Autore Jean-Nol Schifano
Titolo Il gallo di Renato Caccioppoli
EdizioneColonnese, Napoli, 2020, I nuovi trucioli 56 , pag. 174, bilingue, cop.fle., dim. 14,7x23,5x1,4 cm , Isbn 978-88-99716-52-3
OriginaleLe coq de Renato Caccioppoli
EdizioneGallimard, Paris, 2018
CuratoreFrancesca Mazzei
PrefazioneAntonio Devicienti
TraduttoreGabriele Anaclerio, Roberto D'Ajello
LettoreGiangiacomo Pisa, 2020
Classe narrativa francese , biografie , citta': Napoli












 

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Indice


Il gallo di Renato Caccioppoli           13

Postfazione                             135

Glossario                               147

Modi di dire                            169


 

 

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Pagina 12

Parigi, lunedì 24 luglio 2017. 7:30. Bel sole obliquo all'uscita del métro, stazione La Chapelle. Aria leggera e temperata, mentre Napoli invece è passata, dice il quotidiano Il Mattino, dalla calura di Caronte a quella di Lucifero - cioè da 34 a 45, più di 50 percepiti con il 60% di umidità. A fine agosto si attende Polifemo, mostro che con la sua orbita scavata dal palo appuntito di Ulisse ci cuocerà di nuovo tra i suoi 35, 38 e oltre. Dal 24 agosto 79, anniversario dell'eruzione del Vesuvio, della scomparsa di Pompei, di Ercolano, di Oplontis, di Stabia sotto le ceneri, i lapilli, le colate di lava e le nubi ardenti. Il fungo mortale che sale a diecimila metri sopra il Vesuvio, prima che la sua cappella si squarci e ricada a terra per scolpire a incavo e in gesso fino ai giorni nostri migliaia di fantasmi folgorati che fuggono dalla morte. Sono passati precisamente 1938 anni...

...1938, un anno che ricorda, come un'eco negli abissi dei millenni, l'antivigilia festante, spensierata, perfino gagliarda, al Gégène o al Gambrinus, dell'ultima guerra mondiale e delle sue file di fantasmi smembrati, che tra il fuoco e le ceneri fuggono dalla morte finendo tra le nostre braccia attonite.


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Parigge. Lunnerì 24 luglio 2017. Ore 7,30. Nu bello sole 'e renza ascenno da 'o métro, stazione La Chapelle. Aria leggia e doce, addó che Napule è ppassata, pe chello che dice 'o giurnale Il Mattino, da 'o calore 'e Caronte a cchillo 'e Lucifero - vene a ddicere, 'a 34 a 45, ca cu 'o 60% d'ùmmeto se sentono comme si fossero 50% S'aspetta a Polifemo, fine d'austo, chillu mostro che cull'orbeta sfussechiata da 'o palo appezzuto 'e Ulisse nce cociarrà n'ata vota 'ntra 'e suoie 35, 38 e cchiù. Da 'o 24 d'austo d' 'o 79, anneverzario d' 'a cacciata 'e lava d' 'o Vesuvio, d' 'a scumparza 'e Pumpei, 'e Ercolano, 'e Oplontis, 'e Stabia sott' 'e ccénnere, 'e rapille, 'e cculate 'e lava, e nnuvole 'e fuoco. 'O fungio murtale che saglie a diecemila metre ncopp' 'o Vesuvio, apprimma c' 'o cupulino se sguarra e se scatascia ncopp' 'a terra pe scurpi' dint' 'o vvacante e dint' 'o gesso, anfin' juorne nuoste, migliare 'e fantàseme furmenate che fujeno 'a morte. So' passate justo 1938 anne...

...1938, n'anno che fa veni' a mmente, comm'a n'eco dint' 'o sprufunno d' 'e milennie, l'antevegilia festosa, senza penziere, perfino gagliarda, addu Gégène o a 'o Gambrinus, 'e ll'urdema guerra mundiale, cu chella prucessione 'e fantàseme fatte piezze piezze, ca dint' 'o ffuoco e dint' 'e ccénnere fùjeno 'a morte pe ferni' dint' 'e vracce noste cunfuse.

