Copertina
Autore Rossana Rossanda
Titolo Un viaggio inutile
EdizioneEinaudi, Torino, 2008, Super ET , pag. 126, cop.fle., dim. 13,5x20,8x0,9 cm , Isbn 978-88-06-19298-3
LettoreRenato di Stefano, 2010
Classe paesi: Spagna , viaggi
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Indice


  V   Prefazione. La mattanza delle forme

      Un viaggio inutile

  3   1.   Spagna
  9   2.   Federico
 15   3.   Ah, le vert paradis
 21   4.   Le voci del '39
 25   5.   I tre dell'anarchia
 37   6.   Xavier
 45   7.   Incontro un fantasma
 53   8.   Dionisio
 59   9.   Illescas
 65   10.  Siviglia
 71   11.  Centro-sinistra
 77   12.  La Giralda
 83   13.  Martín Santos
 91   14.  Vitoria
 99   15.  Tempo di silenzio
105   16.  Federico
113   17.  Politica come educazione sentimentale


 

 

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Pagina V

Prefazione

La mattanza delle forme


Queste pagine sono state scritte dal 31 luglio al 22 agosto del 1980, una puntata al giorno, presto al mattino e presto rivedute la sera sul banco della tipografia. Una puntata è saltata dopo la strage di Bologna - la mattina del due, mentre avveniva, era già scritta - quando i primi flash di agenzia, le voci affannate di chi telefonava, poi le prime fotografie invasero il giornale con quell'odore di sangue polvere e paura. Mai m'è successo di scrivere in anticipo, neanche quando avrei potuto, la domenica o nell'intervallo di ferragosto; quasi che temessi, se avessi scritto in tempi meno imperativi, di ripensare qualcosa che mi pareva di dover semplicemente raccontare.

Qualcosa, una vicenda realmente accaduta, ripercorsa nella mente piú volte, che doveva soltanto essere messa per scritto. Eppure sapevo che non era cosí semplice. Anzitutto mettevo per scritto non qualcosa di realmente accaduto, ma quel che a tanta distanza ne ricordavo. E perché ricordavo quello, e non altro? Quel mio mese del 1962 in Spagna sarà durato una trentina di giorni, sette o ottocento ore, e soltanto alcune di esse mi restano nella memoria. Certi scorci, certi volti, perfino lo scricchiolare delle foglie sotto i piedi a Siviglia; ma non ricordo quanti giorni sono rimasta a Madrid. Quel che vedo, come fosse ieri, è frutto di quel che ho dimenticato, la memoria è un prodotto dell'oblio, come un rilievo delle superfici scure che lo portano.

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Pagina 3

1. Spagna


Questa è una storia di diciotto anni fa. Nella memoria sembra piú lontana: i diciassette anni che corrono dal 1945 al 1962 sono un percorso breve, mentre quelli che dal 1962 salgono tumultuosamente fino al 1980 non finiscono mai.

Se ora la racconterò, giorno per giorno e con gli umori del giorno che giocheranno fra le ombre della memoria, è perché è la storia di quando, per la prima volta, a me membro del comitato centrale del partito comunista, i conti non tornarono. Sul terreno che credevo di conoscere passo a passo, dove mi sentivo sicura. Perché avevamo sentito, è vero, la botta del 1956, ma fuori della piaga dolente dei «socialismi reali» (i quali non si chiamavano ancora cosí), in casa nostra, nelle società mature dell'Europa occidentale, e soprattutto in tema di nascite, morti e resurrezioni dei fascismi credevamo di saperla lunga. Ci sentivamo imbattibili. Invece nella vicenda che sto per raccontare la nostra sapienza si rivelò derisoria e la realtà, per la quale pareva fatta su misura, inafferrabile ed elusiva.

Non capire come va il mondo sarà una sensazione abituale per un giovane lettore del 1980: lo stringersi nelle spalle, il sentirsi giocato da quel che avrebbe dovuto essere e non è, il rinvio di ogni frammento che viviamo a uno spessore di inconoscibilità che giustifica delusioni e indifferenze, è merce corrente. Ma non era cosí non molto tempo fa. Suppongo dunque che questa storia vera si possa leggere sorridendo. Moderatamente, spero: la caduta delle certezze, se ha qualcosa di irrefrenabilmente comico anche per il piú amichevole degli osservatori, è indicibilmente sconcertante, e raramente liberatoria, per chi la vive.

