Autore Sara Seager
Titolo Piccole luci nell'universo
SottotitoloStorie e imprese di una cacciatrice di nuovi mondi
EdizioneLonganesi, Milano, 2021, Il cammeo 645 , pag. 300, cop.fle., dim. 14x21,5x2,5 cm , Isbn 978-88-304-5176-6
OriginaleThe Smallest Lights in the Universe
EdizioneCrown, New York, 2020
TraduttoreAlba Bariffi
LettoreGiovanna Bacci, 2021
Classe narrativa statunitense , autobiografie , astronomia












 

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Non tutti i pianeti hanno una stella. Alcuni non fanno parte di un sistema solare. Sono soli. Li chiamiamo pianeti orfani.

Dato che i pianeti orfani non sono legati a una stella, non sono ancorati nello spazio. Non sono in orbita. I pianeti orfani vagano, alla deriva nella corrente di un oceano infinito. Non hanno né la luce né il calore forniti dalle stelle. Siamo a conoscenza di un certo pianeta orfano, PSO J318.5-22 - anche adesso sta lassù, là fuori - lanciato nella galassia come una nave senza timone, avvolto in un buio perpetuo. La sua superficie è spazzata da tempeste continue. Su PSO J318.5-22 probabilmente piove, ma non pioverà acqua. più facile che dai suoi cieli neri si scatenino nastri di ferro fuso.

Può essere difficile da immaginare, un pianeta dove piove metallo liquido nel buio, ma i pianeti orfani non sono fantascienza. Non li abbiamo immaginati o sognati. Li hanno trovati astrofisici come me. Sono luoghi reali sulle nostre cartine celesti. Nella sola Via Lattea potrebbero esserci migliaia di miliardi di più convenzionali esopianeti - pianeti nell'orbita di stelle diverse dal sole - che girano intorno alle centinaia di miliardi di stelle della nostra galassia. Ma in mezzo a quell'ordine perfetto e quasi infinito, nel vuoto che sta fra innumerevoli spinte e trazioni, ci sono anche pianeti perduti: i cosiddetti orfani. PSO J318.5-22 è reale quanto la Terra.

Ci sono stati giorni in cui mi svegliavo e non riuscivo a vedere molta differenza fra quel posto e questo.

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nata un 'osservatrice di stelle



Avevo dieci anni quando vidi davvero le stelle per la prima volta. Ero più che altro una bambina di città, quindi non mi capitava spesso di trovarmi nel buio totale. Il mio universo erano le strade di Toronto. I miei genitori si erano divisi quand'ero molto piccola e io, mio fratello e mia sorella passavamo molto tempo da soli, prendevamo la metropolitana ed esploravano i vicoli. A volte avevamo babysitter appena più grandi di noi. Uno di loro, un ragazzo di nome Tom, chiese a mio padre di portarci tutti in campeggio.

Il campeggio non era l'idea di vacanza di mio padre. I canadesi fuggivano in campagna appena potevano: uscivano dalla città in lenti serpentoni di traffico ogni weekend, puntando a qualche venerata fetta di laghi e alberi. Il dottor David Seager era inglese e spesso portava la cravatta anche nel fine settimana; per lui, dormire nei boschi era una cosa che facevano gli animali. Ma Tom doveva essere stato convincente, perché all'improvviso ci trovammo in viaggio verso nord. Andammo in un parco provinciale chiamato Bon Echo, ricavato in una piccola sacca dell'Ontario, a tre o quattro ore da Toronto. Bon Echo comprende una serie di bellissimi laghi, quasi neri sullo sfondo degli alberi verdi. Ci sono spiagge bianche e rocce di granito rosa - perfette per tuffarsi nell'acqua fresca, dopo esserti arrampicato più in alto che puoi - e fitti tappeti rossi di aghi di pino nel sottobosco. Bon Echo era il posto più gradevole dove fossi mai stata.

Forse fu l'assenza dei suoni cittadini a rendermi difficile il sonno. Ero in una tenda con i miei fratelli. Avevamo appoggiato una valigia in mezzo a mo' di comodino. (Come al solito eravamo stati lasciati a noi stessi, questa volta nel fare i bagagli. Non avevamo idea che in campeggio non si portano valigie.) Mio fratello e mia sorella facevano i piccoli rumori che fanno i bambini addormentati.

