Copertina
Autore José Saramago
Titolo Le intermittenze della morte
EdizioneEinaudi, Torino, 2005, Supercoralli , pag. 206, cop.ril.sov., dim. 140x222x16 mm , Isbn 978-88-06-17937-3
OriginaleAs Intermitencias da Morte
EdizioneCaminho, Lisboa, 2005
TraduttoreRita Desti
LettoreRenato di Stefano, 2006
Classe narrativa portoghese
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Pagina 3

Il giorno seguente non mori nessuno. Il fatto, poiché assolutamente contrario alle norme della vita, causò negli spiriti un enorme turbamento, cosa del tutto giustificata, ci basterà ricordare che non si riscontrava notizia nei quaranta volumi della storia universale, sia pur che si trattasse di un solo caso per campione, che fosse mai occorso un fenomeno simile, che trascorresse un giorno intero, con tutte le sue prodighe ventiquattr'ore, fra diurne e notturne, mattutine e vespertine, senza che fosse intervenuto un decesso per malattia, una caduta mortale, un suicidio condotto a buon fine, niente di niente, zero spaccato. Neppure uno di quegli incidenti automobilistici tanto frequenti nelle occasioni festive, quando l'allegra irresponsabilità e l'eccesso di alcol si sfidano reciprocamente sulle strade per decidere chi riuscirà ad arrivare alla morte al primo posto. Il passaggio dell'anno non aveva lasciato dietro di sé il solito rigagnolo calamitoso di morti, come se la vecchia atropo dalla dentatura digrignata avesse deciso di inguainare la forbice per un giorno. Sangue, però, ce ne fu, e non poco. Allucinati, confusi, accorati, a stento dominando la nausea, i pompieri estraevano dall'amalgama dei rottami miseri corpi umani che, secondo la logica matematica delle collisioni, sarebbero dovuti essere morti e stramorti, ma che, nonostante la gravità delle ferite e dei traumi subiti, erano ancora vivi e cosí venivano trasportati negli ospedali, al suono delle dilaceranti sirene delle ambulanze. Nessuna di quelle persone sarebbe morta strada facendo e tutte avrebbero smentito le piú pessimistiche prognosi mediche, Per questo povero diavolo non c'è niente da fare, non varrebbe neanche la pena di perdere tempo a operarlo, diceva il chirurgo all'infermiera mentre quest'ultima gli accomodava la mascherina sul viso. Realmente, forse non ci sarebbe stata salvezza per il poverino il giorno precedente, ma era del tutto chiaro che la vittima si rifiutava di morire in questo. E quanto accadeva qui, accadeva in tutto il paese. Fino alla mezzanotte in punto dell'ultimo giorno dell'anno ci fu ancora gente che accettò di morire nel piú fedele ossequio alle regole, sia quelle che si riferivano al nocciolo della questione, cioè, il concludersi della vita, sia quelle che attenevano alle molteplici modalità di cui esso, il suddetto nocciolo della questione, con maggiore o minor pompa e solennità, usa rivestirsi quando arriva il momento fatale. Un caso fra tutti interessante, ovviamente trattandosi di chi si trattava, fu quello dell'anzianissima e veneranda regina madre. Alle ore ventitre e cinquantanove minuti di quel trentuno dicembre nessuno sarebbe stato tanto ingenuo da scommettere un soldo bucato sulla vita della real signora. Perduta ogni speranza, arresisi i medici all'implacabile evidenza, la famiglia reale, gerarchicamente disposta intorno al letto, aspettava con rassegnazione l'estremo sospiro della matriarca, forse qualche parolina, un'ultima sentenza edificante finalizzata alla formazione morale degli amati principi suoi nipoti, forse una bella e schietta frase all'indirizzo della sempre ingrata memoria dei sudditi venturi. E poi, come se il tempo si fosse fermato, non accadde nulla. La regina madre non migliorò né peggiorò, rimase li come sospesa, dondolando il fragile corpo sul bordo della vita, a ogni istante minacciando di cadere dall'altro lato, ma legata a questo da un tenue filo che la morte, poteva essere soltanto lei, non si sa per quale strano capriccio, continuava a tenere. Eravamo ormai passati al giorno seguente, e in quello, come si è informato subito all'inizio di questo racconto, nessuno sarebbe morto.