Il mio ruzzolone - decoroso, come mi si conviene - avvenne dunque in Spagna nel 1962. Era il momento dei primi scricchiolii nella intelaiatura del regime franchista e a provocarli, embrioni di liberalismo che si affacciavano in qualche interstizio, erano - tenetevi fermi - Fraga Iribarne e l'Opus Dei. Oggi tutti sanno che Manuel Fraga è la destra, la famosa Alianza; ma allora no, era il primo liberale che spuntava, naturalmente dentro l'orizzonte del franchismo, ché altri non ce n'erano. Chi legge se lo deve ricordare, cosí il sorriso sarà filosofico. È che la Spagna era rimasta fino ad allora soffocata nella repressione, come fissata nel massacro e nel silenzio che era seguito, oppressori e oppressi ugualmente irrigiditi nell'orrore. Tuttavia le ultime esecuzioni rimontavano a diversi anni prima e nei primissimi sessanta una rete clandestina dei partiti - oltre a quella comunista che non era mai cessata di esistere - ricominciava a tessersi, teleguidata dalle centrali esterne, che stavano a Mosca o Parigi o Praga, o a Tolosa nel mezzogiorno della Francia. Ma soprattutto dentro il franchismo qualcosa pareva scongelarsi; emergeva prudentemente qualche vecchio uomo e lanciava qualche filo verso l'Europa prosperosa del Mercato comune. Qualcuno si muoveva.

Che fa in questi casi la sinistra europea, democratica e antifascista? Convoca un convegno per la libertà della Spagna: per mostrare che ha capito ed è pronta a dare una mano. Dove fare il convegno? A Roma, per esempio. E per prepararlo spedisce in Spagna qualcuno che possa percorrerla, raccogliere suggerimenti, informare e collegare senza dare nell'occhio; per esempio una signora di mezz'età, turista, che entri nel fiotto della Settimana santa, la guida blu in mano, e giudiziosamente compia i percorsi consigliati, Barcellona, Madrid, Toledo, Siviglia, se ha tempo e soldi Granada e Malaga. E salga poi al nord, su fino a San Sebastián, qualora le salti il ticchio di tornare via Parigi. Questo essere, invisibile come la lettera di Poe sul caminetto, sarei stata io.

Non so come mi avessero scelta, nel larvale comitato per la libertà della Spagna che si riuniva a ogni morte o arresto di qualcuno per elevare la sua protesta; comitato dove ancora vigeva, in onore del passato, una certa unità antifascista. So che, come mi dissero poi, il partito comunista dell'Urss fece in seguito sapere ai compagni italiani - i quali avevano tante belle idee ma, secondo Mosca, un po' leggere - che era stata una imprudenza scegliere per il giro all'interno una che era anche membro di un comitato centrale comunista: nessun altro compagno a quel livello vi aveva rimesso piede dal 1939. Ma gli italiani sapevano il fatto loro, e cioè che nei paesi di polizia latina la semplicità paga. Sarei entrata in Spagna col mio vero passaporto e il mio nome bizzarro, e me la sarei dovuta sbrogliare. Non farmi beccare, soprattutto non far beccare gli altri, i leaders che sarei andata a cercare; facendomi guidare, come Nero Wolfe suggerisce ad Archie, dall'esperienza e dal discernimento.

Ebbero, come si vedrà, ragione. Non fui beccata. Quindi chi si aspetta un thrilling se lo scordi, anche se io non cessai nel mio mese spagnolo di aver paura, una paura anzi sempre piú fitta e irriducibile a ragione, forse il risvolto dell'inafferrabilità di quel che andavo cercando. Ancora oggi non so se, in quel mio percorso a zig zag, qualche occhio mi segui. Penso che per qualche momento dovetti materializzarmi quasi in una forma, una traccia, perché pochi mesi dopo veniva arrestata, appena proveniente da Parigi, Maria Antonietta Macciocchi, con l'accusa di aver effettuato un lungo viaggio nell'inverno per preparare lo sciopero delle Asturie. Aveva risposto con stupore che metteva piede in Spagna per la prima volta. Lo lessi sull'«Unità» che ne riferí con l'opportuna indignazione, non dissi nulla, annotai che avevano avuto dunque cognizione d'una italiana di mezz'età che aveva saltabeccato, fra il chiaro e l'oscuro, nel paese qualche tempo prima. Non so piú di questo.

