Autore Luca Ricci
Titolo Gli autunnali
EdizioneLa nave di Teseo, Milano, 2018, Oceani 29 , pag. 212, cop.rig.sov., dim. 14x22x2 cm , Isbn 978-88-9344-483-5
LettoreMargherita Cena, 2018
Classe narrativa italiana , citta': Roma












 

| << |  <  |  >  | >> |

Indice


     11   Settembre

     55   Ottobre

    109   Novembre

    159   Dicembre

    203   Epilogo


    211   Nota
________________________


 

 

| << |  <  |  >  | >> |

Pagina 13

Ero in mutande alla finestra, perché a settembre a Roma si cuoceva. Anche mia moglie Sandra era senza vestiti, e stava sul letto, sopra le lenzuola, e mi guardava. Che cosa m'impediva di stendermi accanto a lei? Il filo dei pensieri partiva sempre con un'affermazione che poi, inesorabilmente, si convertiva in una domanda: "Mia moglie è bella, è bella mia moglie?" Mia moglie è sempre stata bella, mi dicevo, cercavo di riflettere. Mi ricordavo che era sempre stata bella, l'avevano sempre considerata bella gli altri, e l'avevo sempre considerata bella anch'io. Una bellezza rinascimentale, dicevamo di lei, color pastello, quella massa di capelli densamente castani, gli occhi grandi sul verde cenere (un colore inventato apposta per descriverli), il corpo massiccio ma proporzionato, un filo di cellulite appena a sfigurarla ("sfigurata" nell'accezione avanguardista, mia moglie era come la Gioconda con i baffi). E allora? Adesso quali cambiamenti potevo registrare? Era invecchiata, certo, ma l'invecchiamento poteva dirsi per forza di cose un peggioramento? Era ingrassata? Le si erano gonfiate le caviglie e i piedi, aveva la pancetta (nelle donne è insopportabile), le era venuto uno sguardo bovino? Quel pomeriggio, mentre svuotava le valigie del mare, l'avevo forse trovata patetica con quell'abbigliamento sportivo, maglietta, fuseaux e scarpette da tennis? Mi sentii con le spalle al muro e cacciai un tenue sospiro, restando sempre affacciato alla finestra. Provai a dirottare i pensieri su una qualsiasi inezia. Ma a che cosa avrei potuto pensare? A cosa mai pensavano i coniugi dalla mattina alla sera se non al proprio partner? L'ossessione dell'amore non era niente al confronto dell'ossessione del disamore, solo che al confronto della prima la seconda era pura sconfitta, fallimento, annichilimento. Ebbi la tentazione di condividere parte di quei pensieri con Sandra. Ma poi, anche se fossi riuscito a non farmi mandare a quel paese, cosa sarebbe successo? La solitudine non si avvertiva maggiormente proprio nel dialogo, nella condivisione, nello stare insieme? Avrei potuto prenderla e basta, senza dire una parola. Non c'era niente che me lo impedisse, la fede all'anulare mi autorizzava. Mancava la voglia perché era sparito il sentimento, o viceversa? Infine mi arresi e tornai a rimuginare. "Mia moglie è bella, è bella mia moglie?"

In quel momento Sandra si appoggiò di scatto alla testiera, e fu quasi peggio che se avesse sbuffato. Era un modo abbastanza inequivocabile per ricordarmi che in quel pomeriggio d'inizio settembre uno di quei pomeriggi in cui l'estate comincia timidamente a flirtare con l'autunno , rientrati da poco dalla villeggiatura al mare, dentro quella camera, esisteva anche lei. Che la mia vita era con lei, nel bene o nel male. Capii subito il senso di quel cambio repentino di posizione e mi avvicinai al letto. Se mi fossi deciso a stendermi, non ci sarebbe stato un altro motivo se non quello di fare l'amore. Ma i coniugi smettevano abbastanza presto di fare l'amore e cominciavano a leccarsi le ferite. Non era un'immagine metaforica. Il sesso coniugale non veniva più compiuto per ricercare il piacere, bensì per procurare un sollievo. Diventava un lenitivo perfino un anestetico per la vita trascorsa insíeme, giammai un eccitante. Il trantran dell'accoppiamento diventava molto poco avventuroso, perciò marito e moglie ripiegavano presto su consolazioni individuali, meno passibili di un qualche fraintendimento, tipo la filatelia o il giardinaggio o le riviste di moda o lo sport in tv. Si cercavano oppiacei per dimenticare il dispiacere di non poter più condividere la passione del sesso, il furore del sesso e, allo stesso tempo, anche per allentare la morsa dell'affetto. Proprio così, l'affetto era sempre incombente, prepotente, ricattatorio.

