Copertina
Autore Jeremy Rifkin
Titolo La fine del lavoro
SottotitoloIl declino della forza lavoro globale e l'avvento dell'era post-mercato
EdizioneBaldini & Castoldi, Milano, 1997 [1995], I nani 6 , Isbn 978-88-8089-242-7
OriginaleThe End of Work - The Decline of the Global Labor Force and the Down of the Post-Market Era [1995]
TraduttorePaolo Canton
LettoreRenato di Stefano, 1998
Classe economia , sociologia , lavoro , inizio-fine
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Indice


Indice

Ringraziamenti                              9
Prefazione di Robert L. Heilbroner         11
Introduzione                               15

Parte I

I due volti della tecnologia

1.  La fine del lavoro                     23
2.  L'«effetto a cascata» della tecnologia
    e le realtà del mercato                41
3.  Visioni del paradiso tecnologico       84

Parte II

La Terza rivoluzione industriale

4.  Superando la frontiera dell'alta
    tecnologia                            109
5.  La tecnologia e l'esperienza
    afroamericana                         124
6.  Il grande dibattito sull'automazione  142
7.  Post-fordismo                         155

Parte III

Il declino della forza lavoro globale

8.  La fine degli agricoltori             183
9.  Il «colletto blu» preso per il collo  213
10. L'ultimo lavoratore dei servizi       233

Parte IV

Il prezzo del progresso

11. Tecnologia: chi vince e chi perde     269
12. Requiem per la classe lavoratrice     295
13. Il destino delle nazioni              321
14. Un mondo pi® pericoloso               336

Parte V

L'alba dell'era post-mercato

15. Il re-engineering della settimana
    lavorativa                            353
16. Un nuovo contratto sociale            376
17. Stimolare il terzo settore            394
18. Globalizzare l'economia sociale       433

Note                                      461

Bibliografia                              511

 

 

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Pagina 23

1. La fine del lavoro

Fin dai suoi albori, la civiltà umana si è strutturata in gran parte intorno al concetto di lavoro. Dai cacciatori-raccoglitori paleolitici agli agricoltori del Neolitico, all'artigiano medievale, all'addetto alla catena di montaggio dell'età contemporanea, il lavoro è stato una parte integrante della vita quotidiana. Oggi, per la prima volta, il lavoro umano viene sistematicamente eliminato dal processo di produzione; entro il prossimo secolo, il lavoro «di massa» nell'economìa di mercato verrà probabilmente cancellato in quasi tutte le nazioni industrializzate del mondo. Una nuova generazione di sofisticati computer e di tecnologie informatiche viene introdotta in un'ampia gamma di attività lavorative: macchine intelligenti stanno sostituendo gli esseri umani in infinite mansioni, costringendo milioni di operai e impiegati a fare la coda negli uffici di collocamento o, peggio ancora, in quelli della pubblica assistenza.

I dirigenti delle grandi imprese e gli economisti ortodossi ci assicurano che l'aumento del tasso di disoccupazione rappresenta un «aggiustamento» di breve termine alle potenti forze create dal mercato che stanno spingendo l'economia mondiale verso la Terza rivoluzione industriale, con le sue promesse di un nuovo, eccitante mondo di produzioni automatizzate ad alta tecnologia, di intensi scambi internazionali e di abbondanza senza precedenti di beni materiali.

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Pagina 36

Un mondo senza lavoratori

Quando la prima ondata di automazione colpì il settore industriale, a cavallo tra gli anni Cinquanta e Sessanta, i leader sindacali, gli attivisti dei diritti civili e molti sociologi furono rapidi nel suonare l'allarme. Le loro preoccupazioni, comunque, non erano molto condivise dagli uomini d'impresa dell'epoca, che continuavano a credere che l'aumento della produttività generato dalle nuove tecnologie di automazione avrebbe stimolato la crescita economica e favorito l'occupazione e la crescita del potere d'acquisto. Oggi, al contrario, un numero ridotto ma crescente di manager inizia a preoccuparsi di dove ci porterà la rivoluzione tecnologica. Percy Barnevik è il chief executive officer della Asea Brown Boveri, un colosso svizzero-svedese da 40.000 miliardi che produce generatori elettrici e sistemi di trasporto, oltre che una delle maggiori società di engineering del mondo. Come altre imprese globali, ABB ha recentemente re-engineerizzato le proprie attività, tagliando 50.000 posti di lavoro, pur riuscendo ad aumentare il fatturato del 60% nello stesso periodo di tempo. Barnevik si domanda: «Dove andrà a finire tutta questa gente?» Secondo le sue previsioni, la quota di forza lavoro impegnata nell'industria in Europa è destinata a diminuire dall'attuale 35 al 25% entro i prossimi dieci anni, con un'ulteriore discesa al 15% nei vent'anni seguenti. Barnevik è profondamente pessimista sul futuro dell'Europa: «Se qualcuno mi dice: "Aspetta due o tre anni e vedrai esplodere la domanda di lavoro", gli domando: "Dimmi dove? Quali lavori? In quali città? In quali aziende?" Se mi metto a tirare le somme, scopro che esiste il rischio che l'attuale 10% di disoccupati e sottoccupati diventi il 20 o 25%».

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Pagina 41

2. L'«effetto a cascata» della tecnologia e le realtà del mercato

Per più di un secolo, gli economisti hanno convenzionalmente accettato come un dato di fatto la teoria che afferma che le nuove tecnologie fanno esplodere la produttività, abbassano i costi di produzione e fanno aumentare l'offerta di beni a buon mercato; questo, in conseguenza, migliora il potere d'acquisto, espande i mercati e genera più occupazione. Tale assunto ha fornito il supporto razionale sul quale si sono fondate le politiche economiche di tutte le nazioni industrializzate. Questa logica sta oggi conducendo a livelli mai registrati finora di disoccupazione tecnologica, a un declino apparentemente inarrestabile del potere d'acquisto e allo spettro di una recessione globale di incalcolabile grandezza e durata.

Il concetto che gli incommensurabili benefici indotti dall'avanzamento della tecnologia e dall'aumento della produttività riescano a diffondersi fino alla massa dei lavoratori in forma di prezzi inferiori, maggior potere d'acquisto e più occupazione costituisce essenzialmente una teoria dell'«effetto a cascata» della tecnologia. Mentre i tecnologi, gli economisti e gli uomini d'impresa usano raramente il termine «cascata» per descrivere l'impatto dell'innovazione sui mercati e sull'occupazione, i loro presupposti filosofici sono un chiaro segnale dell'implicita accettazione di questo principio.

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Pagina 43

L'idea che l'innovazione tecnologica inneschi una spirale perpetua di crescita e occupazione ha incontrato, nel corso della sua storia, alcuni oppositori determinati. Nel primo volume del Capitale, pubblicato nel 1867, Karl Marx argomentava che i produttori tentano continuamente di ridurre il costo del lavoro e di guadagnare un maggior controllo sui mezzi di produzione attraverso la sostituzione dei lavoratori con le macchine in ogni situazione che lo consenta. Il capitalista trae profitto non solo dalla maggiore produttività, dal contenimento dei costi e dal maggior controllo sull'ambiente di lavoro, ma anche in via indiretta - dalla creazione di una numerosa armata di riserva di disoccupati, la cui forza lavoro sia immediatamente sfruttabile in altri compatti dell'economia.

Marx prevedeva che i progressi dell'automazione della produzione avrebbero potuto giungere alla completa eliminazione del lavoro come fattore di produzione. Il filosofo tedesco si riferiva a ciò che definiva eufemisticamente «la metamorfosi finale del lavoro», con la quale «un sistema automatizzato di macchinari» avrebbe alla fine sostituito gli esseri umani nel processo produttivo. Marx prevedeva una costante progressione della sofisticazione di macchine capaci di sostituire il lavoro umano e sosteneva che ogni innovazione tecnologica «scompone progressivamente l'attività del lavoratore in una sequenza di operazioni elementari, in modo che a un certo punto una macchina possa prenderne il posto.

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Pagina 48

L'enfasi sulla produzione, che aveva occupato gli economisti fino ai primi anni del secolo, venne improvvisamente sostituita dal neonato interesse per il consumo. Negli anni Venti emerse un nuovo campo di analisi della teoria economica, l'«economia del consumo», e un numero crescente di economisti dedicò i propri sforzi intellettuale al comportamento del consumatore. Il marketing, che fino a quel momento aveva occupato un ruolo periferico nelle attività aziendali, assunse una nuova importanza. Nello spazio di una notte, la cultura della produzione venne sostituita dalla cultura del consumatore.

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Pagina 54

(...), la Commissione presidenziale sui recenti cambiamenti economici, voluta da Herbert Hoover, pubblicò un rapporto rivelatore del profondo cambiamento nella psicologia umana intervenuto in meno di un decennio. Il rapporto terminava con una rosea previsione di ciò che attendeva l'America:

"Questa ricerca ha dimostrato, in maniera conclusiva, ciò che un tempo veniva considerato teoreticamente vero: i desideri sono insaziabili; ogni desiderio soddisfatto apre la strada a un nuovo desiderio. La conclusione è che, di fronte a noi, si aprono panorami economici sterminati, e che la soddisfazione di nuovi desideri creerà immediatamente desideri sempre nuovi da soddisfare... Attraverso la pubblicità e altre tecniche di promozione si è data una sensibile spinta alla produzione... Parrebbe che si possa procedere con un crescente attivismo... La nostra situazione è fortunata e il momento di inerzia notevole."