Jeremy era il più grande, alto per la sua età. Aveva solo un anno più di me, ma era un anno cruciale, e di solito finiva per comandare lui, dettando le nostre attività quotidiane dalla sua grande altezza. Julia era la più piccola, graziosa e vivacissima, con una luce perenne negli occhi. Era la preferita di tutti. Io stavo nel mezzo in tutti i sensi, piccola e silenziosa. Ero la bruna: Jeremy e Julia hanno capelli biondi e occhi azzurri; io ho capelli castani e occhi nocciola. I miei occhi erano anche gli unici a essere aperti quella notte. Aprii la cerniera della tenda e sgusciai fuori nel buio. Mi allontanai appena abbastanza da lasciarmi alle spalle gli ultimi alberi.

Fu allora che alzai lo sguardo.

Mi si fermò il cuore.

Tanti anni dopo, ricordo ancora la sensazione che avevo in petto. Era una notte senza luna, e sopra la mia testa c'erano tantissime stelle: centinaia, forse migliaia. Mi chiesi come potesse esistere una simile bellezza, e mi chiesi anche perché nessuno me ne avesse mai parlato. Dovevo essere la prima persona a vedere il cielo di notte. Dovevo essere la prima persona nella storia a essere coraggiosamente uscita per guardare in alto. Altrimenti le stelle sarebbero state una cosa di cui la gente parlava, una cosa da far vedere ai bambini appena aprivano gli occhi. Rimasi a fissarle per quelle che sembrarono ore, anche se probabilmente furono secondi, io, una bambina che capiva come orientarsi nel caos di una grande città e in una famiglia a pezzi, ma che in quel momento aveva scorto il primo barlume di autentico mistero.

Ero sopraffatta da quella che mi sembrava troppa luce, troppa conoscenza da assimilare tutta in una volta. Rientrai di corsa in tenda, mi accoccolai accanto a mia sorella addormentata e cercai di tornare ad avere solo dieci anni, ascoltando il suono dolce del suo respiro.

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Gli anni Novanta furono un'epoca di scoperte storiche nel campo dell'astrofisica. Gli strumenti cominciavano a essere all'altezza delle nostre ambizioni. Computer e satelliti più potenti ci permettevano di fare calcoli e misurazioni che solo un decennio prima non avremmo potuto prendere in considerazione. In astronomia c'era sempre qualcosa di nuovo da fare.

Nel 1995, durante il secondo anno a Harvard, ero un po' alla deriva, ancora alla ricerca di uno specifico campo di studio. La NASA stava costruendo un nuovo satellite che alla fine si sarebbe chiamato WMAP, ovvero Wilkinson Microwave Anisotropy Probe (una sonda per il rilevamento delle anisotropie nelle microonde). Era progettato per osservare la radiazione cosmica di fondo, l'antichissima luce del Big Bang. Il mio consulente di ricerca, un giovane astrofisico bulgaro di nome Dimitar Sasselov, mi propose di trovare la mia strada accademica in quell'impresa collettiva. Aveva ragione. Insieme avremmo indagato le origini dell'universo. Nel suo bagliore antico scorsi il primo barlume della mia vocazione.

Circa 380.000 anni dopo il Big Bang, l'universo era ancora una nebbia incandescente che si gonfiava ai margini come le ultime propaggini di un'esplosione. Era troppo caldo per la formazione degli atomi, quindi protoni ed elettroni vagavano nella foschia, rabbiosi e senz'ancora. L'universo si raffreddava mentre continuava a espandersi. A un certo punto diventò abbastanza freddo perché protoni ed elettroni iniziassero a combinarsi tra loro quando si scontravano, creando i primi atomi di idrogeno. Quell'idrogeno in seguito formò il cuore delle stelle.

