Autore Paolo Rumiz
CoautoreCosimo Miorelli [illustrazioni]
Titolo Canto per Europa
EdizioneFeltrinelli, Milano, 2021, I Narratori , pag. 256, ill., cop.fle., dim. 14x22x2 cm , Isbn 978-88-07-03456-5
LettoreMargherita Cena, 2022
Classe narrativa italiana , poesia italiana , viaggi , mare












 

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Indice


   11  Personaggi ed epiteti


   13  Proemio

   15  Il mare era in principio

   19  Alla Luna


   23  Libro dell'incontro

   53  Libro della fuga

   89  Libro dell'insonnia

  117  Libro dei naufragati

  153  Libro del nome ritrovato

  181  Libro della stirpe

  225  Libro del mare immenso


 

 

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Pagina 11

Personaggi ed epiteti



EVROPA (poi Europa), giovane fuggiasca siriana
Portatrice del nome celeste, Nostra Signora del Mediterraneo, Progenitrice, Regina madre, Chioma-ala-di-corvo, Enigma; l'Ostinata, la Caparbia; dalle belle caviglie, dalle bianche braccia.


LA LUNA, che vigila sulla giovane esiliata
Selene, la Dea bianca, Fatamorgana, Amica degli aedi; dai seni di bronzo.


MOYA, barca inglese dal nome gaelico di donna
Vecchia signora, Vela rossa, Domatrice del vento, Figlia dell'Oceano, Alcova risonante, Grande orecchio, Narvalo, Argo; dalla poppa rotonda, tauriforme.


PETROS, nocchiero greco
Auriga, Ammiraglio delle anime, Aedo, Mente alata, Riccioli di schiuma, Cartografo, Cacciatore celeste.


ULVI, cuoco e maestro d'ascia, turco di madre tedesca
Occhiazzurri, Tuono; il Circasso, il Telamonio, l'Immenso, il Magnanimo, il Caucasico; simile a Efesto.


SAM, nostromo francese
Figlio di yiddish mame, Askenazita, Seduttore, Saltafinestre, Barracuda, Occhi di gufo, il Rauco, il Claudicante, lo Zoppo.


NARRATORE, astronomo di origine dalmata di cui non si dice il nome
Scriba, Barbadineve, il Taciturno.


EUROPA, come geografia
Occidente, Estremadura, Finis Terrae, Giardino delle Esperidi, Continente antica.
Etimologia: forse dal greco antico "euri ops", cioè Sguardo largo, Occhi grandi, Faccia di Luna. Ma c'è anche "erebu" dell'accadico (antica lingua della Mesopotamia), cioè Ombra, Là dove tramonta.

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Pagina 15

Il mare era in principio



In una notte nitida di ottobre
il comandante Lebris dal veliero Surprase battente bandiera francese
vide, al largo del golfo di Palermo, una vela color rosso mattone tagliare il mare in due come una lama, rotta a nord-est, obliqua, di bolina.
Puntò il binocolo. Sembrava vuota
ma con superba inerzia scivolava sulle onde di zinco in controluce, con vento di Grecale a venti nodi e le ali di neve dei gabbiani che incoronavano l'aria turchina.
Aprendo l'acqua, la barca tracciava
un baffo bianco, rotondo, perfetto, come spuma di birra sui mustacchi di un granatiere prussiano a riposo.
Era una vela del Mare del Nord, legno massiccio, più vecchio di un secolo, occhi dipinti a prua come le navi dei Greci a Salamina. Un armo aurico di grande velatura e strane corna fissate alla cervice del bompresso.
Sulla crocetta, una blusa di donna di un nero piratesco, sbrindellata, e a poppa una bandiera con le stelle.


Incuriosito il Francese aggiustò la sua rotta, con andatura al lasco, tenendo testa al peso dei frangenti, per incrociare la fatamorgana.
Sfiorò la collisione, ma riuscì per un istante a vedere al timone un uomo solo, semi-addormentato, passargli accanto a gran velocità, intabarrato in un plaid, naso adunco e capelli incrostati di salsedine.
Imperterrito andava lineare, sembrava fosse la barca a portarlo.
"Né latitudine né longitudine era il suo navigare, ma un abisso," così disse il francese alle altre barche, "una discesa per antri sommersi."