Era cominciata cosí. Ricordo - ma quanto male ricordo, la sabbia riempie l'alveo degli anni già andati - un pomeriggio di febbraio a Roma in via Botteghe Oscure, nell'ufficio di Mario Alicata che poi, voltata dall'altra parte la scrivania, sarebbe diventato il mio. Perché appunto, sedendo davanti a lui, vedevo oltre la finestra alle sue spalle un tramonto cremisi e mi chiedevo perché avesse disposto la sedia in maniera da perderlo. E infatti un anno dopo - sí, a pensarci, soltanto un anno dopo - avevo girato il tavolo e per quattro altri anni, discorrendo con i compagni, avrei lasciato andare lo sguardo sui tetti e oltre il profilo del Campidoglio quando calavano le quasi sempre perfette sere romane.

Quella volta Mario mi spiegò col fare amichevole ma solenne che gli era proprio (un avviso a non prenderlo troppo alla leggera), come occorresse qualcuno che andasse in Spagna a stabilire i contatti dispersi con le forze antifranchiste, e mi chiese se ero disposta a farlo. Era un onore, aggiunse, essere scelta per quella missione. Forse non usò la parola missione, ma il registro era quello. Io non vi ero molto sensibile, milanese aliena dalle enfasi meridionali e in quel momento avevo la testa altrove, inquieta per l'Italia di oggi piuttosto che per la Spagna di ieri: mi pare di aver risposto che sí, naturalmente, ma senza calore. «Della Spagna però - avvertii - non so nulla». «Ma no. E poi Federico ti spiegherà. Conosci Federico?» «No». «Allora dovrai prima andare a Parigi e Teresa ti porterà da Federico. Conosci Teresa?» Teresa Azcárate: «Sí, la conosco». «Parti prima che puoi. È il momento. Stanno formando un fronte antifascista, ma sai come sono i nostri compagni di laggiú. Settari. E poi l'opposizione è piú divisa che qui. Tu li contatti, li leghi».

Io sono infatti specialista in contatti e legami di intellettuali e affini. Non è poi un lavoro cosí straordinario. Va bene, gli dico; parto appena posso. «Pensi che qualcuno dei tuoi si opporrà?» È il primo cenno che potrebbe esserci un rischio. Ah, mia madre è morta, la sola cui non avrei potuto dirlo. Mi alzo, congedandomi da Mario e passo di sotto all'ufficio esteri, dove decidiamo che entrerò in Spagna con il mio passaporto, e che se qualcosa mi dovesse succedere loro sapranno e interverranno. Vago, ma tanto non si può essere che vaghi.

Torno a Milano. A pochi dirò dove vado e dei pochi nessuno si oppone. Uno solo mi guarda con lo sguardo che duole fra noi da tanti anni e significa: «Tu, tanto, farai quel che vuoi qualsiasi cosa ti si dica». Ma se la dicesse. In quei giorni avverto una sensazione che mi agguanterà altre volte: la constatazione che non si è mai essenziali, che nessuno ti ferma mai afferrandoti il braccio, non andare, non andare. Che non è necessario divincolarsi con dolcezza e ragione, persuadersi e persuadere, partire soffrendo e facendo soffrire. Si può partire sempre senza grande fatica.

Non dico che feci questo apprendimento con perfetta eleganza. Quando, uno dei giorni che precedono la partenza, Alberto Malagugini mi apostrofa: «Cavolo, ma se ti pescano sono venticinque anni», gli rispondo: «Ma va', mi riportano alla frontiera», e tuttavia non mi riesce di non scrutare nel volto suo, di qualcun altro, un allarme. Nessuno si allarma. È una buona lezione, mi devo guardare dall'immagine tragica che tendo a rimandarmi di me stessa. E infatti da allora ho imparato. Spero. Intanto metto da parte quell'inquietudine e mi accingo a diventare agente segreto.

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Pagina 19

[...] José Agustin parla, a mia intenzione, credo, delle condizioni dell'intellettuale senza libertà. Ah, la libertà? La libertà, il popolo, la rivoluzione soffocata, la repubblica... Ah, «le vert paradis des amours enfantines», lascia cadere a un certo punto, sorridente, il francese e l'odio divampa, fra di noi, azzurro e inoffensivo come il fuoco sputato dal personaggio di piazza Navona. Ci riconosciamo come cani pronti alla zuffa, una botta d'Algeria va a segno, è ancora fresca, Castellet si affretta a togliere la seduta.

