Copertina
Autore José Saramago
Titolo Le piccole memorie
EdizioneEinaudi, Torino, 2007, Supercoralli , pag. 122, cop.ril.sov., dim. 14x22,2x1,2 cm , Isbn 978-88-06-18793-4
OriginaleAs pequenas memórias
EdizioneCaminho, Lisboa, 2006
TraduttoreRita Desti
LettoreRenato di Stefano, 2007
Classe narrativa portoghese , biografie
PrimaPagina


al sito dell'editore


per l'acquisto su IBS.IT

per l'acquisto su BOL.IT

per l'acquisto su AMAZON.IT

 

| << |  <  |  >  | >> |

Pagina 3

Il paese lo chiamano Azinhaga, si trova lí per cosí dire sin dagli albori della nazionalità (aveva già l'enfiteusi nel tredicesimo secolo), ma di quella stupenda vetustà non è rimasto nulla, se non il fiume che gli passa proprio accanto (sin dalla creazione del mondo, immagino) e che, fino a dove giungono i miei pochi lumi, non ha mai cambiato rotta, malgrado sia uscito dai suoi argini un'infinità di volte. A meno di un chilometro dalle ultime case, verso sud, l'Almonda, è cosí che si chiama il fiume del mio paese, si incontra con il Tago, a cui (o al quale, se mi è permessa la licenza) in tempi ormai andati dava aiuto, nella misura delle sue portate limitate, per allagare la golena quando le nubi riversavano quaggiú le piogge torrenziali dell'inverno e le chiuse a monte, pletoriche, congestionate, erano costrette a scaricare l'eccesso d'acqua accumulata. La terra è pianeggiante, liscia come il palmo della mano, senza alcun accidente orografico degno di tal nome, se qualche spalletta qua e là si fosse alzata sarebbe servita piuttosto a indirizzare la corrente laddove causasse meno danno che non a contenere l'impeto possente delle piene. Sin da epoche tanto lontane la gente nata e vissuta nel mio paese ha imparato a negoziare con i due fiumi che hanno finito per modellarne il carattere, l'Almonda, che scivola ai suoi piedi, il Tago, poco piú giú, seminascosto dietro la muraglia di pioppi, frassini e salici che ne segue il corso, e l'uno e l'altro, per buone o cattive ragioni, onnipresenti nella memoria e nelle conversazioni delle famiglie. Fu in questi luoghi che venni al mondo, fu da qui, quando ancora non avevo due anni, che i miei genitori, migranti spinti dalla necessità, mi portarono a Lisbona, ad altri modi di sentire, pensare e vivere, come se nascere dove io sono nato fosse stata la conseguenza di un equivoco del caso, di una casuale distrazione del destino che ancora fosse in loro potere correggere. Non fu cosí. Senza che nessuno se ne fosse accorto, il bambino aveva già prolungato viticci e radici, la fragile semente che ero io allora aveva avuto il tempo di calpestare il suolo argilloso con i suoi piedi minuscoli e malfermi, per riceverne, indelebilmente, il marchio originale della terra, quel fondo instabile dell'immenso oceano dell'aria, quel fango ora secco, ora umido, composto di residui vegetali e animali, di detriti di tutto e di tutti, di rocce corrose, polverizzate, di molteplici e caleidoscopiche sostanze che hanno attraversato la vita e alla vita hanno fatto ritorno proprio come vi tornano i soli e le lune, le piene e le siccità, i freddi e i caldi, i venti e le bonacce, i dolori e le gioie, gli esseri e il nulla. Soltanto io sapevo, senza avere coscienza di saperlo, che negli illegibili in-folio del destino e nei ciechi meandri del caso era scritto che sarei dovuto tornare ancora ad Azinhaga per finire di nascere. Durante tutta l'infanzia, e anche nei primi anni dell'adolescenza, quel paese povero e rustico, con la sua rumorosa frontiera di acqua e di verdi, con le sue case basse circondate dal grigio argentato degli uliveti, talvolta riarso dagli ardori dell'estate, talaltra intirizzito dalle gelate assassine dell'inverno o affogato dagli straripamenti che gli entravano dentro casa, fu la culla dove si completò la mia gestazione, la sacca in cui il piccolo marsupiale si rannicchiò per fare della sua persona, nel bene e forse nel male, ciò che solo da se stessa, taciturna, segreta, solitaria poteva essere fatto.