Rimpicciolì in un attimo la vela, rotta su Napoli, finché scomparve avvolta in un'aureola di spruzzaglia.
Da allora molti altri la avvistarono sempre per pochi attimi, nel vento: c'è chi la vide a Creta e chi a Maiorca, chi nello Jonio o al largo di Marsiglia.
Mai apparve in un porto. 11 suo pilota buttava l'ancora in baie nascoste, lontano da dogane e da scartoffie.
Dove facesse cambusa è un mistero: fu visto che pescava in mare aperto e raccoglieva erbe sulle rive di isole remote, nottetempo.
Riusciva a navigare anche nel sonno: per impedire alla barca di orzare, annodava la barra a modo suo a una maniglia accanto alla falchetta.


Per la sua poppa rotonda, filante
la vela centenaria non lasciava dietro di sé alcuna traccia di schiume.
Di notte si vedeva, inconfondibile
solamente una scia di bollicine color di Luna, una smagliatura sinuosa che poteva assomigliare
a una lucente bava di lumaca o traccia del passaggio di un delfino.
Le altre barche, incrociandola, si dice che avessero gridato il loro nome come saluto alla Vecchia signora, ma quella se ne andava via in silenzio seguendo mappe arcane d'altri tempi.
La leggenda si sparse in un baleno di quell'uomo errabondo e clandestino.
L'ultima volta pare che lo videro con la sua barca cornuta attraccata a un molo malandato in quel di Cnido, città fantasma in cima a un promontorio lacerato dal trillo dei rondoni, dove Venere celebra da secoli lo sposalizio fra Asia ed Europa.
Ballava, si dice, abbracciato a una donna
che non c'era, tessendo i passi morbidi di una milonga, o forse un tango vals.


Conoscevo quell'uomo. Ho navigato con lui fino all'estremo, fino al tempo in cui scelse di starsene da solo.
Ricordo molto bene quando sciolse gli ormeggi in piena notte a Cefalonia.
Io piansi salutandolo, ma lui
sorrise mentre il vento gli scriveva parole tra le virgole dei riccioli.
Oh Petros, Ammiraglio delle anime
ogni tuo gesto era un inno di lode.
Quando prendevi tranquillo il timone, triremi di Pelasgi e di Liburni ti passavano accanto e le Nereidi cantavano per te dolci canzoni.
A noi lasciasti soltanto il ricordo di un viaggio straordinario senza tempo.
Borea in quei giorni mi soffiò nel cuore
come mai prima in tutta la mia vita e come non soffiò mai più da allora.


Quattro eravamo, tutti di frontiera, quattro conquistatori dell'inutile.
We happy few, noi pochi, noi felici, un'amicizia nata di bolina.
Con il greco, un francese e un mezzo turco; poi c'ero io, il più bianco di pelo di quella strana ciurma incatenata ai ferri della stessa barca antica.
Il mare era in principio. Solo dopo fu creata la vela per solcarlo.
Moya, il suo nome era Moya. L'avevano varata in Inghilterra sul Mar d'Irlanda ormai da più di un secolo.
Ruggivano le Orcadi nel giorno in cui Petros la vide da lontano tagliare nella bruma l'onda grigia.
La fece sua e le diede un tocco greco dipingendo sul muso grandi occhi contro il Matiasma e i mostri del profondo.
Calda, accogliente, una culla ideale, col nome in bronzo al vertice del boma, il suo guscio materno lo aiutava a fare il punto nave sulla vita, lo trasferiva nel tempo del mito.
Solo manovre a mano, zero winch, cucce spartane, niente battagliola, niente frigo, soltanto la cambusa
il triplo delle drizze e delle scotte di una barca normale. Stando a bordo il tempo evaporava, si spostava leggero nella quarta dimensione
là dove tutto sta scritto da secoli.