"Mi dici a cosa diavolo stai pensando?" mi chiese Sandra, palesemente indispettita.

"A niente, perché?"

"Hai una brutta faccia."

Avrei dovuto essere contento che dopo tanti anni di matrimonio mia moglie ancora mi guardasse attentamente. Ma in fondo funzionava così per tutte le coppie. Le coppie a un certo punto smettevano di parlare e cominciavano soltanto a guardarsi. Smettevano di parlare a tavola, smettevano di parlare in macchina, smettevano di parlare nelle sale d'attesa degli ambulatori, smettevano di parlare a letto. In passato lui e lei si erano amati da impazzire, ed erano stati ossessionati dall'idea di amarsi di meno. Oggi non ne potevano più e l'orizzonte della loro ossessione era mutato: controllavano a che punto era arrivata l'esasperazione e la noia dell'altro, volevano capire chi dei due stesse per esaurire la pazienza, fosse più vicino a mandare tutto a monte.

[...]

Mi atterriva l'idea, ma poteva darsi benissimo che fossi passato nel giro di pochi anni dalla fase del "tutto è permesso" alla fase del "niente è permesso". Alcuni la chiamavano maturità. Il passaggio non era stato comunque indolore. Mi sentivo troppo severo nel giudicare il mondo, gli altri, me stesso.

| << |  <  |  >  | >> |

Pagina 75

Ora non mi restava che attendere. E nell'attesa mi sforzai di rientrare nella parte un poco deprimente del marito. Non un marito modello, per carità, ma quanto meno accettabile. Buttai giù una sorta di decalogo comportamentale: non sparire chissà dove per intere porzioni di giornata; non stare sempre silente; non fare la spola tra la camera di Maurizio e lo studio senza considerare importanti altri spazi della casa (in particolare, naturalmente, quelli dove avrei potuto incontrare mia moglie); non ostinarsi a voler mangiare sempre in casa (o, se fuori, sempre al solito ristorante); non accettare tutte le tentazioni e ossessioni extraconiugali. Perché non poteva bastarmi Sandra? In fondo, nonostante tutti gli anni di vita insieme, non potevo dire di averla capita. In definitiva mia moglie restava un mistero. Certo, non più un mistero impenetrabile come i primi tempi, piuttosto un mistero sostanziale (come del resto lo era chiunque, anche e soprattutto nei confronti di se stesso), le cui contingenze e manifestazioni quotidiane, diciamo così, conoscevo o pensavo di conoscere a menadito.

Una sera la vidi sprofondata nel divano, sola, davanti alla tv, con una patina di stanchezza sul viso, rassegnata a non chiedermi più niente, a non pretendere più niente: non facevamo più l'amore da quando avevo preso a calci il gatto. Era avvinta nell'interpretare la parte della moglie, come io quella del marito, eppure un tempo eravamo stati solo persone, senza ruoli prestabiliti, che liberamente avevano deciso di frequentarsi, che si erano scelte.

"Che ne dici di andare a fare il nostro vecchio giro in scooter?" le proposi.

La vidi riemergere dal divano e andare a mettersi le scarpe, e scegliere il giacchetto giusto per non prendere freddo, e un poco mi rianimai anch'io. C'infilammo i caschi, poi lei si mise dietro e alla prima accelerazione mi poggiò le mani sulle spalle. Il nostro vecchio giro in scooter non era niente di speciale. Appena sposati, quando bastava poco a risolvere le serate (e, soprattutto, le serate erano ancora risolvibili), andavamo su e giù per il lungotevere: Castel Sant'Angelo, Santo Spirito, Regina Coeli, Trastevere, Tempio di Vesta, Anagrafe, Sinagoga, Museo Napoleonico, e poi daccapo.

