Copertina
Autore W. G. Sebald
Titolo Le Alpi nel mare
EdizioneAdelphi, Milano, 2011, Biblioteca minima 46 , pag. 76, cop.fle., dim. 10x16,5x0,5 cm , Isbn 978-88-459-2580-1
OriginaleKleine Exkursion nach Ajaccio - Campo Santo - Die Alpen im Meer - La cour de l'ancienne école [2003]
TraduttoreAda Vigliani
LettoreGiangiacomo Pisa, 2012
Classe viaggi , natura
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Indice


Breve escursione ad Ajaccio                 11

Campo santo                                 27

Le Alpi nel mare                            53

La cour de l'ancienne école                 69


 

 

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Pagina 55

Ci fu un tempo in cui la Corsica era coperta per intero dalla foresta. Di ramo in ramo quest'ultima crebbe per millenni in competizione con se stessa, fino ad attingere i cinquanta metri e oltre, e chissà, forse si sarebbero sviluppate varietà vegetali sempre più alte, alberi destinati a toccare il cielo, se non fossero comparsi i primi abitanti a far arretrare grado a grado la foresta, animati com'erano da una genetica paura per il luogo dell'origine.

Il processo di degradazione delle specie vegetali superiori cominciò, notoriamente, nell'ambito della cosiddetta culla della nostra civiltà. Le foreste con alberi giganteschi, che allora si estendevano fino alle coste dalmate, iberiche e nordafricane, furono abbattute già all'inizio dell'èra cristiana. Solo all'interno della Corsica si conservarono alcune popolazioni arboree che di gran lunga superavano in altezza le foreste attuali e furono ancora descritte, con una sorta di timore reverenziale, dai viaggiatori dell'Ottocento, ma che da quei tempi sono scomparse quasi interamente. Degli abeti bianchi, nel Medioevo fra le specie arboree più comuni in Corsica e diffuse ovunque là dove la nebbia si addensava in mezzo alle montagne - sui versanti in ombra e nelle gole -, rimangono oggi solo scarsi esemplari nella valle di Marmano e nella forêt de Puntiello, dove durante un'escursione mi tornò alla memoria l'immagine di un bosco nell'Innerfern, che avevo attraversato una volta da bambino con il nonno.

In un catalogo delle foreste francesi, redatto durante il Secondo Impero da Etienne de la Tour, si fa menzione di certi abeti che, nella loro vita ultramillenaria, avevano sfiorato i sessanta metri di altezza e che, così scrive de la Tour, ci hanno dato per ultimi un'idea di quanto imponenti fossero un tempo le selve europee. De la Tour deplora la distruzione delle foreste corse, che già allora si annunciava chiaramente, par des exploitations mal conduites. A essere risparmiato più a lungo fu il patrimonio boschivo delle zone difficilmente accessibili, come ad esempio la grande foresta di Bavella, che fin verso la fine dell'Ottocento ricoprì, in larga parte intatta, le Dolomiti corse tra Sartène e Solenzara.

Il paesaggista e scrittore inglese Edward Lear , impegnato nell'estate del 1876 in un viaggio in Corsica, raccontava di immensi boschi, che dall'azzurro cupo della valle di Solenzara si levavano verso l'alto lungo vertiginosi pendii e lambivano le rupi e le rocce a strapiombo, sulle cui sporgenze, cenge e gradini superiori crescevano, come pennacchi in cima a un elmo, alcuni gruppi di alberi più piccoli. Sulle spianate che conducevano ai colli, si camminava su un terreno soffice, ricoperto da una fitta coltre di cespugli ed erbe quanto mai svariati. Corbezzoli, felci d'ogni genere, cespi di erica e arbusti di ginepro, graminacee, asfodeli e ciclamini nani crescevano all'intorno, e in mezzo a tutte queste piante basse svettavano i tronchi grigi del pino laricio, i cui ombrelli verdi pareva aleggiassero liberi lassù, lontano, molto lontano, nell'aria di una perfetta limpidezza.