Solo pochi mesi dopo il mercato azionario crollò, gettando la nazione e il mondo in una delle più profonde depressioni dell'era moderna.

La Commissione Hoover, come molti politici e uomini d'impresa, era talmente fissata sull'idea che l'offerta creasse la propria domanda da essere incapace di prevedere la dinamica negativa che stava spingendo il sistema economico in una depressione di enormi proporzioni. Per compensare la crescente disoccupazione tecnologica generata dall'introduzione delle nuove tecnologie laborsaving, le imprese americane investirono milioni di dollari in campagne pubblicitarie, sperando di convincere chi aveva ancora un lavoro e un reddito a lasciarsi coinvolgere nell'orgia della spesa. Sfortunatamente, il reddito dei lavoratori dipendenti non cresceva abbastanza in fretta da tenere il passo con gli incrementi della produttività e della produzione. La maggior parte degli imprenditori preferiva intascare l'extraprofitto realizzato con la crescita della produttività, invece di trasferirne una parte ai lavoratori in forma di salari più alti. Henry Ford - bisogna dargliene merito - sosteneva che i lavoratori dovessero essere pagati abbastanza per riuscire ad acquistare i prodotti delle aziende per cui lavoravano; in caso contrario, si chiedeva, «chi comprerebbe le mie automobdi?» I suoi colleghi decisero di ignorare il monito.

Il mondo delle imprese perseverava nella convinzione di potersi appropriare dei maggiori profitti, di poter deprimere i salari e continuare a pompare i consumatori per assorbire la sovrapproduzione. La pompa, invero, cominciava a lavorare a secco. Le nuove metodologie di marketing e pubblicità erano riuscite a stimolare il consumo di massa; comunque, non disponendo di un reddito sufficiente ad acquistare tutti i nuovi prodotti che sommergevano il mercato, il lavoratore americano continuava a ricorrere al credito. Qualcuno levò una voce di allarme, dicendo che «gli acquisti vengono finanziati più velocemente di quanto i beni vengano prodotti». Anche questo monito cadde inascoltato finché fu troppo tardi.

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Pagina 57

Il movimento di condivisione del lavoro

Nell'ottobre 1929, meno di un milione di persone erano disoccupate. Nel dicembre 1931 il loro numero aveva superato i 10 milioni; sei mesi dopo, nel giugno 1932, il numero dei disoccupati era salito a 13 milioni. Al culmine delle depressione, nel marzo 1933, il numero degli americani senza lavoro raggiunse i 15 milioni.

Sempre più economisti attribuivano la responsabilità della depressione alla rivoluzione tecnologica degli anni Venti, che aveva fatto crescere la produttività e i volumi di produzione più in fretta di quanto potesse essere generata domanda di beni e servizi. Più di mezzo secolo prima, Friedrich Engels aveva scritto: «Il progressivo perfezionamento dei macchinari moderni... è diventato una legge ineludibile che obbliga il singolo capitalista a migliorare la propria dotazione di macchine, a incrementare la propria forza produttiva... [mal la dimensione del mercato non può tenere il passo con i volumi della produzione. La collisione diventa inevitabile».

L'analisi di Engels, un tempo considerata eccessivamente pessimistica - se non completamente sbagliata - in quegli anni venne accettata dagli economisti di scuola «Classica» e dagli ingegneri.

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Pagina 67

Anche a voler essere generosi, il New Deal ebbe solo un successo parziale. Nel 1940, la disoccupazione negli Stati Uniti era ancora intorno al 15% e, sebbene il tasso fosse assai meno elevato che nel 1933 - quando aveva raggiunto un massimo del 24,9% - l'economia non era ancora uscita della depressione. Comunque i molti programmi di riforma voluti da Roosevelt definirono un ruolo nuovo per il governo federale: un ruolo che si è profondamente radicato nel settore pubblico. Da allora, i governi avrebbero giocato un ruolo chiave nella regolazione delle attività economiche, tentando di garantire livelli di occupazione e di reddito adeguati al mantenimento della crescita economica.

Nonostante i molti nuovi piani statali avviati negli Stati Uniti e negli altri Paesi nel corso degli anni Trenta, la debolezza endemica del sistema industriale - che aveva prodotto, in prima istanza, una crisi economica di proporzioni planetarie - continuò a condizionare la comunità economica internazionale. Solo la guerra riuscì a salvare l'economia americana. Entro un anno dall'entrata in guerra degli Stati Uniti, la spesa pubblica decollò da 16.900 miliardi di dollari a 51.900. Nel 1943 la sppesa bellica federale assommava a 81.100 miliardidi dollari. Il tasso di disoccupazione si dimezzò entro il 1942 e si dimezzo ulteriormente nel 1943.

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Pagina 82

(...) In un mondo nel quale il progresso tecnologico promette un incremento drammatico della produttività e della produzione aggregata, marginalizzando o elniminando dal mercato milioni di lavoratori, l'«effetto a cascata» sembra un'ingenuità, se non una vera stupidaggine. Continuare ad affidarsi a un obsoleto paradigma della teoria economica in un'era post-industriale e post-terziario rischia di essere disastroso per l'economia nel suo complesso e per la stessa civiltà del XXI secolo.

Mentre l'idea dell'«effetto a cascata» della tecnologia ha dominato il pensiero dei grandi imprenditori e dei rappresentanti istituzionali per la maggior parte del secolo, è stata un'altra visione del ruolo della tecnologia a catturare l'immaginazione del pubblico. Se gli imprenditori hanno sempre considerato le tecnologie come un mezzo per generare incrementi nella produzione, maggiori profitti e più occupazione, il pubblico ha coltivato un'immagine diversa: quella che un giorno le tecnologie sostituiranno la manodopera e renderanno l'uomo libero in un mondo migliore. La fonte della loro ispirazione non sono stati gli scritti asciutti e tecnici degli economisti, ma la pletora dei romanzieri e degli scrittori di saggistica popolare che, con le loro vivide descrizioni di un futuro paradiso tecnologico, libero dal lavoro e dalla fatica, hanno agito come un magnete, guidando il pellegrinaggio di intere generazioni verso quello che si credeva fosse il nuovo paradiso terrestre.

Ora, alla vigilia della rivoluzione delle alte tecnologie, queste due idee molto differenti del rapporto tra tecnologia e lavoro stanno entrando sempre più in conflitto. La domanda è se le tecnologie della Terza rivoluzione industriale esaudiranno il sogno degli economisti di produzione e profitti infiniti o quello della gente di un futuro migliore. La risposta a questa domanda dipende, in larga misura, da quale di queste due visioni del futuro dell'umanità avrà la capacità di radunare sotto di sé le forze, il talento e la passione delle prossime generazioni. La visione degli imprenditori ci rinchiude in un mondo fatto di relazioni di mercato e di considerazioni commerciali; la seconda - sostenuta da molti dei più celebri filosofi utopisti - ci condurrà a una nuova era nella quale le forze commerciali del mercato saranno temperate dalle forze solidaristiche di una società illuminata.

Oggi molte persone trovano difficile comprendere come il computer e le altre tecnologie introdotte dalla rivoluzione informatica - che avevano sperato fossero in grado di liberarli - possano invece essersi trasformati in un mostro meccanico che deprime i salari, distrugge l'occupazione e minaccia la stessa sopravvivenza di molti lavoratori. Ai lavoratori americani era stato fatto credere che, diventando sempre più produttivi, sarebbero riusciti a liberarsi dalla schiavitù del lavoro; ora, per la prima volta, si sta dicendo loro che spesso gli aumenti di produttività non provocano aumenti del tempo libero, ma code all'ufficio di collocamento. Per capire come il sogno di un domani migliore si sia trasformato dall'oggi al domani in un incubo tecnologico, è necessario ripercorrere le radici utopiche dell'altra visione della tecnologia, quella che prometteva un futuro libero dalla fatica e dalle implacabili leggi del mercato.

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Pagina 84

3. Visioni del paradiso tecnologico

Ogni società crea un'immagine idealizzata del futuro, una visione che serve a indirizzare l'immaginazione e le energie dei suoi componenti. Nell'antichità la nazione ebraica pregava per raggiungere la Terra promessa del latte e del miele; secoli dopo, i preti cristiani sbandierarono la promessa della salvezza eterna nel Regno dei cieli. Nell'età moderna, l'idea di una futura utopia tecnologica è stata la visione guida della società industriale. Per più di un secolo, utopisti, sognatori, uomini di scienza e di lettere hanno avuto come riferimento un futuro nel quale le macchine avrebbero sostituito la manodopera, creando una società senza lavoro, di abbondanza e divertimento.