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Incrocio alcune ombre di elio in tenuta jeans, senza sguardo e senza voce, senza respiro, prima di scendere nel métro e riprendere la mia strada aracnea e archeana verso Napoli, l'Averno, il Vesuvio, Posillipo, san Gennaro, Giano, e il miracolo del sangue, Mitra e il battesimo del sangue, Pulcinella, ultimo discendente di Leda e del Cigno, il Ramo d'oro, Ercolano, Pompei, la tarantella nuda delle mie menadi adorate, tamburelli, triccheballacche, nacchere e tamburo a frizione di pelle di porco mugghiante di piacere sotto la bacchetta sfregata che la squarcia, le mie folli menadi dalle chiome corvine carezzate dai raggi della luna rosa, Laura, Elena, Carmen, Anna, Nunzia, con le braccia levate e ancheggianti con gridolini e febbrili sospiri, pupille stralunate di gioia, nella villa dei Misteri, mie lontane parenti di Lady Hamilton, l'Uovo di Virgilio, Procida isola della divina Barbara, la mozzarella a tre creste, il babà dal cappello turgido e dai corpi cavernosi gonfi di rum, 1860 e la colonizzazione selvaggia che perdura sotto il nome di Unità italiana, Caravaggio e Nerone, Baubo sulle labbra, le lenzuola bagnate delle ore contrarie in cui i ventri ardenti si penetrano tra Caronte e Lucifero, Demetra, i suoi gallinacei, la figlia Core divenuta la Persefone esplosiva con i grani di una melagrana, stesso numero di grani rossi dei giorni dell'anno in questo frutto aspro e delizioso degli Inferi, la nostra infanzia nell'infanzia di un popolo di tremila anni venuto da Rodi e che ha visto nascere Cenerentola, nell'albergo caravaggesco del Cerriglio, La Gatta di ceneri, 'A jatta Cenerentola, la vera, la crudele, quella non purificata per una sorridente morale infantile, la bella vendicatrice, l'assassina di matrigna, che ha visto tormentarsi di piacere Ulisse dalle mille astuzie, l'assetato di conoscenza, legato al suo albero sotto il canto lacerante e mellifluo dell'uccello-sirena dalle zampe e dalle ali di falco, con i seni, gli occhi e le labbra di Sophia Loren, Partenope, che ha visto la felicità napoletana smorzare il desiderio di Enea di fondare Roma, e il geniale ubriacone Renato Caccioppoli, nipote di Bakunin, raggiungere le stelle sopra il Vesuvio. O sole mio!...

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Nato mercoledì 20 gennaio 1904 e morto venerdì 8 maggio 1959, a Napoli, colpito da un proiettile di Beretta 7.65 che si è sparato alla nuca dopo aver sistemato un cuscino tra la canna e il collo, seguendo la teoria del buon suicida che tre giorni prima spiegava alla pizzeria Umberto, dove i suoi compagni comunisti gli davano notizie di un suo studente che aveva tentato di farla finita tagliandosi le vene, e si era poi fatto soccorrere. « un idiota, dice, per suicidarsi davvero, si fa così».

E così fece esattamente tre giorni dopo, tra le 17 e le 19:15, secondo il medico legale. Dato che ormai viveva solo, e divorziato, da diversi anni, viene trovato dalla governante Tina: c'è poco sangue sul cuscino, è seduto sulla sua poltrona di velluto granata di cui si vede il rivestimento a placche, una tazza di tè e dei grissini su una pila di libri che sale dal pavimento fino al bracciolo sinistro dove sono appoggiati, il proiettile uscito dalla fronte si è andato a conficcare in una mensola della biblioteca.


