersi sotto le lenzuola di un soffice letto, per recuperare le forze da spendere il giorno seguente.

Ikar invece no, lui viveva al contrario, viveva nel sonno. Probabilmente nessuno mai gli aveva insegnato che la vita vera è quella che si svolge nelle strade, alla luce del sole, con il mondo; e così, fin da quando il suo letto non era altro che un mucchio di fasce e lenzuola, il suo unico modo di conoscere e di vivere fu quello di sognare.

I suoi giorni erano uno differente dall'altro, non incontrava mai la stessa persona, non percorreva mai due volte la stessa strada. Sapeva che ogni suo gesto, in quel mondo contingente, era privo di conseguenze e responsabilità, per questo cresceva libero.

C'era solo una costante nella provvisorietà di quella vita parallela: Ikar sapeva volare.

Aveva sviluppato questa abilità all'età di dieci anni, mentre correva sopra í tetti della città più afosa del mondo. Inseguito da un calabrone grande quanto un pugno, non si accorse di inciampare in una tegola mal posta e precipitò giù.

La caduta, seppur veloce, fu estremamente lenta, e gli lasciò il tempo di desiderare di atterrare su una montagna di ovatta; ma prima ancora che la fronte potesse corrugarsi per avverare il suo volere, senza che lui nemmeno ne avesse coscienza, un paio d'ali, tenere e bianche come quelle degli angeli, gli si spalancarono dietro la schiena, portandolo nel più alto dei cieli azzurri ad assaporare il candore delle nuvole e l'inconsistenza del vento.

Nel freddo del mattino Julio spense la sua ultima sigaretta sul marmo gelido del balcone. Si voltò verso l'interno della stanza e vide che Clara ancora dormiva, per niente infastidita dalla tenue luce del sole che a stento riusciva a vincere la resistenza delle tende di seta.

I vecchi comodini di legno intarsiato dove ogni mattina era sicuro di trovare le sue Davidoff Classic conoscevano meglio di chiunque altro l'insonnia che ormai regnava incontrastata sulle sue notti prive d'amore. Di solito erano le quattro quando Julio, sicuro ormai che sua moglie fosse estranea a ogni rumore o movimento, si alzava tiepidamente, scostando le lenzuola con tanta accuratezza da far credere che nessuno vi fosse stato steso prima, in modo che neanche uno spiffero di freddo potesse disturbare il sonno di Clara, perché in fondo lui l'amava ancora.

Nella casa vuota i suoi nudi passi riecheggiavano sulla superficie di parquet, che rendeva il salone più accogliente e caldo delle altre stanze. La televisione, su cui scorrevano le mute immagini di qualche telefilm o, nel migliore dei casi, la replica di un telegiornale, serviva semplicemente a far compagnia ai pensieri di Julio che, fissando il vuoto con la placida espressione di chi ha avuto tutto e non sa più cosa volere, si perdeva puntualmente nei suoi progetti senza senno.

Da quel giorno Ikar visse con queste appendici cherubiche dietro le spalle, che gli permettevano di volare ancor più lontano di dove l'avrebbe potuto condurre la fantasia.

Passò così metà della sua esistenza facendo le più disparate e mirabolanti esperienze che nessun uomo in una vita reale avrebbe potuto immaginare di portare a termine. Conobbe le più belle donne che la sua fantasia riusciva a creare; visitò città che mai erano esistite; cavalcò animali che nessuno sarebbe riuscito a domare; chiacchierò con gli esponenti più illustri del panorama filosofico universale. Le sue ali lo avevano reso l'uomo più noto del mondo onirico: non c'era posto che egli non avesse firmato con la sua presenza, eppure allo stesso tempo ce n'era un'altra infinità ancora da scoprire. Ikar era felice, ma non sapeva di esserlo, poiché lo era sempre stato.

Un giorno però, per la prima volta in quarant'anni, il suo sonno vitale fu disturbato da un rumore esterno. Ikar rimase impietrito, non aveva mai sentito niente del genere: il suo stomaco cominciò a brontolare frasi in una qualche lingua morta o sconosciuta; la bocca si impastò come in attesa di un regalo; le narici si spalancarono per accogliere e meglio conoscere quella gustosa e impressionante novità.