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Pagina 25

1.
Le mappe



Era una notte carogna. Di quelle senza un filo di vento che assassinano il sonno col silenzio e impercettibili sciacquii, quando ti scopri ad ascoltare
il morsicare dei denti di cane e i gargarismi sotto la sentina.
Petros il greco scriveva e scriveva, rannicchiato nel vano di carteggio.
Aveva acceso la lampada a petrolio e il lume rifulgeva sulla bianca pagina aperta del diario di bordo sperduto nella notte boreale.
Annotò sul registro: "Rilevato faro di Gazipaşa a ore tre. Preso alla traina alalunga di un chilo. Rotta due quattro zero verso Alanya con vento di Libeccio. Poi bonaccia".
La lanterna ingrandiva la sua ombra. Il Sole e la salsedine gli avevano trasformato la faccia in un'icona annerita e rugosa.
La sua anima smerigliata da Borea e da Scirocco sembrava aver raggiunto già l'essenza.
Aveva una foresta per capelli e occhi dilatati, quasi ipnotici.
Inseguendo pensieri, percuoteva il tamburo del tavolo di ebano a ritmo sincopato con le dita e rosicchiava mastice di Chio, emanando profumo di lentisco.
Lo stesso che annusavo da bambino nella città del vento in cui nacqui.
L'amore per la vela in me era nato proprio da quell'odore di angiporto. Così avevo imparato a traguardare con sicurezza le stelle e a fissare pensieri planetari su un taccuino.
C'era un metronomo nell'universo. Un ticchettio impercettibile, astrale, che spesso a notte fonda scatenava nel mio quaderno tempeste di versi.


Smaltivamo due giorni di tempesta, stremati, nelle cucce, a bocca aperta.
Foto di gruppo: accanto al comandante
Sam il Francese, che un brutto incidente aveva reso zoppo; poi il Turco, Ulvi, un marcantonio; e chi vi parla.
Se stavi attento potevi sentire il soffio dei pensieri nella notte.
Rassicurante, paterno, russando, il Turco aveva accordato il respiro al rollio ricavandone un rullio sommesso di tamburi che, sposandosi con il sibilo rauco del Francese, tesseva un ideale contrappunto al gemito del legno del fasciame.
Disordine regnava tutto intorno
il vaso del basilico, il melone, bottiglie, sacchi a pelo, parabordi, scatolame, maglioni, asciugamani.
Un geco taciturno ruminava zanzare e profezie contro un oblò.


A metà marzo eravamo nel pieno delle grandi burrasche equinoziali. Ma anche quando era tempo di bonaccia, talvolta un cielo mannaro incombeva ostile sopra il Mar Mediterraneo.
La notte rivelava mondi oscuri, corrugamenti, spinte dal profondo, e il pelago ritmava una sua nenia di ululati, lamenti e invocazioni.
L'azzurro sfolgorante della Grecia si gonfiava su noi per due-tre giorni, poi scoloriva. I bollettini meteo notificavano l'irreversibile: tra l'Islanda e le Azzorre l'atmosfera sembrava sgretolarsi e il grande oceano prendeva a cannonate i muraglioni dell'Ovest riducendoli in poltiglia.
Il Sole aveva perso la ragione:
mai s'era vista, diceva la gente, la pioggia sfrigolare come burro
tramonti rosso fuoco a mezzogiorno e nuvole amaranto e ciclamino a forma di pistone o di turbante o di stratificate paste-creme.


Se io ero padrone delle carte del cielo e percorrevo rotte arcane tra il Capricorno, l'Ariete e i Gemelli, il greco governava i meridiani e i paralleli di terra e di mare.
Fissava le sue mappe al tavolino con vecchi piombi di reti da pesca. Sotto la luce gialla della lampada, antiche macchie di brandy e caffè disseminate sulla pergamena sovrapponevano altri arcipelaghi a quelli già esistenti. Dei fantastici altrove tutti ancora da scoprire.
Il suo naso di falco sorvolava a pelo d'acqua l'Egeo e il suo artiglio tracciava col righello delle unghiate a matita dal Libano alla Sirte.


Insenature, anse, vulve, seni.
Da sempre l'astinenza risvegliava cartografie carnali nelle ciurme.
Il capitano, ad esempio, sapeva accarezzare le mappe e la donna con identica febbre delle dita.
Sedotto dagli atlanti di al-Ma'mūn e dai segreti del Grande Isolario, era attirato dall'indecifrabile sensualità della topografia.
Ne era certo: la Terra era femmina, la sua rotondità era incontestabile.
Nei portolani, i fianchi delle coste erano danze del ventre.
Sapeva che i geografi arabi leggevano il cosmo come il corpo di una donna
il grembo di un giardino di delizie e i monti dalle Alpi al Karakorum come la sua cintura scintillante, con l'Himalaya a fare da fermaglio di un velo che nasconde il paradiso.
Il premio per gli eroi puri di cuore.


