Copertina
Autore Saskia Sassen
Titolo Globalizzati e scontenti
SottotitoloIl destino delle minoranze nel nuovo ordine mondiale
Edizioneil Saggiatore, Milano, 2002, La cultura 553 , pag. 288, dim. 140x215x23 mm , Isbn 978-88-428-0763-6
OriginaleGlobalization and its Discontents [1998]
TraduttoreGiovanni Negro
LettoreRenato di Stefano, 2002
Classe sociologia , politica , globalizzazione
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Indice

Premessa di K. Anthony Appiah                 9

Prefazione                                   15

l.  Introduzione: di chi è la citta?
    La globalizzazione e la
    formazione di nuovi diritti              17

PRIMA PARTE: Popolazioni in movimento

2.  La transnazionalizzazione di fatto
    della politica dell'immigrazione         37
3.  Il "problema" americano
    dell'immigrazione                        60
4.  L'internazionalizzazione economica:
    la nuova immigrazione in Giappone e
    negli Stati Uniti                        82

SECONDA PARTE: Donne nel mirino

5.  Verso un'analitica femminista
    dell'economia globale                   105
6.  Note sull'incorporazione delle donne
    del Terzo Mondo nella forza lavoro
    salariata attraverso l'immigrazione e
    la produzione offshore                  126

TERZA PARTE: Un cattivo servizio

7.  Regimi di occupazione nei servizi e
    nuova disuguaglianza                    149
8.  L'economia informale: fra nuovi sviluppi
    e vecchie regolamentazioni              163

QUARTA PARTE: Fuori dallo spazio

9.  Spazio elettronico e potere             183
10. Lo stato e la città globale: prime note
    per una concezione del governo
    dell'economia fondato sul luogo         202

Note                                        223
Bibliografia                                259
Indice analitico                            277

 

 

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Pagina 17

1. Introduzione: di chi è la città? La globalizzazione e la formazione di nuovi diritti


Uno dei temi conduttori di questa raccolta di scritti è costituito dall'importanza cruciale che il luogo riveste per molti dei circuiti che sostanziano la globalizzazione economica. Un luogo strategico per questi sviluppi, quello su cui ci concentriamo qui, è la città. La globalizzazione economica è stata per lo più rappresentata nei termini della dicotomia nazionale/globale, dove il globale guadagna potere e vantaggi a scapito del nazionale, e concettualizzata nei termini dell'internazionalizzazione del capitale, facendo per di più riferimento soltanto ai suoi circuiti superiori, specie a quelli finanziari. L'introdurre le città nell'analisi ci consente di riconcettualizzare la globalizzazione economica in quanto complesso di concreti processi economici ubicati in spazi specifici. La localizzazione dell'analisi sulle città porta a scomporre l'economia nazionale in una serie di componenti subnazionali, alcune profondamente articolate nell'economia globale, altre no. Inoltre segnala la perdita di significato dell'economia nazionale in quanto categoria unitaria. In una certa misura l'economia nazionale è stata una categoria unitaria soltanto per il discorso politico e per la politica economica; in campo economico il moderno Stato-nazione ha sempre avuto attori e pratiche transnazionali. Eppure negli ultimi quindici anni si è evidenziata una fase profondamente differente, in cui, di fronte alle nuove forme di globalizzazione, le economie nazionali appaiono sempre meno come una categoria unitaria.

Perché è importante recuperare il luogo nell'analisi dell'economia globale e, in particolare, recuperarlo nella forma in cui esso è dato nelle grandi città? Perché la reintroduzione del luogo consente di osservare la molteplicità di economie e di culture del lavoro in cui l'economia globale dell'informazione è contestualizzata; e permette, inoltre, di recuperare i concreti processi localizzati che pongono in essere la globalizzazione nonché di mostrare come gran parte della molteplicità di culture presenti nelle grandi città si inscriva nella globalizzazione, né più né meno della finanza internazionale. Infine, focalizzarci sulle città ci consente di specificare una geografia dei luoghi strategici su scala globale, luoghi legati gli uni agli altri dalla dinamica della globalizzazione economica. Definisco questa realtà "nuova geografia della centralità", e una delle questioni che ne discendono è se questa nuova geografia transnazionale sia anche lo spazio per una nuova politica transnazionale.