L'universo si espandeva così rapidamente che alcuni elettroni non riuscirono a trovare un protone nel caos. Quello che pensiamo come «spazio vuoto» non è vuoto; contiene non solo quei solitari elettroni avanzati ma anche l'energia che un tempo hanno disseminato, percepibile per noi come radiazione (gli astronauti vedono la stessa radiazione quando cercano di dormire in orbita; ogni minuto circa lampeggiano delle luci dall'altra parte delle loro palpebre chiuse). Oggi quell'energia residua è debole, ma nello spazio rimangono leggere differenze di temperatura. Con il WMAP, il nuovo satellite, presto gli astronomi sarebbero stati in grado di mappare quelle differenze di temperatura e di usare le variazioni per ricostruire le origini delle galassie, come chi indaga su un incendio doloso legge le tracce di bruciato per trovare la fonte dell'accensione. Questo avrebbe permesso di determinare quando e come le galassie si fossero formate. I loro semi stavano solo aspettando di essere trovati da noi, bloccati nel tempo e nello spazio.

Negli anni Sessanta gli astrofisici avevano fatto del loro meglio per calcolare il probabile tasso di raffreddamento, il che aveva contribuito a mettere un'approssimativa etichetta temporale sulla nascita delle galassie. Il mio lavoro, trent'anni dopo, era usare i computer moderni per controllare il loro lavoro. Le misurazioni di temperatura fatte dal WMAP erano utili solo se le interpretavamo correttamente. Avevo il compito di migliorare la nostra precisione.

Usando un programma scritto da me, finii per trovare una minuscola discrepanza fra le stime degli anni Sessanta e l'effettivo ordine delle cose; una differenza quasi impercettibile nella consueta valutazione temporale di quando tutti quei protoni ed elettroni avessero finito di combinarsi per formare idrogeno. Era, in sostanza, un divario microscopico fra l'ipotesi più precisa e la realtà misurata, ma quando si lavora su dimensioni così gigantesche, sbagli minimi possono dare luogo a errori di calcolo enormi. Avevo apportato una correzione piccola ma importante a una pietra miliare dell'universo.

O si potrebbe dire che era stata la scienza a correggere se stessa, come fa quasi sempre. una disciplina fatta di continuo aggiornamento. Il mio contributo non fece di me da un giorno all'altro un prodigio o un soggetto da tenere d'occhio; ero una studentessa di Harvard che aveva fatto una rettifica importante, ma non sorprendente. Nella mia esistenza non cambiò nulla, se non che capivo un po' meglio come si arrivava a sapere le cose. Si progrediva nel modo in cui Mike e io avevamo viaggiato sul nostro duro territorio del Nord: con un lungo e regolare accumulo di incrementi.

Fu solo anni dopo, quando il WMAP nel 2010 terminò il suo esame del cielo, che i nostri sforzi degli anni Novanta giunsero al loro vero compimento. Ancora mi meraviglio di quello che sappiamo ora. In primo luogo, l'universo fu soggetto a un tasso di crescita estremamente rapido in una frazione minuscola del primo trilionesimo di secondo della sua esistenza. per questo che una persona come me parla di «Big Bang» e non di «teoria del Big Bang». In secondo luogo, l'universo ha circa 13,75 miliardi di anni e continua a crescere. Siamo nati in una fiamma che non si è mai spenta.

[...]

Un'altra forza, efficace come in quella notte infuocata sull'esker, fu la fortuna. Proprio nel periodo in cui completavo il lavoro sull'evoluzione iniziale dell'universo, degli astronomi svizzeri trovarono il primo esopianeta ampiamente riconosciuto.

La più grande scoperta che gli astronomi potrebbero fare sarebbe la scoperta che non siamo soli. Da secoli l'umanità scruta i cieli alla ricerca di un riflesso di se stessa. Vedere qualcun altro o qualcos'altro che abita un'altra Terra: questo è il sogno. Per questo motivo, tra gli altri, il colossale 51 Pegasi b fu una scoperta importante. Era il primo nuovo mondo nell'orbita di una stella di tipo solare che veniva trovato dai tempi in cui Plutone era considerato un pianeta. Si trattava di una minuscola apertura della porta più grande che si possa immaginare.