Ottobre aveva in parte ripulito la città dai turisti, e per le strade si aveva l'impressione che non ci fosse nessuno: avrei potuto dedicare tutta la mia attenzione ai ricordi. Roma era anche un mosaico, una città di tessere da comporre e ricomporre a seconda dei ghiribizzi della memoria. A questo scopo, cominciai a fare delle piccole deviazioni, ora in un posto, ora in un altro. Ti ricordi Sandra il ciabattaio non lontano dalla metro Ottaviano, dove c'eravamo dati il primo bacio? Per anni ci avevamo scherzato su, dicendo che quel bacio così poco romantico era stato il nostro antidoto al sentimentalismo delle coppie che poi scoppiavano. Non era bastato, cara Sandra, eravamo scoppiati anche noi, anche se continuavamo a stare insieme, certo, anche se nessuno avrebbe potuto dire di noi: "Ecco, non l'avreste mai detto, ma sono scoppiati anche loro." Comunque il ciabattaio era rimasto identico, e anche le cose immediatamente prospicienti, il marciapiede, gli alberi, i palazzi signorili, i villini Liberty. I luoghi erano più o meno sempre uguali, anche se noi li percorrevamo in modo diverso, con uno spirito diverso. Tornare nello stesso posto a distanza di anni diceva chiaramente una cosa sola: che il vero mistero di tutto era il tempo. Ancora una volta cercai di appigliarmi all'autunno, ai suoi luoghi comuni. Era scontato dire che l'autunno, in tensione dialettica con le altre stagioni, era il momento del tramonto prima della morte invernale, del ritorno a casa dopo le avventure estive, delle foglie gialle e rosse accartocciate sui viali che intonavano un controcanto perfetto alla vita primaverile, eppure era così rincuorante. Sarebbe stato un delitto voler essere originali parlando delle stagioni, perché in realtà servivano proprio per il motivo opposto: orientarci nel caos, nel mistero del tempo. Il calendario di Barbanera era la bussola più accurata che fosse mai stata inventata. Ci serviva per continuare a provare, di anno in anno, nostalgia di ciò che era appena passato, insoddisfazione per quello che stavamo vivendo, timore per quello che stava per venirci incontro. Pensai a Jeanne e Gemma, e rabbrividii. Ma provai anche un immediato dispiacere perché avevo idealmente dedicato quella serata a Sandra, all'esclusivo ricordo di Sandra. Anche se era dietro di me, anche se mi stringeva forte quando prendevamo una buca con lo scooter, era proprio quello che stavo facendo: un amarcord. Che cosa terribile era l'amore quando finiva. E il dramma era che finiva sempre, che nessuna coppia poteva dirsi esente da quel passaggio traumatico: certi ammortizzavano meglio (bastava avere una sola ragione valida, solo una, per restare insieme, e l'insoddisfazione in genere cementava meglio della serenità); certi altri, più semplicemente, impazzivano. Cara Sandra, com'eravamo incoscienti e impavidi, solo qualche anno fa. E adesso? Adesso l'unica iniziativa congiunta che prendevamo sul serio era andare a fare il vaccino antinfluenzale.

| << |  <  |  >  | >> |

Pagina 95

In quel periodo tornavo a casa da mia moglie sempre trafelato, di corsa, come se dovessi subito riandarmene. Sandra si accorgeva di qualcosa? Ogni storia era anche un'indagine (priva di scopo, solo un'infinita collezione di prove), e da questo punto di vista i coniugi dopo qualche anno diventavano degli investigatori demotivati, rammolliti. Il giallo tendeva decisamente a sbiadirsi nelle relazioni coniugali, le indagini venivano abbandonate per eccesso di consuetudine e quindi trascuratezza. Che bisogno c'era di catturare il colpevole (colpevole di che? Di qualsiasi cosa), se il colpevole viveva sotto il tuo stesso tetto? Questo era l'amore dopo l'amore di chi s'incaponiva e continuava a stare insieme.