Non un dio ma una dea noi cercavamo, generatrice inesausta di genti.
Troppa la nausea di padri barbuti, di alzabandiera, di patrie e di eroi.
Per questo cercavamo verso oriente
là dove il Carro Maggiore si leva tirato da due buoi dall'orizzonte.
Tutte le processioni salmodianti
il mormorio del popolo del Libro, il crepitio dei ceri nell'incenso, i versi di Virgilio sulle origini di Roma e del suo mito millenario
tutto diceva "Asia" ed esprimeva la nostalgia della Madre perduta, signora del mattino e delle messi.


Nessuno di noi quattro sospettava
che proprio verso oriente il nostro viaggio avrebbe preso una piega inaudita spingendoci a cercare un'altra meta.

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Pagina 29

2.
La donna



Accadde a fine marzo, sul tramonto.
Gobba a levante, la Luna sbucava in un profumo di fiori di senape sopra le ultime nevi del Libano, e noi sazi di vela cenavamo in quel di Tiro dai forti bastioni.
Ci sovrastava una bianca montagna, immensa come schiena di balena.
Dal suo crinale potevi vedere da un lato il mare viola, vele e vento, dall'altra il tavolato giallo ocra della pietraia rovente dell'Est.
Il cielo era tornato al gran sereno dopo tante burrasche. La Fenicia, scoscesa balconata sulla sera, con noncuranza irritante esibiva i suoi cinquanta secoli di vita.
Lì anche i pescatori lo sapevano che per migliaia di miglia a occidente non esisteva nulla di più vecchio di quella loro terra venerabile.
Un piatto di falafel o di hummus riassumeva i millenni. Ma la gente, dopo decenni di guerre civili, aveva voglia solo di presente.


Avvolto in un sartiame di lumini
il pergolato sopra il porticciolo aveva il karma dei luoghi del limite.
Il gusto del proibito potenziava il profumo amarotico dell'arak che un cameriere veniva a versarci, alla faccia di astemi e califfati, da una caraffa imperlata con ghiaccio.
Da molto tempo ormai ci chiedevamo perché la nostra irta Estremadura battuta dalle onde dell'Atlantico si fosse nominata "Continente", e pure "antico" per giunta. Eravamo antichi, sì, ma solo per i vecchi.
I troppi vecchi ancorati al potere.
Quanta spocchia colonialista c'era in quel nome. Era chiaro a tutti noi che il verde promontorio d'Occidente era soltanto la fine dell'Asia
o addirittura la fine di tutto, l'abisso dove inizia l'Aldilà.
Noi ne avevamo perduto anche il nome.


Fu allora che sui ciottoli del forte che fu degli Ottomani e dei Crociati
oltre il cannoneggiare dei marosi, in mezzo al borbottio dei narghilè e al gracidare dei telegiornali, dei sandali e un sonaglio si sentirono battere il tempo dentro un uliveto.
Petros sorrise, sussurrò qualcosa che non capimmo, rovesciò sul tavolo sbadatamente il ghiaccio del bicchiere, fiutò lupo di mare l'aria salsa
sentì odore di donna, inconfondibile; lasciò oscillare tra pollice e medio il vecchio kombolòi, sorrise ancora
poi lanciò un breve grido di rapace, per planare ali aperte sulla riva.


Nell'ombra la ragazza discendeva
le scale verso un prato di asfodeli, con un campanellino al piede destro e un fazzoletto nero sui capelli corvini dai riflessi palissandro.
Grande bandiera britannica a poppa e vela rosso mattone ammainata, la nostra barca la aspettava in porto, quieta, materna, una culla perfetta, non toccata dal fango degli umani.
Gli scarafaggi del porto fuggirono: la figlia della Mezzaluna Fertile tra i pescatori fenici passò con l'andare guardingo dei fuggiaschi, ma eretta come un giunco in riva al fiume.
Sotto una veste lunga alle caviglie, nera, un po' strappata alle ginocchia, notai un piede greco, raffinato, e tra le dita e il tallone un'arcata leggera come l'anima di un ponte.
Aveva occhi grandi, intelligenti, profondi, più abissali della notte, bocca più dolce del lokum di Smirne
la curva della guancia ripeteva quella lieve del naso levantino lo spartiacque del volto, preciso come la diagonale dei capelli, svelava sangue blu nella sua stirpe.


