Copertina
Autore Robert Schneider
Titolo Cara signora America
EdizioneEinaudi, Torino, 2000, Supercoralli , pag. 208, dim. 140x220x20 mm , Isbn 978-88-06-15606-0
OriginaleDie Unberührten [1999]
TraduttorePalmas Severi
LettoreRenato di Stefano, 2001
Classe narrativa austriaca
PrimaPagina


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Indice


  p.  3   I.     in paradiso
     69   II.    La vita promessa
    107   III.   ad bestias
    157   IV.    Tu sei la mia canzone
    201   V.     Se sapessi dove si trova

 

 

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Pagina 3

Capitolo primo

in paradiso


Nella notte di san Michele del 1922 Antonia Sahler si svegliò di soprassalto da un sogno a piú voci. Con occhi inespressivi la bambina fissò la cameretta inondata dal grigio chiarore lunare e ne fu assolutamente certa: doveva dire addio alla sua casa, andar via, presto anche, e per sempre.

Un'ultima, grandiosa giornata estiva si era ancora una volta riversata su St Damian, in alto, sulla valle del Reno, strinando i pascoli di montagna rivolti a sud, e verso sera aveva sospinto tutta la sua vampa dentro le case e le stalle del villaggio. Persino la notte era rimasta ancora afosa, un fatto inconsueto per quel periodo. Era autunno. L'aria pullulava di semi di fiori sparsi nel fieno. Dal granaio adiacente il profumo dolciastro del fieno in fermentazione saliva verso la cameretta, dove la bambina di sette anni si era svegliata e a bocca aperta ascoltava la notte.

Nel sogno Antonia si era trovata in un paesaggio a lei sconosciuto, un paesaggio senza fisionomia, senza increspature né spigoli - senza riso. Le montagne natie erano svanite: le creste e le cime, i crinali ampi e sconfinati, le dorsali ricurve e ricoperto di boschi. Scomparso il Pilatuskopf, che con il suo fronte corrugato dominava St Damian a nord. Scomparse le lisce guglie rocciose a est, chiamate Martinswand e Hohes Licht. Per quanto Antonia si allungasse alzandosi in punta di piedi, a perdita d'occhio non vedeva piú neppure un bosco. Al posto dei campi e dei prati dominava un grigiore uniforme, quasi che un giustiziere celeste li avesse arrotolati e portati via, come era successo quella volta con il tappeto del soggiorno. All'orizzonte soltanto la rotonda luna piena. Ma la cosa piú inquietante era che quel paesaggio non aveva piú suoni, aveva perduto ogni sonorità. Gli uccelli non cantavano, gli animali erano ammutoliti, e cosí il ruscello. Anzi, il Signore aveva addirittura rinchiuso il vento altrove. Non si percepivano piú né suoni né rumori. Tutto era come morto.

Antonia decise di affidarsi alla luna, perché il solo vederla le trasmetteva un senso di familiarità. Scalza com'era, per un po' camminò incontro alla luna. Sentì allora che sotto i piedi il terreno cedeva, impossibile che quella su cui camminava fosse la terra. Tutto traballava e oscillava. Ogni passo diventava un'impresa. Sprofondava sempre piú in una nebbia senza odori né rumori. Forse sarebbe stato opportuno e anche ragionevole stare fermi, trattenere il respiro, farsi leggeri come una piuma. Anzi, non pensare neppure, perché, come sa ogni bambino, anche i pensieri rendono pesanti. Chiuse gli occhi sperando che ciò facesse svanire quella angosciosa solitudine. Ma anche se chiudeva le palpebre, il paesaggio restava immutato.

Poi sognò delle voci. Da ogni parte si levavano voci che avvicinandosi le penetravano dentro. Parole di cui non riusciva ad afferrare il significato. Risate, scherzi, grida e pianti in innumerevoli lingue e dialetti. Proprio come il caos della torre di Babele, di cui monsignore aveva parlato durante la predica. Ed era quasi una cosa disperante, perché comunque tutte quelle voci avevano in comune una cosa: l'esultanza. Da quelle gole sgorgava un giubilo indescrivibile. Ma qual era il motivo? E perché le voci non avevano né occhi né volti? Antonia si guardò intorno impaurita. Era completamente sola. Si volse di nuovo verso la luna, e vide che era scomparsa.