La visione utopistico-tecnologica ha trovato il suo terreno d'elezione nella giovane America. Proprio in questo ambiente favorevole, due correnti filosofiche sono confluite, creando una nuova visione del futuro. La prima di queste correnti si fondava sul concetto di paradiso e di redenzione eterna; la seconda su quello delle forze della natura e sulla spinta del mercato. Fin dal primo secolo di storia americana, queste due forti correnti filosofiche si fusero, con l'intento di conquistare una nazione. Negli anni Novanta dell'Ottocento, con la chiusura ufficiale della Frontiera, le energie millenariste e utilitariste che tanto avevano caratterizzato lo «spirito della Frontiera» si indirizzarono verso un nuovo territorio di conquista: la scienza moderna e la tecnologia. La scelta di questo nuovo punto focale veniva a coincidere con i massicci cambiamenti economici che, dopo la guerra civile, avevano avviato la trasformazione della società americana dal modello rurale a quello urbano e il passaggio dall'economia agricola a quella industriale.

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Pagina 86

Nel primo quarto del XX secolo, la macchina - che già rappresentava un elemento significativo nell'economia si trasformò in un'icona culturale. La visione di un mondo meccanico era già da tempo stata assimilata dagli uomini di scienza come un'essenziale metafora cosmica. René Descartes, il filosofo e matematico francese, fu il primo a proporre l'interpretazione della natura come macchina. Nel mondo utilitaristico di Cartesio, Dio - il benevolo e attento pastore del Cristianesúno - veniva sostituito da un remoto e freddo tecnico che creava e metteva in moto un universo ordinato di tipo meccanicistico, prevedibde e autoperpetuantesi. Cartesio spogliò la natura della sua vitalità, riducendo le creature e la creazione ad analogie matematiche e meccaniche. Egli giungeva al punto di descrivere gli animali come «automi senz'anima», i cui movimenti erano assai poco differenti da quelli dei pupazzi meccanici mossi dall'orologio di Strasburgo.

Sebbene fosse una popolare metafora scientifica, la visione meccanicistica del mondo ebbe poca influenza sulla cultura popolare americana per i primi tre quarti del XIX secolo. Assai più popolari erano le metafore organiche, che parlavano all'America di un passato bucolico, e quelle religiose, che facevano riferimento al suo da tempo previsto futuro millenaristico. La transizione dallo stile di vita rurale a quello industriale fornì l'adatto contesto sociale per l'attecchimento della visione meccanicistica del mondo.

La tecnologia divenne il nuovo Dio secolare e la società americana giunse in breve termine ad adattare la propria coscienza di sé all'immagine di questi nuovi e potenti strumenti. Scienziati, educatori, scrittori, politici e uomini d'affari iniziarono a modellare l'immagine e la natura dell'uomo in termini meccanicistici, pensando il corpo umano e tutto il creato come macchine sofisticatissime i cui principi di funzionamento e le cui performance replicavano quelli delle più moderne macchine utensili. Senza dubbio molti americani condividevano la visione del critico sociale inglese Thomas Carlyle che, quasi cent'anni prima, aveva scritto della nuova cultura delle macchine, affermando: «Se fossimo costretti a definire questa nostra epoca con un epiteto sintetico, saremmo tentati di definirla non come un'età eroica, filosofica o morale, ma soprattutto come un'età meccanica. E' l'era delle macchine in ogni senso - interiore ed esteriore - del termine... gli uomini sono diventati meccanici, nel cervello, nel cuore e nelle mani».

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Pagina 100

Al cowboy, eroe dell'America uscita dalla guerra civile, si affiancò un nuovo personaggio mitico: l'ingegnere civile dell'era tecnologica. L'ingegnere divenne l'eroe di dozzine di film muti e di centinaia di romanzi. I racconti di Tom Swift, diretti ai ragazzi americani, erano pieni di riferimenti alle diavolerie della scienza e alle meraviglie delle nuove tecnologie. Nel 1922, una ricerca condotta su 6000 studenti dell'ultimo anno di scuola media superiore del Paese mostrò che il 31% dei maschi indicava l'ingegneria come la professione che avrebbe scelto.

L'ingegneie civile, dotato degli strumenti dell'efficienza, era il nuovo costruttore di imperi. Le sue maestose realizzazioni si potevano vedere ovunque: enormi grattacieli, ponti e dighe mozzafiato in tutto il Paese. Secondo Cecilia Tichi: «Il tecnico avocò a sé la missione spirituale che aveva caratterizzato l'esperienza dell'America come nazione per più di due secoli e mezzo. Prometteva, a quanto sembrava, di condurre l'America industriale direttamente nel nuovo millennio».

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Pagina 136

L'automazione e la nascita di una sottoclasse urbana

La spinta dell'economia verso l'automazione e la riallocazione dei posti di lavoro nel comparto manifatturiero ha diviso la comunità nera in due gruppi economici separati e distinti. Da un lato, milioni di lavoratori non qualificati e le loro famiglie sono entrati a far parte di quella che gli storici della società definiscono «sottoclasse»: la parte della popolazione permanentemente disoccupata, il cui lavoro non qualificato non è più richiesto e che sopravvive di generazione in generazione grazie alla pubblica assistenza. Dall'altro, un gruppo più ristretto di professionisti neri appartenenti alla classe media, dipendenti della pubblica amministrazione e generalmente incaricati di gestire i programmi di assistenza alla nuova sottoclasse urbana. Tale sistema rappresenta, secondo Michael Brown e Steven Erie, una sorta di «colonialismo assistenziale, nel quale ai neri viene concesso di amministrare il proprio stato di dipendenza».

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Pagina 138

Più di quarant'anni fa, agli albori dell'era del computer, il padre della cibernetica, Norbert Weiner, metteva in guardia sulle probabili conseguenze negative delle nuove tecnologie dell'automazione: «Ricordiamoci», disse, «Che la macchina automatica è l'esatto equivalente economico del lavoro degli schiavi». Non deve quindi sorprendere che il pritno nucleo sociale a subire le devastanti conseguenze della cibernetica sia stata la comunità nera americana. L'introduzione di macchine automatizzate ha reso possibile la sostituzione di milioni di afroamericani che avevano a lungo faticato alla base della piramide economica - prima come schiavi nelle piantagioni di cotone, poi come mezzadri e fittavoli, e infine come manodopera non qualificata nelle grandi fabbriche del Nord - con forme inanimate e meno costose di lavoro.

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Pagina 149

Ai congressi annuali degli anni Sessanta, la AFL-CIO votò molte risoluzioni che sollecitavano contributi per la riqualificazione nei contratti collettivi di lavoro. Gli imprenditori erano più che contenti di soddisfare le nuove richieste dei lavoratori: il costo connesso con l'introduzione di programmi di riqualificazione era infinitamente più sopportabile della prospettiva di una dura e protratta guerra sindacale sull'introduzione in fabbrica delle nuove tecnologie di automazione. Tra il 1960 e il 1967, la percentuale di contratti collettivi contenenti sovvenzioni per programmi di riqualificazione crebbe dal 12 a più del 40%. Il sindacato prestò anche la propria forza politica al governo federale, a sostegno di normative volte alla promozione della riqualificazione dei lavoratori. Nel 1962, la AFL-CIO chiamò tutti i propri associati alla mobilitazione a favore del Manpower Development Training Act, che era stato progettato per riqualificare i lavoratori spiazzati dall'automazione.

Abbandonando la questione del controllo sulle tecnologie a favore della richiesta di riqualificazione, il sindacato perse gran parte del proprio effettivo potere contrattuale; se le istanze di controllo fossero rimaste prioritarie, il sindacato avrebbe potuto negoziare contratti collettivi che avrebbero assicurato ai lavoratori una partecipazione ai guadagni di produttività generati dall'automazione. Accorciamenti dell'orario di lavoro e incrementi salariali avrebbero potuto essere legati agli aumenti di produttività. Invece, le organizzazioni dei lavoratori capitolarono, accontentandosi di accordi difensivi che davano una maggiore sicurezza di occupazione ai lavoratori anziani, riducevano la mobilità della forza lavoro esistente e offrivano ai propri membri limitate opportunità di riqualificazione come unico strumento per affrontare l'impatto dell'automazione.

I sindacati, pur avendo avuto ragione circa il fatto che l'automazione avrebbe provocato i danni maggiori alla forza lavoro meno qualificata, avevano grossolanamente sovrastimato la quantità di posti di lavoro ad alta specializzazione che le nuove tecnologie avrebbero richiesto. Non riuscirono, in sostanza, ad afferrare la dinamica intrinseca alla rivoluzione dell'automazione: la determinazione maniacale del management delle imprese nel sostituire macchine a lavoratori quando, come e dove possibile e, per questa via, ridurre il costo del lavoro, aumentare il proprio grado di controllo sulla produzione e incrementare i margini di profitto. Alcuni lavoratori si riqualificarono e trovarono un posto migliore; la maggior parte non ci riuscì; c'erano, semplicemente, troppi lavoratori disoccupati e troppo pochi nuovi posti di lavoro qualificati disponibili. Ne conseguì che i sindacati cominciarono a perdere associati e smalto. Di fatto, l'automazione aveva reso inoffensivo la loro unica arma: lo sciopero. Le nuove tecnologie permettevano al management di gestire gli impianti produttivi con il personale ridotto all'osso durante gli scioperi, minando efficacemente alla radice la capacità dei sindacati di ottenere significative concessioni al tavolo delle contrattazioni collettive.