Da un pianoro che dominava il colle dove ero salito, così racconta Lear, la mia vista spaziava sull'intera foresta, un teatro naturale che, circondato da luccicanti pareti di roccia, scendeva per centinaia di metri, una gradinata dopo l'altra, sino a un palcoscenico invisibile; un teatro il cui fondale era il mare, che si vedeva quella mattina oltre lo sbocco della valle di Solenzara, e dietro il mare - simile a una pennellata sulla carta - la costa italiana. Con l'unica eccezione, forse, dei misteriosi villaggi rupestri e dei pinnacoli del Gebel Serbai nella penisola del Sinai, non mi ero mai trovato in nessuno dei miei numerosi viaggi, scrive Lear, di fronte a vedute di tale splendore e fascino, come allora nella foresta di Bavella. Nelle sue note però Lear menziona anche i carri che, trainati da sedici muli, scendevano allora per un sentiero tutto curve a gomito, portando tronchi della lunghezza di cento, centoventi piedi, un'osservazione di cui ho trovato conferma nel Dictionnaire de Géographie pubblicato nel 1879 a cura di Vivien de Saint Martin, opera nella quale l'esploratore e topografo olandese Melchior van de Velde scrive di non aver mai visto foreste più belle di quella di Bavella: né in Svizzera, né in Libano e nemmeno nelle Isole della Sonda.

Bavella est ce que j'ai vu de plus beau en fait de foréts, dice van de Velde, aggiungendo come avvertimento: Seulement, si le touriste veut la voir dans sa gioire, qu'il se hâte! La hache s'y promène et Bavella s'en va! L'ascia si abbatte, e Bavella sparisce. E in effetti, nella regione di Bavella, oggi nulla è più come doveva essere stato un tempo. Certo, quando venendo da sud si sale per la prima volta al colle, e gradatamente ci si avvicina ai pinnacoli di roccia che sfumano dal violaceo al porpora, spesso immersi nella nebbia sino a mezza altezza, e dall'orlo della Bocca si guarda giù verso la valle di Solenzara, sulle prime si ha l'impressione che le meravigliose foreste esaltate da van de Velde e Lear esistano ancora. Ma in realtà, dopo l'immane incendio del 1960, qui non ci sono ormai se non gli alberi che l'amministrazione forestale ha fatto piantare nelle zone divorate dal fuoco, gracili aghifoglie, la cui durata difficilmente supererà quella di una vita umana, e meno che mai decine di generazioni.

Il terreno sotto le misere conifere è perlopiù brullo: dell'abbondante selvaggina, menzionata dagli antichi viaggiatori – le gibier y abonde, scrive van de Velde – non ne ho visto la minima traccia. Numerosissimi erano qui un tempo gli stambecchi, sopra i crepacci volavano in cerchio aquile e avvoltoi; fringuelli e lucherini saltellavano a centinaia in mezzo alle fronde, quaglie e pernici facevano il nido sotto i cespugli più bassi, e ovunque le farfalle ti svolazzavano attorno. Pare inoltre che gli animali in Corsica fossero di taglia alquanto piccola, come spesso accade sulle isole.


Ferdinand Gregorovius, che fece un viaggio in Corsica nel 1852, racconta d'essersi imbattuto sulle colline sopra Sartène in un entomologo di Dresda, il quale nel corso di una conversazione aveva osservato che l'isola, popolata com'era di specie di piccola taglia, proprio per questo gli era parsa, fin dalla prima volta, come una sorta di giardino dell'Eden; e in effetti, continua Gregorovius, dopo l'incontro con l'entomologo sassone lui stesso aveva visto di frequente nei boschi di Bavella il Cervus elaphus corsicanus, ovvero il cervo rosso del Tirreno, ormai da tempo estinto, un animale di corporatura nana, dall'eleganza per così dire orientale, con una testa sproporzionata rispetto al resto del corpo e occhi sbarrati dal terrore per una morte che sentiva prossima.