Gli astronomi svizzeri che individuarono 51 Pegasi b non videro letteralmente la loro preziosa scoperta. L'ideale, ovviamente, sarebbe che potessimo vedere con i nostri occhi le tracce di altre vite nell'universo. Ma persino le immagini migliori dei corpi celesti lontani somigliano a quelle dei primi videogiochi. Una manciata di pixel immobili in varie sfumature di bianco potrebbe rappresentare un intero sistema stellare.

Il motivo è la loro lontananza. Andare alla velocità di un'auto fino ad Alpha Centauri, il gruppo di stelle più vicino dopo il nostro sole, richiederebbe circa cinquanta milioni di anni, mentre il nostro veicolo spaziale attualmente più celere coprirebbe la tratta in modo assai più rapido, in proporzione: settantamila anni o giù di lì. Un viaggio attraverso la Via Lattea sullo stesso razzo impiegherebbe circa 1,7 miliardi di anni. E la Via Lattea è una di centinaia di miliardi di galassie. Fuori dai suoi confini familiari c'è un'altra galassia, poi un'altra e un'altra ancora. L'universo non è infinito, ma è quanto di più simile all'infinito possiamo immaginare.

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Io pensavo a Mike e me come a corpi celesti, distinti l'uno dall'altro ma legati insieme dalle forze invisibili dell'universo. Eravamo come le due lune di Marte: Phobos e Deimos seguono traiettorie diverse, ma in modo strano e appagante agiscono di concerto, come i figli gemelli di Ares e Afrodite da cui prendono il nome. Le due lune sono relativamente piccole, perciò ci erano rimaste nascoste fino a che Asaph Hall, un astronomo americano, non le scoprì nel 1877. Hall non doveva essere pervaso dai sentimenti più positivi quando battezzò le sue scoperte come le personificazioni dell'orrore e del terrore, ma in quella nomenclatura c'era una logica globale. Mike e io invece chiamavamo i nostri animali da compagnia come personaggi di Ayn Rand e di Anna dai capelli rossi.

Perlomeno, a entrambi piaceva leggere. Mike era un libertario che credeva nella supremazia dell'individuo; io credevo nella supremazia dell'universo. Mike faceva profonde riflessioni filosofiche e storiche e poteva perdere una giornata intera a leggere la biografia di un presidente morto da tempo, mentre io ne leggevo al massimo due pagine prima di addormentarmi. La filosofia era troppo astratta, troppo priva di scopo per me. Mike diceva lo stesso del mio lavoro. Per lui la fisica delle particelle era stregoneria; la matematica avanzata era magia. Controllava grammatica e struttura dei miei scritti senza essere in grado di capire il significato di una singola frase.

Eppure, eravamo entrambi capaci di intensa concentrazione. Eravamo entrambi menti analitiche. Nessuno dei due accettava risposte facili; solo che facevamo domande diverse. Era come se i nostri cervelli fossero la stessa macchina, ma impostata per scopi diversi.

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In teoria esisteva un'alternativa al metodo della velocità radiale per trovare e studiare gli esopianeti. Se, almeno per il momento, gli astronomi non potevano contrastare la luminosità delle stelle, forse avremmo potuto usare il loro potere a nostro vantaggio. I corpi in transito a volte si allineano; non sempre, ma ogni tanto sì. Avendo fortuna, era possibile che un pianeta passasse fra noi e la sua stella. Era ragionevole che l'effetto fosse qualcosa come un'eclisse in miniatura. Quando nasconde il sole, la luna appare gigantesca. La «tecnica del transito», come si sarebbe poi chiamata, applicava lo stesso principio agli esopianeti: li avremmo trovati non grazie alla luce che emettevano, ma grazie alla luce che bloccavano. Niente risalta più di una macchia nera.