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Pagina 164

(...) un'azienda automobilistica giapponese che lottava per riprendersi dalle conseguenze della seconda guerra mondiale iniziò a sperimentare un nuovo approccio alla produzione: gli assunti operativi erano diversi da quelli della produzione di massa quanto questi lo erano dai metodi artigianali di produzione che l'avevano preceduta. L'azienda era la Toyota e il suo nuovo processo manageriale venne battezzato lean production (produzione leggera).

Il principio su cui si fonda la lean production è la combinazione di nuove tecniche manageriali con macchine sempre più sofisticate al fine di realizzare più produzione con meno risorse e meno lavoro. La produzione leggera differisce sostanzialmente sia dalla produzione artigianale, sia da quella industriale: nella produzione artigianale, lavoratori altamente qualificati, utilizzando strumenti manuali, fabbricano ogni singolo pezzo secondo i parametri definiti dal cliente; nella produzione di massa, «professionisti qualificati progettano un prodotto che viene fabbricato da manodopera non qualificata o semiqualificata utilizzando utensili costosi e specializzati. Da questo processo scaturiscono beni standardizzati in grandi volumi». Nella produzione di massa, i macchinari sono così costosi da rendere necessario evitare i fermi e perciò il management è costretto a creare «polmoni» in forma di scorte o lavoro in eccesso per essere sicuro di non esaurire mai le risorse e di rallentare il flusso di produzione. Infine, l'elevato costo dell'investimento in macchinari preclude la possibilità di rapida conversione degli impianti a nuove specifiche di prodotto. Il consumatore beneficia di un prezzo più basso a spese della varietà.

La produzione leggera, per contrasto, «combina i vantaggi della produzione artigianale e industriale, evitando i costi della prima e le rigidità della seconda». Per raggiungere tali obiettivi di produzione, il management si affida a squadre di lavoratori dalle competenze molteplici a ogni livello dell'organizzazione, ai quali affianca macchine automatizzate, producendo alti volumi di beni con un elevato grado di varietà. Secondo Womack, Jones e Roos, la lean production può essere definita «leggera» perché «utilizza meno di tutto rispetto alla produzione di massa: metà impiego di uomini in fabbrica, metà spazio occupato dagli stabilimenti, metà investimento in macchine utensili, metà ore di progettazione per sviluppare un nuovo prodotto. Inoltre richiede scorte inferiori della metà, realizza prodotti con meno difetti e produce una varietà di beni più ampia».

La via giapponese alla produzione leggera inizia dall'eliminazione della gerarchia manageriale tradizionale, che viene sostituita da gruppi multiskilled che cooperano sul luogo di produzione. Nella fabbrica leggera giapponese, progettisti, programmatori e operai interagiscono direttamente, scambiandosi idee e mettendo in atto decisioni prese congiuntamente, sul luogo di produzione. Il classico modello taylorista di management scientifico, che favoriva la separazione tra lavoro intellettuale e lavoro fisico e la concentrazione di tutto il potere decisionale nelle mani del management, viene abbandonato a favore di un approccio cooperativo di gruppo che consente di sfruttare tutte le capacità intellettuali e le esperienze professionali dei soggetti coinvolti nel processo di fabbricazione dell'automobile. Per esempio, secondo il vecchio schema della produzione di massa, la funzione di ricerca e sviluppo è separata dalla fabbrica e arogata in un laboratorio: scienziati e ingegneri progettano un nuovo modello e le macchine necessarie per produrlo nel laboratorio, poi introducono i cambiamenti nello stabilimento, assieme a un dettagliato pacchetto di istruzioni e a una schedulazione dei tempi per la produzione di massa. Con il nuovo sistema della produzione leggera, la fabbrica diventa in effetti il laboratorio di ricerca e sviluppo, un luogo nel quale la combinazione delle competenze e delle esperienze di tutti i soggetti coinvolti nel processo produttivo viene utilizzata per il «continuo miglioramento» e la sofisticazione del processo produttivo e del prodotto.

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Il modello di lavoro basato sul gruppo genera maggiore efficienza perché incoraggia lo sviluppo di competenze molteplici nel lavoratore. Essere ben preparati a svolgere compiti diversificati nel campo della produzione consente ai singoli lavoratori di comprendere meglio il processo di produzione nel suo complesso: una conoscenza che può essere utilizzata efficacemente nell'ambito dei gruppi per segnalare problemi e suggerire miglioramenti. L'impresa giapponese consente a tutti i dipendenti il libero accesso alle informazioni generate nell'ambito dell'azienda. Un manager giapponese ha spiegato l'importanza che la sua impresa attribuisce alla condivisione dell'informazione con i lavoratori dicendo: «Il nostro compito più importante è fare in modo che tutti i dipendenti siano disposti a cooperare senza riserve e desiderino migliorarsi continuamente. Per ottenere ciò, è necessario che le informazioni siano distribuite uniformernente. Ogni dipendente ha il diritto di accedere a "tutti" i dati relativi all'impresa».

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Agricoltura molecolare

Mentre le nuove tecnologie informatiche e robotiche stanno cambiando la natura della gestione delle aziende agricole, sostituendo le macchine al lavoro umano in quasi tutte le aree di attività, le nuove tecnologie genetiche stanno cambiando radicalmente il modo stesso con cui vengono selezionate piante e animali. Con il termine ingegneria genetica si intende l'applicazione di standard ingegneristici alla manipolazione genetica; questi standard comprendono il controllo della qualità, parametri di misurazione quantificabili, accuratezza, efficienza e utilità. A lungo termine, l'impatto delle nuove biotecnologie sarà probabilmente significativo quanto quello delle «pirotecnologie» nel corso dei primi cinque millenni della storia scritta. Per migliaia di anni gli esseri umani hanno utilizzato il fuoco per bruciare, saldare, forgiare, fondere metalli, creando una gran varietà di nuovi materiali utili. Ora, per la prima volta, la biologia molecolare permette di aggiungere, togliere, ricombinare, inserire, cucire e mescolare materiali genetici, superando i confini biologici e creando nuovi microrganismi, varietà di piante e razze animali che non erano mai esistite in natura. Il passaggio dalle pirotecnologie alle biotecnologie è epocale, con profonde conseguenze potenziali sul modo in cui le future generazioni modelleranno il proprio rapporto con la biosfera.

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Il terribile potenziale economico delle biotecnologie ha spinto imprese chimiche, farmaceutiche, agroalimentari e mediche a riunirsi in un nuovo aggregato delle scienze della vita il cui potenziale finanziario è superiore a quello dell'attuale settore petrolchimico. Nel 1980 la Corte suprema degli Stati Uniti ha rilasciato il primo brevetto riguardante un essere vivente creato attraverso l'ingegneria genetica: un microrganismo prodotto nei laboratori della General Electrics, progettato e realizzato per prosciugare le macchie di petrolio sparse in alto mare. Nel 1987, l'Ufficio marchi e brevetti ha esteso la protezione del brevetto anche a tutte le creature «prodotte dall'uomo», equiparando per la prima volta la vita a un manufatto. A tutt'oggi sono stati brevettati 6000 microrganismi e vegetali, oltre a sei nuove specie animali; più di 200 specie animali create attraverso manipolazioni genetiche sono in attesa di brevetto. Garantendo una completa protezione giuridica alle forme di vita prodotte con queste modalità genetiche, il governo sta dando il proprio imprimatur all'idea che gli esseri viventi siano riducibili allo stato di opere dell'ingegno umano, soggette a parametri ingegneristici e a sfruttamento commerciale, come oggetti inanimati.

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La coltura in tessuto viene considerata da molti come l'inevitabile prossimo passo di un processo che ha continuato a ridurre l'importanza dell'agricoltura tradizionale nel sistema della produzione alimentare. Per la maggior parte del XX secolo, l'agricoltura ha visto diminuire la propria importanza, mentre un crescente numero delle attività ad essa connesse sono state espropriate dal settore delle risorse da un lato e da quello della distribuzione dall'altro. Per esempio: i fertilizzanti chimici hanno eliminato la concimazione naturale dei campi; i pesticidi commerciali hanno sostituito la rotazione delle colture; la sarchiatura meccanica lo sradicamento manuale; i trattori hanno sostituito gli animali da traino e il lavoro manuale. Oggi sono pochissimi gli agricoltori che confezionano i propri prodotti, o li trasportano al mercato al dettaglio; queste funzioni sono state prese in carico dalle aziende agroalimentari.

Oggi le aziende chimiche e farmaceutiche sperano di poter usare le tecnologie dell'ingegneria genetica per eliminare completamente gli agricoltori. L'obiettivo è la conversione della produzione alimentare in un processo completamente industrializzato, superando sia l'organismo, sia gli spazi aperti e coltivando direttamente in fabbrica, a livello molecolare.