Poi restano con me, lui e José Agustin che grida nella tiepida notte, sei in Spagna, sei in Spagna! Ora ti mostro cosa siamo, che piaga, che merda. Non hai paura, eh? Ti farò vedere cose orribili. Quando non ne puoi piú ti porto via.

È vero che il Barrio chino è orribile. Una corte dei miracoli, oscena e storpia, barcolla e si immobilizza sulle stradine dove ogni porta si apre su una scala, e fuori si vendono o anche affittano a prezzi modici «gomas», preservativi. Le vecchie, le giovani, i vecchi hanno le facce dei Goya neri. I quartieri dei piaceri non sono mai allegri, quelli dei piaceri poveri fan voglia di sedersi sui rigagnoli che li traversano e piangere. Ma forse no, la povertà è dura, bizzarra. Il braccio di José Agustin mi pilota, Castellet segue con serenità, alla Bodega Bohemia qualcuno canta - un vecchio e grasso uomo con mosse e voce da donna - una canzone per la signora amica svizzera (italiana, italiana, grida José Agustin) che è venuta a trovarci.

Alle quattro del mattino José Agustin e io approdiamo, soli, nei pressi del mio albergo. Suo fratello, mi dice, Luís, è appena uscito di galera, se lo voglio vedere. Sí che lo voglio vedere. È comunista, capisci, come me. D'accordo. Ma è piú grande poeta di me. Sí, però, José Agustin, devo incontrare i politici. Quelli dell'appello da far firmare per la libertà della Spagna. Non ho molto tempo. Tace e mi guarda: «Non vuoi vedere, prima, come siamo?»

Taccio anche io prima di rispondere: «Non siete solo questo». No, riconosce. Domani parliamo. Mi dà un elaborato appuntamento, come sarà poi sempre con tutti, né in una casa, né al mio albergo. Poi se ne va. Ma prima che io abbia salito i gradini del mio albergo poco distante, è tornato col suo passo leggero e mi abbraccia, lasciando un momento la testa sulla mia spalla. Sembra molto stanco anche lui, d'improvviso logoro. Ma poi ripete con allegrezza: «Domani», e accenna come un lampo a un pugno chiuso.

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Pagina 25

Dal signor Barrera i Costa mi vennero le prime sventole, destinate a farmi mettere i piedi per terra. Mi accolse con cortesia, aderí alla conferenza, mi dichiarò che non ci credeva affatto. Certo non bisognava offendere l'Europa democratica rifiutando di partecipare a quei riti, con i quali essa periodicamente lavava la sua cattiva coscienza verso la Spagna, ma dovevo capire quanto essi riuscissero agli spagnoli desolantemente formali. «Ci avete dimenticati, e ogni tanto vi dite: "Ah, giusto, c'è anche la Spagna"». «Come, dimenticati?» e gli rifeci la storia della guerra di Spagna nella coscienza antifascista italiana. Scarsamente interessato dalle origini della coscienza antifascista italiana, ma ricordò pertinentemente che finita la guerra e dichiarata solennemente l'illiceità mondiale del fascismo, l'Europa aveva finto di non vedere che un fascismo feroce, certo quello affermatosi con piú ferocia, restava vivo e vegeto in casa. Aveva formalmente condannato la Spagna e non formalmente tesseva con essa i piú stretti rapporti, militari, commerciali, economici. Ormai di comune programmazione: avevo sentito parlare del Piano di stabilizzazione? Bene, in quei giorni consulente presso il governo di Franco era un grande programmatore del centrosinistra italiano. No! Ma sí. «Questi sono i fatti, quelle delle conferenze sono parole».

«Voi avete avuto la fortuna di avere la guerra mondiale, noi ne siamo rimasti fuori. Avevamo sperato tanto in questa guerra». Lo guardai stralunata. Eppure diceva il vero. Era vero che, senza pari piú intelligente di Mussolini, Franco si era guardato bene dall'infilarsi nell'Asse e stando in disparte s'era guadagnato dagli alleati la sopravvivenza. Sí, sopravvivenza pagata in basi militari, mentre una guerriglia interna accesa da quel fuoco mondiale fiammeggiava ancora, sempre piú soffocata, e si fucilava ancora nel 1949.