La tecnica del transito per me aveva perfettamente senso. Per qualsiasi pianeta extrasolare, questa tecnica - utilizzata congiuntamente al metodo della velocità radiale - era molto più fruttuosa della velocità radiale da sola. Dall'ombra di un oggetto si può apprendere molto su di esso. Alcuni astronomi aperti a ricerche pionieristiche cominciarono a tenere sotto controllo, in attesa di un transito, le stelle più promettenti fra quelle - una dozzina - già sospettate di ospitare almeno un esopianeta. Io chiamai il mio ex capo al David Dunlap Observatory per vedere se potessimo provare anche noi. La fotocamera del telescopio dell'osservatorio non era abbastanza sensibile per quel lavoro, ma i pianeti gioviani caldi erano in grado di eclissare circa l'1 per cento della luce della loro stella, più che sufficiente per misurarla con strumenti migliori. Calcolammo che ognuno dei nostri ipotetici pianeti dotati di orbita breve avesse una probabilità su dieci di passare davanti alla sua stella. Non tantissimo, ma poteva certamente andare peggio. Mi svegliavo ogni mattina chiedendomi se durante la notte qualcuno avesse individuato un transito. Ero pervasa dalla sensazione che il mondo potesse cambiare a ogni email, a ogni squillo del telefono.

[...]

Mi ero resa conto che la tecnica del transito poteva contribuire a rivelare qualcosa di più della sagoma nera di un pianeta. Nell'immediato contorno di quella minuscola, parziale eclisse, la stessa luce stellare che veniva bloccata da un esopianeta sarebbe passata attraverso la sua atmosfera. La luce stellare ci avrebbe raggiunti, ma non come ci raggiunge normalmente. Sarebbe stata filtrata, come acqua che passa in un setaccio o il raggio di una torcia che attraversa la nebbia.

Se si guarda un arcobaleno da lontano, i colori di cui è composto sembrano uniti. Ma se lo si osserva più accuratamente, usando uno strumento chiamato spettrografo, si possono notare delle interruzioni nella luce, dei minuscoli spazi tra i vari colori, come dei denti mancanti. I gas dell'atmosfera solare e il sottile involucro della Terra stessa interrompono la trasmissione della luce solare, come le linee elettriche causano interferenze in un segnale radio. Certi gas interferiscono in una maniera rivelatrice. Un gas magari si prende un morso di indaco, mentre un altro gas potrà avere appetito per il giallo o l'azzurro.

Perché non usare uno spettrografo per guardare la luce stellare passata attraverso l'atmosfera di un esopianeta in transito? Così avremmo potuto determinare quale tipo di gas circondava quell'esopianeta. Sapevamo già che grandi quantità di certi gas sono probabili solo in presenza della vita. Li chiamiamo «gas biofirma». L'ossigeno è uno; il metano è un altro. Forse era vero che il modo per trovare Bigfoot era vedere il suo respiro. Potevamo cominciare con i gioviani caldi, i pianeti che conoscevamo già, e le loro atmosfere più facili da analizzare. Come gli spruzzi di una puzzola, le loro tracce di sodio e potassio si sarebbero distinte in mezzo alla compagnia di atomi meno potenti.

Mi tenni per me la mia idea, perché sapevo che era ottima - ero la prima a vedere il potenziale della tecnica del transito per studiare le atmosfere - e adesso sapevo anche che le ottime idee possono essere rubate.

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Un buio impossibile



L'astronomia ti obbliga a guardare l'universo con occhi diversi. Di solito troviamo le cose semplicemente guardandoci attorno; quando perdiamo una cosa, aguzziamo la vista e ripercorriamo i nostri passi cercandola finché non la troviamo. Nello spazio non funziona sempre così. C'è troppa oscurità, e ci sono troppi luoghi dove non siamo mai stati.

A volte identifichiamo le cose tramite l'assenza di qualcos'altro, come i pezzetti mancanti dell'arcobaleno tradiscono la presenza di certi gas. Altre volte le troviamo grazie al loro effetto su qualcos'altro, come l'oscillazione gravitazionale che un esopianeta in orbita potrebbe imprimere alla sua stella. rivelatrice perché nient'altro potrebbe avere una massa tale da far muovere una stella: da qualche parte, nelle vicinanze, ci dev'essere un pianeta.

A volte poi troviamo le cose studiando ciò che non può esistere in autonomia. La cosa che cerchi deve esistere a sua volta, perché è un prerequisito di un certo evento. Se troviamo un tavolo circondato da quattro sedie, ne deduciamo che a volte ci si siedono quattro persone; altrimenti perché ci sarebbero quattro sedie? L'astronomia è perseguitata dalla presenza di cose che non possiamo vedere. In questo l'astronomia è come il lutto. come l'amore.