Nella misura in cui l'analisi economica della città globale recupera il vasto insieme di mansioni e di culture del lavoro appartenenti all'economia globale, ancorché non siano solitamente classificate come tali, si può prendere in considerazione la possibilità di una nuova politica portata avanti da attori tradizionalmente svantaggiati, che operano in questa nuova geografia economica transnazionale: dagli operai occupati nelle aree di produzione per l'esportazione agli addetti alle pulizie di Wall Street. Questa è una politica che si situa nell'intersezione fra: 1) l'effettiva partecipazione economica di molti lavoratori svantaggiati dell'economia globale e 2) i sistemi politici e le retoriche che possono rappresentare e valorizzare come partecipanti soltanto attori aziendali e, sotto questo aspetto, costituiscono quindi una politica dell'esclusione.

Se il luogo, ossia un certo tipo di luogo, è centrale per l'economia globale, possiamo postulare l'esistenza di un'apertura economica e politica transnazionale nella formazione di nuove rivendicazioni e, quindi, nel conferimento di diritti, in particolare di quelli "di cittadinanza". In realtà la città è emersa come il luogo di affermazione di nuovi diritti: da parte del capitale globale, che utilizza la città come "materia prima per l'organizzazione", ma anche da parte di settori svantaggiati della popolazione urbana, che nelle grandi città sono spesso una presenza tanto internazionalizzata quanto il capitale. La snazionalizzazione dello spazio urbano, la formazione di nuovi diritti per gli attori transnazionali e le inerenti contestazioni pongono un interrogativo: di chi è la città?

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Luogo e produzione nell'economia globale

Parallelamente alla ben documentata diffusione spaziale delle attività economiche sono comparse nuove forme di centralizzazione al vertice di funzioni di direzione e controllo. I mercati nazionali e globali, come pure le operazioni integrate globalmente, necessitano di luoghi centrali dove svolgere concretamente le funzioni della globalizzazione. Inoltre le industrie dell'informazione richiedono una vasta infrastruttura fisica dotata di nodi strategici con un'iperconcentrazione di dispositivi e servizi. Infine, neppure le industrie dell'informazione più avanzate possono prescindere da un processo lavorativo, ossia da un complesso di lavoratori, macchine ed edifici che sono più legati al luogo di quanto suggerisca l'immaginario dell'economia dell'informazione.

Il controllo e la direzione centralizzati di un complesso di operazioni economiche territorialmente diffuse non derivano automaticamente da un "sistema mondiale"; richiedono invece la produzione di un'ampia gamma di servizi altamente specializzati, di infrastrutture di telecomunicazioni e di servizi industriali. Questo insieme di infrastrutture e servizi è cruciale per la valorizzazione degli attuali elementi trainanti del capitale. Se non ci si limita a invocare il potere delle società multinazionali come chiave di spiegazione della globalizzazione economica, la localizzazione sul luogo e sulla produzione ci porta a considerare l'insieme di attività e di assetti organizzativi necessari per la realizzazione e il mantenirnento di una rete globale di fabbriche, di servizi e di mercati; tutti questi processi rientrano solo in parte nelle attività di società e banche transnazionali.

Fra i principali scopi del mio lavoro vi è quello di osservare le città come i luoghi dove operano le principali industrie di servizi del nostro tempo, onde individuare l'infrastruttura di attività, imprese e posti di lavoro che sono necessari per il funzionamento del settore delle imprese avanzate. Voglio mettere a fuoco la pratica del controllo globale. Le città globali sono i centri di servizio e finanziamento dell'interscambio e degli investimenti internazionali, le sedi dei quartieri generali delle imprese. Vale a dire che oggi le molteplici attività specializzate presenti nelle città globali sono essenziali per la valorizzazione, anzi, per l'ipervalorizzazione del capitale. E in questo senso tali città fungono da siti produttivi strategici per gli attuali settori economici di punta. Questa funzione si riflette altresì nel predominio di queste attività nelle economie sviluppate.

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I diritti del capitale nella nuova griglia globale

Un asserto fondamentale delle discussioni sull'economia globale riguarda il declino della sovranità degli stati sulle proprie economie. In effetti la globalizzazione estende l'economia al di là delle frontiere dello Stato-nazione. Questa circostanza è particolarmente evidente nei settori economici di punta, che sfuggono in gran parte agli attuali sistemi di governo e di definizione delle responsabilità di attività e attori transnazionali. I mercati globali della finanza e dei servizi avanzati operano sotto un ombrello "regolamentativo" che non è centrato sullo Stato, bensì sul mercato. Più in generale, la nuova geografia della centralità è transnazionale e opera prevalentemente in spazi elettronici che si sottraggono a qualsiasi giurisdizione.