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I vantaggi, secondo i sostenitori della coltura in tessuto, comprendono lo sfruttamento più ridotto della terra, la minore erosione dei suoli, il minor ricorso ad agenti chimici, la riduzione dei consumi energetici e dei costi di trasporto. La produzione a processo continuo in laboratorio significa anche che la quantità prodotta può essere regolata sulla domanda quotidiana del mercato e non sarebbe più dipendente dalle incertezze del clima, dagli eventi meteorologici e dalle influenze politiche. Con i nuovi processi di laboratorio, le grandi multinazionali sarebbero in grado di esercitare un controllo economico più stretto sui mercati mondiali, con una consistente diminuzione del rischio: controllare un gene in laboratorio è infatti assai meno impegnativo che controllare il clima, la terra e i lavoratori in un paese del Terzo mondo. La rivista «Food Technology» ha riassunto così i vantaggi politici ed economici del nuovo approccio rivoluzionario alla produzione alimentare: «Molti degli aromi e dei prodotti che utilizziamo provengono da zone remote del mondo, dove l'instabdità politica dei governi e le stravaganze del clima provocano livelli di offerta, di costi e di qualità del prodotto variabili di stagione in stagione. In un processo di coltura dei tessuti vegetali, tutti i parametri possono essere tenuti sotto controllo».

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L'ufficio virtuale

I cambiamenti tecnologici che stanno avendo luogo nel sistema bancario e nel settore assicurativo sono indicativi della radicalità della revisione che sarà necessario operare a ogni livello del lavoro impiegatizio e, più in generale, nel terziario. Al centro di questi cambiamenti sta la trasformazione dell'ufficio tradizionale da un'operatività fondata sul supporto cartaceo a una basata sul supporto elettronico. L'ufficio elettronico, nel quale la carta sia completamente assente, è diventato uno degli obiettivi delle imprese moderne.

Dagli anni della Rivoluzione industriale, il cambiamento nelle tecnologie e nell'operatività degli uffici è stato straordinario: basta solo ricordare che la carta assorbente, le matite e le gomme per cancellare e le penne in acciaio sono state introdotte negli uffici meno di centocinquanta anni fa; la carta carbone e la macchina per scrivere risalgono agli anni Settanta dell'Ottocento; al decennio seguente si deve far risalire l'introduzione delle macchine da calcolo e delle perforatrici di schede; il ciclostile è stato inventato nel 1890. Insieme al telefono, questi progressi della tecnologia d'ufficio hanno innalzato enormemente la produttività delle attività dell'industria e del commercio durante la fase di crescita del capitalismo industriale. Oggi, con l'economia globale che si muove verso la Terza rivoluzione industriale, gli uffici si stanno evolvendo al fine di realizzare un migliore controllo e coordinamento del sempre più rapido flusso dell'attività economica. Entro la fine di questo decennio, l'introduzione dell'elettronica negli uffici farà scomparire milioni di impiegati.

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Nel campo dell'istruzione, i 152.000 bibliotecari americani sono sempre piu preoccupati dei sistemi informatici di trasmissione dei dati, che sono in grado di reperire e trasmettere elettronicamente lungo le autostrade informatiche il contenuto di libri e articoli in una frazione del tempo necessario a un essere umano per riuscire a completare lo stesso incarico. I network come Internet possono fornire estratti da migliaia di giornali e libri nel giro di pochi minuti. Project Gutenberg è uno dei molti programmi realizzati allo scopo di digitalizzare e archiviare su disco il contenuto di libri, manoscritti e periodici; grazie alle avanzate tecnologie di scansione, un libro può essere slegato e infilato foglio a foglio in una macchina che legge lo scritto e lo traduce in segnali digitali su dischetto, pronto per l'immediata trasmissione ovunque nel mondo. Secondo un analista di settore, sistemi avanzati di retrieval dei testi «sono dietro l'angolo e, quando arriveranno, le piccole biblioteche locali, così come le conosciamo, non potranno fare altro che scomparire».

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I dati ufficiali sulla disoccupazione sono spesso fuorvianti e mascherano la reale dimensione dell'attuale crisi occupazionale. Per esempio, nell'agosto 1993 il governo federale ha annunciato che nella prima metà di quell'anno negli Stati Uniti erano stati creati quasi 1.230.000 posti di lavoro. Ciò che la statistica non diceva è che 728.000 di questi - quasi il 60% - erano a tempo parziale e per la maggior parte nei settori del terziario a retribuzione più bassa. Nel solo febbraio 1993, il 90% dei 365.000 posti di lavoro creati negli Stati Uniti era a tempo parziale e la maggior parte di questi era stata accettata da persone che erano in cerca di un impiego a tempo pieno. Accade sempre più spesso che i lavoratori americani si debbano arrendere a soluzioni di ripiego per riuscire a sopravvivere. Craig Miller, ex lattoniere di Kansas City, è un esempio della crescente frustrazione di milioni di lavoratori americani: Miller ha perso il posto alla TWA, dove veniva pagato 15,65 dollari l'ora; ora, lui e sua moglie si dividono quattro occupazioni part-time, mettendo insieme meno di metà di quanto lui solo guadagnava con il suo impiego precedente. Quando Miller sente l'amministrazione Clinton sparare cifre sulla creazione di posti di lavoro, reagisce con un sorriso forzato: «Certo, noi ne abbiamo quattro. E allora?» Miller si domanda, legittimamente, che senso abbia avere molti impieghi mal pagati che corrispondono a una retribuzione complessiva più bassa di quella a cui era abituato, invece di quell'unico posto di lavoro decente che aveva e che gli consentiva di vivere con dignità. Secondo il rapporto della Commissione lavoro del Senato del 1991, il 75% dei lavoratori americani sta accettando una retribuzione più bassa di quella che sarebbe stata disposta a prendere in considerazione dieci anni fa. Dean Baker, un ricercatore economista presso l'Economic Policy Institute, afferma che persone che una volta avevano un lavoro sicuro e ben pagato con un buon pacchetto di benefici aggiuntivi oggi sono disposte a lavorare «per McDonald's o in un supermercato».

Molte nuove occupazioni a tempo parziale si trovano in quello che viene chiamato il «ghetto dei colletti rosa»: occupazioni concentrate nei servizi e in aree impiegatizie del livello più basso, quali segretarie, cassiere, cameriere, solitamente presidiati dalle donne. Ma molti di questi posti sono destinati a scomparire nei prossimi dieci anni.

Le statistiche segnalano la ritirata della forza lavoro in quasi tutti i settori. Costretti a competere con l'automazione da una parte e la concorrenza internazionale dall'altra, i lavoratori americani si sentono spinti sempre più verso il limite della sopravvivenza economica. Nel 1979 la paga media settimanale negli Stati Uniti era di 387 dollari; già nel 1989 era scivolata a 335. Nel ventennio compreso tra il 1973 e il 1993, gli operai americani hanno perso il 15% del loro potere d'acquisto in termini reali.

Il declino del salario medio è da attribuire in parte alla diminuzione del potere dei sindacati. Congelamenti e tagli erano cosa inaudita nei settori sindacalizzati dell'economia negli anni Sessanta e Settanta.

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Le declinanti fortune della classe media americana si sono manifestate con maggiore evidenza tra i laureati. Tra il 1987 e il 1991, la retribuzione media reale del lavoratore laureato è diminuita del 3,1%. I laureati forniscono il grosso dei ranghi della dirigenza nell'economia americana e ricoprono proprio quelle posizioni che vengono maggiormente messe in discussione dai progressi della tecnologia e dai processi di re-engineering. Più del 35% dei laureati in anni recenti è stato costretto ad accettare incarichi per i quali non è espressamente richiesta la laurea; fino ad appena cinque anni fa, questa percentuale era solo del 15%. Secondo i dati raccolti dall'Istituto per le ricerche sull'occupazione della Michigan State University, l'attuale mercato del lavoro per i laureati è il più povero che si sia mai registrato dai tempi della seconda guerra mondiale. Le aziende non vanno più a reclutare direttamente nelle università; i pochi posti di lavoro resi disponibili vengono contesi aspramente e non è raro che un neolaureato riceva una sola offerta di lavoro. Con le "Fortune 500" che stanno drasticamente ridimensionando il numero di occupati e sostituendo velocemente i dirigenti in carne e ossa con supporti elettronici sofisticati, per un neolaureato ci sono ben poche possibilità di realizzare il sogno di entrare a far parte di una classe media sempre più ristretta. I nuovi cosmopoliti

Le tecnologie informatiche, sebbene abbiano seriamente compromesso le fortune del lavoratore dipendente di classe media e limitato le occasioni a disposizione dei laureati delle giovani generazioni che si affacciano sul mercato del lavoro, sono state una manna per il ristrettissimo gruppo di manager di alto livello che gestiscono l'economia del Paese. Gran parte dei guadagni di produttività e dei migliorati margini di profitto realizzati negli ultimi cinquant'anni, grazie all'automazione e alle tecnologie del controllo numerico, sono finiti nelle tasche del top management. Nel 1953 la retribuzione degli executives era equivalente al 22% dei profitti delle imprese; nel 1987 era salita al 61%.

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Il deputato Henry Gonzales, presidente della Commissione presidenziale banche, finanza e affari urbani, accusa: «Abbiamo reso gli americani nomadi sulla terra che appartiene loro». Gonzales avverte i suoi colleghi che «ci sono famiglie che vagabondano su questa terra, alcune vivono nelle automobili o sotto i ponti», e i loro ranghi aumentano di giorno in giorno.