*



Durante la malattia di Mike, a volte il mio lavoro ne aveva risentito. Anche in un'occasione come la mia festa di compleanno, la mia mente era divisa. Bucai la scadenza per estendere il mio accesso a Kepler senza neppure accorgermi che era imminente, e persi i miei diritti, duramente conquistati, ai suoi primi dati. Telefonai al mio amico Riccardo. «Sara», disse lui, «tu smetterai di piangere e andrai avanti.» Kepler stava trovando possibili esopianeti al ritmo di circa uno al giorno; nel tempo impiegato dai pionieri per conquistare qualche chilometro del West ai tempi della frontiera, gli astronomi vedevano interi mondi nuovi. Ora quel progresso l'avrei visto svilupparsi dall'esterno, sentendomi ancora più sola di quanto già non fossi.

Ma dopo la morte di Mike, in quella strana finestra di perfetta lucidità - nella giusta disposizione d'animo, nel giusto pomeriggio piovoso - riuscii di nuovo a evadere nelle dimensioni gemelle dello spazio profondo e dei miei sogni. Ormai la mia proposta di studiare le atmosfere esoplanetarie usando gli spettri di trasmissione in transito era quasi una pratica standard. Dozzine di gioviani caldi e le loro correnti aliene erano stati osservati usando Hubble e altri telescopi. Era gratificante poter rivendicare un contributo così tangibile al nostro campo di studi. A volte sentivo ancora nelle orecchie l'approvazione di John Bahcall. Eppure quell'ambito mi sembrava ogni giorno più limitante. Ero sempre stata motivata dalla novità, da ciò che era inesplorato, dalla possibilità di portare la mia barca su un lago intatto, e quella sensazione era cresciuta a ogni nuova scoperta, a ogni «prima volta». Ma un pianeta gioviano caldo non ci avrebbe sorpreso particolarmente. Non avremmo trovato una forma di vita in grado di sopravvivere tra le fiamme. Studiare un pianeta senza vita dopo l'altro... Se volevo passare il tempo dentro stanze vuote, potevo restare a casa mia.

Qualche anno prima avevo visto parlare lo scienziato britannico William Bains a un convegno di astrobiologia in California. Mi aveva incuriosito fin dall'inizio dell'intervento. Non erano i capelli rossi e la barba rossa che lo facevano spiccare nella sala; era la sua conoscenza enciclopedica della biologia e della chimica e degli spazi in cui interagiscono. Adoravo il suo modo di pensare alla vita nell'universo.

William era ospite ogni primavera a Boston col suo corso di biotecnologie. Nel 2009 si era fermato all'MIT e aveva parlato a me e ai miei studenti dei suoi studi, che all'epoca riguardavano la ricerca di altri liquidi, oltre all'acqua, che potessero sostentare la vita. Questo condusse ad approfondite discussioni sulle diverse forme che la vita avrebbe potuto assumere. Poteva sopravvivere tra getti di zolfo? Poteva basarsi sul silicio invece che sul carbonio? Quella visita era andata così bene che lo avevo invitato a restare a Cambridge per un paio di mesi a esplorare con me i limiti dell'astrobiologia. Per formazione non sono una biochimica, ma non volevo preoccuparmi di stare dentro le linee arbitrarie del mio campo. Il mondo fisico non coincide con i confini che noi ci disegniamo sopra. Se vedevo qualcosa che valeva la pena di esplorare, e soprattutto se poteva aiutarmi a trovare la vita nell'universo, volevo occuparmene.

Ci buttammo in un breve progetto di laboratorio dal fallimento clamoroso, un tentativo di coltura di una robusta forma di vita terrestre - nel nostro caso E. coli, il batterio che trova un delizioso habitat nel nostro tratto intestinale - a temperature sempre più alte. La professoressa di biologia che ci ospitava nel suo laboratorio ci disse che il nostro esperimento era inutile: no, E. coli non poteva vivere su un pianeta come Mercurio. Risultò che aveva ragione. Fu comunque divertente cuocere batteri con William, giocando per un po' a fare gli scienziati pazzi.