Senonché questo asserto non dà il dovuto risalto a una componente cruciale della trasformazione intervenuta negli ultimi quindici anni: la pretesa che gli stati garantiscano i diritti nazionali e globali del capitale. Ciò che conta per la nostra analisi è che il capitale globale abbia avanzato queste pretese e che gli stati nazionali abbiano risposto ponendo in essere nuove forme di legalità. Si è dovuta produrre questa nuova geografia della centralità, sotto due aspetti: le pratiche degli attori aziendali e le politiche statali volte a creare nuovi regimi legali. Le rappresentazioni degli stati nazionali che puntano esclusivamente sul ridimensionamento del loro ruolo non riescono a cogliere questa dimensione di grande rilevanza e riducono ciò che sta accadendo a una funzione della dicotomia nazionale/globale. La vincita dell'uno è la perdita dell'altro.

Qui si pongono due distinti quesiti. Uno riguarda l'ascesa di questo nuovo regime legale che media fra sovranità nazionale e pratiche aziendali transnazionali. L'altro si riferisce al particolare contenuto di questo nuovo regime, che rafforza i vantaggi di certi tipi di attori economici e indebolisce quelli di altri. L'egemonia della concezione neoliberista delle relazioni economiche, con la sua forte enfasi sui mercati, sulla deregolamentazione e sul libero scambio internazionale, ha influenzato la politica economica negli Stati Uniti e in Gran Bretagna negli anni ottanta e ora va influenzandola sempre di più anche nell'Europa continentale. Questa influenza ha contribuito alla formazione di regimi legali transnazionali fondati su concetti economici tipici dell'Occidente: il contratto e i diritti di proprietà. Attraverso il Fondo monetario internazionale (Fmi) e la Banca internazionale per la ricostruzione e lo sviluppo (BIRS), nonché l'Accordo generale sulle tariffe e il commercio (GATT Organizzazione mondiale per il commercio, WTO dal gennaio 1995) questo regime si è propagato al mondo in via di sviluppo (Mittelman 1996). un regime connesso all'aumento della concentrazione della ricchezza, della povertà e della disuguaglianza nel mondo. Questa evoluzione si svolge con modalità proprie nel caso delle città globali, come si è visto in precedenza.

La deregolamentazione ha costituito un meccanismo cruciale per la negoziazione volta a far collimare il globale e il nazionale. Invece di limitarci a vedere la deregolamentazione come un'operazione mirante a dare mano libera al mercato e a ridurre la sovranità dello Stato, potremmo sottolinearne un aspetto molto meno noto: l'effetto, particolarmente accentuato nel caso dei settori economici di punta, di snazionalizzare parzialmente il territorio nazionale (vedi Sassen 1996). In altri termini, non si tratta soltanto dell'estensione dell'economia spaziale al di là dei confini nazionali. Si tratta anche dell'effetto di snazionalizzare il territorio nazionale, prodotto dalla globalizzazione ed evidenziato dall'economia spaziale delle industrie avanzate dell'informazione. Nel caso del capitale questo processo di snazionalizzazione, che si materializza in larga misura nelle città globali, è stato legittimato e caricaio di valori positivi da molte élitedi governo e dai loro consiglieri economici. Questa connotazione positiva assume segno opposto quando si tratta di persone anziché di capitale, com'è reso estremamente evidente dall'ondata di sentimenti ostili agli immigrati e dalla rinazionalizzazione della politica.

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Identità evanescenti e nuova politica transnazionale


Nella sezione precedente ho sostenuto che la produzione di nuove forme di legalità e di un nuovo regime giuridico transnazionale privilegi la restaurazione del capitale in quanto fattore globale e gli spazi snazionalizzati necessari per il suo funzionamento. Al tempo stesso mancano forme e regimi legali nuovi, in grado di sussumere un altro elemento cruciale di questa transnazionalizzazione, un elemento che taluni, con cui concordo, vedono come la controparte del capitale: la transnazionalizzazione del lavoro. Tuttavia stiamo ancora usando il lessico dell'immigrazione per descrivere questo processo. Mancano, parimenti, forme e regimi nuovi in grado di sussumere la transnazionalizzazione nella formazione di identità e affiliazioni di vari segmenti di popolazione, che non si identificano esclusivamente o principalmente con la nazione, e le nuove solidarietà e idee di appartenenza che ne discendono. Le principali città si sono affermate come sito strategico non soltanto per il capitale globale, ma anche per la transnazionalizzazione del lavoro e per la formazione di identità transnazionali. Sotto questo profilo esse sono il luogo di operazioni politiche di nuovo genere.