«Non dica che la guerra fu una fortuna. Fu un orrore». «Noi siamo esperti dell'orrore», mi rispose. A voce bassa gli dissi dei campi, degli ebrei. Il signor Barrera i Costa non mi avrebbe mai smentito, né sottovalutava, ma aveva ancora davanti agli occhi il suo massacro domestico, da fronte a fronte, da città a città, da padre a figlio, da fratello a fratello. «Lei si chiede perché la Spagna non si muove. La Spagna è ancora paralizzata da quel terrore. La guerra civile no, mai piú. Tutto è meglio di questo; non parliamo d'una guerra mondiale dove chi non è morto, resta libero». In Spagna in qualche modo erano stati uccisi tutti, ed era a questi uccisi che proponevo la mia conferenza. Gli uccisi, cioè quelli che ricordavano. Poi c'erano quelli cui non si poteva proporre niente perché non ricordavano; nati dopo, nel vuoto perfetto d'un regime perfettamente assente in tesi, idee, atti politici e perfettamente presente come controllo. Costoro non si muovevano - mi diceva - perché il sangue non l'avevano visto, ma sapevano che ce n'era stato, a fiumi. E poi c'era l'altra vita, quella che continua.

Mai una volta il signor Barrera i Costa si dipartí dalla sua cortesia, alzò la voce, mise un aggettivo di troppo. Quando lasciai la sua casa, ritrovai José Agustin, gli altri. Cominciai ad ascoltare con piú attenzione quel loro lavorare tenace su margini stretti (ora una rivista letteraria, ora una poesia, ora una casa editrice tecnica) come il rumore, suppongo impercettibile, di talpe pazienti, e che erano già state cosí tristi che avevano cessato di esserlo. Se ci apparivano un po' distratte era perché erano state collocate fuori della storia dal 1939, e da un pezzo avevano smesso di sperare che le tirassimo dentro.

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Pagina 45

7. Incontro un fantasma

Dove di notte si cammina nei quartieri operai e di giorno si discute troppo


Ieri un compagno mi ha telefonato protestando: «Ma Barcellona è bella. È bellissima!» Ma io l'ho grigia e stanca nella memoria del 1962, e l'ho ritrovata grigia e lustra nel 1976; la sua bellezza mi sfugge. Quanto a Madrid mi apparve sgarbata, come una mezza Roma piú stracca che si componesse in lineamenti puri soltanto nel vecchio quartiere; insopportabile nelle grandi avenidas e paseos, dove splendono nella notte le targhe al neon delle grandi banche, una infinità di banche, mai viste e immaginate tante banche come nella Calle de Alcalá. E l'ho ritrovata, negli anni settanta, sempre piú ricca, elegante, arrogante nel centro; ricchetta in periferia.

Non le amo, queste città spagnole. Una volta ho offeso Federico: «In Spagna non c'è architettura civile». E poi: «E le vostre chiese sono come voi, con un blocco al centro, il coro, che impedisce di coglierne gli spazi, nasconde, oscura». I compagni spagnoli e gli amici della Spagna non mi capiranno; ammetto la mia faziosità. Vedo la Spagna con gli occhi dell'incertezza, dell'ambiguità, della pena del 1962. Tanto mi dibattevo in diffidenti domande che a Madrid ho appena messo piede al Retiro, gettato uno sguardo distratto alle chiese, e al Prado perfino El Greco, che da lontano amavo, mi ha rivelato facilità e imbrogli. È che Barcellona mi doleva, Madrid mi doleva. Le ricordo attraverso il mio disagio; la mia testimonianza va tarata, respinta, cancellata con la matita blu.

Quel marzo del 1962 Madrid mi parve dotata di un clima atmosferico pessimo, e morale ancora peggio. Dovevo rassegnarmi a dismettere l'idea, cosí vecchia dentro di me, di un paese spaccato in due come una mela: la parte fascista, marcia - esercito, monarchia, banche, latifondi; la parte popolare orribilmente ferita e piena di lividi, ma migliaia di lavoratori, intellettuali, contadini che, appena qualche incrinatura si fosse aperta nel blocco del potere, qualche spiraglio fendesse quel muro, sarebbero venuti prorompendo come un'onda irrefrenabile. Perché, mi domandavo a mo' di rassicurazione, quel fascismo durava tanto e con tante complicità internazionali? Perché, mi rispondevo, appena avesse cessato di essere compatto e feroce, non ci sarebbe stata, come nel 1945 in Europa, una valvola di sicurezza a garantire un passaggio indolore alla democrazia, a impedire il precipitare rivoluzionario. In Spagna l'accumulo sarebbe esploso.

