Autore Judith Schalansky
Titolo Inventario di alcune cose perdute
Edizionenottetempo, Roma, 2020 , pag. 252, ill., cop.fle., dim. 14x20x1,8 cm , Isbn 978-88-7452-787-8
OriginaleVerzeichnis einiger Verluste
EdizioneSuhrkamp, Berlin, 2018
TraduttoreFlavia Pantanella
LettoreLuca Vita, 2020
Classe narrativa tedesca , scienza , musei












 

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Indice


Nota dell'autrice                             7
Prefazione                                   11

Tuanaki                                      29

La tigre del Caspio                          47

L'unicorno di Guericke                       65

Villa Sacchetti                              83

Il ragazzo vestito di blu                   101

I carmi d'amore di Saffo                    119

Il castello dei von Behr                    137

I sette libri di Mani                       155

Il porto di Greifswald                      173

L'enciclopedia nel bosco                    191

Il Palazzo della Repubblica                 209

I disegni della Luna di Kinau               227


Indice dei nomi                             245
Indice bibliografico e delle illustrazioni  252


 

 

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Pagina 11

PREFAZIONE


Un giorno d'agosto di qualche anno fa visitai una città del Nord. Sorge su una delle ultime insenature di un braccio di mare che dai tempi di una remota era glaciale penetra a fondo nell'entroterra, e nelle cui acque salmastre si trovano le aringhe in primavera, le anguille in estate, i merluzzi in autunno e in inverno carpe, lucci e sparidi, ragion per cui in quei luoghi il mestiere di pescatore viene esercitato ancora oggi. Da secoli questi uomini abitano con le loro famiglie in un quartiere che non si può definire altrimenti che pittoresco, composto da poco più di due strade acciottolate, uno spiazzo per stendere le reti e un complesso monastico ormai abitato solo da due vecchie nobildonne. Si tratta, in breve, di uno di quei luoghi in apparenza fuori dal tempo, in cui è fin troppo facile cedere alla tentazione di credere vivo un passato tanto vago quanto attraente. Tuttavia non mi sono rimasti impressi in particolar modo né i rosai in fiore e le alte piante di malva davanti alle case basse imbiancate a calce, né le porte di legno colorato o gli stretti vicoli che conducono giú, perlopiú direttamente, alla riva sassosa, quanto la curiosa circostanza che nel centro del quartiere non vi fosse la piazza del mercato bensì un cimitero ombreggiato da giovani tigli di un verde estivo e chiuso da un recinto di ghisa, e che, dunque, proprio là dove di solito si scambiavano merci e denaro, i morti sottoterra erano intenti a far ciò che per via di una credenza inestirpabile, frutto dei nostri desideri, chiamiamo "riposare". Il mio stupore, che all'inizio scambiai per disagio, fu grande, e crebbe ancora quando mi fecero notare la casa di una donna che dalla sua cucina poteva vedere la tomba del figlio morto giovane e quando capii che in quel luogo la tradizione secolare della gilda addetta al rito funerario aveva creato tra i defunti e i vivi di una stessa famiglia una vicinanza fortissima, simile solo a quella che avevo potuto riscontrare negli abitanti di alcune isole del Pacifico. Naturalmente in passato avevo già visitato altri luoghi di sepoltura degni di nota: San Michele, l'isola dei morti che con le sue alte mura di mattoni rossi si erge sull'acqua verdazzurra della laguna di Venezia come una fortezza inespugnabile, o il vivace andirivieni dell'Hollywood Forever Cemetery in occasione del Día de los Muertos, celebrato ogni anno dalla popolazione messicana con tombe ornate di giallo e arancione e teschi di zucchero colorato e cartapesta condannati dalla decomposizione avanzata a sogghignare per l'eternità. Ma nessuno mi aveva toccato come il cimitero di quel villaggio di pescatori, nella cui singolare pianta - una sorta di compromesso tra cerchio e quadrato - mi parve di riconoscere proprio l'emblema della mostruosa utopia che lí vedevo tradotta in realtà: vivere con la morte davanti agli occhi. Per molto tempo sono stata convinta che gli abitanti di quel posto, il cui nome in danese significa "piccola isola" o "circondato dall'acqua", fossero piú vicini alla vita proprio per il fatto che avevano portato i morti letteralmente al centro, invece di esiliarli - come siamo soliti fare nelle nostre latitudini - dal cuore delle comunità alle porte delle città, sebbene lo spazio urbano, nella sua crescita inarrestabile, finisca spesso per incorporare i cimiteri nel giro di poco tempo.

Solo ora che sto per finire questo libro, in cui i molteplici fenomeni di decomposizione e distruzione giocano un ruolo fondamentale, capisco che quello non è che uno degli innumerevoli modi di fare i conti con la morte, e che in fondo non è né piú impotente né piú premuroso della tradizione, testimoniata da Erodoto , dei Callati, che usavano divorare i genitori defunti, tanto che scoprirono con orrore l'usanza greca di bruciare i propri cari. Perché, sulla questione se sia piú vicino alla vita colui che ha costantemente davanti agli occhi la propria mortalità o colui che invece riesce a rimuovere la morte, ci sono pareri tanto contrastanti quanto sulla domanda se sia piú raccapricciante l'idea che tutto finirà o che invece non ci possa essere una fine.

[...]

Di certo dimenticare tutto è grave. Ma ancor piú grave è non dimenticare nulla, dato che produrre conoscenza è possibile solo grazie all'oblio. Se tutto viene indiscriminatamente salvato, come nelle memorie dati che consumano energia elettrica, tutto perde significato e diventa un ammasso disordinato di informazioni inutilizzabili.