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Pagina 53

Nel ripostiglio piú remoto e nascosto della memoria qualcosa del sogno di quella afosa notte di settembre doveva comunque essersi conservato. In effetti Antonia non raccoglieva piú scorte concrete per un viaggio dalla meta indefinita, e tuttavia fu come se l'opera di raccolta si fosse interiorizzata. Raggiunti ormai gli otto anni, la bambina imparò a comprendere le cose intorno a lei con insaziabile avidità. Praticamente non c'era oggetto che in qualche modo non attirasse la sua attenzione. Si trattasse di imparare l'arte culinaria della madre, la conservazione di viveri deperibili, il modo di mettere in salamoia la carne o di affumicare il lardo, di fare la marmellata con i getti annuali degli abeti rossi, di ricavare il burro centrifugando il latte o di filtrare i fiori di tiglio per il miele, che si trattasse del giardino, dell'agricoltura, della geografia di Halbeisen, Antonia imparava instancabilmente, su ogni cosa voleva dire la sua e faceva domande con ostinazione. Si era destata da quell'infantile vita di sonnambolica svagatezza, per la quale il tempo non ha alcun significato e non è neppure utile a qualcosa.

Il suo massimo interesse andava però alla voce umana. Le voci la inebriavano e per lei l'ascolto di quei suoni non era mai abbastanza profondo. Aveva notato che adulti e bambini, uomini e donne, facevano un uso diverso del loro registro vocale. Le innumerevoli sfumature presenti nel linguaggio di una stessa persona erano legate alla disposizione individuale e di fatto indipendenti da ciò che stava dicendo. Anzi, Antonia era convinta di aver scoperto una sorta di legge, secondo la quale la maggior parte della gente emetteva suoni opposti a quelli che dava a intendere. Scoprí contraddizioni sonore, dissonanze nella melodia e nel ritmo. Non era una questione di parole, di mimica o di gesti, era una questione di suoni. In effetti lei non sapeva definire esattamente la concordanza o la discordanza, e quindi associava ai suoni e ai rumori della voce umana gli odori o i colori, oppure una mescolanza di entrambi. Siez-Sigi, ad esempio, parlava fieno, perché il suo timbro vocale aveva un suono asciutto e tuttavia pieno di sapida fragranza. Il mezzo maestro Eisen parlava incenso. Solo quando spasimava per l'imperatore, odorava di primule, emanando un odore dolciastro con una punta di noce moscata. In quei giorni prima di Pasqua la voce di Rupert aveva un che di resinoso, anzi, quasi di terra in putrefazione. Questo rendeva Antonia pensosa, perché la voce del padre era invece giallo limone, di una luminosità un po' aspra.

La voce di monsignore costituiva una fonte inesauribile di odori e di colori. Di quella voce si era davvero innamorata. Ne andava pazza. Non pazza dell'uomo al quale la voce apparteneva e, certo, neppure delle parole che questa voce formulava. Ad ammaliare Antonia era la sua aromaticità quasi inquietante. Una voce ricca di espressione come le infinite sfumature verdi dei boschi sopra St Damian. Una voce che scintillava e luccicava come il firmamento notturno. Una voce, insomma, che conteneva la vera e propria fragranza di un negozio di coloniali.

Quando finivano le prove del coro, il suono di quella voce diventava davvero indescrivibile. Quando la cuoca Rotraud, che aveva un gozzo grosso come un pugno, serviva il cacao con il pandolce appena sfornato. Quando tutti se ne stavano lí, seduti in silenzio, esausti per l'eterna ripetizione di una stessa frase musicale o di uno stesso archeggio melodico. Quando tutti erano diventati sordi per quell'implacabile «E ora ricominciamo da capo!» A quel punto monsignore cadeva spesso in un profondo almanaccare, appoggiava a entrambe le mani la testa calva dal naso aquilino e la fronte vigorosa, fissando senza sosta il pavimento. Dimenticava chiunque avesse intorno, dimenticava persino la sigaretta accesa fra le dita. La cenere si curvava sempre piú finché si staccava, e a poco a poco la sigaretta si spegneva da sola.

