Copertina
Autore Maria Roccasalva
Titolo Le pietre e i demoni di Napoli
EdizioneTullio Pironti, Napoli, 2013 , pag. 184, cop.fle., dim. 12x18,5x1,2 cm , Isbn 978-88-7937-624-2
LettoreGiovanna Bacci, 2013
Classe citta': Napoli
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Indice


Capitolo primo    L'ostaggio                           9

Capitolo secondo  Un idolatra pentito                 31

Capitolo terzo    La resurrezione della carne         53

Capitolo quarto   La grotta di Narciso                73

Capitolo quinto   Il grande navigatore                85

Capitolo sesto    Il compare compiacente             103

Capitolo settimo  La singolare doppiezza             119

Capitolo ottavo   L'occhio del ciclope               137

Capitolo nono     L'areopago con la paglietta        149

Appendice                                            173

 

 

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Pagina 9

CAPITOLO PRIMO


L'OSTAGGIO



I demoni!... Non è colpa loro se hanno bisogno del fuoco come i pesci dell'acqua, gli uomini della terra e gli dei del cielo. Devono abitare anche l'Occidente, come hanno inopinatamente decretato gli aruspici.

I Campi Flegrei sarebbero stati un'amena e ardente dimora se non fossero stati così depressi e così poco appariscenti. Ma la modestia e la discrezione non sono attributi confacenti ai demoni, e nemmeno l'obbedienza. Per cui hanno deciso di abitare anche il luogo più spettacolare di Napoli: il Vesuvio. A Oriente.

Da questa ineguagliabile posizione strategica hanno il controllo di tutta la città. Il bel vulcano è la loro casa, anzi il loro tempio, dal momento che il Vesuvio, come dicono i geologi, è un vulcano a recinto, e un recinto, come dicono gli aruspici, consacra un luogo neutro e lo promuove a tempio.

bello il Vesuvio, visto da lontano. Sembra il punto equilibratore di due esistenze contrastanti. Il suo viola malinconico, dove palpita l'ultimo riflesso del sole, scivola nell'azzurro intemperante del mare e si insinua in quello trasparente del cielo confondendone toni e sostanze.

Nessuna crudezza viene a turbare questa visione nella quale i colori non si combattono e le forme non si soverchiano, dove il giorno e la notte, il senso e il mistero, finalmente pacificati, si scambiano le proprie magie.

E nella patria della magia, a oriente della città, esso sorge con la sacralità di un totem.

La totalità della vita di ogni napoletano è già contenuta e racchiusa in questa forza demonica alla quale appartiene e alla quale è legata da rapporti di originaria affinità. Ogni comportamento, ogni azione, ogni evento, sono determinati da questa potenza e inseriti nella sfera di questo totem che li distingue da ogni altro essere della terra.

Il Vesuvio è il totem dei napoletani.

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CAPITOLO SECONDO


UN IDOLATRA PENTITO



La colpa è degli aruspici e della loro mania di squadrare il tempo e lo spazio, se questa parte separata di Napoli genera tante inquietudini e tanti appetiti. E la iattura più funesta è che gli aruspici non si limitarono al cielo, com'era loro abitudine quando dovevano interrogare il volo degli uccelli; ma applicarono in terra il loro sistema di coordinate. E sempre per la stessa ragione: separare il sacro dal profano.

Separata, ecco la dannazione di questa città. I guai cominciarono allora, quando i sacerdoti-geometri separarono la vecchia città greca, che viveva felicemente alternando gli ozi alle crapule fra Megaride e Monte Echia, da quell'altra che intendevano fondare meno disinibita e dolcevitaiola e più rispettosa dei sacri oracoli.

In quella parte troppo esposta e troppo aperta era impensabile che si potesse organizzare una vita civile con regole di comportamenti, ordinamenti giuridici, gerarchie d'armi e di mestieri, matrimoni e patrimoni; lo avevano ben dimostrato quei patrizi romani subito contagiati dalle dolcezze del sole ai placidi abbandoni.

Ci voleva un luogo più austero, che sapesse indossare dignitosamente la lorica; destreggiarsi fra dei e prefetti, e mantenere a debita distanza quei demoni tentatori sempre pronti a trascinare gli spiriti più valorosi in sediziose seduzioni.