Quando arrivammo ci diede un'occhiata che sembrò provenire da distanze non misurabili da mente umana
il Sole tramontava illuminando uno di quei volti ipersensibili che solo il Medio Oriente ti sa offrire.
Nel fondo del suo sguardo potei leggere
deserti e, ancora oltre, altri deserti e carovane e tempeste di sabbia, e cordigliere di nevi perenni, e antiche vie profumate di spezie.
Sapeva di elicriso e di spavento, eppure dominava la paura con una dignità a noi sconosciuta.
Le fummo tutti attorno. Le chiedemmo chi fosse e che facesse lì da sola.
Rimase zitta, non volle rispondere a quel cerchio di uomini barbuti. Mostrò soltanto il largo con un dito.
Ma quel gesto non era una richiesta. Era un ordine. Petros sbigottì: le mandorle degli occhi lo fissavano con una perspicacia sconvolgente.
Non aveva denaro, documenti.
Solo un anello di verde smeraldo al dito indice della sinistra e un bigliettino con una parola, "Evropa", scritta a mano con un tratto arabescato. Nessuno comprese se fosse la sua meta oppure il nome.
Quel grumo di tre sillabe ci era ignoto
eppure risvegliava in tutti noi qualcosa che chiedeva di riemergere dal vuoto dell'immenso zodiacale.


Il mare sentenziò: "Così chiamatela," e ci impose obbedienza. Che importava dove abitasse. Quisquilie anagrafiche.
Pescata in un bordello di Sidone? In campi profughi della Bekaa? Fuggiasca? Orfana? Non ci importava.
Evropa, oscuramente sentivamo che senza il nome lei non era nulla. Quelle sillabe erano un battesimo che racchiudeva tutta la sua essenza di dea fattasi carne e patimento.
Pura essa era. E noi senza esitare Figlia di re, clandestina, imbarcammo.


Si narra che nell'attimo in cui tolse i sandali per superare scalza la passerella d'accesso alla barca, le sue caviglie sedussero un dio, e pare che non fosse uno qualunque.
Ma nessuno si accorse che quel dio si stava preparando già a carpire la bella forestiera in mare aperto.
In quel momento Sam si inabissò
nel buio precipizio del suo sguardo e vi vide passare in pochi attimi fiumi dolenti di popoli in fuga e lunghi canti rauchi di soldati.
"Sta' attento," disse allora al capitano, "quegli occhi fan paura, c'è il destino. Quella robaccia dei Greci tuoi avi, e finirà per portarci scalogna."
Il Turco tagliò corto. "Evropa," disse, "suona bene, sarà di buon augurio," e mise mano subito all'ormeggio.
La barca si staccò, motori al minimo.
L'ultima unghia di Luna sorgeva dal monte dentro un bagno di foschia.
Sciami di meteoriti grandinavano
dalla Bekaa e giù dal Monte Hermon sul mare rugiadoso di Sidone.

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Pagina 64

7.
Lo sciacallo



S'era deciso così: lasciar perdere per non ferire Evropa. Niente accenni alla Siria e alla guerra. Ma una sera
un'onda dolceamara di memorie colse Sam di sorpresa e mandò in pezzi l'argine del silenzio. Era la terra della Bibbia che spesso lo chiamava.
"Era di sera e fu indimenticabile
molto lontano sotto le montagne i campi si spegnevano. Sentivo
la notte camminare a grandi passi dalle terre irachene." Sam non vide Petros lanciargli occhiate furibonde e continuò come in trance a occhi chiusi.
"Il dio del fuoco. ardeva sulle torri delle raffinerie verso Mosul.
Quiete immensa emanava la pianura.
In lontananza l'Eufrate vagava con ghirigori di carta stagnola.
Rincasavano uomini e animali
si udivano i belati delle greggi, le grida dei bambini e delle madri.
La piana dei due fiumi riposava in una pioggia di stelle cadenti.
Quella sera i portali dell'immenso
si spalancarono sopra di me."


Ferma, appoggiata al pulpito di poppa, composta, gli occhi gonfi, la ragazza pregava con le mani separate e le palme rivolte verso il cielo.
Sam si morse le labbra e ammutolì.
Non avevamo mai osato farle delle domande. Ora il tempo era giunto,
"Raccontaci se puoi la storia tua," sussurrò il capitano dolcemente.
La vedo come ora. Il viso magro, la fronte amara, gli occhi incandescenti
e l'ala inquieta di chioma corvina.
Era orgogliosa e non avrebbe mai parlato delle sue tribolazioni. Ma ora nel suo cuore divampava un improvviso incendio di ricordi.
Non fiatavamo. Anche il mare aspettava.