Una volta, poteva essere già mezzanotte, dalla sua bocca risuonarono queste parole: - Primo: la vita non ha senso. Secondo: tu, uomo, non cercare di dargliene uno. Terzo: dispera! Quarto: dispera ancora! Quinto: non c'è alcuna speranza! Sesto: è tutto inutile. Settimo: Ora, uomo, continua a vivere!

Con i suoi furbi occhi grigiazzurri la ragazzina dai biondi capelli incolti e il fiocco storto che minacciava sempre di cadere osservava quell'uomo distrutto. In effetti Antonia non era molto abile con le parole, ma a quel suono avrebbe ciecamente affidato la sua vita. E a un tratto, senza rifletterci troppo, trovò il nome per i discorsi di quel tipo. Avevano un sapore caldo, né amaro né dolce. Le parole contenevano un aroma ormai scomparso dalla sua memoria. Avevano il sapore del seno di Alma. Si, monsignore parlava latte.

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Pagina 101

A un tratto, come per un segnale invisibile, sull'intera nave si fece un silenzio di tomba. Era un fatto del tutto inspiegabile. Berl si mise Antonia sulle spalle, e ben presto lei comprese il motivo di quello strano ammutolimento che aveva colto tutti.

L'orizzonte grigio cenere si illuminò di un chiarore verdognolo. Qualcosa di indefinito che scintillava, saltellando qua e là come una capretta. A poco a poco il punto assunse i tratti di un essere umano. Il tronco, la testa, un braccio alzato. Era una signora, vestita con un abito verde scuro. La signora si avvicinò fluttuando e divenne sempre piú grande finché il suo fulgore ricoprí già mezzo orizzonte. E dietro quella signora si ergevano le case, alte e lisce come pareti di roccia. Una sembrava il Pilatuskopf. Un'altra era appuntita come lo Hohes Licht, una terza aveva la forma della Martinswand. Le rocce erano ricoperte di migliaia di luci. Tutto intorno ogni cosa scintillava e brillava in un freddo chiarore. Sul fronte del Pilatus danzavano e guizzavano piccole lingue di luce, e le altre cime rocciose splendevano e brillavano come alberi di Natale.

In quello strano silenzio esplose un rullo di tamburo, proveniente da tutti gli altoparlanti. Ci si spaventò in modo «spaventosamente spaventoso». Al rullo di tamburo segui una musica di strumenti a fiato, festosa e solenne. Come al Tantum ergo, quando per il Corpus Domini monsignore benediva i campi e le case con l'ostensorio. Costrinse gli uomini a togliersi i berretti, le bombette e i cappelli, fece piangere le donne. L'operaia di Magonza accompagnava cantando con voce forte e stonata. Poi cadde singhiozzando in ginocchío. Molti caddero in ginocchio piangendo dal profondo del cuore. Il vantaggio fu che finalmente la vista non era piú impedita.

- La vedi? Quella laggiú è la cara signora America! - gridò Berl con la voce soffocata dalle lacrime.

- No che non lo è! - replicò Antonia cocciuta. Ma Berl non sentì, perché in quello stesso momento, sul ponte di coperta razzi e fuochi d'artificio esplosero e fischiarono verso i vapori della nebbia, rendendo il cielo rosso, verde e azzurro. E da tutte quelle gole scaturí un unico urlo. Esplose un'esultanza quasi incredibile. La gente si abbracciava. Persone del tutto estranee si stringevano baciandosi sulle guance. Bambini che venivano schiacciati, mani, braccia, gambe, ventri, nasi, valige e ceste. Il pigiapigia e la calca che si creò! La cosa non era davvero gradevole.

In tutto quel trambusto Antonia cercava con lo sguardo una cosa sola: il ragazzo muto e allampanato dalle dita di filigrana e gli occhi feriti. Nessuna di quelle mani apparteneva a lui. La luce dei suoi occhi era diversa da tutte le altre. Ma Balthasar era lí. Di certo. Lei ne percepiva la presenza.

