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| << | < | > | >> |Pagina 5Qualche settimana dopo l'inizio dell'anno accademico 1967-68, le agitazioni degli studenti — che già avevano alle spalle un anno caldo — assumono in Italia contenuti e forme di organizzazione che, nel corso di pochi mesi ne fanno un movimento di natura esplicitamente politica. Benché giovane, e certamente composito, e certamente non tutto omogeneo fra avanguardie e base, benché si presenti ancora in formazione e crescita piuttosto che come una forza già compatta e strutturata, le sue dimensioni e la sua configurazione sono sufficientemente chiare da costituire motivo, e per non pochi, di scandalo.Esso esprime infatti l'esplodere subitaneo d'un disagio radicale, d'una contraddizione ad un livello alto del tessuto sociale, quello della gioventú relativamente privilegiata che è in grado di arrivare all'università e di frequentarla : è l'indice d'una crisi di quel che il sistema è, non di quel che non è ancora riuscito ad essere o a dare, ed è messo in causa da chi ne fruisce, non da chi ne è escluso. Si presenta come contestazione totale, bruciando rapidamente le sue piattaforme «positive»; è essenzialmente denuncia e rifiuto. Si è esteso liquidando le antiche forme di associazione e rappresentanza, attraverso una organizzazione ugualitaria, di tipo assembleare, che rifiuta ogni delega al proprio interno e tanto piú a forze o istituti politici esterni. I suoi contenuti lo separano radicalmente dall' establishment e da ogni prospettiva gradualista; la sua tattica, e il tipo di lotta, dai metodi tradizionali di organizzazione del movimento operaio, partiti e sindacati. E queste, che sono caratteristiche comuni al movimento degli studenti berlinese o americano, acquistano in Italia, come recentissimamente in Francia, una fisionomia particolare conforme ad un contesto diverso. Davanti alla protesta studentesca non sta la compatta America dei consumi che considera politica ideologia e cultura con l'occhio del sospetto, e nella quale soltanto alcuni momenti della rivolta studentesca o oggi con piú continuità il Black Power riescono a produrre un brivido e una incrinatura; né la grassa società della Germania Federale che, se è vero quanto riferisce lo Spiegel, lasciò Rudi Dutschke agonizzante per terra alcuni minuti, senza scomporsi, anzi irridendolo perché gli veniva fra i rantoli di chiamare la madre. La società italiana non è omogenea sotto il profilo strutturale, né largamente integrata sotto quello dell'opinione; la contestazione studentesca è costretta a confrontarsi non con l'assenza della dimensione politica, ma con una determinata presenza — non solo col «sistema», ma con un tessuto politico e sindacale articolato, con altre contraddizioni e spinte sociali. Il movimento degli studenti è obbligato ad allargare la sua tematica, a dialettizzarsi; e le forze politiche a prendere atto non solo della novità che rappresenta la sua esistenza — e le forme di essa — ma della gravità inaspettata del conflitto sociale che esso esprime. Fra natura del movimento e reattività della società politica lo scontro non è stato e non sarà indolore. E se dovunque il destino del movimento studentesco, una volta che abbia assunto questa fisionomia, è di rischiare continuamente la sua sopravvivenza come contraddizione insanata, assillo d'una accelerazione rivoluzionaria, o farsi riassorbire, in Italia la sua vita o la sua morte si riflettono necessariamente all'interno stesso delle forze politiche. Esso quindi apre una pagina nuova. Occorre comprenderne le origini, la problematica presente e la prospettiva. E non soltanto attraverso la coscienza che il movimento ha di sé. Perché, infatti, esso nasce nell'università? Perché ora? O, con maggior esattezza, perché è oggi che gli studenti scoprono nell'università e nel processo stesso di trasmissione e formazione culturale il meccanismo d'un condizionamento di classe, e rifiutano quindi non solo questa università, ma la società che la produce? Non rispondono a questa domanda molte delle pur interessanti interpretazioni che fioriscono da qualche tempo attorno alle origini dell'agitazione studentesca. Recentemente uno psicanalista acuto come Elvio Fachinelli scriveva che in questa rivolta si esprime il «desiderio dissidente», struttura permanente della psicologia del giovane. Può essere. Ma perché ora, e non cinque anni fa? Perché nell'università, piuttosto e prima che in altre situazioni sociali? Altre ricerche tentano di definire la condizione particolare delle leve giovanili, i giovani come classe; esse affiorano, in parte, nello stesso movimento, in parte vengono da una estrapolazione, sovente puramente nominalistica, del concetto di «classe». In realtà la definizione d'un problema dei «giovani», al di là d'una formalizzazione sempre valida e sempre, quindi, ovvia diventa interessante solo quando nel fuoco di una generazione confluiscono o si addensano conflitti sociali e maturazioni politiche che precipitano in una crisi o svolta dei modi di essere o dei valori. Sotto questo profilo piú calzante appare l'osservazione di Herbert Marcuse, quando vide in una parte dei giovani, gli