I poveri della nazione sono concentrati nelle aree rurali e in quelle metropolitane, più duramente colpite dallo spiazzamento tecnologico negli ultimi vent'anni. Il numero di poveri che abitano nei centri urbani è passato dal 30% del 1968 all'attuale 42%. Il costo che la società deve affrontare per assistere i poveri nelle aree urbane è superiore attualmente ai 230 miliardi di dollari l'anno, una cifra stupefacente, soprattutto in un'epoca nella quale la nazione è sempre più preoccupata dell'aumento del deficit federale e del debito pubblico.

Un numero sempre più alto di analisti industriali attribuisce la responsabilità della crescita della povertà all'intensa competizione globale e ai cambiamenti tecnologici. L'industria leggera, che impiegava tipicamente lavoratori urbani, ha ridotto l'occupazione di più del 25% negli ultimi anni e i redattori di «Business Week» hanno notato che «per quei lavoratori urbani che contavano sulla stabilità di posti di lavoro a bassa qualificazione, la perdita è stata devastante.» I maschi bianchi a bassa qualificazione tra i venti e i trent'anni hanno visto la propria retribuzione diminuire del 14%, al netto dell'effetto dell'inflazione, tra il 1973 e il 1989. I maschi di colore stanno anche peggio: il loro reddito reale, nello stesso periodo, è diminuito del 24%.

Mentre milioni di poveri languiscono nelle città e nelle campagne e un numero crescente di lavoratori dipendenti della classe media suburbana sente il morso del re-engineering e l'effetto dello spiazzamento tecnologico, una ristretta élite di knowledge workers, imprenditori e dirigenti d'azienda si gode i benefici della nuova economia globale ad alta tecnologia, praticando uno stile di vita opulento, distante anni luce dallo scompiglio sociale che la circonda. La nuova, spaventosa situazione in cui si trovano gli Stati Uniti ha spinto il ministro del Lavoro Robert Reich a domandarsi: «Che cosa dobbiamo l'uno all'altro, se siamo membri della stessa società ma non viviamo più nel medesimo sistema economico?»

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12. Requiem per la classe lavoratrice

Viviamo in un mondo di contrasti sempre più stridenti. Davanti ai nostri occhi si va formando l'immagine di una luccicante società tecnologica con computer e robot che senza sforzo apparente canalizzano le ricchezze della natura in un flusso di nuovi e sofisticati prodotti e servizi. Pulite, silenziose e iperefficienti, le nuove macchine dell'era informatica ci mettono il mondo a portata di mano, dandoci un controllo su ciò che ci circonda e sulle forze della natura che sarebbe stato a malapena immaginabile solo un secolo fa. In superficie, la fluida, nuova società dell'informazione sembra avere poca o punto rassomiglianza con le condizioni dickensiane della prima epoca dell'industrializzazione. Grazie alle nuove e potenti macchine intelligenti, l'ambiente di lavoro automatizzato sembra dare sostanza al vecchio sogno di una vita senza fatiche e sofferenze. In molte comunità, le vecchie e tetre fabbriche della seconda età industriale sono scomparse, l'aria non è più insozzata dagli scarichi industriali, le officine, le macchine e i lavoratori non sono più coperti di grasso e di morchia. Il sibilo degli altiforni e il ritmico, incessante rumore metallico delle gigantesche macchine dell'industria pesante sono diventati un'eco lontana; al loro posto si sente solo il tranquillo ronzio dei computer che lanciano informazioni lungo circuiti e reti, trasformando le materie prime in una cornucopia di beni.

E' questa la realtà alla quale si riferiscono i mezzi di comunicazione di massa, di cui parlano gli accademici e i futurologi, di cui si discute nei consessi della politica. L'altra faccia della tecno-utopia nascente - quella insozzata dai cadaveri delle vittime del progresso tecnologico viene solo pallidamente suggerita dai rapporti ufficiali, dalle analisi statistiche e dagli occasionali racconti di vite perdute e di sogni infranti. Questo altro mondo si sta popolando di lavoratori alienati che sperimentano crescenti livelli di stress in ambienti di lavoro ad alta tecnologia e una sempre maggiore incertezza del posto di lavoro, mentre la Terza rivoluzione industriale compie il proprio corso in tutti i settori e in tutti i comparti dell'economia. Lo stress tecnologico

Si è scritto e detto molto sui circoli di qualità, sul lavoro di gruppo e sulla maggiore partecipazione dei lavoratori sul luogo di lavoro. Poco o nulla si è detto e scritto, invece, sulla dequalificazione del lavoro, sui ritmi di produzione sempre più accelerati, sui maggiori carichi di lavoro e sulle nuove forme di coercizione e di sottile intimidazione utilizzate per costringere il lavoratore a sottomettersi alle esigenze della produzione post-fordista.

Le tecnologie dell'informazione sono progettate per eliminare le ultime, pallide vestigia del controllo che l'uomo ha sul processo produttivo, attraverso la programmazione di istruzioni dettagliate direttamente nella macchina, che è così in grado di eseguirle alla lettera. Il lavoratore viene privato della capacità di esercitare il libero arbitrio, sia in fabbrica sia negli uffici, e del controllo sul risultato, che viene invece pianificato in anticipo da esperti programmatori. Prima del computer, il manager produceva istruzioni dettagliate in forma di «schedulazioni» che ci si aspettava venissero rispettate dai dipendenti; poiché l'esecuzione dell'incarico era nelle mani dei lavoratori, era possibile introdurre nel processo un elemento soggettivo: nel mettere in atto la pianificazione del lavoro, ogni lavoratore dava la propria impronta personale al processo produttivo. Il passaggio dalla produzione pianificata alla produzione programmata ha profondamente alterato il rapporto tra lavoratore e lavoro; oggi un numero crescente di lavoratori agisce esclusivamente come osservatore, incapace di partecipare o intervenire sul processo produttivo: qualunque cosa accade in fabbrica o nell'ufficio è già stata pre-programmata da un'altra persona che potrebbe non partecipare mai alla realizzazione del futuro che ha creato.

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Diversamente dal management scientifico tradizionalmente applicato negli Stati Uniti, che nega al lavoratore ogni autonomia sullo svolgimento delle proprie mansioni, i dirigenti giapponesi hanno deciso di coinvolgere i propri dipendenti in modo da poter sfruttare in maniera più completa le loro capacità fisiche e mentali, utilizzando una combinazione di tecniche motivazionali moderne e di antiquata coercizione. Da una parte i lavoratori sono incoraggiati a identificarsi con l'azienda, a pensarla come la propria casa e la fonte della propria sicurezza. Come notato in precedenza, molta della loro vita al di fuori del lavoro è occupata da attività che hanno un rapporto con l'azienda, inclusi i circoli di qualità, le attività sociali e i viaggi. L'impresa diventa così un'«istituzione totale» che, affermano Kenney e Florida, «esercita un'influenza su molti aspetti della vita sociale... e arriva anzi ad assomigliare ad altre istituzioni totali, come gli ordini religiosi o le forze armate». Dall'altra, in cambio della loro lealtà, ai lavoratori viene garantita un'occupazione a vita. Infatti, spesso i lavoratori giapponesi rimangono nell'ambito della stessa impresa per tutta la carriera professionale.

Il management fa molto spesso conto sui gruppi di lavoro per disciplinarne i membri: comitati di pari grado tengono continuamente sotto pressione i lavoratori indisciplinati o lenti, in modo che si conformino agli standard previsti. Poiché ai gruppi di lavoro non viene fornito alcun supporto per compensare l'assenza di uno o più membri, i lavoratori presenti devono spesso lavorare molto più duramente per mantenere i livelli di produzione concordati. Ne risulta una pressione formidabile esercitata tra colleghi per la presenza e la puntualità. Le imprese giapponesi non vedono di buon occhio le assenze: in molti stabilimenti, tutte le assenze - anche quello documentate per malattia - vengono registrate sulla scheda personale del lavoratore; alla Toyota, se un lavoratore colleziona più di cinque giorni di assenza in un anno è passibile di licenziamento.

Mike Parker e Jane Slaughter, che hanno studiato la joint-venture tra Toyota e GM per la produzione di Toyota Corolla e Chevrolet Nova in California, definiscono le pratiche di produzione leggera giapponesi come .cors management by stress, gestione attraverso lo stress. L'impianto Toyota-GM è riuscito ad aumentare drasticamente la produttività riducendo il tempo di lavoro necessario per assemblare una Nova da 24 a 14 ore. Il risultato è stato ottenuto grazie all'adozione di un tabellone luminoso battezzato Tavola Andon: su questo tabellone, ogni postazione di lavoro e rappresentata da un rettangolo; se un lavoratore non riesce a tenere il ritmo o ha bisogno di assistenza, preme un pulsante e il suo rettangolo si illumina. Se la luce resta accesa per più di un minuto, la linea si ferma. In un impianto tradizionale l'obiettivo sarebbe quello di mantenere sempre tutte le luci spente sul tabellone e mantenere fluido il flusso della produzione. Anche nel .cors management by stress le luci accese sono segnali di inefficienza, ma l'idea di fondo è quella di accelerare e mettere sotto stress il sistema continuamente, per scoprirne i punti deboli e i colli di bottiglia, in modo che possano essere messe in atto procedure e modifiche progettuali che permettano di aumentare il ritmo e la performance.