«Che ci fai in piedi a quest'ora?», borbottò Clara, mentre con una mano si massaggiava gli occhi, non abituatisi ancora alla pungente luce della tv.

Un silenzio, reso pietrificante dalla serie di riflessi che la televisione proiettava sul corpo disteso di Julio, accompagnò per qualche secondo la scena.

«Niente, non ho sonno», rispose, portando la mano al telecomando e accingendosi a spegnere l'apparecchio.

Clara scorse nella sua voce un messaggio più profondo, che le fece venire i brividi lungo la schiena, e sebbene fosse tentata dall'insistere su quella conversazione, la paura le impedì di fare ulteriori domande; così scrollò le spalle, si voltò e si diresse nuovamente nella sua camera, sibilando con un tono finto assonnato: «Torna a letto, dai».

«Sono morto Clara, io sono morto».

Quelle parole, inattese, imbalsamarono il passo della moglie, che ebbe soltanto la forza di sperare che il marito aggiungesse dell'altro, poiché in quel momento non sapeva proprio come intervenire.

«La mia vita ha perso il suo fuoco, la sua passione, la sua voglia», continuò, «non c'è più niente che sembri poter scalzare questa caustica sensazione d'apatia. Ho quarant'anni e... e cosa ho fatto dei miei giorni? Progetti, solo progetti per il futuro. Ma questo futuro di cui tutti parlano, quando arriva? A me sembra di vivere sempre nello stesso presente. Mi sacrifico ogni giorno per assicurarmi la felicità di domani, ma questo domani sembra non giungere mai; colleziono ormai un'infinità di oggi dediti al sacrificio, alla sofferenza, al dovere... E tutto per il futuro. Il futuro non esiste Clara. Io sono stanco di questo presente trascinato per la coda verso una meta che non esiste. Io voglio tornare a volere!».

Sebbene avesse sorvolato i più remoti e sconosciuti panorami, benché avesse intrapreso i più misteriosi affari e si fosse divertito con i più sorprendenti balocchi, Ikar non aveva mai sentito un odore. E nell'istante stesso in cui il suo corpo, supino nel letto, fu avvolto dal delizioso profumo della torta di mele proveniente dalla finestra di fronte, tutti i colori che lui credeva di conoscere divennero improvvisamente troppo pochi, tutte le sensazioni che era riuscito a vivere fino a quel giorno furono scartate come cartacce inutili: e così, come rapito da una tempesta di sabbia che i sensi volevano a tutti i costi conoscere, spalancò gli occhi e vide per la prima volta il giorno.

Ikar sperduto, impaurito, sorpreso.

Il mondo reale gli risultava più pesante delle cinture da dieci tonnellate che riusciva a sollevare nei circhi del suo universo. Si aggirava guardingo per le vie di una città che non gli ricordava nessuna di quelle già visitate, e corrugava la fronte sperando che i suoi desideri si tramutassero in realtà, ma ormai questo non accadeva più. Scoprì poi una sensazione tutta nuova, di cui avrebbe fatto volentieri a meno: il suo incedere titubante era costantemente accompagnato da una cantilena di pensieri che non riusciva a spiegarsi, e che finì per condurlo sul più alto dei palazzi che si riuscissero a vedere.

Salì per una interminabile scalinata, buia e scricchiolante, dove sarebbe stato impossibile trarre un profondo respiro senza restare intossicati dalla polvere, e si ritrovò infine all'aria aperta, a due dita dal cielo, dominando con lo sguardo la città che lo circondava.

La notte seguente Julio dormì più del solito. Sognò di essersi perduto nel porto di un paesino dove nessuno sembrava saper parlare la sua lingua.

«Dove mi trovo? Per dove Barcellona?», scandiva.

«Luk! Luk!», era l'unica risposta che riusciva a ottenere. Rassegnatosi ormai a vivere in quell'ameno luogo, finì col ritrovarsi dentro una rete che i marinai avevano gettato a mare incuranti della sua presenza.