Chissà cosa combinava lei quando non c'ero, quando non la vedevo. Chissà se anche lei imbastiva tresche o s'inventava storie con altri. Quei giorni in cui magari si faceva una piega o un colore dal parrucchiere senza un evidente motivo, o tornava a casa con qualche vestito nuovo. Tutte le volte in cui quelle piccole, impercettibili civetterie e infatti dovevo pensarci appositamente per farmele tornare in mente non erano state destinate a me. Tutte quelle volte in cui aveva risposto: "Non lo faccio per nessuno, lo faccio per me" poteva essere una seduta dall'estetista o un'iscrizione in palestra , non dimostravano comunque la ferma volontà, il bisogno di costruirsi vite parallele? Eppure quanto poteva perdere d'interesse il lato oscuro della persona di cui si conoscevano i ritmi intestinali! Si restava però dispiaciuti di questa mancanza d'interesse, anche perché la nostra indifferenza era identica a quella dell'altro. Tant'è che certe sere, dopo giornate trascorse senza vedersi, veniva quasi la voglia di pretendere dall'altro un interrogatorio. Perché non mi hai mai domandato cosa stavo facendo quella mattina in cui ho continuato a non risponderti al telefono? Perché non chiedi conto di quella riunione prolungatasi fino al pomeriggio? Perché non t'informi mai su chi frequento, su chi vedo a pranzo? Ma appunto si perveniva sempre a un nulla di fatto, bastava un niente per depistare con successo l'attenzione dell'investigatore: la pentola dell'acqua che bolliva, la sigla del telegiornale, la telefonata urgente di un parente (erano sempre urgenti, quelle dei parenti). I coniugi dovevano proprio essere immaginati così, come investigatori in disgrazia, debosciati, con gli impermeabili sgualciti dalla monotonia, che avevano rinunciato ai loro sogni di gloria dei primi tempi, quand'erano perennemente gelosi e assetati di scoprire la verità sul partner, d'inchiodare alla sbarra il criminale, di portarlo nottetempo davanti alla corte per un processo lampo.

| << |  <  |  >  | >> |

Pagina 99

Condussi Gittani a prendere un aperitivo sopra Colle Oppio, mentre sui banchi della frutta e verdura andavano a ruba le zucche di Halloween, e i ragazzini giravano per strada con le dentiere da vampiro o i cappelli da strega. Io e Gittani, più prosaicamente, guardavamo gli adulti mettersi le prime sciarpe dell'anno, queste ghirlande bizzarre del villaggio vacanza Autunno.

"Ormai ci sono più turisti che sampietrini," osservò Gittani. "Prendi il Colosseo. un formichiere di turisti."

"A me sembra un grosso sfintere," obiettai.

"Che ti sembra?"

"Sì, un vistoso ano. Il buco di culo della città."

Ridemmo con disperazione adamantina.

"E dei Fori che mi dici?" mi domandò Gittani, con gli occhi iniettati di sangue.

"Rimasugli di colonne adibite a pisciatoio per gatti. Carnaio d'opere d'arte, marmi maciullati."

Gittani si complimentò per l'enfasi lirica, poi aggrottò le sopracciglia. "Ti vedo più tirato del solito."

"Cioè?"

"Più emaciato, più pallido."

Aveva ragione, ma negai.

"Corri ancora dietro alle sottane delle donne morte?" insisté.

Mi ero ripromesso di non raccontare più niente di tutta quella storia a Gittani, perché tanto non avrebbe potuto capire, perciò di nuovo negai.

"E allora che c'è?"

"Non c'è niente," dissi. "Sono un uomo autunnale."

"Questa è bella! Potrebbe essere il titolo di un romanzo: Gli autunnali."

Azzardai una teoria secondo cui gli esseri umani erano suddivisi a seconda della stagione.

"Intendi dire che ciascuno di noi in realtà vive una sola stagione all'anno?" chiese Gittani, improvvisamente attento.

"In un certo senso sì, cioè ognuno di noi incarna una sola stagione, e durante lo scorrere delle altre non fa che aspettare che torni la propria, definisce le altre in base alla propria."

Cercai di scendere nei particolari. Gli invernali erano persone solide, coerenti con le loro scelte, affidabili, egoisti ma non narcisi, in grado di offrire sicurezza e riparo; i primaverili erano incrollabilmente ottimisti, attratti dalla vita come sinonimo di festa, talvolta un po' superficiali, nella migliore delle ipotesi edonisti, nella peggiore modaioli; gli estivi erano gli ignoranti e i rozzi, con un evidente attaccamento all'esistenza senza troppe complicazioni, folleggiavano senza follia, e non gli importava di concretizzare sogni e desideri.