Ora, tutto ciò che era recintato e chiuso, dicevano gli aruspici, era abitato da una volontà divina; tutto ciò che era l'esteso, l'illimitato, era invece la sede del Caos. E poiché, sempre secondo loro, l'Oriente era la patria degli dei e l'occidente quella dei demoni, cioè dei Greci per vocazione, furono tracciati, per sventura di tutti, i famosi decumani. Ben tre, che corrono da Oriente a Occidente secondo il corso del sole. Come in cielo, così in terra.

Ulteriori tagli a incroci, i cardines, segnarono la chiusura definitiva. La nuova città era sorta, loricata su una chiusura.

Dentro vi stavano i neapolitani, fuori il resto del mondo. Nessuno poteva immaginare, allora, che queste due espressioni del linguaggio sacerdotale potessero originare la catastrofe cosmica di questo continente sprofondato che è Napoli. Già, perché sembra che solo qui cardines e decumani siano stati tracciati in maniera esemplare, e che si siano mantenuti integri anche quando i variegati insediamenti di razze e civiltà eterogenee e i continui rivolgimenti ne avevano alterato la funzione originaria.

In realtà non c'era alcun bisogno di tracciare così drasticamente dei limiti, essendo già le sponde del mare e le circostanti colline e vallate una delimitazione naturale.

Una così rigida geometria si imponeva semmai per Roma, ma qui non era necessaria.

Eppure, fu proprio qui che il sistema di coordinate imperversò. Anzi, infierì; perché non soddisfatti della divisione fondamentale operata da Zeus in persona nell'atto della creazione del mondo, gli aruspici vollero imitarlo rifondandola a Napoli. Non lo imitarono come il gesto dell'artista nella creazione dell'opera, che è sempre, almeno nelle intenzioni, una rifondazione del mondo. Quelli che divisero lo spazio secondo linee matematicamente esatte e non spostabili, pensarono piuttosto alla proprietà pubblica e privata, al possesso.

E che avessero ragione loro è fuori discussione, se il concetto di proprietà sembra essere l'unico valore sopravvissuto a tutte le trasformazioni della Storia.

Naturalmente, poiché a difesa e garanzia c'era l'ordine eterno del cosmo, sul cui modello era stata tracciata la città, e l'ordine eterno della giustizia, con tutti i suoi stretti legami col cosmo etico-religioso, i templi vi furono abbondanti.

Ma anche questi non significarono che un limite nel limite, una ulteriore forma di chiusura che sanciva la chiusura irrevocabile di quell'unico templum così rigidamente definito.

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Infatti, diversamente dagli altri castelli napoletani, che fingono di avere un dentro e un fuori, questo colosso finge di avere un alto e un basso.

Può esser visto da sopra, e allora, per la posizione centrale che occupa nell'emiciclo della città soprastante appare un palcoscenico, o dal basso, dal mare, dove la prua allungata in avanti, come il braccio di un nuotatore infingardo e per nulla ansioso di guadagnare il largo, lo fa apparire come un divoratore in agguato, sì, ma indolente.

Nell'uno e nell'altro caso il Castel dell'Ovo appare felice e scioperato mentre si crogiola al sole. A dare quest'impressione di spensieratezza contribuiscono gli allegri lampioncini che si accendono di sera sulle cime degli ormeggi a poppa, e quei buffi cannoncini che spuntano dai buchi quadrati della murata come il binocolo di uno spettatore a teatro.

In realtà questo binocolo non gli serve a niente, se non a mascherarlo da persona compunta e perbene; ma è comunque un accessorio dignitoso che gli permette di guardare, dal suo seggio d'onore, lo spettacolo che a sua volta gli rimanda la città. Uno spettacolo incrociato dove pubblico e attore si applaudono a vicenda, ma senza comunicarsi i sentimenti reciproci, rimanendo, ciascuno dei due, ostinatamente chiuso in se stesso. Se si stabilisse un contatto, una partecipazione emotiva, vi sarebbe la tragedia. Qui, invece, si rappresenta la commedia, questo comico raffronto di solitudini individuali dove l'uno guarda e giudica l'altro.