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Pagina 95

A Vitoria, in quell'ora morta in quella chiesa mi riposavo. Avevo tempo e mi sono voltata indietro. Ero in Spagna da qualche settimana, stavo per uscirne. Avrei potuto ugualmente restare. All'inizio m'ero data un gran da fare per lanciare elaborati e misteriosi segni delle mie mosse a chi dall'Italia mi poteva seguire con apprensione, il partito, i miei. Ma già da Madrid avevo mandato poche cartoline, avevo smesso di cercare chi andasse in Italia, non mi ero scomodata a telefonare, a numeri italiani innocenti e dalla posta centrale, parole idiote destinate a comunicare che tutto andava per il meglio. A proposito, tutto andava per il meglio? Come mi inoltravo in quel bizzarro viaggio, quel che dovevo fare, e la percezione del non sapere, e quei tempi sospesi e lenti degli altri, quasi naturalmente mi separavano da chi ero stata, anzi ero in Italia (qui del tutto senza significato) e da coloro che mi parlavano, chiusi in quel loro cerchio di cui mi aiutavano a capire, se ce la facevo, non piú che un frammento.

Cosí anche quel che ero stata, o ero, si separava da me, e potevo vedermi come ci si dovrebbe sempre vedere, casuali, vite sostituibili. Ma questo essere niente altro che un interrogativo su un paese sconosciuto, intenta a un modesto servizio, passare e andarmene senza lasciare traccia, era venuto convenendomi, placandomi. Mi ci ero abituata, e adesso pensavo con piacere che nessuno, se avesse pensato a me, poteva immaginarmi in questa Vitoria, in questo giorno, in questa chiesa, scantonare per queste strade raso i muri per risparmiarmi dai rovesci d'acqua. Ero piú in pace che all'inizio del mio viaggio, liquidate le ambizioni e le proiezioni bugiarde che mi ero portata da quel che avevo letto della guerra civile. Ero nel 1962, ero proprio in Spagna, quotidiana e triste. Non ero in missione, non ero un agente segreto, non era una grande avventura da militante. Ero un gatto bagnato a Vitoria. Dove, se fossi scomparsa, non mi avrebbero potuto cercare e dove avrei potuto fare scorrere i giorni come le persone serie e grigie che intessevano quella loro rete resistente nei gesti di ogni giorno. Vengono pensieri strani, nella solitudine e nel silenzio, e per questo li amo molto, io che sono raramente sola e zitta.

Quando venne l'ora riaggiustai la sciarpa sul capo e per le viuzze deserte tornai al caffè, scesi quando il padrone mi fece segno, e aspettai Antonio.

«Guanto tiempo tienes?» Fino all'ora del Talgo di ritorno, a sera. E fino a quell'ora dovetti parlare dell'Italia. Amàt non parlava francese, lo capiva un po', dunque ci eravamo accordati che lui si esprimesse in castigliano, lentamente, e io lentamente fra italiano, francese e qualche parola di spagnolo: dove non ci capivamo, scrivevamo su un foglietto, cercavamo il sinonimo. Non sempre era facile, appena usciti dal linguaggio politico piú corrente e quando dovevo spiegargli che cosa era avvenuto fra il 1956 e il 1962. In tutto, nel sindacato in primo luogo. Le prime commissioni interne elette su lista non sindacale. Le Acli lombarde. Il V congresso della Cgil. La strana Cisl del dopo scissione. La Fiat. Ivrea. La Pirelli e il primo sciopero del 1957 - le giornate e gli interrogativi, ma anche, in quegli anni, le speranze, il senso che si stava andando avanti. La mia federazione. Anche io del nord. Anche io a interrogare i volti operai, anche io cosciente di non esserlo, anche io sicura che quella era la strada. E anche i socialisti, in Italia, certi socialisti; socialisti simili ad alcuni che facevano una rivista che si chiamava «Quaderni rossi». Con la quale io spesso non ero d'accordo, ma mi premevano le stesse cose: la fase, il movimento, l'espressione sindacale, l'espressione politica, e poi, in testa e in fondo, se non ritornasse all'ordine del giorno, con la classe e il capitale, la rivoluzione italiana. E rispetto a questo, il si farà o non si farà il centrosinistra mi pareva una faccenda secondaria, come ad Amàt la Union de las fuerzas democraticas; secondaria e un po' losca, nata vecchia e cattiva.