Il 30 aprile, all'università Federico II dove un tempo era stato anche lui studente, aveva cominciato un'ultima lezione con più di mezz'ora di ritardo, era quasi mezzogiorno; il viso magro e indomabile, i folti capelli neri pettinati all'indietro, e il labbro inferiore sporgente e carnoso, gli occhi del colore delle steppe e solcati dall'ironia, il portamento da dandy, ora un inquietante Buster Keaton, ora un incantatore Roger Vailland, del quale aveva il profilo, con il solito cinismo ha pronunciato queste parole, le ultime in un'aula universitaria: « per voi che arrivo in ritardo, in fondo... la curva dell'attenzione assume un andamento fortemente decrescente nel giro di un quarto d'ora...» Poi - dopo una decina di sigarette, dopo aver fatto cento volte avanti e indietro tra la cattedra con la lavagna intonsa e la prima fila dei suoi studenti, per tutta la larghezza dell'aula, mentre mormorava formule in cui «magico» era l'unica parola comprensibile, con ampi gesti delle braccia abbandonate nella manica, come le membra disarticolate di un pupazzo spezzato, la mano destra che schiacciava dei gessetti - trascorso un quarto d'ora, era sparito nel suo impermeabile chiaro, sgualcito, con gli orli logori, privo di un bottone su due, L'Unità, quotidiano del Partito comunista, ficcato da sempre nella tasca destra, barcollante, ubriaco, con la schiena dritta e sempre degno.

Ha vissuto come un Napoletano. morto come un Russo.

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Nell'anno 1938, XVII EF (diciassettesimo anno dell'era fascista, con i caratteri scolpiti alla latina sui pesanti edifici pubblici di travertino), quando entrarono in vigore le leggi razziali, le frasi di Mussolini ricoprivano i muri di Napoli. Renato Caccioppoli andava a fare lezione col sottofondo degli inni fascisti da via Chiaia, dove sorge il palazzo Cellamare, fino a via Mezzocannone, dove si trova la più antica università d'Europa, fondata da Federico II all'inizio del XIII secolo. Lungo il percorso, slogan dipinti in immense lettere nere per galvanizzare l'energia del popolo, e in primo luogo della gioventù:


CREDERE, OBBEDIRE, COMBATTERE.



Una cieca sottomissione nella più grande trasparenza di ogni esistenza, per la massima gloria dell'Impero fascista. Anche se provocava i suoi compagni nelle loro serate ben annaffiate - e si perdonava tutto al genio sbronzo, che noncurante portava con sé il quotidiano fondato quattordici anni prima da Antonio Gramsci, L'Unità, ficcato a metà nella tasca del suo impermeabile, ben visibile, come dei baffi posticci - dicendo senza tante storie che si potevano trovare gli stessi slogan in rosso sui muri di Mosca, il fascismo era per lui il culmine della stupidità umana.

Un giorno, mentre andava avanti e indietro davanti alla sua cattedra come al solito, introdusse la lezione sulle irregolarità isoperimetriche scagliando queste parole che stupirono l'aula gremita, e muta... «Per arrivare qui sono passato per via dei Mille, risbucando a piazza del Plebiscito ho preso un caffè, un espresso doppio, al Gambrinus, e siccome non avevo raggiunto la mezz'ora di ritardo che vi concedo per carità cristiana, mi sono spinto fino a piazza Garibaldi facendo il Rettifilo, detto anche corso Umberto I di Savoia... Non pensate che noi, i Napoletani, siamo gli unici al mondo a riverire con una simile costanza i nostri carnefici, da ormai settantotto anni?...

Favola dell'Unità, mentre non si tratta che di una colonizzazione di predatori senza morale, attenti solo ai loro profitti... Mille tagliatori di gole, il Plebiscito del 1860 sotto la minaccia e la menzogna assoluta, Garibaldi che soltanto la sua doppia appartenenza alla Massoneria d'Uruguay e di Scozia, entrambe le volte con il grado supremo, 33, protegge dai crimini di brigantaggio che la sua stessa famiglia non esita a denunciare, i Savoia detti anche la rovina del Sud, e il fascismo di oggi: la camicia rossa di Garibaldi passa nella tintoria dei Savoia e ci dà la camicia nera di Mussolini...