Svegliatosi di soprassalto, ancora ansimante e con la sensazione di stare per annegare, si portò una mano alla fronte: scottava. Gettò prima un occhio alla sua sinistra, dove Clara inaspettatamente dormiva in beatitudine, e poi a destra, per controllare l'orario indicato dalla sveglia: le sei.

Ancora tremante abbandonò il talamo, senza porre questa volta la minima attenzione al risvolto delle lenzuola. Una mano si allungò meccanicamente verso il comodino nero e afferrò il pacchetto di sigarette, che dalla leggerezza sembrava vuoto.

Barcollando si avvicinò al balcone, lo aprì con enorme sforzo, il sudore gli bagnava i palmi, e finalmente protese entrambe le braccia verso il marmo del muretto. Pregando in cuor suo che le Davidoff non fossero finite, scartò titubante la confezione e il suo petto si riempì di gioia nel vedere che era rimasta ancora un'ultima sigaretta. L'aria fredda del mattino tagliava l'asfalto, l'odore del verde umido suggeriva ricordi di estati passate, il fumo che usciva pensoso dalla bocca di Julio squarciava la naturalezza di quella quiete. Dinanzi ai suoi occhi si apriva l'intera città, la cui bellezza tuttavia non sembrava minimamente interessare lo sguardo assente di Julio. D'improvviso gli occhi gli si spalancarono, come colti in flagrante da un'idea indecente. Le labbra, che ancora sorreggevano il filtro della sigaretta ormai consunta, si atteggiarono a ghigno. Girò un'ultima volta la testa verso l'interno della stanza: Clara era ancora prigioniera dei suoi sogni.

Chiuse lentamente gli occhi e mentre una lacrima di brina gli inumidiva le ciglia, lasciò cadere il mozzicone di bocca insieme ai resti della sua vita. Si avvicinò pericolosamente al bordo del terrazzo privo di ringhiera, sporse il piede destro nel vuoto, come a voler fare un passo in avanti.

Era pronto per saltare: chiuse gli occhi, sgranchì le spalle e contrasse i muscoli dorsali, ma un nodo alla gola lo colse di sorpresa: Ikar non aveva più le ali. Fu in quel momento che si accorse veramente di essere sveglio, e nella nebbia dei ricordi in cui continuava a scavare, l'unica certezza che ora lo invadeva era questa: aveva perduto la felicità.

Non ci furono più notti per lui, o meglio: non ci furono più le notti conosciute. Aveva dormito talmente tanto che ora ne poteva fare a meno, per il resto della vita. E così fu.

Pur volendo, ormai Ikar non riusciva più a lasciarsi andare tra le braccia del sonno.

Era ossessionato di continuo dalla realtà scoperta, che si ergeva come un incubo. Fu durante una di quelle notti, in cui il resto del mondo riposava esausto dopo una giornata di fatiche, che Ikar si rese conto di ciò che desiderava: un paio d'ali.

E così, mentre la gente sognava quelle galassie, da lui già tutte visitate, si immerse in una profonda ricerca, che era sicuro un giorno l'avrebbe ricondotto a sfidare le colombe in volo. Affondando tra le carte e gli attrezzi, studiava giorno e notte senza sentire mai un accenno di fatica.

Passarono altri quarant'anni, durante i quali non chiuse mai occhio. Ma alla fine, quando cominciò a sentire che le forze iniziavano ad abbandonarlo e il richiamo del letto lo invitava a riprendere nuovamente sonno, ecco che balzò dalla sedia della sua stanza, alzò le braccia al cielo e lanciò un grido contenente tutta la gioia che un uomo può custodire in petto: le ali erano pronte. Soffici come l'ovatta, piumate di un bianco accecante, perfette, erano lì sulla sua scrivania, pronte a essere indossate per librare nei liberi cieli.

Una lacrima sorprese il suo volto ormai anziano solcato dalle rughe; un accenno di sorriso, che esprimeva più soddisfazione di una risata altisonante, insinuò la quadratura dei suoi zigomi.

Negli occhi risplendette immaginifica una scintilla di vita, luminosa come la stella polare, capace di condurre a casa il più disperato dei pellegrini.

Trasse un profondo respiro, che riassumeva tutto il suo appagamento; calò le palpebre facendo spegnere il fuoco che intanto divampava, e non le riaprì mai più.