Dice chi se ne intende che il paese nacque e si espanse lungo un sentiero, un' azinhaga in portoghese, termine che deriva da una parola araba, as-zinaik, «via stretta», il che letteralmente non sarebbe potuto essere in quegli inizi, poiché una via, che sia stretta o larga, sarà sempre una via, mentre un sentiero non sarà mai altro che una scorciatoia, una deviazione per arrivare piú in fretta dove si vuole, e in genere senz'altro futuro né smisurate ambizioni di distanza. Ignoro in quale momento sarà stata introdotta nella regione la coltivazione intensiva dell'ulivo, ma non ho dubbi, perché lo affermava la tradizione per bocca dei vecchi, che sui piú antichi di quegli uliveti dovevano essere già passati per lo meno due o tre secoli. Altri non ne passeranno. Ettari ed ettari di terreno piantati a ulivo sono stati impietosamente spianati alcuni anni fa, si sono tagliate centinaia di migliaia di alberi, si sono estirpate dal suolo profondo, o ve le hanno lasciate a marcire, le vecchie radici che, per generazioni e generazioni, avevano dato luce alle candele e sapore alla minestra. Per ogni pianta di ulivo sradicata la Comunità Europea ha pagato un premio ai proprietari delle terre, per lo piú grandi latifondisti, e oggi, in luogo dei misteriosi e vagamente inquietanti uliveti del mio tempo di bambino e adolescente, in luogo dei tronchi contorti, coperti di muschi e licheni, bucherellati di anfratti dove andavano a rintanarsi le lucertole, in luogo dei baldacchini di rami carichi di olive nere e di uccelli, quel che si presenta alla vista è un enorme, un monotono, un interminabile campo di granturco ibrido, tutto della stessa altezza, forse con lo stesso numero di foglie nelle spighe, e un domani forse con la stessa disposizione e lo stesso numero di pannocchie, e ciascuna pannocchia forse con lo stesso numero di chicchi. Non mi sto lamentando, non sto piangendo la perdita di qualcosa che neppure mi apparteneva, sto solo tentando di spiegare che questo paesaggio non è il mio, che non è in questo luogo che sono nato, che io non sono cresciuto qui. Ormai sappiamo che il granturco è un cereale di prima necessità, per tanta gente piú ancora dell'olio, e io stesso, quand'ero ragazzo, nei verdi anni della prima adolescenza, me ne andavo nei campi di granturco di allora, una volta conclusa la raccolta dei braccianti, con un sacco di stoffa appeso al collo, a racimolare le pannocchie che fossero rimaste lí, dimenticate. Confesso, comunque, che ora provo qualcosa di simile a una maliziosa soddisfazione, una rivincita che non ho né cercato né voluto, ma che mi è venuta incontro, quando sento dire alla gente del paese che è stato un errore, una delle piú grandi sciocchezze, aver estirpato i vecchi uliveti. Altrettanto inutilmente si piangerà sull'olio versato. Mi raccontano ora che si sta tornando a piantare gli ulivi, ma di quelli che, per quanti anni potranno vivere, saranno sempre piccoli. Crescono piú in fretta e le olive si raccolgono piú facilmente. Ma non so davvero dove andranno a rifugiarsi le lucertole.

Il bambino che sono stato non vide il paesaggio come sarebbe tentato di immaginarlo, dalla sua altezza d'uomo, l'adulto che è diventato. Il bambino, nel tempo in cui lo fu, stava semplicemente nel paesaggio, ne faceva parte, non lo interrogava, non diceva né pensava, con queste o con altre parole: «Che bel paesaggio, che magnifico panorama, che stupendo punto di osservazione!» Naturalmente, quando saliva sul campanile della chiesa o si arrampicava sulla cima di un frassino alto venti metri, i suoi giovani occhi erano in grado di apprezzare e notare i grandi spazi aperti davanti a sé, ma c'è da dire che la sua attenzione preferí sempre individuare e fissarsi su cose ed esseri che si trovassero vicino, su quello che si potesse toccare con le mani, su quello che pure gli si offrisse come qualcosa che, senza averne coscienza, urgeva comprendere e incorporare nello spirito (sarà superfluo ricordare che il bambino non sapeva di avere dentro di sé un simile gioiello), che fosse un serpente strisciante, una formica che innalzava nell'aria una resta di grano, un maiale lí a mangiare nel trogolo, un rospo traballante sulle zampe storte, oppure una pietra, una ragnatela, la zolla di terra sollevata dal ferro dell'aratro, un nido abbandonato, la lacrima di resina gocciolante sul tronco del pesco, la brina luccicante sull'erba. O il fiume. Molti anni dopo, con le parole dell'adulto che ormai era diventato, l'adolescente avrebbe scritto una poesia su quel fiume - umile corrente d'acqua oggi inquinata e maleodorante - in cui si era immerso e nel quale aveva navigato. La intitolò Protopoema, ed è questa: «Dal gomitolo attorcigliato della memoria, dall'oscurità dei doppi nodi, tiro un filo che mi sembra sciolto. | Pian piano lo libero, per paura che mi si disfi tra le dita. | un filo lungo, verde e azzurro, che odora di limo e ha la calda morbidezza del fango vivo. | un fiume. | Mi scorre fra le mani, ora bagnate. [...]