Parlammo e bevemmo, nei corti bicchieri, vino rosso finché venne l'ora del Talgo. Quella volta sarei uscita prima io. E avremmo mantenuto un contatto. Tramite Martin Santos, lui che poteva. Tramite Rocío, che aveva coraggio e traversava il confine. Ci stringemmo la mano, salii la scaletta e mentre salivo - l'ho già raccontato una volta - la voce dell'uomo seduto al tavolo, col suo bicchiere fra le mani, l'avvocato non avvocato, mi fermò un momento su uno scalino: «Rossana», mi disse, con molte erre e poche esse, come fanno gli spagnoli. «Estamos identificados». Siamo la stessa cosa. Era un'affermazione, una domanda.

Non ridano i compagni giovani e gli smaliziati lettori e tutti coloro che oggi sanno tutto su tutto; quella era proprio l'internazionale, quella che ormai non ha piú corso, su cui si possono scrivere demolitorie verità o aforismi indulgenti. Non dissi nulla, forse feci sí con la testa e me ne andai, era già buio, verso il treno scintillante, il contrario del confino.

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Pagina 100

«Tutta la Spagna vive sulla paura, la sinistra di quel che ha perduto, la destra di quel che può perdere. Questo lei non lo deve dimenticare. E la sinistra si è persuasa che la sconfitta è anche una colpa. Lei ha sentito qualcuno rimpiangere gli ultimi anni della repubblica?

«No», ammetto.

«Vede. Ma soprattutto la sinistra ormai dispera non solo di poter vincere, ma di potersi scontrare davvero col regime senza che si ripeta un massacro. Il massacro è nella testa di tutti, è passato nelle famiglie, fra gli amici, fra i fratelli. È recente. La guerra civile è durata fino al 1951. Voi non lo avete voluto sapere. Non è cosí lontana come vi piace ricordarla. E poi - aggiunge - c'è la certezza che qualsiasi cosa intraprendessimo sarebbe l'isolamento. Churchill ha aiutato Franco e gli Stati Uniti hanno le loro basi qui».

Nessuno come Martín Santos mi ha parlato cosí tranquillamente dell'essere spagnoli durante e dopo la guerra. Spagnoli, cioè fuori della storia, quella grande, di cui si era stati, anche se crudelmente, al centro fino al 1939. Ma, differentemente dai catalani, non ne parlava per farmi un rimprovero; piuttosto per spiegarmi un dato di esperienza che aveva modificato per sempre una, forse due generazioni. Sentirsi ricacciare nel silenzio dopo la sconfitta, avvertire la distrazione di coloro che in te avevano veduto un simbolo e non ti perdonano di non esserlo piú, ogni tanto ti compatiscono e in genere ti dimenticano.

Aveva ragione, per quel che ci riguardava. Vecchia e nuova sinistra, intellettuali in testa, ci buttiamo sull'ultima rivoluzione possibile che si presenti, sia il Cile o il Portogallo, la Palestina o Mao, e la viviamo parassitariamente, salvo ritrarcene offesi e delusi appena questa ha perduto. Siamo i primi a mettere il timbro d'archivio ai verdetti della storia, conosciamo minuziosamente gli errori altrui, amiamo e sottolineiamo le delusioni per giustificare le compromissorie prudenze nostre. Siamo anche bravi nel celebrare i morti. Ma i vivi? Gli sconfitti che continuano a trascorrere i giorni piú lunghi della vita, quelli che non fanno notizia, che non interessano nessuno? Costoro possono riconquistare un labile diritto alla nostra attenzione soltanto a prezzi inauditi, un gesto di rottura, un processo, un arresto, la morte.

Per loro è tempo di silenzio. Tiempo de silencio, si chiama il libro che Luís Martín Santos terminava forse allora e che mi sarebbe venuto tra le mani anni dopo. Ma non era soltanto il tempo spagnolo, era quello degli infiniti anni cinquanta dell'Europa. Di tutti. Un tempo delle coscienze. Un tempo in cui vivere da confinati era vivere in condizioni di verità.

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