Ora volava, volava più in alto delle nuvole, fiancheggiava gli stormi d'uccelli migranti, volteggiava soffiando nel vento, e sorrideva, sorrideva sempre: era di nuovo felice.


***



Il volto del prigioniero aveva ormai da diversi minuti assunto una plastica posa increspata, come se un qualche muscolo del corpo gli bruciasse, infilzato da una spina avvelenata. Quel broncio di marmo non lasciava molte alternative all'immaginazione: qualcosa lo scontentava.

Un brevissimo istante di silenzio seguì la fine del racconto. «Non ci siamo. Non è propriamente quello che ti avevo chiesto», gli disse, acconciandosi i polsini della camicia.

«Ti avevo esortato a porre attenzione su una cosa in particolare. Ancora non capisci dov'è che hai fallato, fratello mio? Ora ti spiego. Ti avevo donato carta bianca, eri libero di avventurarti nelle più bizzarre favole che la tua mente era in grado di generare, e fin qui non hai mancato in niente, sia chiaro, ma su un'eccezione avevo posto l'accento: non volevo prediche morali o lezioni di vita. Tu, invece, cos'è che hai fatto? Mi hai narrato d'un tale che ha dato la sua vita per i sogni e di un altro che l'ha perduta per la ragione inversa. Qui tu vuoi darmi un chiaro monito, è evidente: vuoi insegnarmi in quale maniera sia più degno vivere un'esistenza. Ho i brividi per il ribrezzo. Da quale piedistallo tu vieni a dire a me di come sia più opportuno spendere i propri giorni? È proprio questo che non sopporto delle storie! Per questa ragione ti avevo esplicitamente chiesto di evitare in ogni suo aspetto l'enunciazione di un qualsiasi paradigma vitale.

Mi hai disobbedito, fratello mio; hai sbagliato. Ma non ti crucciare: non è per così poco che mi perdo d'animo. Tutti quanti siamo in potenza degli errori da perfezionare, e a maggior ragione tu, che di giusto hai ben poco. Avrei dovuto aspettarmelo, d'altronde».

Zés, intanto che suo fratello riversava quelle accuse sul suo capo, restava fermo immobile sulla sedia malmessa. Aveva le braccia perfettamente parallele alle cosce, il grugno arrossato e umido di saliva, gli occhi, immobili anche quelli, perennemente fissi in un'altra dimensione.

Non era più in grado di parlare, ora. Sembrava proprio il protagonista di un ritratto d'un vecchio pittore pazzo.

«Riprenditi, voglio concederti un'altra possibilità», tornò a dire il mite detenuto dopo un contegnoso colpo di tosse. «Voglio credere d'essermi espresso male la prima volta e che dunque tu ora abbia finalmente capito cos'è che realmente richiedo alle tue cronache, o meglio, ciò che non richiedo. Dunque, va'! Riprendi la tua narrazione con un più sobrio e distaccato racconto, e fammi partecipe di una realtà che non sia segnata in nessun punto da modelli etici da biasimare».

Mentre terminava di esporre la nuova consegna, il volto del pover'uomo lì seduto si colorò leggermente; la bocca gli si spalancò di botto con un forte risucchio d'aria; le palpebre presero a battergli freneticamente per qualche secondo, come fossero ali di falena. Poi tutto si arrestò e il corpo ricadde nuovamente morto e senza linfa.

Nonostante questo, contro ogni logica previsione, una nuova storia cominciò.

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Pagina 25

Narcosi



Parte Prima
L'ISTINTO DEL RAGNO


Sfrondavo, già da diverse ore, un pensiero masticato chissà quante altre volte.

Nella notte che si abbatteva tutt'intorno, non un rumore si arrischiava a interrompere quella mistica atmosfera chiamata silenzio.

Spulciavo con infingarda attenzione un angolo della camera, convinto di poter cogliere l'istante esatto in cui il ragno avrebbe tessuto la sua tela.

Fissavo e rifissavo le pareti, con uno sguardo che avrebbe potuto portare chiunque a dubitare delle mie facoltà mentali.