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La globalizzazione è un processo che genera spazi contraddittori, caratterizzati da contestazioni, differenziazioni interne, continui sconfinamenti. La città globale è emblematica di questa condizione: concentra al proprio interno una quota sproporzionata di potere aziendale globale ed è uno dei luoghi chiave della sua valorizzazione; ma concentra anche una quota sproporzionata di popolazione svantaggiata ed è al contempo uno dei luoghi chiave della sua svalorizzazione. Questa presenza simultanea si dà in un contesto in cui la globalizzazione dell'economia è cresciuta fortemente e le città sono divenute sempre più luoghi strategici per il capitale globale e in cui gli emarginati hanno trovato modi per esprimersi e stanno avanzando pretese sulla città. Questa simultanea presenza viene ulteriormente messa a fuoco dalle crescenti disparità fra quelle due componenti. Oggi nel centro si accumula un enorme potere economico e politico, che poggia sulla capacità di esercitare un controllo globale e di produrre sovraprofìtti. E gli attori scarsamente dotati di potere sia economico sia politico tradizionale stanno divenendo una presenza sempre più forte, grazie alla nuova politica della cultura e dell'identità e all'affiorare di una politica transnazionale contestualizzata nella nuova geografia della globalizzazione economica. Entrambi quei settori, sempre più transnazionali e in rapporto conflittuale tra loro, trovano nella città il terreno strategico delle loro attività, un terreno che non si presta però a un gioco equilibrato.

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2. La transnazionalizzazione di fatto della politica dell'immigrazione


Quantunque continui a svolgere il ruolo principale nella formulazione e nell'attuazione della politica dell'immigrazione, lo Stato appare trasformato dalla crescita di un sistema economico globale e da altri processi transnazionali, i quali hanno determinato condizioni che influiscono sulla sua funzione e sulla sua capacità di regolamentazione. Due aspetti di questo sviluppo sono particolarmente rilevanti per il ruolo dello Stato nella formulazione e nell'attuazione della politica dell'immigrazione. Uno è il trasferimento di varie componenti del potere statale a organizzazioni sovranazionali quali le istituzioni dell'Unione europea (UE), l'organizzazione per il commercio mondiale (OCM) di recente creazione o i codici internazionali di diritti umani; l'altro è la comparsa di un nuovo regime giuridico transnazionale privatizzato delle transazioni economiche internazionali, che oggi si estende anche a certe componenti della mobilità transfrontaliera del lavoro, specie degli addetti ai servizi.

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Conclusione

Gli sviluppi qui descritti indicano numerose tendenze che possono divenire sempre più importanti per l'elaborazione di una sana politica dell'immigrazione. Là dove gli sforzi volti a formare spazi economici transnazionali sono andati più avanti e sono stati maggiormente formalizzati, è divenuta molto chiara la natura problematica degli attuali contesti della politica dell'immigrazione. In primo luogo, contrariamente a quanto si ripete spesso, non è vero che la coesistenza di regimi molto diversi per la circolazione del capitale e delle persone sia esente da tensioni e contrasti. Questa circostanza si manifesta con grande chiarezza nel lavoro legislativo necessario per la formazione dell'UE. Forme meno acute di questa tensione si evidenziano nell'esigenza di introdurre disposizioni speciali per la circolazione dei lavoratori in tutti i principali accordi di libero scambio.

In secondo luogo, assistiamo all'inizio di una dislocazione di funzioni governative a istituzioni non statali o parastatali. Ciò diviene particolarmente evidente nei nuovi regimi giuridici e regolamentativi transnazionali creati nel contesto della globalizzazione economica; ma questo fenomeno interferisce anche con questioni migratorie, in particolare con la migrazione temporanea della manodopera, come si evidenzia nella creazione di regimi particolari per la circolazione dei lavoratori dei servizi e del personale aziendale all'interno dell'Organizzazione mondiale per il commercio e del NAFTA, regimi che si inscrivono nel processo di internazionalizzazione dell'interscambio e degli investimenti nel settore dei servizi. Questi regimi sono stati completamente scissi dall'idea di migrazione, ma di fatto rappresentano una specie di versione dell'immigrazione temporanea di manodopera. Si tratta di un regime di mobilità del lavoro sottoposto in buona parte alla supervisione di entità che agiscono in piena autonomia rispetto allo Stato. Si può ravvisare in questa dislocazione qualche aspetto di privatizzazione della regolamentazione della mobilità internazionale del lavoro.