"E gli autunnali? Come sono gli autunnali?" chiese Gittani, impaziente.

"Hai davvero il coraggio di domandarmelo? Gli autunnali siamo noi."

"Nel senso che ci piace una certa decadenza, che siamo e saremo sempre fin de siècle, che le nostre madeleine preferite sono gli articoli da cancelleria, tipo astucci o diari o quaderni, e ci abbuffiamo di olive come fossero ciliege, e che la nostra predilezione va ai cappotti di lana e alle minestre coi funghi?"

Lo guardai con una certa irremovibile spietatezza. "Nel senso che non c'è più clorofilla nelle nostre vene."

| << |  <  |  >  | >> |

Pagina 136

"Per fortuna che almeno è autunno," disse Gittani. "In quale altra stagione sei davvero libero di essere quel che sei?"

Lo pregai di spiegarsi e attaccò con un discorso delizioso. La primavera era una promessa di felicità che non si avverava mai (e dopo qualche anno uno lo imparava), l'estate ti costringeva comunque all'allegria (e le imposizioni non erano mai benigne), l'inverno era la metafora della morte ma come diceva Epicuro se c'era la morte non c'eravamo noi (troppo lavoro, troppi incontri, durante l'inverno). Perciò non restava che l'autunno. L'autunno era quel quarto di anno libero libero in primis dal dogmatismo del meteo (quando faceva troppo freddo o troppo caldo le possibilità esistenziali si riducevano automaticamente) in cui ognuno poteva essere come gli pareva, assumere la forma che preferiva.

Sorrisi, quasi con tenerezza. "Però piove!"

"E gli ombrelli che li abbiamo inventati a fare?" ribatté subito Gittani. "E poi la pioggia incoraggia alcune ottime attività."

"Per esempio?"

"Indossare impermeabili."

Fu un bel momento, ma poi le magagne di entrambi ripresero il sopravvento, ci guastarono l'umore.

"Questa città è una stronza," tuonai.

"Sei ancora troppo gentile," rincarò la dose Gittani. "Questa città è una stronzata."

La mandammo alla malora. Che andasse alla malora il suo macchiettismo, miscuglio di finto, vero e verosimile, la Sora Lella, il Marchese del Grillo, Aldo Fabrizi, Mandrake, Francesco Totti, er Monnezza, Mauro Brega, i Cesaroni, Antonello Venditti; alla malora le auto blu che non si fermavano ai semafori e i luoghi del potere pullulanti di ceffi da parastato, Ray-Ban e cravattoni; alla malora i pizzicagnoli burini, gli scooter parcheggiati sui marciapiedi, il traffico sulle vie consolari, il derby Roma-Lazio con Monte Mario freddo d'inverno e caldo d'estate; alla malora le cupole delle chiese e delle basiliche, bubboni di pus artistico; alla malora il grande raccordo anulare e le sue uscite sgranate come un rosario; alla malora l'Ara Pacis e tutti i restauri radical chic; alla malora i bus a due piani del turismo agnostico e religioso che otturavano i sottopassi; alla malora Alberto Moravia e Pier Paolo Pasolini, i salotti borghesi e i suburbi proletari, il premio Strega e il mare di Ostia; alla malora il bar Rosati, carissimo perché una volta il pescarese Ennio Flaiano passava di lì; alla malora piazza del Popolo e piazza Navona, indifferentemente palcoscenici per manifestazioni di protesta e parate militari; alla malora via del Corso, via del Babbuino e via Condotti, specchietti per allodole; alla malora le mangiate domenicali ai castelli, il vino di Frascati e i suonatori di chitarra; alla malora la coda al cinema Adriano per Santo Stefano ma anche il Nuovo Sacher di Nanni Moretti; alla malora i quartieri ricchi ma poco collegati, l'Aventino, Monteverde Vecchio, la Camilluccia; alla malora le ex borgate riqualificate e diventate trendy, Pigneto, Tor Pignattara, Garbatella; alla malora le aree costruite dai fascisti o grazie ai soldi sporchi del boom, l'Eur, Montesacro, l'Ardeatino...

| << |  <  |