Non avevo un filo di pensieri da seguire, né trame da tessere. Ero assente, come il ragno.

Presi a bacchettare la punta della penna su un foglio bianco, sperando forse che almeno la parola potesse aiutarmi. Non fu così. Anzi, uno strascinato sentimento d'ansia cominciò ad avanzare, come se le pareti della stanza, mosse dal disgusto di tanta inettitudine, avessero deciso di prender vita. Tentai allora di interrompere quella straziante rincorsa verso il niente, macchiando il foglio con le prime frasi che partoriva la mia mente.

La mano prese a scrivere da sola, mentre la mente continuava a galleggiare in una pozzanghera di buio, e gli occhi, smarriti in quella strana sensazione, si muovevano regolarmente da destra a sinistra.

Qualcosa stava accadendo, non potevo ingannarmi a lungo.

Lasciai cadere la stilo sulla scrivania con una noncuranza tale da far sembrare che mai l'avessi impugnata. Portai la stessa mano al petto e poi alla fronte; passai le dita tra i capelli, come a volermi liberare di quei pensieri ronzanti.

Sempre più inquieto mi avviai alla finestra, portai alle labbra un domenicano di seconda scelta che stipavo nel taschino, e che nevrotico e tremante accesi, aspirando bruscamente. Gettai un occhio sulla strada buia, e sebbene nulla mi potesse attrarre di quello spoglio panorama ottenebrato, continuai a fissare, segretamente convinto di trovare nella nebbia della notte la risposta alla domanda che ancora non avevo osato pormi.

Sentivo alle mie spalle l'immenso spazio della casa vuota rimpicciolirsi sempre più. Lo sentivo restringersi e spingermi verso l'ignoto, come il risucchio di un buco nero. Non ebbi il coraggio di voltarmi.

Sentivo lentamente la pelle impregnarsi di sudore e di fumo. La mente, ormai avvolta da una foschia irrazionale di pensieri divergenti, aveva già suggerito al cuore il responso del quesito.

Percepivo ora distintamente l'arrivo di un segno, di cui tutta quell'ansia immotivata aveva rappresentato l'attesa.

E così, come a interrompere il più idilliaco dei soliloqui d'autore, come a voler ghiacciare e frantumare la più splendente delle statue appena erette, il campanello della porta suonò.

L'inquietudine fin ora provata si concentrò e implose in un superbo nodo alla gola, che oltre a togliermi il respiro mi costrinse ad allontanare dalle labbra il sigaro, che senza pensare spensi sul marmo dell'affacciata.

Bussarono ancora.

Si fece corpo in me l'idea di lasciar suonare il visitatore facendogli credere che la casa fosse vuota, ma spinto da un'insolita curiosità, presi coraggio e avanzai verso la porta.

Quelli che mi distanziavano dall'uscio erano al massimo venti passi che, un po' per ritrosia, un po' per suggestione, sembrarono durare un'infinità.

Chi poteva mai essere? Un ladro, o peggio ancora un assassino.

"Magari sarà solo qualcuno che si è perduto", pensai, "o forse un amico!".

Scandagliai tutte le possibili alternative in quel brevissimo, ma eterno, lasso di tempo; e sebbene nulla potesse portarmi logicamente a una conclusione certa, il mio cuore era sicuro della risposta. Lui sapeva, lui sentiva!

La voce scomparve dalla mia gola, cosicché non potei chiedere al visitatore chi fosse.

Aprii la porta e mi illusi di poter accennare un sorriso, ma l'illusione durò ben poco: non appena mi resi conto di chi si nascondeva dietro tutta questa serata avvolta da una latente schizofrenia, la bocca si seccò come arida da anni; il cuore, che già viaggiava clandestino sui binari dell'assurdo, fu scosso da un lampo d'improvvisa aritmia e suggerì al corpo intero una instabile elettricità. Non seppi controllare l'espressione del mio viso, che probabilmente si atteggiò a grande stupore, e mi odiai per questo.

Erano anni che non la vedevo. Era lei, avvolta in quella criniera di riccioli neri, con gli occhi che bisbigliavano ancora le più perverse fantasie che l'amore può sognare. Era lei, e il cuore aveva ragione.

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