Se da un lato l'impostazione di ogni archivio, come l'arca che ne è il prototipo, si fonda sul desiderio di custodire tutto, dall'altro idee indubbiamente affascinanti, per esempio quella di trasformare un continente come l'Antartide o addirittura la Luna in un museo della Terra centralizzato e democratico, ovvero che esibisca tutti i prodotti culturali in modo imparziale, si rivelano totalitarie e destinate a fallire proprio come l'idea di ricreare il paradiso, la cui rappresentazione seducente, archetipica e nostalgica ancora vive nell'immaginario di tutte le culture dell'umanità.

In fondo ogni oggetto è di per sé già un rifiuto, ogni edificio già rovina e ogni creazione nient'altro che distruzione, cosí come lo è il lavoro di tutte quelle discipline e istituzioni che si fregiano di conservare il patrimonio dell'umanità. La stessa archeologia, per quanto pretenda di penetrare in modo avveduto e giudizioso nelle sedimentazioni delle epoche passate, è una forma di devastazione - gli archivi, i musei e le biblioteche, i giardini zoologici e le riserve naturali non sono altro che cimiteri amministrati, e i beni in essi conservati non di rado sono stati strappati al ciclo vitale del presente per poter essere messi da parte, anzi dimenticati, proprio come gli eventi e le figure eroiche i cui monumenti popolano i paesaggi urbani.

Probabilmente è da considerare una fortuna che l'umanità non sappia quali idee geniali, quali commoventi opere d'arte e conquiste rivoluzionarie ha già perduto - siano esse state distrutte intenzionalmente o semplicemente andate perdute nel corso del tempo. Non sentiamo il peso di ciò che non conosciamo, si potrebbe pensare. Tuttavia è sorprendente che non pochi pensatori europei dell'età moderna vedessero nel declino ciclico delle culture una misura ragionevole o perfino benefica. Come se la memoria culturale fosse un organismo dell'universo, le cui funzioni vitali possono essere mantenute solo attraverso un vivace metabolismo in cui l'assimilazione del cibo è preceduta dal processo di digestione ed espulsione.

Grazie a questa tanto ottusa quanto dispotica visione del mondo fu possibile interpretare l'occupazione e lo sfruttamento senza scrupoli di territori stranieri, la sottomissione, la schiavizzazione e lo sterminio di popoli non europei, nonché la cancellazione delle loro culture vilipese, come parti di un processo naturale, e usare a giustificazione dei crimini commessi la formula erronea della teoria dell'evoluzione, secondo cui sopravvive solo il piú forte.

Viene da sé che si può piangere solo ciò che manca, che si è perduto - qualcosa di cui sia giunto fino a noi un relitto, una notizia, a volte poco piú di una voce, una traccia parzialmente cancellata, la risonanza di un'eco. Come vorrei sapere cosa significano le immagini intagliate dei Nazca nella pampa peruviana, come finisce il Frammento 31 di Saffo e che cosa rendeva Ipazia tanto minacciosa da giustificare il fatto che non solo furono fatte a pezzi tutte le sue opere, ma anche lei stessa.

[...]

L'architetto Albert Speer andò ancora oltre con la sua teoria speculativa sul "valore delle rovine", quando decenni dopo la fine del nazionalsocialismo affermò che i suoi progetti per il Reich millenario, inteso non solo in senso metaforico, oltre a prevedere l'uso di materiali particolarmente duraturi, avevano persino tenuto conto delle future rovine di ogni edificio, in modo da poter concorrere con la grandezza di quelle romane pur versando in uno stato di decadenza. A ragione, invece, Auschwitz fu definita distruzione senza rovine. Era l'architettura del tutto disumanizzata di una macchina industriale di sterminio minuziosamente scandita e priva di sprechi, che con l'annientamento di milioni di persone lasciò il piú grande vuoto nell'Europa del XX secolo, un trauma che nella memoria dei sopravvissuti e dei loro discendenti, sia dalla parte delle vittime che da quella dei carnefici, fu sentito come un corpo estraneo difficile da assorbire, che attende ancora di essere pienamente elaborato. Proprio i crimini dei genocidi hanno reso ancor piú urgente la domanda su come si possa sperimentare la perdita, portando molti appartenenti alle generazioni successive alla constatazione impotente, eppur comprensibile, che l'accaduto si sottrae a qualsiasi rappresentazione.

[...]

Che la fede illuministica nel progresso sopravviva in modo quasi ostinato - nonostante le leggi dell'evoluzione abbiano dimostrato che è piuttosto l'interazione, tanto complessa da risultare sconvolgente, tra casualità e adattamento a permettere la sopravvivenza per un certo lasso di tempo - è forse da imputare alla facile attrattiva di un tempo storico lineare e smodatamente ambizioso e alla sua analogia con la scrittura lineare delle culture occidentali. In considerazione di questo è fin troppo semplice trarre l'erronea conclusione naturalistica che tutto ciò che esiste, benché le istanze divine abbiano perso ogni significato, sia frutto di una volontà e abbia un senso. Nella sciocca eppur dominante fantasia di un'evoluzione inarrestabile, l'unica utilità del passato consiste nel sottomettersi al nuovo e nell'immaginare la Storia - sia quella della propria vita, sia quella di una nazione o del genere umano - come un progresso ineluttabile, e comunque non casuale. Tuttavia è dimostrato che la cronologia, l'assegnazione di numeri progressivi per ciascun nuovo arrivo, nella sua logica impotente, rappresenta, come ogni archivista sa, il meno originale di tutti í principi organizzativi, dato che si limita a simulare l'ordine.

[...]

Sapendo scrivere e leggere ci si può scegliere i propri antenati, contrapponendo alla tradizionale trasmissione biologica una seconda linea ereditaria di tipo intellettuale.

Se, come a volte è stato proposto, si vuole intendere il genere umano come un organo divino designato ad archiviare il mondo e a custodire la coscienza dell'universo, i libri scritti e stampati a miriadi - eccezion fatta ovviamente per quelli scritti da Dio stesso o dalle sue innumerevoli emanazioni - sembrano allora dei vani tentativi di adempiere a questo dovere e di superare l'infinità del tutto nella finitezza dei loro corpi.