William diventò un amico, e dopo la morte di Mike mi chiese cosa potesse fare per aiutarmi durante il lutto. «Vieni al1'MIT a lavorare con me sulle biofirme», gli risposi. Rinnovammo gli sforzi unendo la nostra immaginazione. Parlammo dei diversi gas che la vita avrebbe potuto produrre. Ci domandammo quali temperature rendevano davvero la vita impossibile e quali ci chiedevano solo di pensare diversamente a come la vita comincia e si propaga. Sapevamo che la scienza stava solo cominciando a comprendere l'incredibile diversità degli esopianeti: ce ne sono di ogni dimensione e di molti colori; orbitano intorno a stelle giganti, a stelle nane e a stelle binarie; sono fatti di combinazioni di solidi, liquidi e gas. William e io ci facevamo immagini mentali di ogni mondo concepibile.

Io ero sempre interessata soprattutto alla composizione delle atmosfere aliene. Credevo ancora che sarebbe stato il respiro di Bigfoot a tradirlo. Quando non stavo pensando a nuovi telescopi spaziali che ci aiutassero a esplorare, pensavo a cosa dovessimo cercare usandoli. William e io approfondimmo lo studio della chimica planetaria, delle diverse combinazioni di roccia, temperatura di superficie e massa atmosferica e di come potessero combinarsi per alterare quei cieli alieni. Il vulcanismo di un pianeta poteva avere anche un effetto notevole sulla sua atmosfera. La più alta montagna di Marte, Olympus Mons, è un vulcano alto tre volte l'Everest. possibile che altri pianeti abbiano vulcani che sono ancora più grandi, oppure più numerosi o più attivi dei nostri. William e io ci dicevamo continuamente: tutto è possibile.

Il nostro scopo era scrollarci di dosso i pregiudizi fondati sulle condizioni terrestri, ovvero il nostro «terracentrismo», come lo chiamavamo; la peculiare cecità nata dall'essere umani. La maggior parte degli scienziati che lavoravano sui gas biofirma usavano la Terra come modello per altri mondi dotati di vita. un atteggiamento comprensibile, dato che viviamo su un pianeta così bello, che è proprio delle dimensioni giuste e alla giusta distanza dalla sua stella. Volendo prevedere quanto metano potesse essere prodotto dalla vita in un anno, naturalmente gli scienziati avrebbero cominciato a vedere quanto metano viene prodotto dalla vita sulla Terra in un anno.

Ma William e io affrontammo i calcoli in un altro modo. Sapevamo che i gas indicatori di vita spesso sono eliminati da una sequenza di fenomeni chimici che avvengono nell'atmosfera. Questo succede anche sulla Terra; i raggi ultravioletti del sole spaccano le molecole in componenti altamente reattivi, chiamati radicali, che a loro volta si legano a sostanze chimiche di ogni tipo. William e io calcolammo la quantità di uno specifico gas che doveva essere presente in un'atmosfera aliena perché lo rilevassimo con un futuro telescopio spaziale. Poi determinammo quanta biomassa doveva essere presente per produrre quella quantità di gas, tenendo conto della forza distruttiva di quegli stessi raggi ultravioletti. Se un pianeta aveva in teoria bisogno di alberi alti quindici chilometri per accumulare ossigeno sufficiente a essere visto da noi, allora potevamo depennarlo come luogo in cui cercare la vita, probabilmente. Ma forse esiste un pianeta con alberi alti quindici chilometri. Forse esiste un pianeta con alberi che camminano. Forse esiste un pianeta dove gli alberi sono re e regine.