Il Castel dell'Ovo sopporta i giudizi e vive la propria separatezza senza farsene un cruccio. Anzi, sembra che senza questa separatezza e senza questi giudizi non potrebbe esser felice.

Se ne sta sdraiato al sole, non arretra e non attacca, ma innalza tra sé e il mondo le sue muraglie di tufo e vi si rinchiude dentro. Si trasforma in spettacolo e si obbliga a vivere sulla scena, perché anche lui, come il Vesuvio e la città intera, deve dissimulare la propria natura.

Quale sia la sua natura, non si sa. Esibizionista e spudorato, dà la sensazione di offrirsi agli sguardi del mondo. In realtà è lui che spia il mondo coi suoi mille occhi nascosti nei pori del tufo. La sua forza è vedere senza farsi conoscere. Ecco perché ostenta quei buffi cannoncini-binocolo.

Il Castel dell'Ovo è un essere che ostenta sinceramente la sua mancanza di sincerità. un guardone. E un guardone è sempre un ladro. Parla il linguaggio degli occhi con ambiguità, come un amore che nasce. Dice senza dire, si dichiara senza confessarsi, cioè senza compromettersi. una spia, ma non si sa di quale potere.

Da mille e mille anni si è piazzato qui, nelle acque del golfo, e non si muove. immobile e sospeso in un'atmosfera senza tempo. una nave senza promesse di viaggi, galleggiante sopra le acque del Lete e del letame che gli si addensa ai piedi sempre più tenace. Per non correre il rischio di affondare si è alleato a tutto, perfino alle correnti che gli vengono a depositare intorno i detriti non digeriti della civiltà, e glieli offrono come un serto d'alloro. Ruote di auto, macchie di nafta, lattine di birra e coca cola, bucce di limoni e di cocomeri, lavatrici in disuso, detriti di acciaierie e di raffinerie, cassette, bottiglie, profilattici, relitti di vario genere e natura, anti e bio-degradabili; ogni cosa gli serve come un salvagente. E lui si ancora a tutto, ai rifiuti, al mare, ma soprattutto è ancorato saldamente alla sua anima di pietra.

Già, perché questo colosso imperscrutabile e geometrico non ha solo un alto e un basso; ha anche un'anima e un corpo. Ma qual è il suo corpo: quella frontiera rettilinea a picco sul mare, o è lo scoglio frammentario che vi è rinchiuso dentro, senza nessuna linea di demarcazione fra il dentro e il fuori?

Questo non si può saperlo, perché qui non è possibile stabilire dove comincia l'opera dell'uomo e dove finisce quella della natura. L'anima di Castel dell'Ovo è identica alla forma del suo corpo, e vi è rinchiusa dentro per non straripare.

Rappresa nella sua massa originaria di pozzolana concrezionata, quest'anima ha una natura vulcanica: è infida e inerte. Umanizzarla è impossibile: per farlo occorrerebbe visitarla dall'interno, nel profondo, cominciando dai sotterranei. Ma il Castel dell'Ovo, proprio in virtù di quest'anima compatta, è inesplorabile. Incarna la pienezza della città, della quale è lo specchio separato, ma non i vuoti echeggianti delle sue caverne. Qui non risuona niente. Quei budelli squadrati nella pietra e trapanati come un dente cariato, che un tempo furono le sue prigioni, smorzano ogni suono e ogni luce, assorbendoli prima che siano stati emessi.

A Castel dell'Ovo i sotterranei sono in alto, non in basso, e sono scavati nella superficialità della roccia più come elementi rettificatori imposti dallo spettacolo per contenerne la libertà, che per una vera e propria esigenza pratica, dal momento che non ha fondazioni.

Qui si può circolare solo in superficie, sulle terrazze, attraverso ponti sospesi, passerelle, piani inclinati scalinate che corrono non sopra un abisso, ma sulla pienezza del tufo, di terrazza in terrazza, di palcoscenico in palcoscenico.

Questi assiemi architettonici elaborati da un delirio di verticalità rappresentano il solo elemento di continuità sensibile in mezzo a quell'ammasso frammentario che è la sua anima di pietra. E, in ogni caso, non gettano mai una rete orizzontale sopra l'abisso.

Quel labirinto disegnato en-plain-air consente solo percorsi, non esplorazioni.

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