Forse è da imputare solo alla mia scarsa immaginazione il fatto che il libro mi sembri ancora il migliore di tutti i mezzi di comunicazione, nonostante la carta utilizzata da alcuni secoli non sia resistente come il papiro, la pergamena, la pietra, la ceramica o il quarzo, [...]

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Pagina 26

Come tutti i libri, anche questo è mosso dal desiderio di far sopravvivere qualcosa, di far vivere il passato, rievocare le cose dimenticate, dare la parola a quelle ammutolite e rimpiangere quelle che abbiamo mancato di fare. Nulla può essere riportato indietro con la scrittura, ma tutto si può rendere esperibile. Cosi questo volume parla in egual misura di ricerche e ritrovamenti, perdite e conquiste, e lascia intuire che la distinzione tra presenza e assenza può essere marginale finché esiste la memoria.

E in qualche raro momento, nel corso dei lunghi anni in cui ho lavorato a questo libro, l'idea che tutto scorra inevitabilmente mi è sembrata consolante quanto l'immagine dei suoi esemplari che s'impolverano sugli scaffali.

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Pagina 65

Alpi del Vallese

L'unicorno di Guericke


* Al fisico Otto von Guericke, divenuto celebre soprattutto per i suoi esperimenti degli emisferi, è attribuita anche la prima riproduzione dell'ossatura di un animale realizzata giustapponendo singoli reperti. Di fatto è possibile che Guericke, che nei suoi Neue Magdeburger Versuche (Nuovi esperimenti di Magdeburgo) del 1672 menziona il ritrovamento di uno "scheletro di unicorno"; avvenuto nel 1663 nelle cave di gesso dei Seweckenberge presso Quedlinburg, non abbia né scoperto le ossa, né tantomeno le abbia ricostruite. Inoltre, per quanto rivelano due incisioni su rame datate 1704 e 1749, queste ossa provenivano da diversi mammiferi dell'età glaciale, come il mammut e il rinoceronte lanoso.

Custodite nel castello dell'abbazia di Quedlinburg, le ossa in questione finirono a poco a poco nelle mani di persone interessate.

Una ricostruzione in plastica dello scheletro di un unicorno, alta piú di tre metri, si trova oggi nel Museo di Scienze Naturali di Magdeburgo, quale prestito permanente della cassa di risparmio locale.


Anni fa trascorsi un periodo in montagna. Provata da uno sforzo intenso e prolungato, decisi di ritirarmi per un paio di settimane nello chalet di un borgo abbandonato tra le Alpi, che un conoscente mi aveva messo a disposizione. Stavo maturando il proposito, che allora mi pareva originale, di scrivere un manuale dedicato ai mostri, quelle creature che, seppur scaturite in gran parte dalla fantasia umana, ancora popolano la Terra - come avevo sostenuto con nonchalance durante una presentazione del progetto - con la stessa spontaneità dei rappresentanti della fauna reale, a dispetto di tutte le confutazioni della loro esistenza, ed è per questo che - sollevai la questione davanti a una cerchia di potenziali finanziatori - si sarebbero potuti sia studiare che sistematizzare tanto la natura e l'aspetto fisico quanto l'habitat tradizionale e il comportamento specifico di questi esseri. I draghi non bisognava ucciderli, ma vivisezionarli, avevo aggiunto un po' pateticamente, e senza preoccuparmi troppo del target, delle dimensioni o della grafica del mio libro firmai il contratto e presi il primo treno notturno che mi portava verso sud.

[...]

Ciononostante rimasi fedele al mio proposito e mi cimentai in una prima classificazione dei mostri, ma presto giunsi alla conclusione che quel mio elenco provvisorio non era né piú utile né piú originale della classificazione dei draghi svizzeri messa a punto da un naturalista zurighese agli inizi del XVIII secolo. Certo, imparai che il grifone proveniva dall'Iperborea o dall'India e l'enorme uccello roc dall'Arabia, che i dragoni cinesi avevano cinque dita, quelli coreani quattro e quelli giapponesi tre, che i basilischi vivevano in pozzi umidi e che i tentacoli spinosi della pianta carnivora ya te veo, originaria del Sudamerica, causavano ulcere letali, mi scervellavo per capire se il micidiale allghoi khorkhoi, il verme scarlatto proveniente dalla Mongolia, appartenesse al gruppo dei criptidi, comunque classificato in modo approssimativo, o semplicemente alla famiglia dei serpenti, ma senza riscontrare alcun incremento di conoscenza degno di nota né un pur minimo sentimento di soddisfazione.

Non c'é da stupirsi che un giorno decisi di creare io stessa dei mostri migliori, magari persino un mondo intero con tanto di cosmologia, un olimpo perfetto, e che mi rivolsi alla pittura, come facevo ogni volta che non riuscivo ad andare avanti con la scrittura. Ma già la prima creatura che abbozzai un pomeriggio con una manciata di acquerelli che avevo portato con me, nonostante la pelle squamosa d'un brillante verde acido, le membrane natatorie tra i piedi dotati di artigli e gli occhi lacrimosi iniettati di sangue, aveva un'aria buffa piuttosto che terrificante. Rare volte mi sono sentita così incapace, cosí stupida e vuota. Che l'evoluzione fosse immensamente piú ingegnosa della fantasia umana era innegabile. Che cos'erano le piovre mostruose che popolavano le storie dei naviganti in confronto al calamaro gigante nella sua ricerca di una femmina - cosí lunga e difficoltosa che lui, senza tante cerimonie, inietta il suo seme sotto la pelle di ogni animale della stessa specie che gli capiti di incontrare nelle sue scorribande attraverso gli oscuri abissi marini, senza prima verificare il sesso di chi ha davanti? Che cos'erano gli artigli ricurvi delle antiche arpie in confronto al volto orripilante degli omonimi uccelli rapaci dal becco adunco, la morte straziante dell'idra a nove teste decapitata da Ercole in confronto alla potenziale immortalità dei polipi d'acqua dolce, e quei draghi dei miti e delle fiabe che custodiscono isterici i loro tesori in confronto all'indifferenza solenne delle iguane giganti che sonnecchiano sulle rocce delle Galapagos?