Era già pomeriggio piuttosto inoltrato quando cominciò a correre la voce che, dall'inizio del nuovo anno, piú precisamente dall'ora zero di questo primo gennaio in cui ci troviamo, non risultava che fosse occorso in tutto il paese un solo decesso. Si potrebbe pensare, per esempio, che la diceria avesse avuto origine nella sorprendente resistenza della regina madre a desistere da quel po' di vita che ancora le restava, ma la verità è che l'abituale bollettino medico diramato dall'ufficio stampa del palazzo ai mezzi di comunicazione sociale non solo assicurava che lo stato generale dell'inferma aveva presentato visibili miglioramenti già durante la notte, ma addirittura suggeriva, addirittura dava a intendere, scegliendo accuratamente le parole, la possibilità di un completo ristabilimento dell'importantissima salute. Nella sua prima manifestazione la voce poteva anche essere uscita con la massima naturalezza da un'agenzia di pompe funebri e traslazioni, A quanto pare nessuno sembra esser disposto a morire il primo giorno dell'anno, o da un ospedale, Quel tipo del letto ventisette non vuole davvero crepare, o magari dal portavoce della polizia stradale, un vero e proprio mistero che, con tanti incidenti che ci sono stati sulla strada, non ci sia almeno un morto a titolo di esempio. La diceria, la cui fonte primigenia non venne mai scoperta, senza peraltro, alla luce di quanto sarebbe successo in seguito, che ciò importasse molto, non tardò ad arrivare ai giornali, alla radio e alla televisione, e fece rizzare immediatamente le orecchie a direttori, vice e capiredazione, persone non solo preparate a fiutare a distanza i grandi avvenimenti della storia del mondo, ma anche addestrate a ingigantirli ancora di piú ogni qualvolta sia conveniente. Nel giro di pochi minuti c'erano già per la strada decine di cronisti investigativi a far domande a chiunque gli capitasse davanti, mentre nelle brulicanti redazioni le batterie dei telefoni si agitavano e vibravano nella stessa identica frenesia investigativa. Si fecero chiamate agli ospedali, alla croce rossa, all'obitorio, alle agenzie di pompe funebri, alle polizie, a tutte quante, con comprensibile esclusione di quella segreta, ma le risposte si riducevano tutte alle stesse laconiche parole, Morti non ce ne sono. Piú fortuna avrebbe avuto quella giovane cronista televisiva cui un passante, guardando alternatamente lei e la cinepresa, raccontò un caso vissuto in prima persona e che era l'esatta copia del già citato episodio della regina madre, Stava giustappunto scoccando la mezzanotte, disse lui, quando mio nonno, che sembrava proprio sul punto di andarsene, ha aperto all'improvviso gli occhi prima che risuonasse l'ultimo rintocco nell'orologio della torre, come se si fosse pentito del passo che stava per fare, e non è morto. La cronista fu a tal punto colpita da ciò che aveva appena udito che, senza badare a proteste né suppliche, Ma signora, per favore, non posso, devo andare in farmacia, il nonno sta aspettando la medicina, spinse l'uomo nell'auto di servizio, Venga, venga con me, suo nonno non ha piú bisogno di medicine, gridò, e subito ordinò di dirigersi allo studio televisivo, dove in quel preciso momento tutto era in preparativi per un dibattito fra tre specialisti in fenomeni paranormali, vale a dire, due stregoni di fama e una nota veggente, in tutta fretta convocati per analizzare e dare la loro opinione su quello che già cominciava a esser chiamato da alcuni spiritosi, di quelli che non hanno rispetto per niente, lo sciopero della morte. L'ardita cronista era incappata nel piú grave degli inganni, in quanto aveva interpretato le parole della sua fonte informativa come a significare che il moribondo, in senso letterale, si fosse pentito del passo che stava per compiere, cioè, morire, defungere, tirare le cuoia, e quindi avesse deciso di fare marcia indietro. Orbene, le parole che il felice nipote aveva effettivamente pronunciato, Come se si fosse pentito, erano radicalmente differenti da un perentorio Si è pentito. Qualche lume di sintassi elementare e una maggiore familiarità con le elastiche sottigliezze dei tempi verbali avrebbero evitato il quiproquò e la conseguente lavata di capo che la povera giovane, rossa per la vergogna e l'umiliazione, dovette subire dal suo diretto superiore. A stento potevano immaginare però, lui e lei, che la tal frase, ripetuta in diretta dall'intervistato e nuovamente ascoltata in registrazione nel telegiornale della sera, sarebbe stata compresa alla stessa maniera equivocata da milioni di persone, il che finirà per avere come sconcertante conseguenza, in un futuro assai prossimo, la creazione di un movimento di cittadini fermamente convinti che grazie alla semplice azione della volontà sarà possibile vincere la morte e che, di conseguenza, l'immeritata scomparsa di tanta gente nel passato si era dovuta solo a una censurabile debilità di volizione delle generazioni precedenti. Ma le cose non si fermeranno qui. Giacché le persone, senza per ciò dover compiere alcuno sforzo percettibile, continueranno a non morire, un altro movimento popolare di masse, dotato di una visione prospettica piú ambiziosa, proclamerà che il piú grande sogno dell'umanità fin dal principio dei tempi, cioè, il godimento felice di una vita eterna qua sulla terra, era divenuto un bene per tutti, come il sole che nasce tutti i giorni e l'aria che respiriamo. Nonostante che si disputassero, per cosí dire, lo stesso elettorato, ci fu un punto in cui i due movimenti seppero mettersi d'accordo, e fu la nomina alla presidenza onoraria, data la sua eminente qualità di precursore, di quel coraggioso veterano che, nell'istante supremo, aveva sfidato e sconfitto la morte. A quanto si sa, non verrà attribuita particolare importanza al fatto che il nonnetto si trovi in uno stato di coma profondo e, secondo tutti gli indizi, irreversibile.