Poi ci facemmo un'altra domanda: può un'atmosfera ricca di idrogeno rivelare anche segni di vita? Era importante saperlo, perché l'idrogeno è un gas leggero. Ciò significa che i pianeti con molto idrogeno nell'atmosfera appaiono più «gonfi» della Terra: la loro atmosfera si estende più lontano dalla superficie del pianeta di quanto faccia il nostro delicato involucro. (Sulla Terra i palloni pieni di elio si sollevano perché la nostra gravità è troppo debole per attrarre le molecole di elio che contengono. Lo stesso accadrebbe se riempissimo i palloni di idrogeno. Ma un pianeta di massa maggiore o temperatura più fredda potrebbe ancorare l'idrogeno, così i palloni cadrebbero invece di fluttuare.) Le atmosfere più gonfie sono facili da individuare: usando la tecnica del transito, possiamo guardare lo spettro della luce che passa attraverso un'atmosfera di quel tipo più facilmente che attraverso un'atmosfera sottile; il che significa che i pianeti avvolti nell'idrogeno sarebbero stati candidati più semplici per la nostra ricerca nascente. Ma non eravamo sicuri che l'idrogeno non reagisse bruscamente con i gas biofirma, consumandoli prima che potessimo individuarli, nello stesso modo in cui la Terra aveva un tempo consumato tutto il suo ossigeno. Usammo un computer per simulare ogni possibile atmosfera esoplanetaria, cercando di vedere se i gas biofirma potessero sopravvivere alla morsa dell'idrogeno.

E scoprimmo di sì.

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Sassi nell'acqua



L'ultima riga della Guida alla vita sulla Terra di Mike era una richiesta esplicita: «Spargi le mie ceneri nel fiume Petawawa». Qualche settimana dopo l'anniversario della sua morte, dopo le stelline in giardino, mi preparai infine a portare a termine quell'ultimo compito. La foce del fiume era vicino alla casa dell'infanzia di Mike, a Ottawa. Il corso superiore era più isolato, nel profondo dell'Algonquin Provincial Park, e in primavera diventava violento e tumultuoso. Ci avevamo passato una settimana nell'estate del 1995, all'inizio della nostra relazione. Mi ricordavo ancora una volpe che avevo visto sfrecciare tra gli alberi. Seppi che ero pronta a dire addio a Mike quando cominciai a fare programmi per tornarci.

L'Algonquin Radio Observatory sorge vicino al Petawawa, in un luogo di totale silenzio. Quando Mike e io eravamo andati in canoa sul fiume, gonfio e fitto di rapide, ci eravamo fermati lì e avevamo trovato un campo estivo per bambini dedicato allo spazio. In seguito l'osservatorio aveva chiuso. Venni a sapere che una giovane famiglia lo aveva preso in affitto dallo stato e aveva iniziato a sistemarlo. Quand'erano arrivati sul posto, la porta d'ingresso era aperta e la neve entrava da fuori. Adesso offrivano il noleggio del telescopio. Avevano anche dei letti per chi voleva fermarsi a dormire. Prenotai la maggior parte delle stanze disponibili. Com'era ormai mia abitudine, affrontai il viaggio con un carrozzone di gente: Max, Alex, la madre di Mike; Pete, il migliore amico di Mike, suo compagno nell'ultimo viaggio alle Galapagos; e Vlada, che ormai era un amico fidato più che uno studente.

Prima della partenza andai un'ultima volta da Dave alle pompe funebri. Gli dissi che ero pronta. Lui annuì e andò a prendere Mike. Tornò con un'urna perfetta, una scatola di legno costruita così accuratamente da sembrare senza giunture. Era esattamente ciò che volevo ma che non ero riuscita a descrivere; non sarò mai in grado di ringraziarlo a sufficienza. All'interno, le ceneri erano separate in due sacchetti. Uno più piccolo era per la madre e il fratello di Mike, da spargere vicino alla foce del Petawawa, dove incontra Ottawa. Quello più grande era per me, da portare nei boschi.

Come ultimo favore, Dave mi raccontò un aneddoto. Le ceneri umane, spiegò, non sono sottili. In parte sono ruvide, con piccoli frammenti d'osso che non si sono ridotti in polvere. Dovevo stare attenta a dove e quando spargerle. Conosceva una donna che aveva sparso le ceneri del marito in giardino; in parte erano volate al di là dello steccato andando a finire negli occhi di un vicino anziano. Arrivato alla parte della storia in cui un occhio dell'uomo era rimasto infettato dai resti del vicino defunto, Dave stava ridendo. «Attenta al vento», concluse Dave, quasi arrossato dall'allegria. Non ho idea se l'aneddoto fosse vero, ma servi al suo scopo. Non volevo che il luogo dell'eterno riposo di Mike fosse dentro di me o di qualsiasi altra persona. Sarei stata attenta al vento.

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