[...]

Il possibile era un terreno incredibilmente fertile, anche se era alquanto improbabile che dei vertebrati nascosti da migliaia di anni in labirintiche caverne sotterranee attendessero con timore, o forse perfino con trepidazione, di essere scoperti. Forse i draghi erano davvero immagini sbiadite di esperienze trascorse, residui di età remote? Perché mai i ricordi non dovrebbero anch'essi tendere alla propria sopravvivenza, conservazione e riproduzione, come fanno gli organismi? In fondo quasi nulla è piú mostruoso del potere delle immagini, di ciò che si è visto in passato. Mi vennero in mente le leggende di donne di carnagione chiara che partorivano bambini neri o pelosi perché durante il concepimento avevano guardato le immagini di san Maurizio o san Giovanni Battista. Ma se dipendesse da questo, che razza di creature popolerebbe il mondo? Quanto indietro potevano risalire le tracce della memoria? Da un certo punto in poi tutto si dissolveva nella nebbia. L'uroboro, il serpente che simboleggia il cosmo, si mordeva la coda.

Come al solito, al bivio c'era un cartello stradale giallo. Ero impressionata dal suo segno, dalle sue indicazioni minuziose, dalla sua certezza assoluta. Certe cose erano chiarissime, inequivocabili. La mia testa era piena di luoghi comuni e modi di dire. Com'è che si diceva? La strada si fa cammin facendo. Bisogna prenderla con filosofia. Quante volte l'avevo sentito e mi ero subito irrigidita? Si possono pensare molte cose, ma quando si tratta di sentimenti questo non aiuta. Il corpo diventa un pugno serrato che solo la forza bruta riesce ad aprire. Nel pugno invece che nelle viscere. Basta crederci con tutta te stessa. Bigliettini colorati sotto l'albero di Natale. In fin dei conti la demistificazione del mondo è una balla colossale. Il pensiero magico di un bambino è piú potente di ogni statistica, di ogni fatto empirico. La canzoncina di una conta tutt'a un tratto si fa realtà, e una crepa su una strada lastricata incute un terrore indescrivibile, chi la calpesta è irrimediabilmente perduto. Contro il mito non si può che perdere. Certo, i miracoli non sono da escludere, ma su di loro non si può contare. Causa ed effetto si confondono facilmente. Cos'è il desiderio, cosa la volontà, e cos'è solo una funzione fisiologica? Prendere o lasciare? Diventare un contenitore. Rinunciare alle congetture, riconoscere l'esistenza di qualcosa di piú grande. Come la pietà. Come l'umiltà. Un'umiliazione assoluta.

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Pagina 83

Valle dell'Inferno

VILLA SACCHETTI

anche detta Villa al Pigneto del marchese Sacchetti


* Commissionata dai fratelli Giulio e Marcello Sacchetti e costruita tra il 1628 e il 1648, Villa Sacchetti è considerata la piú importante opera giovanile dell'architetto Pietro da Cortona.

Verso la fine del XVII secolo la casa padronale mostra già i primi segni di decadenza. A metà del XVIII secolo crollano entrambe le ali dell'edificio; le ultime rovine vengono rimosse dopo il 1861.


Come ogni sovrano, questa città ha due corpi. Quello mortale giace offeso come una salma sfregiata; una cava in cui il marmo si consuma nei forni diventando calcare. La roccia pallida non racchiude fossili, è lei stessa l'impronta di un lontano passato, un blocco di memoria coperto di piaghe. Il corpo immortale invece s'innalza dai detriti nella fantasia degli stranieri che si fermano sognanti davanti alle macerie, impietriti da un sentimento di riverenza: un esercito di figli della nobiltà e dell'alta borghesia che invade la città e assedia le osterie tutto intorno a piazza di Spagna, guidato da pittori, incisori e letterati. Anno dopo anno, artisti provenienti dal Nord scendono da polverose diligenze postali, nella cartella di cuoio la lettera di raccomandazione di una famiglia nobile, l'appannaggio di un mecenate o la borsa di studio di un'accademia - e non può certo mancare l'indirizzo di un connazionale giunto molti anni prima per trascorrere un inverno a Roma e mai piú ripartito.

Venerano le rovine come fossero reliquie, sperano nella loro resurrezione, s'inebriano di uno splendore perduto e mai sazio. Manca sempre qualcosa. L'occhio vede, la mente completa: i frammenti diventano edifici, le gesta dei defunti rivivono ancor piú magnifiche e sublimi di quanto siano mai state. Qui nella città santa, nella capitale della Storia, quando il Senato di Roma decise di salvaguardare, affinché rimanesse integra e illesa "fino alla fine del mondo", la colonna dorica sopravvissuta piú di mille anni con cui Traiano aveva onorato se stesso e le sue vittorie, nonché di infliggere il massimo della pena a tutti coloro che avessero anche solo tentato di arrecarle danno, fu inventata la conservazione dei monumenti e un intero popolo ne fu dichiarato erede. Roma non è tramontata, il passato non è finito, ma il futuro è già cominciato. Questo luogo è intrappolato tra le epoche, in una moltitudine di stili architettonici che competono nel semicerchio del suo theatrum mundi per guadagnarsi il favore del pubblico che da sempre vi affluisce: le basiliche romane gareggiano con gli archi trionfali sepolti dai detriti, le cuspidi medievali con le facciate delle chiese barocche, le ville rinascimentali dai toni sbiaditi con le fuligginose piramidi - un gigantesco, intricato organismo fatto di materia viva e morta, su cui regnano il caso, la miseria e la legge del sole.