E uscì come da un groppo di silenzio
il suono di una voce che ci parve un fremito invernale di foresta.
"Son nata all'ombra di un verde eucalipto e ho vissuto un'infanzia che qualsiasi bambino invidierebbe. La mia Siria...
Ah, come si accendeva verso sera il profumo di menta e cardamomo,..
La sua luce... Il deserto... Nei paesi le ragazze cristiane passeggiavano con quelle musulmane in libertà.
Avevo amici maschi e niente bambole. Vivevo in una bolla.
L'eucalipto per me restava l'amico più caro.
Restavo accovacciata accanto a lui, gli parlavo da sola anche per ore, talvolta anche di notte, ma la mamma esasperata da me brontolava: 'Non troverai un uomo che ti sposi!'.
Quando fui donna, a soli dodici anni, decise di tenermi chiusa in casa - ero bella - per non espormi agli sguardi del mondo.
'Sei in età di peccato,' diceva.
Ma io non stavo male in quelle stanze.
Sola, leggevo montagne di libri. Dormivo assieme a loro, li annusavo. Me li stringevo al petto, dolcemente, poi li vendevo a clienti invisibili.
Un mondo parallelo e favoloso dove ero la regina incontrastata.
Dissi a me stessa una notte che forse io non appartenevo a questa vita.
Forse io vivo da sempre in esilio.
A volte penso: io non ho una madre. stata la mia terra a farmi nascere, come un grano di senape o di sesamo."


"E poi c'era la nonna, nonna cara. Aveva solo lei le chiavi giuste per entrare nell'antro del mio cuore.
Come cantava nenie beduine!
Come narrava leggende bactriane e storie sulla Terra del tramonto dove comincia l'oceano ruggente!
Le sue storie portavano lontano.
Preparavamo il cibo per la festa dei Morti, frutta secca e melagrana.
Frequentavamo insieme l'Aldilà.
Dall'altro mondo il bisnonno lasciava dirham d'argento sotto il mio cuscino.
Davanti a casa c'era una collina insanguinata di more di gelso, Madre della Rugiada era il suo nome.
Da quell'altura ogni sera, puntuali, gli sciacalli lanciavano richiami per salutare la notte siriana.
Io rispondevo loro col mio canto
ed essi ritornavano coi cuccioli il giorno successivo e mi chiamavano perché mi unissi a loro ancora e ancora.
Quegli ululati hanno dissetato la mia brama di spazi e di silenzio."


Le sue parole scendevano lente
sillaba dopo sillaba aderivano docili al ritmo lungo del beccheggio.
"Fu nonna a regalarmi questo anello per i miei tredici anni.
Domandai dove avesse trovato quella pietra.
Rispose accarezzandomi i capelli: 'Bambina, sono cose da non chiedere, tu prendilo, ti porterà fortuna'.
Aggiunse, mi ricordo, che la luce l'avrei vista 'dal fondo delle tenebre' e nel dirlo indicò nel firmamento
un sentiero di stelle che portava fino alla nuca del toro celeste.
Nonna lo sapeva che la guerra era nell'aria e avrebbe sconvolto le nostre vite. Mi disse una cosa che non potrò mai più dimenticare:
'Lotta sempre. La vita non ha senso. Sei solo tu che puoi dargliene uno'.
Diceva che avrei vinto solo grazie alla mia forza d'animo, ai miei libri, alla bellezza del canto interiore: ma a prezzo di dolore e umiliazioni.
'Solo se tocchi il fondo,' mi diceva, 'conoscerai per davvero te stessa. Soltanto la sconfitta ti fa crescere.'
Era un congedo il suo, me lo sentivo.
Si addormentò seduta su una panca. La seppellimmo nella terra nera.
E in uno di quei giorni di dolore
dalle madrase filtrarono venti di tenebra che mai avevo inteso e con quei venti un rancore omicida che troppa buona gente fu incapace di vedere in anticipo. Poi vennero le bombe, le macerie e gli assassini."