Naturalmente, se toccate questi nomi, questo carnevale insanguinato dell'Unità fino ai massacri di Gaeta, toccate le organizzazioni che l'hanno permessa, e, a Napoli, la camorra. Senza la camorra, nessun ingresso di Garibaldi a Napoli, senza la camorra nessuna ovazione al presunto eroe dei Due Mondi quando arriva con le natiche belle comode in un vagone del primo treno della prima ferrovia d'Italia, senza la camorra nessuna vittoria del SI al plebiscito, dei SI cento volte più numerosi degli abitanti autorizzati a votare, e qualche NO aggiunto nell'urna per simulare il vero, senza la camorra, la 'ndrangheta, la sacra corona unita, la mafia, nessun governo italiano... E sì, dietro i crimini contro l'umanità della presunta Unità - crimini che Gramsci (ma avete letto Gramsci?! ... Certo che no!...) ha fortemente denunciato - fino ai nostri giorni beati di fascismo cantante, Giovinezza giovinezza, con il coronamento finale quest'anno, fra tre settimane, dell'incontro a Napoli tra Hitler e Mussolini, lo Stato italo-vaticano deve tutto, economia, giustizia, politica, al suo braccio armato: a Napoli, la camorra...

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La sera di quel martedì 3 maggio 1938, mentre tutta Napoli era in eccitazione per l'arrivo, due giorni dopo, dei due dittatori, il tedesco e l'italiano, egli vagava fino a tardi, sotto un cielo notturno blu minerale, attraversando il giorno, ben oltre mezzanotte, passando da un bar all'altro, [...]


L'urticante genio - dalla bellezza fulminante pur nella più tortuosa ubriachezza, ricoperto di riconoscimenti accademici nazionali e internazionali, musicista che aveva interpretato tutto al suo Petrof, un pianoforte praghese sul quale aveva suonato Antonin Dvorak e che Bakunin aveva regalato ad Antonia, che ne aveva a sua volta fatto dono al suo genio di nipote - aveva letto tutto, i classici, i contemporanei, Gogol ah! Gogol, filosofi e romanzieri e poeti, lui i cui articoli erano attesi in tutto il mondo, poteva parlare, dire ciò che voleva, sragionare a fondo se capitava, eruttare contro ogni doxa delle verità lampanti, nessuno si sarebbe azzardato a contraddirlo, temendo di ricevere in testa una secchiata di vetriolo...

«Come diceva mio nonno dalla barba fluviale e dal vivo "desiderio di distruzione" - quando ci vuole, camerati, ci vuole! -, che ha passato la vita tra prigioni e redazioni, percorrendo in lungo e in largo l'Europa, e lasciando tutti i suoi denti allo zar nei fossati della fortezza San Pietro e Paolo, sì, come diceva Michail Bakunin che si rasava per sfuggire alle polizie, e che è morto, dopo aver assaggiato i cavoletti di Bruxelles e la baguette di Parigi, per non contare i topi dorati allo spiedo della Comune, morto a Berna, in Svizzera, sì, paese hegeliano, anarchico e rivoluzionario, se così è, morto di vescica, pisciando sugli orsi di Berna e gli orsi di San Pietroburgo, e sulle nozze di Marx e dei Rothschild...

Stavate parlando di Mazzini quando sono piombato qui... Lo sapete, o no, eh? O no... sì non lo sapete, eh Cimmino? che Bakunin fonda a Napoli, qui, a Napoli che attende Hitler e Mussolini per celebrarli con onde di ovazione come Garibaldi, e il micro-re-imperatore Sciaboletta, Vittorio-Emanuele-Terzo che ha a malapena la taglia per succhiare, in piedi sui suoi stivali, il cazzo del Duce, è a Napoli che fonda, ho sete porca miseria!, che fonda la prima sezione italiana dell'Internazionale, nel... nel?... Viola, Tullio?.., ho capito, che lo si chiami per cognome o per nome, sempre a bocca aperta... "Nel 1869, contro la teocrazia di Mazzini..." interviene in un mormorio udibile Anna Maria, i cui occhiali da miope dalle lenti spesse si sfilano e cadono sull'abito blu, in mezzo alle ginocchia... Bene, bene, brava, quindi le donne hanno un cervello... Un'Ipazia al secolo, sarebbe bello!... Insopportabile utopia!... Sapete, la nostra collega che ha scoperto l'orbita ellittica della Terra, e a causa di questo nobile evento dello spirito la bella Ipazia è stata assassinata e fatta a pezzi - ex-voto anatomici di qua, ex-voto anatomici di là! - dal ferro di un'orda di cristiani, nel 415... Or dunque, cambia la religione di queste orde, ma per niente il loro modo di sentire e di agire, se non per infime variazioni nel corso dei millenni fino ai giorni nostri... Attenzione, Ortese, timida brunetta, le orde poliziesche dell'olio di ricino che vi purgano a forza, il culo merdoso vergognosamente al vento, da ogni ribellione, il famoso olio Carlo Erba dai semi accarezzati dal palmo del Cristo... Palma Christi, le orde infernali di nuovo ci accerchiano!...