Nessuna recinzione separa le rovine dal misero lavoro quotidiano dei suoi abitanti, che invece di meravigliarsi vivono come in qualsiasi altro luogo: i mendicanti mezzi nudi oziano sotto i portici; i pescivendoli offrono la loro deperibile merce all'ombra di un portico murato; le donne lavano le lenzuola nelle antiche terme; i pastori pigiano le pecore all'interno di templi che emanano odore di muffa, dove le bestie un tempo offerte in sacrificio pascolano davanti agli altari pagani; i lavoratori a giornata estraggono blocchi di travertino poroso e giallognolo dalle catacombe dell'Anfiteatro Flavio, dove riposano le ossa di animali selvatici e di cristiani ostinati nella loro fede. Ciò che si può utilizzare viene impiegato per costruire o esportato via mare. Il mercato dei materiali di spoglio fiorisce. Le rovine sono un vero e proprio capitale: non tesori da portare alla luce, ma minerali semipreziosi da estrarre, come il rame dei Colli Albani.

Pochi hanno cura della conservazione delle rovine romane, ma di certo nessuno lo fa con la passione e l'energia bellicosa del veneziano Giovanni Battista Piranesi , che litiga con chiunque gli rivolga la parola o si premuri per lui. Pertanto è quasi un miracolo che quest'uomo, che predilige la compagnia delle pietre a quella degli uomini, a trentadue anni trovi una moglie che lo sopporti e metta al mondo cinque figli, sebbene lui spenda l'intera dote, una somma non irrilevante, per acquistare una grossa scorta di lastre di rame. Tanto l'inclinazione al dissidio e all'irascibilità quanto la dedizione e il sacrificio caratterizzano quest'uomo alto dagli occhi di uno scuro splendore, e chi sostiene che basti un quarto d'ora in sua compagnia per incupirsi non riconosce il vero male di quel collerico dalla fronte corrucciata: le rovine gli parlano come se si trovasse in uno stato febbrile, gli tolgono la serenità e il riposo, ed evocano immagini a non finire, visioni che sente il dovere di immortalare per smentire tutti i posteri e gli ignoranti che osano sostenere la superiorità dell'arte greca su quella romana. Irremovibile come un innamorato, punta il dito contro un presente irriflessivo, la cui terribile stupidità, scrive instancabile nei suoi pamphlet, dovrebbe far disperare chiunque sia consapevole dell'immensa superiorità del passato. E Piranesi la conosce bene, l'ha vista con i suoi occhi, perché gli antichi popolano i suoi sogni da quando, bambino, a casa dello zio, un ingegnere cui spettava la manutenzione delle mura di contenimento dell'importuno Mare Adriatico, leggeva gli annali di uno storiografo romano nel soggiorno rischiarato dallo scintillio della laguna.

E poiché il presente, come fanno i coralli, si insedia sempre su qualcosa che sta affondando, il suo corpo, non vecchio ma già grave, è attratto da una forza magnetica negli abissi, nelle viscere della terra, nelle cantine dai soffitti a volte e nelle catacombe, nei complessi tombali sepolti lungo le strade consolari al di là delle mura cittadine, dove gli antichi Romani, che temevano il regno di Plutone piú di ogni altra cosa, esiliavano i morti. Là, da quando innumerevoli guerre avevano insegnato loro che solo bruciare i corpi li protegge dalla profanazione del nemico, avevano costruito delle necropoli che custodivano solo le ceneri dei defunti.

Cosí Piranesi, armato di accetta e fiaccola, avvolto in un mantello nero e illuminato dalla luna come un personaggio dei romanzi a venire, si fa strada attraverso la sterpaglia e la penombra e accende il fuoco per scacciare serpenti e scorpioni. Scavando con la zappa e la vanga s'immerge nelle profondità della terra, porta alla luce piedistalli e sarcofagi, scopre antiche costruzioni militari prive di fortificazioni e ponti erosi dalle intemperie cui mancano contrafforti e piloni, analizza opere murarie e ordini architettonici, studia facciate e fondamenta, decifra le iscrizioni dei colombari e ricopia le scanalature delle colonne e i fregi degli archi, abbozza piante e prospetti di arene e gabbie di animali feroci, le sezioni trasversali e verticali di templi e fortezze ricoperte di sterpi - e con mano instancabile disegna leve e travi, ganci e catene, pendoli e supporti, indispensabili per edificare tanta imponenza. Non c'è pietra cosí muta, muro cosí friabile, colonna cosí menomata che lui non riesca a scorgervi le membra e i muscoli in cui un tempo si articolava il corpo forzuto di questa città, i vasi sanguigni e gli organi che allora lo nutrivano: ponti e grandi vie di comunicazione, acquedotti e cisterne, ma soprattutto le canalizzazioni diramate della labirintica cloaca maxima, che lui, malgrado o forse proprio perché rimanda ai bisogni piú bassi, considera l'apice dell'architettura, e la cui grandiosità, a suo giudizio, supera perfino le sette meraviglie del mondo. Come aveva fatto un secolo prima l'anatomista Vesalio con i cadaveri ancora caldi di assassini condannati, Piranesi disseziona i corpi architettonici in sfacelo, relitti di un impero decaduto, ai suoi occhi tramontato senza averne colpa.

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Pagina 96

Un anno dopo la morte di Robert, è il luglio del 1809, due architetti accompagnati da un medico si recano nella valle deserta e soffocante nei pressi di Roma. Poiché i cavalli cominciano a imbizzarrirsi prima ancora di raggiungere la meta e, nonostante i colpi di frusta, si rifiutano di trainare la vettura fino alla fine dell'impervio viale, non resta loro che percorrere l'ultimo tratto di strada a piedi, finché non giungono a Villa Sacchetti, a valle di Monte Mario, il colle su cui si erano accampati tutti gli occupanti di Roma e su cui si era accampato anche l'ufficiale di stato maggiore di Napoleone nel febbraio del 1797, quando aveva ordinato il sequestro di tutti gli oggetti artistici ritenuti degni di essere portati nella Repubblica Francese, l'autoproclamata terra della libertà, a Parigi, la scuola dell'universo, facendo si che sciami di commissari saccheggiassero le stanze del tesoro del papa, facessero a pezzi gli arazzi di Raffaello, segassero affreschi e dipinti e mozzassero gli arti alle sculture.