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Della prima riunione della commissione interdisciplinare tutto si può dire tranne che sia andata bene. La colpa, se il pesante termine è pertinente, fu del drammatico memorandum presentato al governo dalle dimore del felice occaso, in particolare quella frase minatoria che lo concludeva, Piuttosto la morte, signor primo ministro, piuttosto la morte che una tale sorte. Mentre i filosofi, divisi, come sempre, in pessimisti e ottimisti, alcuni accigliati, altri ridanciani, si accingevano a ricominciare per la millesima volta la trita disputa del bicchiere che non si sa se è mezzo pieno o mezzo vuoto, la quale disputa, trasferita alla questione che li aveva chiamati lí, si sarebbe ridotta nel finale, con ogni probabilità, a un mero inventario dei vantaggi o degli svantaggi dell'essere morto o di vivere per sempre, si presentarono i delegati delle religioni, formando un fronte comune unito con cui aspiravano a fissare il dibattito nell'unico terreno dialettico che gli interessava, cioè, l'accettazione esplicita che la morte era assolutamente fondamentale per la realizzazione del regno di dio e che, pertanto, qualsiasi discussione su un futuro senza morte sarebbe stata non solo blasfema ma anche assurda, in quanto avrebbe dovuto presupporre, inevitabilmente, un dio assente, per non dire semplicemente sparito. Non si trattava di un atteggiamento nuovo, lo stesso cardinale aveva già puntato il dito sul busillis che avrebbe comportato questa versione teologica della quadratura del cerchio quando, nella sua conversazione telefonica con il primo ministro, aveva ammesso, ancorché con parole assai meno chiare, che se fosse finita la morte non ci sarebbe potuta essere resurrezione, e che se non ci fosse stata resurrezione, allora non avrebbe avuto senso che ci fosse una chiesa. Orbene, essendo questa, pubblicamente e notoriamente, l'unico strumento agricolo di cui dio sembrerebbe disporre sulla terra per arare i cammini che dovrebbero condurre al suo regno, la conclusione ovvia e irrefutabile è che tutta la storia santa termina inevitabilmente in un vicolo cieco. Questo acido argomento usci dalla bocca del piú vecchio dei filosofi pessimisti, che non si fermò qui e aggiunse immediatamente, Le religioni, tutte le religioni, per quanto le si rigiri, non hanno altra giustificazione di esistere all'infuori della morte, ne hanno bisogno come il pane per i denti. I delegati delle religioni non si scomodarono a protestare. Al contrario, uno di essi, reputato appartenente al settore cattolico, disse, Ha ragione, signor filosofo, è proprio questo il motivo per cui esistiamo noi, perché le persone conducano tutta la vita con la paura appesa al collo e, giunta l'ora, accolgano la morte come una liberazione, Il paradiso, O paradiso o inferno, oppure niente, quello che c'è dopo la morte ci importa assai meno di quanto generalmente si creda, la religione, signor filosofo, è una faccenda terrena, non ha niente a che vedere con il cielo, Non è questo che ci avete abituati a udire, Qualcosa dovevamo pur dirla per rendere piú attraente la merce, Ciò vuol dire che in realtà non credete nella vita eterna, Facciamo finta. Per un minuto nessuno parlò. Il piú vecchio dei pessimisti lasciò che un vago e soave sorriso gli si diffondesse sul viso e assunse l'aria di chi ha appena visto coronato di successo un difficile esperimento di laboratorio.

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