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Pagina 121

In complesso furono gli anni in cui in Tony esplose il desiderio di un amore, l'epoca del primo grande amore. L'epoca in cui si rischia la pelle con una leggerezza da togliere il fiato, in cui si cammina sul ghiaccio sottile là dove altri sprofondano, in cui si prende il sole sotto la pioggia mentre altri si bagnano, si vola nell'aria mentre altri, pesanti come il piombo, restano fermi, in cui si dissipa la vita mentre altri pensano solo ai costi. Un'epoca in cui nell'oscuro fuoco fatuo della provvisorietà reciproca l'anima di colpo si illumina aprendo una via d'uscita. Un'era priva di diffidenza, di prudenza, di presentimenti, di ripensamenti, di dubbi, di colpe, o quali possano essere i termini inventati per rendere piú sopportabili le delusioni d'amore. Un'epoca del tutto indifferente agli scopi e ai calcoli. Un'epoca in cui una persona sente di essere un dono disinteressato, e a un tratto si manifesta in lei il senso della propria vita: quello di amare gratuitamente, nel reale significato del termine, ossia senza scopo alcuno.

Certo, l'amore di Tony per Balthasar non esplose da un giorno all'altro. L'amore era sempre esistito. A farlo divampare bastò un evento senza importanza. Accadde in uno di quei pomeriggi senza tempo che essi cercavano di ammazzare. Fuori era una splendida giornata, e il sole riversava una luce accecante tra le fessure delle assi. Balthasar si rivoltava inquieto nel letto e alla fine si mise a sedere. Allora un raggio di sole scese su di lui, un fascio di luce bianca gli illuminò il viso. Immobile rimase seduto sul materasso finché il sole abbandonò il suo volto. La vista di quell'uomo, il nudo petto glabro, il volto liscio e freddo, la barba rada, gli occhi iniettati di sangue, i capelli unti e neri come il carbone, le dita modellate con tanta finezza: di fronte a quell'apparizione miserevole la ragazza si sarebbe quasi messa a urlare per il desiderio di essere abbracciata. Tony avrebbe voluto stringersi a Balthasar e tenersi a lui.

Come spinta da una vertigine si accostò a lui, si lasciò cadere sul materasso sedendogli accanto in silenzio. Il cuore le batteva, le guance le bruciavano. Esitante gli prese la mano e cominciò ad accarezzarla. Quante volte aveva immaginato le tenerezze di Balthasar. Nei suoi sogni a occhi aperti lo chiamava «pupilla dei miei occhi», e al momento di addormentarsi gli lasciava un po' di spazio alle sue spalle. Tony si alzò, abbracciò le spalle bianche di Balthasar e lo attirò a sé, quasi aggrappandosi a lui. All'inizio provò un senso di liberazione, ma dopo un po' si senti quasi mancare. A un tratto le parve di stringere una pietra umida, scivolosa. Non perché Balthasar non ricambiava le carezze, ma perché lei non riusciva a captare il suo cuore. Il cuore di Balthasar non pulsava. Non batteva.

Lo guardò a lungo negli occhi feriti. Sinora non era mai stata cosí vicina a quegli occhi. Occhi verdi, di un verde bottiglia. Non riusciva a distogliere lo sguardo. Balthasar non si opponeva neppure a questo.

Si lasciava fare qualunque cosa, e in verità la sensazione di Tony che gli mancasse il battito cardiaco non era del tutto errata. Sembrava che lui avesse ridotto al minimo ogni attività fisica, i movimenti, addirittura i pensieri. Sembrava che dovesse risparmiare su tutto ciò che possedeva. Che dovesse dosare esattamente le sue forze per superare in tal modo un lungo, rigido inverno. Un inverno freddissimo, tutto interiore. Quell'essere enigmatico, del quale non si sapeva neppure come si chiamasse davvero - forse neppure lui lo sapeva piú - non era in vena di amore. Non era in grado di evocare fantasie erotiche. Gli mancava l'energia necessaria. Concentrava le riserve che ancora gli erano rimaste su un unico scopo: la vendetta.