Mentre i loro padri erano venuti ad ammirare, loro vennero a depredare le meraviglie ammirate un tempo. Tutto il metallo e il marmo custoditi nelle chiese furono brutalmente estratti e poi venduti, i sepolcri dei santi vennero messi a soqquadro, i reliquiari, gli ostensori e i tabernacoli d'oro vennero venduti all'asta, furono devastati gli altari maggiori che persino i Goti avevano risparmiato e rimosse tutte le insegne nobiliari dalla città: la quercia dei della Rovere, il toro dei Borgia, le palle dei Medici, i gigli dei Farnese, le api dei Barberini e le tre strisce nere dei Sacchetti, che sopravvissero alla furia distruttrice solo quaggiú, nella Valle dell'Inferno.

I tre signori salgono le scale pericolanti. Cercano un luogo per i defunti, un cimitero aperto a tutti. I due architetti progettano di trasformare il rudere in una cappella e la tenuta in una spaziosa necropoli ben arieggiata, all'ombra di alte mura. Perché, poco dopo che il papa era stato catturato e condotto in Francia come un prezioso bottino di guerra, avevano chiuso tutti i luoghi di sepoltura al di qua delle mura aureliane. I tesori di Roma sono perduti: l' Apollo, il Laocoonte, persino il Torso del Belvedere, trofei in bella mostra su carri da guerra trainati da buoi e cinti d'alloro, portati in processione dal Jardin des Plantes al Champ de Mars costeggiando il Panthéon, insieme a cammelli africani, leoni e un orso proveniente da Berna, due giorni di marcia trionfale sotto un cielo plumbeo, che sul far della sera del primo giorno si squarcia dando adito al commento di un cronista arrogante: "Come il sole trionfa sulle nuvole cosi le forze della libertà trionfano su quelle della tirannia".

Solo la grave colonna traiana è ancora in piedi, là dov'è sempre stata. Roma ha perduto quasi un terzo della sua popolazione; ci sono piú case che abitanti. Palazzi e monasteri sono ridotti in rovina e dalle cripte delle chiese si spande il ben noto odore putrido e dolciastro della decomposizione, anche se i medici, per mezzo di annunci e relazioni, mettono in guardia di fronte al pericolo dei cadaveri in putrefazione e raccomandano urgentemente l'inumazione fuori dalle mura della città. Da allora in poi entra in vigore la legge dell'igiene, si sostituisce ai riti tramandati. Ma i romani si rifiutano, non vogliono sotterrare i loro morti là fuori nella Valle dell'Inferno, nella terra brulla, li vogliono seppellire in dimore di pietra, cripte e mausolei, accanto alle ossa dei santi, come hanno sempre fatto.

Il cimitero non verrà mai aperto. Nel Colosseo crescono rovi di more. Sul Foro Romano si scava. La villa affonda nel terreno sabbioso, sul viale pascolano le pecore. Pini e cipressi emanano fragranze speziate, e per molto tempo i pittori si recano ancora in quel luogo, finché sprofondano anche gli ultimi resti.

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Pagina 119

Lesbo

I CARMI D'AMORE DI SAFFO


* I carmi di Saffo furono composti intorno al 600 a.C., nell'età arcaica dell'antica Grecia, sull'isola di Lesbo, situata nel Mar Egeo Orientale.

[...]

Al tempo in cui Nabucodonosor II saccheggia Gerusalemme, Solone regna ad Atene, i Fenici circumnavigano per la prima volta il continente africano e Anassimandro ipotizza che l'origine dell'essere sia da individuare in una sostanza primordiale indefinita e che la natura dell'anima sia simile all'aria, Saffo scrive:


Mi sembra pari agli dei quell'uomo che siede di fronte
a te e vicino ascolta te che dolcemente parli

e ridi un riso che suscita desiderio. Questa visione
veramente mi ha turbato il cuore nel petto: appena ti guardo
un breve istante, nulla mi è piú possibile dire,

ma la lingua mi si spezza e subito un fuoco sottile mi
corre sotto la pelle e con gli occhi nulla vedo e rombano
le orecchie

e su me sudore si spande e un tremito mi afferra tutta
e sono piú verde dell'erba e poco lontana da morte
sembro a me stessa.

Ma tutto si può sopportare, poiché...



Buddha e Confucio non sono ancora nati, l'idea di democrazia e la parola "filosofia" non sono ancora state inventate, ma Eros - servo di Afrodite - già regna con il pugno di ferro. Non è solo un dio tra i più antichi e potenti, ma una malattia dai sintomi poco chiari, che colpisce inaspettatamente, una forza della natura che travolge, una tempesta che frusta e agita il mare, e sradica persino le querce, una fiera indomabile che ti assale fulminea, sprigiona un desiderio impetuoso e causa atroci tormenti - passione dolceamara, struggente.

Poche delle opere letterarie che ci sono pervenute sono più antiche dei carmi di Saffo: la ponderosa Epopea di Gilgamesh, i primi inni ariosi del Rgveda, gli inesauribili poemi epici di Omero e i miti di Esiodo , che descrivono ramificate genealogie, dove si dice: "Le Muse sanno tutto. Sanno ciò che è stato, ciò che è e ciò che sarà. Loro padre è Zeus, Mnemosine la madre, una donna titano, la dea della memoria".

[...]

E chi conosce ormai la strofa saffica, la struttura metrica dell'ode composta di tre endecasillabi identici, formati da trochei che abbracciano un metro dattilico, e di un adonio conclusivo, in cui tutti i versi iniziano con una sillaba fortemente accentata e finiscono con una sillaba non accentata, e la solenne dignità cosi caratteristica di questo metro alla fine si risolve in quiete o persino in serenità?