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Pagina 203

29.
L'abisso



Il Kastro di Corfù, mai conquistato
dai Turchi, ci salutò con cicale, con labirinti di strade in selciato
tramestio di stoviglie, biancheria stesa nel vento, leoni veneziani e lunga oscillazione di palmizi.
Sospeso in un pulviscolo d'incenso in mezzo al pentagramma dei cantori
in fondo a una navata uscì dal buio con barba biforcuta Spiridione, attraversando una spada di luce nel chiacchiericcio di vedove greche.


E fummo al largo ancora. Da lontano
Adria già mi chiamava a Pelagosa dal faro sommitale smisurato, piantata in mezzo al mare a ore undici
distesa come il femore guerriero di Diomede invincibile in battaglia.
Fiutavo il vento. Ero un cane da punta.
"Senti il profumo di casa che chiama?" mi chiese a bruciapelo la ragazza.
Al solito, leggeva i miei pensieri.
"Sì, mi penetra odore di pinete, di resina e salsedine," risposi "ginestra, olio di macchina e vernice, aria di arbusti d'assenzio in tumulto."
"Dimmi dove sei nato, amico Scriba."
"Mi partorì una stufa di maiolica in una notte fredda e buia e lunga
mio padre fu quel turbine che scende
fischiando giù dalle pietrose lande là dove il Mare di Mezzo finisce a filo di frontiera tra due mondi
e dove la leggenda di Venezia si ingarbuglia con quella dei Morlacchi, pirati figli di rocce a strapiombo."
"E quali dei governano il tuo mondo?" mi chiese Europa avida di storie.
"L'araldico grifone che conosci ha cercato rifugio sulle isole dove finisce il mio mare selvaggio.
C'è un carnaio lì a picco sul Quarnero. il loro Olimpo imbevuto di sangue.
Verranno a roteare su di te."
Mi ascoltava rapita la ragazza, aveva gli occhi fertili, sembrava potesse ingravidarsi con lo sguardo.
"E poi potrei narrarti la leggenda
dei grandi capitani nati in barca da Ragusa turrita fino a Mìramar...
Vigneti-pentagrammi scoprirai, e nudità solforica che accieca, capelli rosso henné di donne slave e bagagliai strapieni di meloni
kònobe a pelo d'acqua sovrastate dai monti senza pace dei guerrieri che la Luna governa e fa impazzire."
"Non smettere, ti prego, amico insonne. Mi piace quando parli di quel mondo. La tua voce diventa più profonda."
"Non crescono eucalipti in quella terra, ma tigli profumati sacri a Venere, dall'ombra grande che accoglie e protegge.
un mondo dove i popoli si mischiano senza tenere conto dei confini.
Son nato con tre lingue nella testa
ma l'italiano dentro mi cresceva da luppolo tedesco e canti dalmati.
Un marinaio disse che il mio mare è quello 'dove l'Altro è più vicino'.
Son diverse le rive. Irsuta l'una, dorsale frastagliata di Schiavoni. L'altra, latina, di dolci arenili.
Per millenni si sono combattute ma non hanno mai smesso di cercarsi."
"Ma dimmi, come accade, dolce amico?"
"Mio padre ripeteva," le risposi
"che su entrambe le sponde non si trova tavola senza pane e senza olio
giardino senza fico oppure vigna
nessun muro di pietra senza capperi o senza parietaria officinaie."


Ma Otranto tuonava nella notte

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Pagina 209

30.
I quattro venti



"Siamo alla Bocca del Vento, fatale!»
urlò l'Auriga in mezzo ai cavalloni.
Nel varco tra la Sila e l'Aspromonte il fiato del Tirreno tracimava scavalcando il crinale per planare dentro la bocca aperta dello Jonio.
Come a Panama, con tempo pacifico su quel balcone potevi provare il brivido di Núnez de Balboa davanti alla distesa dei due oceani.
Ma Jonio cucinava temporali, Poseidon ci voleva far pagare il pedaggio per l'Istmo di Corinto e cominciò a divertirsi inventando baraonde con timpani e grancasse.