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Pagina 192

Con gli occhi chiusi il maestro Walter alzò la bacchetta per dare inizio al recitativo. In pratica dirigeva sempre con gli occhi chiusi. I suoi ammiratori dai capelli candidi e gialli di nicotina interpretavano ciò come un'espressione di massima immedesimazione spirituale. Il maestro, dunque, non si accorse affatto della disperazione della Bok, che si portò un'altra volta le mani alla gola lasciando intendere che non poteva cantare. Da un momento all'altro era rimasta colpita dall'influenza che tanto violentemente imperversava in città. Era come se le fosse saltata addosso, si era poi giustificata in lacrime con il regista, durante l'intervallo.

E accadde una cosa incredibile. Durante la prima aria di Tamino Antonia aveva già cantato fra sé la parte di lui, e lo stesso durante quella di Papageno l'uccellatore. La musica di Mozart l'aveva nel sangue, indifferentemente dalla parte che veniva rappresentata in quel momento. Il recitativo della Regina della Notte era uno dei suoi brani preferiti, e quando nessuna voce attaccò le parole «Oh non tremar, mio caro figliolo...», a un tratto esse le uscirono di bocca, quasi involontariamente. E senza interrompersi continuò il recitativo al posto della Bok.

Adesso il maestro aveva aperto gli occhi spaventato. Però si riprese in fretta e riversò sulla Bok uno sguardo caloroso, affabile, come per dire che, appunto, siamo tutti esseri umani. Poi chiuse di nuovo gli occhi e pensò con irritazione che quella Bok era una vera imbecille, mancare cosí quell'attacco.

Bruno Walter non avrebbe riconosciuto nemmeno di fronte a se stesso che a cantare era stata non Rosa Bok, ma Antonia Fleisig, la Prima Damigella di sinistra, all'esterno del palcoscenico; fu tuttavia costretto a prenderne atto, se non altro di fronte alle urla di «Daccapo!»

Ma anche Antonia si rese conto solo dopo alcune battute che a cantare era lei. Proprio lei. Quando comprese che la Regina della Notte era lei in persona, per poco la voce non le venne meno. E rimase ad ascoltare la propria voce. In un certo senso ascoltò se stessa. Ancora esitante e timorosa che la modulazione potesse non piacere a tutta quella folla senza volto, laggiú nell'arena. E cantò con coraggio crescente e con una pienezza che diventava sempre piú fulgida senza essere troppo forte. Mentre il recitativo andava avanti, si sentiva sempre piú allegra e spensierata. Le note si componevano nella melodia quasi spontaneamente. La musica non doveva essere inventata. Era già lí. Nulla poteva andare storto, era impossibile sbagliare. Anzi, non si doveva neppure pensare ad attenuare la nota, a riprenderla o tanto meno a pentirsene. Era facilissimo: bastava cantare. Le mani si scaldarono, il cuore pulsava forte alle tempie. In vita sua mai aveva sentito uscire dalla sua bocca un suono cosí perfetto.

Di ghiaccio divennero invece le mani del signor Sudbrock-Lange, e un sudore freddo corse anche per la schiena di Aron, che a un tratto si sentí gelare. I due uomini si guardarono, e uno afferrò d'istinto la mano dell'altro stringendola sempre piú, una frase dopo l'altra.

Furono pochi coloro che, come Aron o Sudbrock-Lange, scoprirono, o piuttosto udirono l'imbroglio sin dalla prima nota, visto che la Bok gesticolava con la massima enfasi, proprio come se cantasse. Nello stesso tempo, tuttavia, al bordo del palcoscenico si poteva notare una delle Tre Damigelle con la bocca spalancata. Nel pubblico si diffuse allora un lento mormorio, che facendosi sempre piú forte, costrinse la Bok a gettare la spugna. Con l'ultimo pizzico di sportività sollevò il braccio destro indicando la Prima Damigella.