In terzo luogo, il processo di legittimazione degli stati secondo diritto richiede che si rispettino e si applichino i codici internazionali dei diritti umani, indipendentemente dalla nazionalità e dallo status legale di un individuo. E quantunque precaria, l'applicazione segnala un mutamento fondamentale nel processo di legittimazione, che è divenuto estremamente evidente quando il potere giudiziario nei paesi più sviluppati ha difeso, contro le decisioni della legislatura, i diritti di immigrati, rifugiati e di quanti chiedevano asilo.

Infine, lo stesso Stato appare trasformato da questi sviluppi congiunti. Ciò dipende in parte dal fatto che lo Stato legittimato secondo il diritto internazionale è una delle arene fondamentali per la formazione di questi nuovi regimi transnazionali che si tratti dei diritti del capitale globale, o dei diritti umani di tutti gli individui indipendentemente dalla nazionalità -, e in parte dal fatto che lo Stato ha inglobato l'obiettivo dello sviluppo dell'economia globale, come dimostra l'ascesa di certi organismi statali (ad esempio, il Tesoro) e il declino di altri, come quelli legati ai fondi sociali.

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5. Verso un'analitica femminista dell'economia globale


L'attuale fase dell'economia mondiale è caratterizzata da significative discontinuità rispetto ai periodi precedenti e da assetti radicalmente nuovi. Queste circostanze divengono particolarmente evidenti se si esamina l'impatto della globalizzazione sull'organizzazione territoriale dell'attività economica e sull'organizzazione del potere politico. La globalizzazione economica ha riconfigurato alcune proprietà fondamentali dello Stato-nazione, specie la territorialità e la sovranità. Comincia a manifestarsi un processo di frammentazione nel principio di territorialità esclusiva che da tempo è associato allo stato-nazione. L'estrinsecazione più strategica di questa frammentazione è costituita dalla città globale, che opera come una piattaforma parzialmente snazionalizzata per il capitale globale. A un livello più basso di complessità si può constatare che anche l'impresa transnazionale e i mercati finanziari globali producono questo stesso effetto attraverso le loro attività transfrontaliere e i nuovi regimi legali che le inquadrano. Anche la sovranità appare frammentata da queste pratiche economiche, da altre pratiche non economiche e da nuovi regimi giuridici. Al limite ciò significa che lo Stato non è più l'unico luogo della sovranità e dell'inerente funzione normativa. Inoltre lo Stato non è più il soggetto esclusivo del diritto internazionale. Altre figure, dalle ONG e dalla popolazione fondativa della nazione fino alle organizzazioni sovranazionali, vanno affermandosi come soggetti di diritto internazionale e attori nelle relazioni internazionali.

Per sviluppare un'analitica femminista dell'attuale economia globale è necessario tener conto di queste trasformazioni, se non vogliamo limitarci ad aggiornare il quadro delle diverse condizioni economiche in cui uomini e donne operano nel diversi paesi. Nell'esaminare le questioni legate al rapporto fra le donne, da un lato, e l'economia e il diritto dall'altro, in genere la dottrina femninista ha preso lo Stato-nazione come dato di fatto o come il contesto in cui collocare quelle questioni. Questo approccio ha offerto un contributo fondamentale e indispensabile. Ma ora, considerando lo specfflco impatto della globalizzazione su fondamentali proprietà sistemiche dello Stato - ossia, sui principi di territorialità e sovranità intesi in senso esclusivo - diviene importante sottoporre queste proprietà a un riesame critico.

Lo scopo dell'argomentazione è quello di contribuire a un'analitica femminista che ci consenta di rileggere e riconcettualizzare le principali caratteristiche dell'attuale economia globale in modo da catturare le estrinsecazioni strategiche del genere, nonché le aperture formali e operative che rendono le donne visibili e ne accrescono presenza e partecipazione. Questa rilettura differisce notevolmente dalle rappresentazioni prevalenti dell'economia globale, che considerano soltanto gli aspetti tecnici e astratti delle dinamiche economiche e danno per scontato che queste dinamiche siano inevitabilmente neutrali rispetto al genere, senza quasi mai affrontare esplicitamente la questione.