Per molto tempo nei trattati di teologia, giurisprudenza e medicina termini come "tribadismo", "saffismo" o "lesbismo" furono usati pressoché come sinonimi, anche se talvolta designavano una pratica sessuale perversa o un'usanza impudica e talaltra un'anomalia mostruosa o una malattia psichica.

Non sappiamo esattamente perché l'espressione "amore lesbico" si sia mantenuta fino a oggi, ma sappiamo che questa parola e lo schema a cui fa riferimento sbiadiranno come tutti quelli che li hanno preceduti.

La L è un suono che si articola in punta di lingua, la E è la vocale che erompe con piú immediatezza, la S è un suono sibilante e minaccioso, la B ha una forza esplosiva che apre l'occlusione delle labbra...

Nei vocabolari tedeschi la voce lesbisch (lesbico) viene subito dopo lesbar (leggibile).

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Pagina 227

Lacus Luxuriae

I DISEGNI DELLA LUNA DI KINAU


* Gottfried Adolf Kinau, pastore e astrofilo originario di Suhl, dedicò piú di trent'anni della sua vita alla selenografia. La grande accuratezza dei suoi disegni topografici gli valse ampi riconoscimenti da parte dei selenologi a lui contemporanei.

[...]

Menzionare quando nacqui e sotto quale segno zodiacale non aggiunge lumi all'oggetto della nostra indagine. Basti accennare che il mio ingresso nel mondo terreno avvenne in una di quelle notti che ricorrono una volta l'anno, in cui si mostrano le Leonidi, e con esse si dispiega uno degli spettacoli luminosi piú imponenti che il cielo stellato serbi all'occhio disarmato, perlomeno nell'epoca in cui il chiarore abbagliante dei lampioni a gas, e dei suoi ingloriosi successori, ancora non affievoliva il nero della notte in un eterno crepuscolo. Fu cosí che, quand'ero ancora un giovane studente, nei giorni intorno al mio genetliaco si manifestò ai miei occhi un fervido sciame di stelle cadenti, una maestosa pioggia infuocata che tosto riempí tutto il firmamento di meteore sfavillanti di luce perpetua e piantò in me quel seme invisibile che si sarebbe schiuso solo decenni dopo dando dei frutti ardenti di passione: l'amore per la notte rischiarata dai lumi, per i pianeti e i loro satelliti, che da ultimo mi ha condotto su quella sfera tanto elevata quanto remota, che oggi mi vedo obbligato a chiamare patria.

Dapprima però mi colse un'inclinazione per la botanica - suggeritami dalle mie origini rurali - e, una volta terminati i miei studi sulle scienze forestali, si fece vivo in me il desiderio profondo di assumere un incarico remunerato e duraturo, che grazie al suo variegato campo d'azione fosse favorevole alle mie ricerche.

Lo trovai all'interno della mia cerchia natia, in qualità di amministratore dei cosiddetti possedimenti superiori di sua Altezza Serenissima il principe Johann Adolf II di Schwarzenberg, e come tale vigilavo inizialmente sul podere Bzy, e poi sul fondo Forbes, due proprietà assai esposte alle intemperie per via della loro infelice ubicazione sulla riva destra della Moldava; prima che la riforma promossa da sua Signoria mi spingesse verso il centro della potestà principesca, che a quell'epoca risiedeva nella città di Krumlov, nel grande castello che si ergeva su una rupe a strapiombo sulla Moldava. Presto mi divenne cara quella striscia di terra, nonostante il clima aspro e umido dovuto alle gelate sia tardive che precoci, e a malapena bilanciato da un terreno fertile eppur corroso dalle intemperie, tanto piú che le condizioni agricole si facevano via via piú difficili quanto piú le aree del vasto territorio si avvicinavano alla Selva Boema - una foresta estesa, al suo interno fitta come una giungla e popolata di orsi feroci.

Accanto a quell'attività, che esercitavo con zelo imperturbabile, lo stesso che in generale contraddistingueva ogni giovane funzionario provinciale nell'epoca precedente i Moti del '48, dedicavo il mio esiguo tempo libero non alle piante foraggere e alle colture che dominavano il ciclo annuale dell'agricoltura, bensí alle ostinate manifestazioni della flora tossica, giacché da sempre mi sentivo particolarmente attratto non dalle piante giovevoli all'uomo, ma da quelle assai nocive per lui e il suo bestiame. Di queste sopra ogni cosa mi sedussero gli effetti misteriosi, che parevano soggiacere a un ordine del tutto nascosto, il quale tuttavia era privo di caratteristiche certe, necessarie a distinguere le piante non di rado rischiose per la vita da quelle innocue, poiché sovente all'interno della stessa identica famiglia si possono trovare specie non nocive, e persino commestibili, accanto ad altre che provocano insufficienza respiratoria e vomito. All'epoca i funghi rappresentavano l'alimento principale della popolazione boema, le madri usavano mettere nelle culle un rametto di Solanum nigrum per favorire, o piuttosto indurre forzatamente, il sonno dei neonati, le donne che raccoglievano erbe medicinali esercitavano il loro infausto mestiere ovunque andassero, servendosi di anemone pulsatilla consacrata, e di quando in quando qualche stolto cadeva preda di un cieco furore per aver ceduto alla bellezza dei neri, lucidi frutti dell'atropa belladonna, credendoli commestibili.

Cosí raccoglievo e sottoponevo a un attento studio la moltitudine di piante che trovavo lungo i sentieri e i corsi dei ruscelli, nelle brughiere e nei campi, analizzavo le viscere corrose degli animali che erano morti per aver ingerito un cibo letale e compilavo i miei diari prefiggendomi il degno obiettivo di pubblicare un compendio delle piante velenose presenti in Boemia nonché un trattato sui funghi, eccellenti da mangiare, ma ben piú spesso velenosi, che popolano queste lande. Proprio la scienza delle piante crittogame, all'epoca a lungo trascurata e poco prima ravvivata dall'impareggiabile Krombholz, si rivelò essere uno studio che come nessun altro mi avrebbe preparato al mio futuro ambito di interesse: la tutela della sopravvivenza delle cose nascoste.