| << |  <  |  >  | >> |

Pagina 99

Si chiamava Francisco Carreira ed era un ciabattino. La sua bottega era un cubicolo buio senza finestre, con una porta da cui solo dei bambini sarebbero potuti entrare senza curvarsi, giacché doveva essere alta poco piú di un metro e mezzo. Lo vidi sempre seduto sul suo panchetto, dietro a un banco su cui disponeva gli attrezzi del mestiere e dove si vedevano emergere, da un immemorabile strato di terriccio, chiodi storti, ritagli di suole, qualche ago spuntato, una pinza inservibile. Era un uomo malato, logorato anzitempo, con la colonna vertebrale deformata. Tutta la forza gli si era concentrata nelle braccia e nelle spalle, potenti come leve. Con esse batteva la suola, incerava il filo, tirava i punti e conficcava i chiodi nelle scarpe con due colpi secchi che non gli vidi mai fallire. Mentre io m'intrattenevo a fare buchi in un ritaglio di cuoio con un foratore o rimestavo nell'acqua in cui la suola a bagno acquistava il tocco astringente del tannino, mi raccontava storie della sua gioventú, vaghe cospirazioni politiche, quella pistola che gli avevano mostrato come tenebroso avvertimento e che, parole di chi lo avvisava, era destinata a chi tradisse la causa... Dopo mi domandava come andavo negli studi, che notizie avevo di quel che succedeva a Lisbona, e io mi arrabattavo alla meglio per soddisfare la sua curiosità. Un giorno lo trovai preoccupato. Con la lesina si lisciava i radi capelli, interrompeva il movimento delle braccia mentre tirava il filo, segnali che io ben conoscevo e che annunciavano una domanda di particolare importanza. Di lí a poco Francisco Carreira inclinava all'indietro il corpo deforme, si spingeva gli occhiali sulla fronte e sparava a bruciapelo: «Tu, amico mio, credi nella pluralità dei mondi?» Lui aveva letto Fontenelle , io no, o forse solo per sentito dire potevo godere di qualche scarso lume sull'argomento. Rabberciai una risposta sul movimento degli astri, buttai a caso il nome di Copernico e lí mi fermai. A ogni modo, sí, credevo nella pluralità dei mondi, la questione stava nel sapere se davvero ce ne fosse qualcuno. Lui si ritenne soddisfatto, o cosí mi parve, e io tirai un sospiro di sollievo. Molti anni dopo avrei scritto su di lui due pagine a cui avrei dato il titolo, ovviamente ispirato a Lorca, de Il ciabattino prodigioso. Che altra parola avrei potuto usare se non quella? Un ciabattino del mio paese, negli anni Trenta, lí a parlare di Fontenelle...

| << |  <  |  >  | >> |

Pagina 118

José Dinis morí giovane. Gli anni d'oro dell'infanzia erano finiti, ognuno di noi dovette andare per la propria strada e un giorno, passato del tempo, mentre mi trovavo ad Azinhaga, domandai alla zia Maria Elvira: «Che fine ha fatto José Dinis?» E lei, senza aggiungere altro, rispose: «José Dinis è morto». Eravamo cosí, feriti dentro, ma duri fuori. Le cose sono come sono, ora si nasce, poi si vive, alla fine si muore, non vale la pena girarci troppo intorno, José Dinis venne e passò, si piansero alcune lacrime al momento, ma certo è che non si può passare la vita a piangere i morti. Voglio credere che oggi nessuno avrebbe pensato piú a José Dinis se queste pagine non fossero state scritte. Sono io l'unico che può ricordare quando salivamo sulla grata della mietitrice e, tenendoci a stento in equilibrio, percorrevamo le messi da un capo all'altro, guardando come le spighe venivano tagliate e coprendoci di polvere. Sono io l'unico che può ricordare quel superbo cocomero dalla buccia verde scuro che mangiammo in riva al Tago, quel campo di meloni proprio dentro al fiume, in una di quelle lingue di terra arenosa, talvolta estese, che l'estate lasciava allo scoperto con la diminuzione della portata. Sono io l'unico che può ricordare lo stridere del coltello, le fette rosse con i semi neri, il castello (in altri posti lo chiamano cuore) che via via si formava nel centro con i successivi tagli (il coltello non arrivava fino all'asse longitudinale del frutto), il succo che ci scorreva giú lungo il collo, fino al petto. E sono ancora io l'unico che può ricordare quella volta in cui fui sleale con José Dinis. Andavamo con la zia Maria Elvira a racimolare un po' di granturco, ognuno nel proprio solco, con la sacchetta al collo, raccogliendo le pannocchie rimaste per disattenzione lí tra i filari quando c'era stato il raccolto, quand'ecco che vedo una pannocchia enorme nel filare di José Dinis e me ne sto zitto per vedere se passa senza accorgersene. Quando, vittima della sua bassa statura, lui prosegui, io ci andai e la raccolsi. La furia del povero depredato era degna di essere vista, ma la zia Maria Elvira e gli altri piú vecchi che stavano lí vicino mi diedero ragione, avrebbe dovuto vederla lui, non ero io che gliel'avevo sottratta. Si sbagliavano. Se io fossi stato generoso gli avrei dato la pannocchia oppure gli avrei detto semplicemente: «José Dinis, guarda quella che c'è lí davanti a te». La colpa fu della continua rivalità in cui vivevamo, ma sospetto che nel giorno del Giudizio Finale, quando si metteranno sulla bilancia le mie buone e le mie cattive azioni, sarà il peso di quella pannocchia che mi farà precipitare all'inferno...

| << |  <  |