...E predica, mio nonno, il mio improbabile, il mio probabile nonno (ah! ah! Le probabilità matematiche di uno spermatozoo, qui si varca la soglia dell'Averno!), ciò che si sarebbe dovuto fare con urgenza, la federazione dei comuni, la federazione delle regioni, un'Italia confederata, contro l'Unità coloniale e lo sfruttamento fino all'osso, fino a oggi, del Sud... Immaginate quel che ho appreso oggi, da mia zia Marussa Bakunin, che ho incrociato all'università mentre usciva da un'intervista con due o tre giornalisti sull'avanzamento dei suoi lavori di chimica... Imbottiti, foderati, infarciti, crivellati come siete d'ideologia unitaria, non immaginerete... Mia zia ha frequentato la famiglia del Massone Demolitore Servitore, "Obbedisco" diceva da buon mercenario a tutti i suoi nuovi padroni, Approfittatore dei Due Mondi, e mi ha detto a bruciapelo: "Sai che il figlio di Garibaldi, Ricciotti Garibaldi, per rimediare ai barbari crimini del padre, è andato a combattere con la resistenza ai Savoia, con i presunti briganti!?... Nelle sue memorie, Garibaldi stesso ha scritto..."

E Anna Maria completò di getto... "che non sarebbe più tornato nel sud Italia, per paura di essere linciato, tanto aveva crudelmente dissanguato le sue popolazioni..." Ah! camerati! L'unico cervello della banda è una donna che se ne fotte della matematica!...

Restituitemi il Posillipo altero e cacciate la merda d'Italia!... Non conoscete nemmeno il mio amico Gérard della Tour Saint-Jacques?... No, certo... Allora, camerati, che nessuno mi accompagni!... No, Mario, voglio essere solo... e poi devi allenarti per sfilare davanti a Hitler e Mussolini con il Gruppo Universitario Fascista, il tuo GUF, guf, guf, guf!... littore dell'Arte mussoliniana!... Al passo! Camerata Alicata! Al passo!... Il Mediterraneo? L'Eritrea? La Grecia? La Luna? La Fica? La Sifilide? La Faccetta Nera?... A chi?... A noi!... Duce-cancan! 0lé!... ritrovata!... Che? L'Eternità, camerati!... il mare andato via con il sole!... Buonanotte!!...»

Come un'onda bianca che si rialza e gorgoglia, si è dileguato nel suo impermeabile aperto al vento in via dei Mille, in mezzo alla strada, sulla scacchiera bitorzoluta di lava del Vesuvio. La notte illuminava a intermittenza due pubblicità del liquore Strega di Benevento sul muro del Gambrinus che chiudeva bruscamente le porte davanti ai passi d' 'o genio, e dei suoi amici sbalorditi, eppure abituati ai colpi notturni della sua sferzante e bacchica facondia.

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Pagina 106

Quel 5 maggio 1938 fu una mattinata di follia a Napoli. Un'enorme folla garibaldina da Plebiscito italo-germanico era contenuta con gran difficoltà, nonostante la disciplina tutta militare inculcata ventiquattr'ore su ventiquattro ai civili... A quattro zampe, a due zampe, a tre zampe!... E anche senza nessuna zampa!... Nei loro letti, sulle ruote di una sedia, nascosti nei bassi e nei palazzi... diceva Caccioppoli ai due suonatori di mandolino seduti con lui al tavolo del Gambrinus... Tutti in piedi e noi seduti, camerati!... Si vedono solo schiene, non un capello d'oro delle Lili Marlene che sfilano... Ade, fratello maggiore di Zeus e di Poseidone, figlio del Tempo e della Terra, che ha organizzato tutto questo!... Che ci ha imbastito tutto questo dietro Posillipo, che si rompe i coglioni a veder passare incessantemente la barca di Caronte sulla riva dell'Averno... Con i suoi carri tirati da due centauri, i suoi serpenti, i suoi cani a tre teste che pisciano da tre peni sui suoi cipressi e sui rami delle ginestre, seguito da ospiti di numero incalcolabile... Camerati, il mare di Ulisse non è più color del vino, ma color dei grani di melagrana!...