Secondo Parker e Slaughter, «si può tenere il sistema sotto stress aumentando la velocità della linea, diminuendo il numero di addetti o di macchine o dando a ogni lavoratore più mansioni. Allo stesso modo, una linea può essere "equilibrata" diminuendo le risorse o aumentando il carico di lavoro in quelle postazioni che non hanno mai dato problemi. Una volta che i problemi sono risolti, il sistema può essere nuovamente messo sotto stress ed equilibrato. L'ideale viene raggiunto quando tutte le postazioni oscillano continuamente tra la luce accesa e quella spenta».

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Le nuove tecnologie basate sul computer hanno talmente velocizzato il volume, il flusso e il ritmo dell'informazione che milioni di lavoratori stanno sperimentando sulla propria pelle il «sovraccarico» mentale e il burn-out. La fatica fisica generata dal ritmo serrato della vecchia economia industriale sta cedendo il passo alla fatica mentale generata dal «tempo reale» della nuova economia dell'informazione. Secondo uno studio condotto dal National Institute of Occupational Safety and Health (NIOSH), gli impiegati sono soggetti a livelli straordinariamente elevati di stress.

L'iperefficiente economia high-tech sta minando alle radici la salute fisica e mentale di milioni di lavoratori in tutto il mondo. La International Labor Organization afferma che «lo stress è diventato una delle questioni sanitarie fondamentali del XX secolo». Nei soli Stati Uniti, lo stress da lavoro, costa alle imprese più di 200 miliardi di dollari l'anno in assenteismo, minore produttività, spese mediche e richieste di risarcimento danni. Nel Regno Unito si è valutato che lo stress abbia un costo corrispondente al 10% del prodotto interno lordo.

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Salari depressi, ritmi di lavoro frenetici, vertiginosa crescita del lavoro contingente, aumento della disoccupazione tecnologica a lungo termine, crescente disparità di reddito tra ricchi e poveri e drammatica contrazione dei ranghi della classe media stanno mettendo sotto una pressione senza precedenti la classe lavoratrice americana. L'ottimismo convenzionale che ha spinto intere generazioni di immigrati a lavorare duramente nella convinzione di poter migliorare le proprie condizioni di vita e nella speranza di un futuro migliore per i propri figli è stato distrutto; il suo posto è stato preso da un diffuso cinismo rispetto al potere delle aziende e a un crescente sospetto nei confronti degli uomini che hanno un controllo quasi totale sul mercato globale. La maggior parte degli americani si sente impotente di fronte alle nuove pratiche di produzione leggera e alle sofisticate tecnologie dell'automazione, non sapendo se o quando la lunga mano del re-engineering raggiungerà anche la sua scrivania o la sua postazione di lavoro, sradicandola da quello che un tempo considerava un posto di lavoro sicuro per gettarla nell'esercito di riserva dei lavoratori contingenti o, peggio ancora, direttamente nella coda per il sussidio di disoccupazione. Una morte lenta

Il profondo impatto psicologico dei radicali cambiamenti nella natura e nelle condizioni di lavoro sui lavoratori americani è stata a lungo guardato con apprensione dagli osservatori. Gli americani, forse più di qualsiasi altro popolo al mondo, si definiscono in relazione al proprio lavoro; fin dalla più tenera età, ai bambini viene continuamente chiesto che cosa faranno da grandi. Il concetto di essere un «cittadino produttivo» è talmente radicato nella mentalità della gente che, nel momento in cui a un individuo viene negato un posto nel mondo del lavoro, la sua autostima ha un crollo. L'occupazione rappresenta assai più di una fonte di reddito: per molti è una misura del proprio valore personale. Essere sottoccupati o disoccupati significa perciò sentirsi improduttivo e privi di valore.

La costante crescita della disoccupazione tecnologica di lungo periodo ha acceso l'interesse di psicologi e sociologi sui problemi legati alla salute mentale del disoccupato. Una congerie di studi condotti nel corso degli ultimi dieci anni ha dimostrato la diretta correlazione tra la crescita del tasso di disoccupazione tecnologica e quella dell'incidenza della depressione e delle sindromi psicotiche sulla popolazione.

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In Europa anche la spesa pubblica è più alta che negli altri Paesi industrializzati: la maggior parte di questa serve a finanziari programmi sociali per il miglioramento del benessere dei lavoratori e delle loro famiglie. I pagamenti previdenziali e assistenziali in Germania hanno rappresentato, nel 1990, il 25% del prodotto interno lordo, contro il 15% degli Stati Uniti e l'11% del Giappone. Il finanziamento dei programmi sociali a favore dei lavoratori impone una tassazione pesante dei redditi d'impresa. Per le imprese tedesche, il carico fiscale è oggi superiore al 60%, in Francia si avvicina al 52%, mentre negli Stati Uniti è limitato al 45%. Se si sommano tutti i costi relativi al mantenimento dello stato sociale - carico fiscale, previdenza sociale, indennità di disoccupazione, sistema pensionistico e servizi sanitari - il loro ammontare è approssimativamente pari al 41% del prodotto interno lordo cumulato dei Paesi europei, rispetto al 30% degli Stati Uniti e del Giappone.

Le principali imprese mondiali hanno introdotto nel dibattito pubblico un neologismo, «euro-sclerosi», nel tentativo di attirare l'attenzione su quello che considerano uno stato sociale elefantiaco e sovradimensionato. A difesa delle proprie istanze gli imprenditori europei portano l'esempio degli Stati Uniti, dove lo stato sociale è stato smantellato durante le amministrazioni Reagan e Bush, nell'ambito di una campagna concertata per liberare le imprese di parte del gravame del costo del lavoro.

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Il sociologo francese Loic Wacquant, che ha condotto approfonditi studi sulle sommosse urbane nelle città del mondo occidentale, afferma che in quasi tutte le circostanze che ha potuto analizzare, le comunità che innescano la rivolta possono essere ricondotte allo stesso profilo sociale: nella maggior parte si tratta di comunità con una tradizione operaia che sono state danneggiate nel passaggio dall'economia manifatturiera a quella fondata sull'informazione. Secondo Wacquant: «Per chi abita nelle aree operaie depresse, la riorganizzazione delle economie capitalistiche - che si manifesta con lo spostamento dall'industria a servizi a forte intensità di istruzione, con l'impatto dell'elettronica e dell'automazione nelle fabbriche e negli uffici, con l'erosione del potere dei sindacati - si è tradotta in tassi incredibilmente elevati di disoccupazione a lungo termine e in una regressione delle condizioni materiali di vita». Wacquant aggiunge che il più sensibile afflusso degli immigrati nelle comunità povere riduce ulteriormente le opportunità di lavoro e la disponibilità di assistenza pubblica, innalzando la tensione tra i cittadini che sono costretti a competere più aspramente per una fetta sempre più piccola della torta dell'economia.

Un numero crescente di politici e di partiti - soprattutto in Europa - tenta di canalizzare le preoccupazioni della classe operaia e delle comunità più povere verso la xenofobia, facendo identificare gli immigrati come ladri di lavoro. In Germania, dove un recente sondaggio ha rivelato che il 76% degli studenti delle medie superiori ha paura della disoccupazione, i giovani scendono in piazza per violente manifestazioni politiche delle quali fanno le spese gli immigrati extracomunitari, che vengono accusati di sottrarre lavoro ai tedeschi. Nel 1992 diciassette persone sono state uccise nel corso di circa duemila azioni violente, mentre i leader neonazisti accusavano gli immigrati e gli ebrei di essere i responsabili del problema della disoccupazione. Nello stesso anno, due partiti politici neofascisti, l'Unione del popolo tedesco e i Republikaner - il cui capo è stato ufficiale delle SS hitleriane ai tempi del Terzo Reich - hanno conquistato posti in parlamento in due Lšnder, facendo leva sulle paure xenofobe e sull'antisemitismo.

In Italia, i neofascisti di Alleanza nazionale hanno conquistato inaspettatamente il 13,5% dei voti nelle elezioni politiche del marzo 1994, diventando il terzo partito del Paese. Ai festeggiamenti per la vittoria elettorale, il telegenico capo del partito, Gianfranco Fini, è stato accolto da centinaia di giovani sostenitori al grido di «Duce! Duce! Duce!», riuscendo a resuscitare il fantasma delle cupe atmosfere mussoliniane degli anni Trenta e Quaranta. I sondaggi politici rivelano che la maggior parte del sostegno a questo partito viene dai giovani disoccupati arrabbiati.

In Russia, il partito neofascista di Vladimir Zhirinovsky, il Partito liberaldemocratico, ha ottenuto un sorprendente 25% dei voti nelle prime elezioni post-sovietiche per il parlamento nazionale. In Francia, i seguaci di Jean-Marie Le Pen hanno raggiunto successi analoghi, sfruttando la paura xenofoba degli immigrati che rubano il lavoro ai francesi.