A quel punto la cerchia degli spettatori del Metropolitan Opera ammutolí. Gli schiarimenti di voce e le tossi piú insistenti furono soffocati. Piuttosto che perdere una sola sfumatura di quella misteriosa voce, si preferi reprimersi fino alle lacrime. Una voce che avvinceva all'istante, che toccava come una parola consolatoria, un complimento sincero, un bacio di addio alla Stazione Centrale, una ninnananna infantile, il primo «ti amo».

Per il volume, la sonorità e l'espressività l'aria impegnava enormemente le risorse vocali della cantante, in un certo senso la musica percorreva infatti ogni stadio della sensibilità umana. Dalla malinconia cupa e rassegnata all'ira lucida e accesa. Dall'odio perfettamente mirato alla certezza della vittoria, ostentata e ipocrita. Se si aggiunge anche il ritmo indicibilmente strascicato - il ritmo walteriano, appunto - era già un miracolo che Antonia non toccasse i limiti tecnici del suo respiro. Ma non fu cosí. Aveva ancora molto fiato. Piú ampio ed esteso di quanto il signor Sudbrock-Lange, Aron o chiunque altro osassero anche solo immaginare. Non era una delle cinque vergini stolte, il cui olio si era consumato.

Cantava per la propria vita. E cantando per la propria vita, cantava la propria vita. All'improvviso si senti in perfetta unione con se stessa. Tutt'uno con il cuore, tutt'uno con la voce. A un tratto non ebbe assolutamente piú bisogno di nessuno al mondo, per alcuni secondi divenne l'unico essere umano, il piú solitario e perciò il piú felice.

Era lí, alta e sottile, in basso a sinistra sul proscenio, miope, senza occhiali, e cantava. Una donna bionda con il volto segnato dalle malattie, l'anima ferita da tanti anni vissuti in mezzo al fango, alla merda, alle privazioni e al tradimento, una vita vissuta dentro un oscuro, rumoroso buco di New York. A un tratto era di nuovo lí: la ragazzina dai capelli arruffati con il fiocco di traverso che minacciava sempre di cadere. Quella monella saccente di sette anni con il vestitino grigioverde a pois. La piccola saputella che in una afosa notte di settembre, da qualche parte, nel borgo piú sperduto e remoto di questo mondo, aveva fatto un sogno, un sogno che aveva cambiato ogni cosa: il sogno della vita felice. Lí stava Antonia Sahlér, come se fosse ancora la ragazzina dagli occhi grigiazzurri che guardava il mondo da St Damian, nella valle del Reno. Quasi che su di lei ogni delusione, ogni pena, ogni amore non corrisposto, ogni vano rimpianto non avessero lasciato traccia.

6.

E cantava. Lanciava in aria le colorature come fa il cielo con gli acquazzoni di maggio. Faceva salire e scendere le note con naturalezza, come fossero farfalle. E quella che saliva piú in alto era la piú sgargiante di tutte, la piú coraggiosa, la piú sicura, la piú fiera: il fa alto.

Walter dovette ripetere l'aria perché dopo alcuni secondi di assoluto silenzio, dal loggione proruppe un tuono di applausi, che in un attimo coinvolse ogni galleria e come un uragano travolse infine anche la platea.

Fu come se quella voce sconosciuta si fosse limitata a scaldarsi, a esercitarsi. Perché già dopo i primi fraseggi il suo timbro esplose con una varietà cosí incredibile e un registro addirittura inesauribile di gradazioni, tanto da credere che quella voce fosse l'essenza nobilitata di tutte le voci presenti, anzi, che fosse un distillato di tutti i dolori, le gioie, le sofferenze e le speranze dei presenti. Sebbene con gesto scherzosamente elegante il maestro, stupefatto, avesse cercato di fare accomodare la sconosciuta al centro del palcoscenico, Antonia rimase rigidamente ferma all'ingresso del proscenio sinistro. La sua miopia le impediva di vedere il direttore. A parte ciò teneva gli occhi chiusi perché ormai non aveva piú bisogno dell'aiuto o dell'opinione altrui. Cantava ed era completamente sola, cosi come era stata sulla banchina n. 16 e come avrebbe voluto essere di li in poi. Cantava, totalmente concentrata, e a un tratto percepí degli odori, in un rinnovato fulgore vide rinascere immagini sulle quali si era posata la patina dell'oblio.