Delle grida, dei DUCE! DUCE! DUCE! come muggiti assordanti e continui, annunciavano che erano lì, tutti e due in piedi su un'automobile militare decappottata che correva verso tutte le vittorie future, Hitler e Mussolini, entrambi eretti e col sorriso severo, lo sguardo fisso all'orizzonte ricoperto di teste e di braccia tese all'infinito fino al porto, fino al mare dove, sotto un cielo blu leggermente velato, duecento navi da guerra si preparavano alle grandi manovre marittime... Braccia levate, Fhrer e Duce, braccia tese, saluti romani, come uno scatto meccanico ogni cinque respiri, aveva calcolato Caccioppoli, uno dopo l'altro, uno che innescava il saluto dell'altro... 'O prufessò è balzato all'improvviso dalla sedia, è uscito dal Gambrinus come un diavolo dalla sua scatola, è passato in mezzo alla folla con il suo impermeabile, senza riguardi per cappellini da donna, velette, cappelli, fez e si trova in prima fila nel momento preciso del passaggio della limousine con l'uomo nero e l'uomo bruno che insieme e all'unisono hanno teso il braccio nella sua direzione. allora che si è levata una voce dalla folla, tra due onde spasmodiche di


DUCE! DUCE! DUCE! DUCE! DUCE! DUCE!
«STA VERRENN' SI FOR' CHIOVE!...»


Come un sospiro di sollievo, delle risa hanno coperto, per alcuni colpevoli secondi, il muggito guerriero che accompagna il passaggio maestogo della Fiat S, S per Speciale, fabbricata nelle officine di Torino per il Duce e il Re Imperatore - sì c'è anche lui, il nanerottolo savoiardo Sciaboletta V.E. III ritto sugli stivali nella limousine, ma scompare completamente tra i due dittatori, come un fantoccio di legno tra due marionettisti. Caccioppoli con un balzo è ripassato in mezzo alla folla, ha urtato fez, cappelli, velette, cappellini da donna, recuperato il suo posto al Gambrinus tra i due musicisti di strada disoccupati per forza, il suo bicchiere di brandy l'ha buttato giù in un sorso - Culo secco, camerati!... - e dato una pacca amicale sulla nuca dei due suonatori di mandolino.

«Prufessó, ma sei davvero matto!... Gridar loro che stanno vedendo se fuori piove!... SI FOR' CHIOVE!... 'O genio!... Veramente prufessó, sei 'o genio!... Alla salute!...

Adesso suonerete, e io canterò un inno, un inno nazionale e anche guerriero, Marsiglia, la Bastiglia, Parigi, la Francia!... Vietato! Verboten!... Ci conosciamo, ma quel che ci vuole, ci vuole, camerati!... Con questi bei biglietti della banca del Regno Impero ornati con la testa di Sciaboletta, mi accompagnate almeno?... Sì, be', è facile!... Avanti!!...»

E alle spalle di Mussolini e di Hitler che si allontanano con lenti giri di ruote, nel brusio che si placa, la folla di centinaia di individui che gravita intorno al Gambrinus ode l'impossibile a udirsi: La Marsigliese cantata a squarciagola e meravigliosamente accompagnata da rollii, vibrati, schiocchi di acuti, battiti di mani sulle casse panciute e sonore, La Marsigliese cantata quel giorno 5 maggio 1938, quel giorno di gloria, di forza, quel giorno gagliardo per l'unione di ferro, polvere e sangue tra la Germania nazista e l'Italia fascista, in quell'anno in cui le leggi razziali sono firmate dal Re Imperatore e applicate dal presidente del Tribunale razziale che le ha elucubrate, Gaetano Azzariti, La Marsigliese di cui si odono le note e si percepiscono alcune parole fino a piazza Trieste e Trento, fino al San Carlo, grazie al silenzio sbalordito che si crea a poco a poco tra la folla, La Marsigliese intonata e cantata con poche parole, secondo la sua maniera di costruire ebbre variazioni -



    Allons enfants de la Patrie
    le jour de gioire est arrivé!