Raramente, nelle dichiarazioni pubbliche, i leader dell'estrema destra sollevano la questione dello spiazzamento tecnologico; eppure sono le forze scatenate dai ridimensionamenti, dal re-engineering e dall'automazione che stanno provocando la distruzione delle opportunità di lavoro per la classe operaia di tutti i Paesi industriali. L'ondata migratoria da est verso ovest in Europa e da sud a nord nelle Americhe rispecchia in parte il cambiamento delle dinamiche dell'economia globale e, in parte, l'emergere di un nuovo ordine mondiale che sta costringendo milioni di lavoratori ad attraversare i confini nazionali all'inseguimento di una sempre più risicata offerta di posti di lavoro nell'industria e nei servizi.

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La transizione verso la Terza rivoluzione industriale mette in discussione molte delle idee prevalenti circa il significato e la direzione del progresso. Per gli ottimisti, gli amministratori d'azienda, i futuristi di professione e i leader politici d'avanguardia, l'alba dell'era informatica è il segnale di un'epoca dorata di produzione illimitata e di curve del consumo crescenti, di nuove ed entusiasmanti innovazioni tecnologiche e scientifiche, di mercati integrati e di gratificazioni immediate.

Per gli altri, il trionfo della tecnologia sembra più una maledizione, un requiem per chi diventerà inutile nella nuova economia globale a causa degli stupefacenti progressi dell'automazione che stanno eliminando così tanti esseri umani dal processo di produzione. Per loro il futuro è pieno di disperazione, non di speranze, di una rabbia sempre più forte, non di aspettative. Questi hanno la sensazione che il mondo li stia lasciando indietro e sentono sempre l'impotenza dell'intervento diretto e personale per rivendicare l'accesso che loro spetta al nuovo ordine tecnologico globale. Schiacciati dalle forze in atto e costretti a languire alla periferia dell'esistenza terrena, rappresentano una massa il cui umore collettivo è imprevedibde: un'umanità il cui destino tende sempre più verso la rivolta sociale e la ribellione contro un sistema che li ha resi invisibili.

All'alba del terzo millennio, la civiltà umana si trova precariamente in bilico tra due mondi diversi: uno utopico e pieno di promesse, l'altro distopico e denso di pericoli. Ciò che è in discussione è il concetto stesso di lavoro. Come si sta preparando l'umanità a un futuro nel quale il lavoro, in senso formale, viene trasferito completamente dagli esseri umani alle macchine? Le nostre istituzioni politiche, i rapporti sociali e le relazioni economiche si fondano sulla vendita della risorsa-lavoro in un mercato aperto; ora che il valore di quel lavoro è sempre meno rilevante come risorsa per la produzione e la distribuzione di beni e servizi, devono essere messe in atto nuove modalità per la distribuzione della ricchezza e il conferimento del potere d'acquisto. Si dovranno trovare alternative al lavoro formale per sfruttare le energie e le doti delle generazioni future. Nel periodo di transizione verso il nuovo ordine, centinaia di milioni di lavoratori messi fuori gioco dal re-engineering dell'economia nel suo complesso dovranno essere guidati e assistiti; la loro condizione richiederà un'attenzione immediata e profonda, per evitare un conflitto sociale su vastissima scala.

Se si vorrà che le nazioni industriali riescano a compiere la transizione verso l'era post-mercato nel XXI secolo, sarà necessario seguire due piani d'azione.

Primo: i guadagni di produttività risultanti dall'introduzione di nuove tecnologie time-and-laborsaving dovranno essere suddivisi tra milioni di lavoratori; i drastici progressi della produttività dovranno essere compensati dalla riduzione delle ore lavorate e da un costante aumento di salari e stipendi, in modo da garantire un'equa distribuzione dei frutti del progresso tecnologico.

Secondo: la contrazione dell'occupazione nell'economia di mercato e la riduzione della spesa pubblica renderanno necessaria una maggiore attenzione al terzo settore: quello dell'economia del non-mercato.

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Gli storici dell'economia sottolineano che, nel caso delle prime due rivoluzioni industriali, la questione «disoccupazione contro tempo libero» è stata risolta a favore di quest'ultimo, sebbene solo dopo una prolungata lotta tra lavoratori e datori di lavoro sulla questione della produttività e dell'orario. I drastici incrementi di produttività ottenuti nella prima fase della Rivoluzione industriale nel XIX secolo sono stati seguiti da una riduzione dell'orario di lavoro da 80 a 60 ore settimanali. Allo stesso modo, nel XX secolo, quando le economie industrializzate hanno compiuto il passaggio dalla tecnologia del vapore a quelle del petrolio e dell'elettricità, il forte aumento della produttività ha condotto a un ulteriore accorciamento della settimana lavorativa, da 60 a 40 ore. Ora, mentre ci stiamo accingendo a superare la soglia della terza fase della rivoluzione industriale per raccogliere i frutti delle tecnologie informatiche, un numero sempre più consistente di analisti suggerisce l'inevitabilità della riduzione dell'orario di lavoro a 30 - o perfino 20 - ore settimanali per allineare il fabbisogno di lavoro alla superiore capacità produttiva del capitale finanziario.

Sebbene nei precedenti periodi storici gli aumenti di produttività abbiano provocato una costante riduzione del numero medio di ore lavorate, nei quarant'anni che sono passati dalla nascita del computer, sembra essersi verificato il contrario. L'economista di Harvard Juliet Schor puntualizza che la produttività americana è piu che raddoppiata dal 1948 a oggi, intendendo dire che «possiamo produrre il livello di vita del 1948 (in termini di beni e servizi disponibili sul mercato) in meno di metà del tempo che fu necessario in quell'anno». Eppure, gli americani lavorano più a lungo di quanto fossero soliti fare quarant'anni fa, agli albori della rivoluzione informatica. Negli ultimi decenni, il tempo lavorato è aumentato di 163 ore - cioè di un mese - l'anno. Più del 25% di tutti i lavoratori occupati a tempo pieno mette insieme 49 o più ore di lavoro la settimana.

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Le rivendicazioni dei lavoratori sulla produttività

Il mondo delle imprese ha a lungo operato sotto l'ipotesi che i guadagni di produttività realizzati attraverso l'introduzione di innovazioni tecnologiche debbano di diritto essere distribuiti agli azionisti e ai manager, in forma di dividendi più alti, stipendi più elevati e benefici di altra natura. Le rivendicazione dei lavoratori sui profitti, in forma di salari più alti e riduzioni di orario, sono sempre state considerate illegittime e perfino parassitarie. Il loro contributo al processo produttivo e al successo dell'azienda è sempre stato considerato di natura inferiore a quello di chi fornisce il capitale finanziario e si assume il rischio di investire in nuovi impianti. Per questa ragione, qualsiasi beneficio che venga concesso ai lavoratori in funzione di miglioramenti della produttività viene considerato non come un atto dovuto, ma piuttosto come un grazioso omaggio concesso dal management. Molto spesso, questi graziosi omaggi non sono altro che concessioni a denti stretti strappate dai rappresentanti sindacali in serrate contrattazioni collettive.

Ironicamente, l'argomento tradizionalmente usato dai manager per giustificare le proprie rivendicazioni sui guadagni derivanti dall'aumento della produttività si è ritorto contro di loro in anni recenti a causa dei profondi cambiamenti che hanno avuto luogo sui mercati dei capitali. L'affermazione che i guadagni di produttività debbano andare agli investitori che rischiano il proprio capitale per creare nuove tecnologie è ora diventata una potenziale e potentissima arma nelle mani dei lavoratori poiché, in larga misura, accade che gli investitori siano i lavoratori stessi, attraverso i risparmi accumulati nei fondi pensione e investiti nello sviluppo delle tecnologie informatiche.

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Il servizio alla collettività è un'alternativa rivoluzionaria alle forme tradizionali di lavoro: diversamente dalla schiavitù, dal servaggio e dal lavoro salariato, non è costretto, né ridotto a una relazione fiduciaria. E' un atto di aiuto, un offrirsi agli altri, un gesto volontario e spesso non motivato da aspettative di guadagno che scaturisce da una profonda comprensione dell'interconnessione tra tutte le cose e che è spesso motivato da un senso di debito nei confronti degli altri. E' prima di tutto, uno scambio sociale, sebbene abbia spesso conseguenze economiche sia per il beneficiario, sia per il benefattore. A questo riguardo l'attività comunitaria è sostanzialmente differente da quella di mercato, nella quale lo scambio è sempre di natura materiale e finanziaria e le conseguenze sociali sono meno rilevanti dei guadagni (o delle perdite) economici.

Negli anni Ottanta, i sociologi francesi hanno coniato il termine «economia sociale» nel tentativo di chiarire la distinzione tra il terzo settore e l'economia del mercato e dello scambio. L'economista francese Thierry Jeantet afferma che l'economia sociale non è «misurata allo-stesso modo con cui si misura il capitalismo, in terrnini di salari, fatturato eccetera, ma il suo prodotto integra i risultati sociali con i guadagni economici indiretti: per esempio, il numero di handicappati che ricevono assistenza domiciliare e non ospedaliera; il grado di solidarietà tra gruppi di persone di classi d'età differenti nello stesso quartiere».

 

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