Si diedero battaglia i Quattro Venti
quello del Sud era un pazzo che erra in mezzo a una tempesta del deserto
quello dell'Est una donna che brucia
di voglia, quello del Nord un gigante
dall'alito più freddo di un sepolcro
quello dell'Ovest invece una strega con un manto di pioggia sulle spalle.
E Moya fu assediata da serpenti
di mare come il vecchio Laocoonte, e nei lampi un tentacolo invisibile
entrò soffiando e spense la lanterna precipitando la barca nel buio.
Nel mezzo della notte un pipistrello fece frullare le ali in cabina.
Grigio di gufi piombò su di noi e Zeus tirò il sipario della pioggia.
La danza degli spettri cominciava.


C'era una donna persa tra le onde, era vestita di stracci e gridava al vento scarmigliata la sua pena.
Noi distinguemmo solo un galleggiante con un lugubre drappo sbrindellato, ma la ragazza vide con certezza la sagoma di un corpo femminile.
La madre che era in lei la riconobbe. Fu l'unica a capirne le parole.
"Fermate il vento, spegnete le stelle
perché ho perduto il mio unico bene"
così gridava, e la sua voce usciva come da cruna strozzata di un ago.
Era una figlia dell'Africa nera, guance di ebano, denti di neve, pupille stanche, e chiedeva conforto alla figlia dell'Asia in mare aperto.
Sentimmo gorgogliare la sentina. Il mare sbadigliò come una tomba.

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33.
La testuggine



Ancora non nuotavano le falci
nel mare di frumento dell'estate, quando lei se ne andò, prima dell'alba.
Era venuta da sud una limpida
risacca-lavandaia a insaponare i ciottoli nerastri di Calabria sulla battigia dove i sette fiumi trovano foce in mezzo agli uliveti, quando un merlo dal folto della macchia svegliò con il suo canto il Capitano.
Tutti dormivano. Ma sulla prua
la tenda stranamente era scostata. Il letto vuoto. La cabina in ordine.
Scomparsa la scialuppa. Sulla riva una marea di canne rispondeva al murmure dell'onda sulla sabbia.
Il greco chiamò gli altri, ma la voce
non ce la fece a uscire. Emise solo un urlo strangolato dal silenzio.
Con precisione chirurgica, un picchio
era disceso a trivellargli il cuore come l'aquila il fegato a Prometeo.
E si tuffò, con la camicia addosso,
sembrava un pescespada reso pazzo dal ferimento della sua compagna
e a bracciate frenetiche raggiunse il grembo della terra detta Italia, là dove si sfinisce la risacca.


La scialuppa era in secca, abbandonata.
Le chiare orme di lei proseguivano fino al folto di un bosco rigoglioso.
Le risalì di corsa finché vide una vite avvinghiata intimamente a un vecchio ulivo in mezzo agli asfodeli.
Lì si fermava la traccia di Europa, davanti a quell'abbraccio primordiale.
Femmina e maschio, bloccati nell'atto.
Due corpi nella lava di Pompei.
Questo voleva dire il marinaio che avevamo incrociato a Tauromenion?
Era quello l'approdo del suo viaggio?
Lei si abbarbicava con le unghie alla corteccia ruvida di lui ansimando nel vento tra le foglie.
Nella testa del greco si sentirono
rombare i sette fiumi della mente.
Il mito si era espresso un'altra volta. Lei era oltre, la Storia finiva.
Incredulo, l'Auriga abbandonato
latrò verso la Luna il suo dolore, Luna calante, che usciva con l'alba dai monti di Calabria, evanescente.


La luce titillava gli asfodeli
quando si vide una grossa testuggine - poteva essere vecchia di un millennio - uscire con fatica dalle schiume
in cerca della prima sabbia asciutta per deporre le uova. Si commosse l'Aedo, quando la vide scavare senza curarsi della sua presenza.
Palpebre chiuse aveva nello sforzo. La consumava un istinto ultraterreno.
Nascita e sepoltura si toccavano in un atto capace di spiegare da solo perché Europa era svanita.
Fruttificare nel Sole doveva
la figlia di Selene e dell'Oriente, lontano da tempeste e predatori.
Petros gridò il suo nome. Eco rispose
per cento volte, valle dopo valle come una fucilata. Poi più nulla.
La magica parola era volata
più lontano, oltre i fiumi e le montagne, oltre i sipari grigi della pioggia, fino alle rocce aspre sull'oceano.
E allora udì nuovamente il suo canto, come un messaggio di stirpi lontane
danzare tra gli ulivi, più leggero di una banderuola, in equilibrio fra la gioia e la pena, un dolceamaro.

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