studenti, il luogo sociale dove piú rapida e totale appare la presa di coscienza soggettiva del carattere repressivo del sistema, la sua disumanità travestita. Quale che sia il giudizio su tutte le implicazioni che egli ne deriva, è difficile non cogliere il valore della sua interpretazione, non fosse che come illuminazione d'un dato innegabile, l'esplodere ora e qui, nel corpo del sistema capitalistico avanzato, d'una contraddizione singolare, e con forme ideologiche particolari. Siamo di fronte ad un momento di rivolta dei giovani, e dei giovani intellettuali, gli studenti; e non di una rivolta come crisi ideale, risolta in nuove posizioni ideali, ma come azione e scontro. Considerarla illegittima perché gli studenti non sono una classe è altrettanto formale e sterile quanto volerla legittimare attraverso una assimilazione diretta di tutta la gioventú alla condizione ed al ruolo della classe operaia. Se ad una condizione di classe, nel cuore dell'immediato rapporto capitale-lavoro può non corrispondere immediatamente una coscienza di classe, vale anche l'inverso: può darsi una presa di coscienza relativamente a distanza dall'immediatezza del meccanismo capitalistico, subíto personalmente e direttamente come è nella condizione operaia. Cosí non occorre negare che in Europa è sulla classe operaia e contadina che continua ad esercitarsi lo sfruttamento e formarsi l'accumulazione del capitale per riconoscere come, nel tumultuoso crescere della società e nell'estendersi e livellarsi della vendita della forza di lavoro, la presa di coscienza piú intollerante ed esasperata venga oggi da settori giovani, meno provati, che d'improvviso scoprono e lacerano il velo del condizionamento al consenso, rifiutano il sistema e possono fungere da detonatore d'una piú profonda esplosione sociale. Per trattarsi, insomma, d'una presa di coscienza soggettiva ai limiti di una evidente e canonica contraddizione materiale, il fenomeno non è di minore rilevanza. Al contrario, esso si presenta come un potenziale di insofferenza, una contraddizione sociale tipica del capitalismo maturo, della quale vanno individuate anche le basi materiali e che, per la stessa originalità della sua esplosione e delle sue forme ideologiche, denuncia un ritardo nell'elaborazione e quindi una crisi di egemonia da parte del movimento operaio. Una serie di fattori sembra essersi addensata in Italia a produrre la esplosione studentesca del 1968. Un dato sociale di base: il rapporto fra l'allargamento della spinta all'istruzione e i meccanismi del sistema capitalistico italiano; la parzialità delle interpretazioni e delle risposte che a questo problema hanno dato le forze politiche, governo e opposizione. E nel medesimo tempo il mettersi in atto di meccanismi demistificanti su scala mondiale, in seguito all'acutizzarsi delle contraddizioni e degli scontri di classe. A monte dell'anno degli studenti sta il Vietnam, sta la scoperta della guerriglia latino-americana e il frantumarsi emblematico del personaggio del «Che». Sta il logorarsi della formula politica che parve «rinnovatrice» agli inizi degli anni Sessanta, sotto la spinta di conflitti di classe sempre piú aspri. Stanno la fatica e le tensioni del movimento comunista in Occidente. Sta la «rivoluzione culturale» in Cina. Ognuno di questi fatti contribuirà a mettere insieme quel detonatore che provocherà, da novembre al momento in cui si scrivono queste righe, la nascita e il dilagare del movimento studentesco. | << | < | > | >> |Pagina 74Torino e il 1968Nel giro delle settimane che vanno dall'inizio di novembre — quando entra in agitazione Trento — alla occupazione torinese di Palazzo Campana il movimento studentesco compie appunto la svolta che consiste nel mettere a fuoco il meccanismo sociale dall'interno della condizione dello studente — e non di quello che lo studente diverrà (il tema della «forza di lavoro in formazione») ma di quello che è. Nel meccanismo dell'apprendimento, denunciato come passiva ricezione e condizionamento, che non lascia allo studente alcuna funzione di dialettica con l'istituto, gli ordinamenti, il docente, il tipo di nozioni che gli vengono imposte, la società — che è, per lui, la scuola — gli si rivela come organismo autoritario, di potere, repressivo; anzi la repressione è il solo rapporto che lo studente, in quanto tale, ha con la struttura. L'alienazione nel lavoro, la «proletarizzazione» verrà, se verrà, dopo. La scuola forma essenzialmente un modo di essere, «ci esegue perché diventiamo degli esecutori» — piuttosto che salariati, sudditi o controllori di sudditi.
A questo punto scompaiono i dati materiali, quantitativi; benché nessuna
delle occupazioni abbia rinunciato ad agitare il tema del diritto allo studio, o
denunciare la selezione di classe che avviene fin dai gradi inferiori della
scuola e si perpetua all'interno degli studi superiori, questo resta in realtà
un tema estrinseco e infatti in nessun momento è realmente mobilitante di forze
nuove. L'accento è messo su quel che la scuola è come strumento repressivo,
piuttosto che sui suoi limiti di estensione; anche perché resta sospesa la
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