Mi prefiggo di espandere il terreno analitico in cui dobbiamo situare l'economia globale per rendere visibile ciò che oggi viene escluso dal quadro. Il mio punto di partenza si basa sui miei studi dell'economia globale degli ultimi venti anni. Questi studi mi hanno consentito di constatare che la rappresentazione prevalente della globalizzazione economica è confinata in uno spazio analitico molto ristretto. Quella rappresentazione può venire descritta come una "narrativa dell'esclusione", poiché esclude una serie di lavoratori, imprese e settori che non si adattano alle immagini dominanti della globalizzazione. E, in questo senso, anche la retorica delle relazioni internazionali e la sua istanza più formale, il diritto internazionale, possono venire considerate come una narrativa dell'esclusione. Questa retorica ravvisa nello Stato il suo unico soggetto e ha escluso altri attori e soggetti. Queste narrative sono imperniate su una vasta serie di micropratiche e di forme culturali costituite e legittimate dagli uomini e/o in termini di genere maschile. Inoltre, a livello operativo, si potrebbe affermare che, nonostante il numero crescente di donne presenti ai massimi livelli professionali delle attività economiche globali e delle relazioni internazionali, entrambe queste realtà possono venire definite di genere maschile, in quanto ciascuna di esse è specificamente caratterizzata dalle proprietà culturali e dalle dinamiche di potere che abbiamo storicamente associato a uomini dotati di qualche tipo di potere.

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7. Regimi di occupazione nei servizi e nuova disuguaglianza


Io sostengo che, al di là delle molteplici cause all'origine di disuguaglianza e povertà, anche i principali cambiamenti intervenuti nell'organizzazione dell'attività economica negli ultimi quindici anni si sono rivelati una fonte di insicurezza economica generalizzata e, in particolare, di nuove forme di povertà legata all'occupazione.

Si tratta di un discorso molto vasto: qui mi limiterò a esaminare tre processi: 1) la crescente disuguaglianza fra le capacità di profitto di diversi settori economici e fra le capacità di guadagno di diversi tipi di lavoratori; 2) le tendenze alla polarizzazione insite nell'organizzazione delle industrie di servizi e nella precarizzazione del rapporto di impiego; e 3) l'emarginazione urbana, risultante in particolare dai nuovi processi strutturali della crescita economica, anziché da quelli che producono emarginazione per effetto dell'abbandono. Queste tre dinamiche non si escludono necessariamente a vicenda. Esaminerò come esse agiscono nelle città più grandi. Una delle ipotesi di lavoro di questo capitolo è che nelle città globali l'impatto della globalizzazione economica si esplica in parte attraverso queste tre dinamiche, la cui analisi diviene quindi un'euristica, volta a individuare i modi in cui la globalizzazione economica può o meno contribuire alla povertà urbana in tali città.

Le città, in particolare i centri d'affari principali, costituiscono un punto di raccordo di molte nuove tendenze organizzative. Molte attività di servizio sono state decentrate per mezzo delle nuove tecnologie informatiche, e molti altri servizi dipendenti dalla vicinanza dei clienti seguono gli schemi di distribuzione delle popolazioni, delle imprese e delle pubbliche amministrazioni. Ma le città sono centri nevralgici per la produzione dei servizi più avanzati, per quelli orientati prevalentemente all'esportazione e per i fornitori di servizi che operano all'interno di densi agglomerati di imprese. Le città sono anche centri nevralgici per i vari mercati del lavoro necessari a queste imprese di servizi: sono i luoghi dove le tendenze alla polarizzazione insite nell'organizzazione delle industrie di servizi si manifestano e producono effetti peculiari sulle configurazioni economiche e sociali urbane; nelle città molto grandi questi esiti sono accentuati dalla sproporzionata concentrazione di occupati a basso salario addetti ai servizi a pendolari e turisti, oltreché da una massa di residenti con redditi bassi. Molte di queste tendenze assumono forme concrete nel paesaggio urbano.

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Conclusione

L'evoluzione che si osserva nelle città non può venire compresa, se la si isola da fondamentali cambiamenti nell'organizzazione complessiva delle economie avanzate. Tali cambiamenti possono essere visti come transizioni sistemiche fra differenti modi di organizzazione sociale ed economica. In tal senso possiamo parlare di transizione dalla relativa obsolescenza delle economie urbane durante il predominio del fordismo, alla rivalutazione di componenti strategiche dello spazio urbano, dovuta all'intensificarsi dell'impiego di servizi nell'organizzazione dell'economia.