Dentro una stalla angusta c'era il profumo del fieno appena tagliato, il gusto aspro del sudore e lo sbuffare dei cavalli da soma. Un uomo si avvicinava con un piccolo autocarro scoppiettante. Scendeva, carico di dolciumi, giocattoli e ninnoli. Cioccolatini, cannoli di marzapane, un orsacchiotto di stoppa. L'uomo dal naso pronunciato continuava a sorridere e aveva paura, dalla mattina alla sera.

C'era una donna dai capelli rossi che parlava in un dialetto oscuro. La donna fumava una pipetta di radica bianca, e quella donna era sua madre, e sua madre si chiamava Alma. E sul cornicione della finestra un gatto si riscaldava al sole e aveva gli occhi ardenti. Sulla neve ghiacciata Veronika si allontava zoppicando verso colui che amava, il suo nome era Kolumban. E poi c'era un altra persona che fumava una sigaretta dopo l'altra, sostenendo con le mani la testa calva, e diceva: - E tutto inutile, perciò devi continuare a vivere! - C'era un pavimento di legno tirato a lucido, e il mezzo maestro Eisen salutava un uomo che si toglieva il sigaro di bocca, e sputando frammenti di tabacco sul pavimento della scuola diceva: - Beh, fiorellino, giglietto mio! - C'era un tavolaccio, ed era notte, e lei saltava giú dal tavolaccio e sedendosi sul bordo del letto di Lászo si metteva a cantare...

Con la musica di Mozart scorreva il fiume dei suoi ricordi. E poiché il pubblico era scatenato ancor piú della prima volta, volente o nolente il maestro dovette ripetere l'aria per la terza volta. Ma lui lo voleva, perché gli era accaduta una cosa misteriosa. Di colpo, il viso inasprito da quasi una vita di mezze verità, era tornato a essere Schlesinger, lo schietto giovane di Amburgo che un tempo aveva confidato nella propria voce. Mentre alzava la bacchetta, la mano gli tremò con violenza, perché a un tratto nulla era piú routine. Ora dirigeva il Flauto magico per la prima volta. Aveva la febbre della ribalta come allora, quando aveva debuttato al teatro comunale di Breslavia.

Lei cantava seguendo la sua melodia, e il suo indescrivibile canto sembrava smentire il senso del tempo, che parve quasi dilatarsi, poi tornò a comprimersi per dilatarsi ancora nel meraviglioso cosmo del timbro di Antonia. A volte era come se il mondo si fermasse su una determinata nota per poi rimettersi in moto autonomamente, per forza propria, grazie alla melodia insita nella vita.

C'era un omino con un cappotto nero, tanto piccolo che lei poteva guardarlo dall'alto in basso. E l'uomo rideva e faceva una quantità di scherzi e a un tratto si metteva a urlare e gridava: - Reisel! Reisel! - E c'era la luna che si dondolava sopra Brooklyn. Proiettava nell'acqua una luce accecante, dopo un po' saliva in cima allo Hohes Licht, e sopra la Martinswand diventava dorata. C'era la stamberga, e dentro c'era un uomo, l'uomo aspettava lei, e per lei si era fatto bello, le porgeva delle meringhe per il matrimonio continuando a passarsi la mano nei capelli unti perché voleva apparire bello. L'uomo aveva gli occhi verde bottiglia ed era un angelo custode, e dimorava accanto alla sua schiena...

Dopo il terzo «Da capo» - alcuni che sapevano l'italiano, urlavano: - Brava! - la rappresentazione del Flauto magico poté proseguire. Inutile descrivere gli uragani di applausi, le ovazioni scatenate dalla seconda aria della Regina della Notte. Antonia dovette ripeterla quattro volte, e il maestro le avrebbe senz'altro attaccate una quinta e una sesta volta, tanta era l'avidità che provava per il suono di quella voce, per l'eco della sua giovinezza. Da quel momento, inoltre, nelle repliche mise via la bacchetta e incrociò le braccia, ascoltando immobile come tutti gli altri.

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