    Contro di noi dei due tirannelli
    La pizza insanguinata è bruciata...

    Aux armes, citoyens
    Allons, allons

    Affondiamo le croci bianche e uncinate...



Ed emise il quarto chicchirichì della mattinata -, cantata da 'o prufessó, da 'o genio!... Gesù, Gesù! Tacete prufessó!... Attenzione, prufessó, attenzione!... Silenzio! Tu! Silenzio!... Camerati! All'arme!... Prufessò, pietà, pietà per voi!... Traditore!... Consigli spaventati, suppliche, accusa di tradimento o imperativi uggiolati, Caccioppoli sentiva solo la sua voce e i mandolini. Appena il tempo di buttare giù un sorso di brandy, di lanciare a squarciagola un improvviso Vox populi, vox cretini!... e volò via, letteralmente, quattro Borsalini neri in peli di coniglio, alle grida di A NOI!, lo trascinavano via, preceduti e seguiti da altri quattro, due dietro due davanti, A NOI! lo tenevano per le spalle e per i piedi, lo facevano librare sopra i tavoli, lungo un corridoio di spettatori che si scostavano, timorosi, fino a che non scomparve, a via Chiaia, in una Fiat 518 Ardita, nera camuffata. Era stato sufficiente un minuto e trenta di volo planato, come aveva calcolato Caccioppoli nella sua rude levitazione e nella sua dolce eccitazione, per farlo sparire dalla scena.

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All'alba della guerra mondiale l'aveva sposata. Famiglia russo-napoletana, compagni, ma anche studenti li spinsero così bene l'uno tra le braccia dell'altra che hanno finito per sposarsi. Sara Mancuso è più giovane di tre lustri. La Repubblica Italiana a Croce di Savoia sarebbe nata dopo il conflitto. Il Piccolo Padre dei popoli costruirà nuovi grandi gulag che solo il maledetto Ignazio Silone ha denunciato dal 1921, e la sua «uscita di sicurezza» sarà la Svizzera.

Napoli sta per essere ferita a morte, una Napoli selvaggiamente bombardata dagli Americani. La città più bombardata d'Italia. Bombardamenti di massa. Pioggia di bombe. Cinquecento chili l'una e talvolta milleottocento... Non avrebbero risparmiato il cratere, al contrario, e nessuno fino ad ora ha neppure avanzato un'ipotesi - scommessa, gioco tra giovani piloti incaricati di far cadere tonnellate di bombe (Mira al buco!...), od ordine proveniente dal comando alleato per soffocare, con una bella eruzione vulcanica, la città insubordinata a tutti gli squilli di tromba del mondo? - cratere che, nel marzo 1944, dopo le più violente esplosioni scatenate dall'alto dei cieli, è esploso anch'esso, assorbendo tonnellate di rosari di munizioni, replicando la sua collera a più di dieci chilometri di altezza per farla ricadere sulle città rannicchiate ai suoi piedi, e su Partenope, in una coltre di ceneri...


«Ti rendi conto, Sara, crimine storico perfetto! La lava ha disintegrato e mangiato le prove!... Fusa l'arma assassina, i Liberatori sono innocenti, offrono cioccolata, sono addirittura gentili, e sposano le nostre puttane affamate per riscattarsi, i babbei biondini con i loro caschi di latta e puritanesimo!... Thank you! Thank you! Thank you!... Danke! Danke! Danke!... Non ci sono stati solo i B52 mericani, perché il 15 e il 16 marzo bombardieri teutonici di retroguardia avevano aggiunto il loro grosso granello di polvere da sparo, per una rovinosa ultima apparizione; tutto a un tratto hanno volato sopra di noi, come perduti nella loro guerra perduta, e se la sono presa con la città e il Vesuvio, prima di morire all'orizzonte, verso Montecassino...»

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