La nuova economia urbana non soltanto rafforza le disuguaglianze esistenti, ma innesca una serie di nuove dinamiche della disuguaglianza. I nuovi settori dinamici, i servizi specializzati e la finanza, offrono potenzialità di profitto nettamente superiori a quelle dei settori economici più tradizionali; molti di questi ultimi sono essenziali per il funzionamento dell'economia urbana e il soddisfacimento dei bisogni quotidiani dei residenti, ma la loro possibilità di sopravvivere in modo redditizio è messa a repentaglio in una situazione dove la finanza e i servizi specializzati possono realizzare sovraprofitti.

Oggi vediamo aumentare nettamente la disuguaglianza nelle condizioni socioeconomiche e nella fruizione dello spazio all'interno delle grandi città. Tale aumento può venire interpretato in senso meramente quantitativo. Ma è anche possibile ravvisarvi una ristrutturazione della società e dell'economia e la comparsa di forme sociali e allineamenti di classe nuovi nelle grandi città dei paesi altamente sviluppati: la crescita di un'economia informale, la signorilizzazione dei ceti commerciali e dei residenti con redditi alti e il brusco aumento della popolazione senza casa.

I cambiamenti osservati nella distribuzione delle occupazioni e dei guadagni sono dovuti non soltanto ai mutamenti del peso relativo delle varie attività economiche, ma anche a quelli intervenuti nell'organizzazione delle imprese e dei mercati del lavoro. Si sono accentuate le differenze all'interno dei principali settori, specie in quello dei servizi. Un sottoinsieme di industrie di servizi tende a elevare i rapporti tra capitale e lavoro e la produttività, a impiegare intensivamente le tecnologie più avanzate; un altro sottoinsieme tende invece a continuare sulla via dell'uso intensivo di lavoro e delle basse retribuzioni. Inoltre vanno divaricandosi anche i livelli medi dei guadagni e dell'istruzione di questi due sottoinsiemi. Queste caratteristiche dei due tipi di industrie contribuiscono a creare un particolare processo causale cumulativo all'interno di entrambi i gruppi. Il primo gruppo di industrie è sottoposto a pressioni tendenti a innalzare i rapporti tra capitale e lavoro e i livelli di produttività, tenuto conto degli alti salari, mentre nel secondo gruppo i bassi salari scoraggiano l'impiego di tecnologie ad alta intensità di capitale, e la bassa produttività rafforza la domanda di lavoratori a bassissima retribuzione. A loro volta, queste condizioni perpetuano il divario fra le potenzialità di profitto di questi due sottoinsiemi.

Quando parliamo di polarizzazione nell'uso della terra, nell'organizzazione dei mercati del lavoro, nel mercato degli alloggi e nella struttura dei consumi, non intendiamo necessariamente affermare che la classe media stia scomparendo: ci riferiamo piuttosto a una dinamica per cui la crescita contribuisce alla disuguaglianza anziché all'espansione della classe media, come accadeva invece nei due decenni successivi alla seconda guerra mondiale negli Stati Uniti e in molte economie sviluppate. Là dove rappresenta una quota significativa della popolazione, la classe media costituisce un importante canale in cui reddito e stile di vita si saldano in una forma sociale dominante. In molte delle attuali economie urbane avanzate vediamo formarsi nella classe media una segmentazione il cui profilo ha un'inclinazione più accentuata che in passato. Le condizioni che hanno contribuito all'espansione e al potere politico ed economico della classe media (la centralità della produzione di massa e del consumo di massa per la crescita economica e la realizzazione del profitto) sono state sostituite da nuove matrici di crescita. Questa non è una mera trasformazione quantitativa: possiamo cogliervi gli elementi di un nuovo regime economico. 8. Ueconomia'informale: fra nuovi sviluppi e vecchie regolamentazioni La crescita dell'economia informale nelle grandi città dei paesi alta- mente sviluppati solleva nuovi mterroqativi sulla redazione che orai intercorre fra economia e regolamentazione. Nell'uso che io ne farò, l'espressione @economia informale@ designa le attività generatrici di reddito che si svolgono al di fuori del quadro normativo predispo- sto dallo Stato, pur avendo deve anaìogie con torme presenta $in quel quadro. Uambito e la natura dell'econonúa informale sono definite dallo stesso quadro norrnativo che essa elude. Per questo motivo l'e- conomia informale può venire compresa soltanto nfiettendo suiia sua relazione con l'economia formale, ossia con l'attività regolamentata generatrice di reddito.