[...]

Quando quel giorno la palla di fuoco si assottigliò fino a divenire un'esile striscia e la sua luce ora livida illuminò la corte, ammutolirono di nuovo le creature alate, fuggendo verso i loro nidi, mentre a me, che venivo colto da vertigine, tutto il sangue scorreva impetuoso verso il cuore, e d'improvviso vidi con abbagliante chiarezza che chi, trovandosi sull'albero della conoscenza, vuole scalare il robusto ramo della botanica fino all'ultima ramificazione, deve innalzarsi fino alle maestose manifestazioni della volta celeste che tutto abbraccia. Che fosse naturale volgere il mio interesse dalle piante che germogliano di nascosto all'ordine segreto degli astri divenne presto, non appena intrapresi i miei nuovi studi, una ferma convinzione, giacché da tempo immemorabile quasi tutti gli alchimisti erano stati prima botanici, e i piú eminenti tra loro erano stati anche astrologi e astronomi, come il padre di quella seducente teoria secondo la quale ogni pianta possiede, in cielo, una sorella gemella in forma di astro. Di quanto sia stretto il rapporto tra la scienza delle piante velenose e quella dei corpi celesti testimonia non per ultimo quel verso, all'epoca ancora enigmatico, dell' Apocalisse di Giovanni, in cui si preannunciava la fatidica caduta della cometa Assenzio che, oltre ad annientare un terzo della popolazione terrestre, com'è noto cancellò anche gli archivi di DNA su quarzo, votati all'eternità; il che rese il nostro agire quassú ancor piú urgente, seppure il nostro ambito d'azione, saggiamente, si limiti da sempre a quei beni generalmente classificati come analogici, e dunque non riconducibili a quello stato effimero tra lo zero e l'uno, sempre schiavo di congegni elettrici. In quei giorni la schiatta umana - tratta in inganno dalla sua fiducia nell'infallibilità del suo eccelso ingegno - pagò ancora una volta le piú infauste conseguenze della sua ignoranza. La Terra non era un luogo sicuro e mai lo sarebbe stato.

Nell'arco di un anno non solo presi familiarità con i fenomeni del firmamento, ma scoprii anche la mia predilezione per il piú prossimo dei globi celesti e trovai un diletto fino ad allora sconosciuto nello studio minuzioso della sua figura segnata dalle cicatrici e nel dedicare le mie mansioni notturne a scoprire gradualmente, nonché a disegnare in ogni dettaglio, la sua superficie lesa e al contempo emissaria di un virgineo splendore, che, come prima facevo con le spore nascoste nelle morbide membrane, imparai a scrutare con gli occhi, per mezzo di un telescopio di cinque pollici e tre piedi di distanza focale acquistato nella città di Budějovice. Perché le cose vicine sono al tempo stesso lontane - e la verità suprema si rivela nelle creature piú insignificanti come in quelle piú remote - sia attraverso la lente del microscopio che attraverso quella del rifrattore. Visto che nella mia antica passione mi ero già occupato di fenomeni lontani, non meraviglierà che pure di questo nuovo oggetto di studio mi catturarono innanzitutto le zone piú marginali, cioè quelle regioni sulle quali solo il moto proprio della Luna, che oscilla leggermente obbedendo a leggi intricate, permette di posare lo sguardo in certe fasi. Ciò che Cicerone, Seneca e Virgilio furono per Petrarca, divennero per me il paesaggio del cratere Tycho, il cui gioco d'ombre al calar del Sole è d'impareggiabile bellezza, l'anello montuoso attorno al cratere Plato nelle prime ore del mattino, l'immenso cratere Gassendi vicino al confine luminoso, l'armonioso cono di Linné: amici fedeli e silenti destinatari dei miei monologhi notturni. Nessuna risposta giungeva da loro! La Luna è, per sua natura, notoriamente taciturna. Tuttavia il suo silenzio, che diversamente da quello della spocchiosa servitú del principe non mi puniva col suo disprezzo ma pareva ricambiare con benevolenza e mitezza ciascuno dei miei sguardi devoti, era misericordioso.

[...]

Come tutti sanno, Ariosto nel suo Orlando furioso aveva fatto circolare la voce che tutto ciò che andava perduto sulla Terra arrivasse qui da noi sulla Luna; un'idea che aveva preso quasi alla lettera da Alberti , il quale a sua volta l'aveva sentita per caso da una lavandaia padovana che sragionava. Invero, esageravano tutti e tre, poiché credevano di trovare in quel luogo fantastico ciò che loro stessi avevano segretamente perduto: giorni passati in un baleno, imperi tramontati, amori andati in fumo e preghiere inascoltate.

In realtà le forze centrifughe agiscono al contrario, e cosí non è il globo terrestre a mantenere la Luna nella sua orbita di rivoluzione, bensì la Luna a mantenere la Terra nella sua, motivo per cui è alla Luna che spetterebbe il titolo di "pianeta primigenio" e senza alcun dubbio anche quello di "punto di Archimede", grazie al quale si può sollevare il mondo. Perché la Terra non è nulla, e la Luna, nella sua inaudita e simulata sudditanza, questo specchio muto incrostato di calcare, è tutto, e in ogni caso è solo questione di tempo: la pagina cosmica sarà voltata e il satellite assumerà una volta per tutte il ruolo dominante, che segretamente riveste fin dalle sue origini, nel fragile insieme dell'universo. Poiché è sempre il servo a obbligare il padrone - e non il contrario, come dimostra la mia lunga esperienza di mediatore tra la servitú e il principale.

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