Le principali teorie dello sviluppo economico, che siano il por- tate, Z>%-Ucjj'Lcdi pensiero marxista, non pre- vedono l'inevitabile comparsa dell'economia informale nei paesi al- tamente sviluppati. Tali teorie ammettono la po-,-,ibilità di attivit-à eri- núnab e dell'occultamento del reddito nelle economie avanzate, ma queste attività non denotano la presenza di qualche dinamica eco- nomica nuova o ancora da spiegare. Nell'occultamento del reddito, per esempio, si riconosce un inevitadue risposta ana realizzazione ai un sistema statale (li tassazione. Ciò non di meno, le teorie dello svi- luppo economico devono ancora spiegare adeguatamente il feno- meno dell'economia informale nelle società capitalistiche avanzate (solitamente urbane).

Fino a pochi anni fa, la teorizzazione deu'economia informale si è Localizzata sulle carenze delle economie meno sviluppate: sulla lo- ro incapacità di completare il processo di modemizzazione, di con- tenere l'esodo verso le città e di realizzare programmi di istruzione e di alfabetizzazione per tutta la popolazione.' La crescita di un'eco- nomia informale nei paesi altamente sviluppati è stata spiegata come

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9. Spazio elettronico e potere


facile leggere lo spazio elettronico come un mero fenomeno tecnologico e, in questo senso, come un evento a se stante e neutrale. Ma questa è una lettura parziale. Ciò che questa lettura tecnologica non dice è che lo spazio elettronico è contestualizzato nella dinamica complessiva che determina l'organizzazione della società. Nella geografia della sua infrastruttura, come pure nella struttura dello stesso ciberspazio, lo spazio elettronico è segnato, e in certa misura modellato, dal potere, dalla concentrazione e dalla contestazione, così come, d'altro canto, dall'apertura e dal decentramento. ormai chiaro, per esempio, che le particolari caratteristiche di Internet (la Rete) discendono in parte dalla precedente cultura hacker dell'informatica, da cui è scaturita l'idea del software che ha rafforzato l'apertura e la natura decentrata della Rete e ha cercato di renderla disponibile universalmente. Ed è altresì chiaro che, a partire dal 1994, quando l'impresa ha "scoperto" la Rete, assistiamo a continui tentativi di commercializzarla attraverso lo sviluppo di software che possano capitalizzarne le proprietàimponendo diritti d'autore: in altre parole, l'esatto contrario della cultura hacker dei primi tempi.

Sotto questo aspetto, mi sembra che si debba teorizzare nuovamente lo spazio elettronico e scorporarlo analiticamente dalle proprietà di Internet che hanno modellato la nostra concezione di tale spazio. Si tende a pensare che esso sia caratterizzato da un potere diffuso, dall'assenza di gerarchia. Probabilmente Internet è lo spazio elettronico più famoso e più celebrato. I suoì particolari attributi hanno generato la nozione di un potere diffuso: decentramento, apertura, possibilità di espansione, nessuna gerarchia, nessun centro, nessun presupposto di controlli autoritari o esclusivi.

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10. Lo stato e la città globale: prime note per una concezione del governo dell'economia fondato sul luogo


Questo capitolo riesamina la tesi della perdita di rilevanza dello Stato nell'economia globale. Sostengo che questa tesi sia stata alimentata dall'eccessiva accentuazione dell'ipermobilità del capitale e da un retroterra concettuale che ipotizza un rapporto di reciproca esclusione fra nazionale e globale. Il capitolo mostra che: 1) anche lo Stato appare trasformato dalla sua partecipazione alla progettazione e alla realizzazione di sistemi economici globali, e 2) perfino le industrie più globali e ipermobili, quali la finanza e i servizi aziendali avanzati, in definitiva sono incorporate in una griglia globale di legami e siti territoriali nazionali caratterizzati da grandi concentrazioni di strutture materiali e processi lavorativi, che rivestono sovente un'importanza strategica per l'operatività del capitale ipemobile. A causa della sua natura strategica e dell'addensamento di risorse e di legami che vi si concentrano, questa griglia globale potrebbe essere lo spazio per un'attività di regolamentazione mirata, posta in essere da un sistema interstatale che è andato anch'esso internazionalizzandosi. Ma questo passaggio richiederebbe una notevole innovazione nella struttura e negli obiettivi della regolamentazione.

 

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Riferimenti


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