Benché la selvaggina che un tempo popolava le foreste isolane sia stata ormai quasi del tutto sterminata, nel mese di settembre dilaga ancora adesso in Corsica la smania della caccia. Durante le mie escursioni nell'interno dell'isola mi pareva sempre più che l'intera popolazione maschile stesse partecipando a un rituale distruttivo divenuto ormai da tempo privo di scopo. Gli uomini di una certa età, di solito in tuta blu da lavoro, sono appostati lungo il ciglio delle strade fin su in cima alle montagne, mentre i più giovani, in una specie di tenuta paramilitare, attraversano in lungo e in largo la contrada su jeep e rover, quasi dovessero occupare l'intera isola o prepararsi a un'invasione nemica. Non rasati, con pesanti schioppi e un fare truce, ricordano le milizie serbe e croate che, con folle sete d'azione, hanno distrutto il loro paese e, come gli eroi targati Marlboro della guerra civile iugoslava, anche i cacciatori corsi non tollerano scherzi con chi perde la bussola nei loro territori.

Più di una volta, durante simili incontri, mi fecero capire senza troppi complimenti che non intendevano parlare delle loro imprese sanguinarie con un viandante sbucato da chissà dove, e mi indicavano la strada con gesto inequivocabile: per sbaglio potevano tranquillamente farti fuori, se non ti volatilizzavi dalla zona a rischio. Una volta, un po' sotto Evisa, ho cercato di attaccare discorso con un cacciatore lì alla posta, palesemente assai compreso del suo ruolo, un uomo tarchiato e sulla sessantina il quale, con il fucile a canne doppie di traverso sulle ginocchia, sedeva sulla bassa sporgenza rocciosa che separa in quel punto la strada dalle Gorges de Spelunca, un precipizio profondo duecento metri. Le cartucce che si portava appresso erano piuttosto grosse sicché la bandoliera in cui erano infilate era talmente larga da fasciarlo, come un farsetto di cuoio, dalla pancia a metà busto. Quando gli domandai che cosa stesse aspettando, rispose laconico sangliers, quasi la parola bastasse a mettermi in fuga. Non volle che lo fotografassi, anzi con gesto di diniego tese verso di me la mano divaricando le dita, proprio come fanno i soldati irregolari davanti a una telecamera.


A settembre, nei giornali corsi la cosiddetta ouverture de la chasse è uno degli argomenti di rilievo insieme con i reportage sui continui attentati dinamitardi agli uffici della gendarmerie, alle casse comunali e ad altri edifici pubblici, un argomento capace di mettere in ombra persino l'emozione che, alla ripresa della scuola, coglie tutti gli anni l'intera nazione francese. Ecco allora articoli sullo stato delle riserve di caccia nelle singole regioni, sulla caccia nella stagione precedente e sulle prospettive dell'attuale campagna, così come sulla caccia in genere da ogni possibile punto di vista. E si pubblicano fotografie di uomini dall'aspetto marziale, che scendono dal maquis con le armi in spalla o si mettono in posa attorno a un cinghiale abbattuto. Ma la doglianza più frequente è che, di anno in anno, si possono stanare sempre meno lepri e pernici.

Mon mari, recrimina ad esempio la moglie di un cacciatore di Vissavona parlando con un reporter del «Corse-Matin», mon mari, qui rentrait toujours avec cinq ou six perdrix, on a tout juste pris une. Il disprezzo, percepibile in queste parole, per l'uomo che torna a casa a mani vuote dalle sue incursioni nella natura selvaggia, l'innegabile ridicolaggine del cacciatore senza bottino agli occhi della donna, da sempre esclusa dall'arte venatoria: ecco, in certo qual modo, l'episodio conclusivo di una storia dalle lontane ascendenze nel nostro oscuro passato e che, quand'ero piccolo, mi aveva già ispirato sgradevoli presentimenti.

Ricordo ad esempio di essere passato un giorno, sulla strada della scuola in una gelida mattina d'autunno, davanti al cortile della macelleria Wohlfahrt proprio nel momento in cui una decina di cerve venivano scaricate da un carretto e gettate sul selciato. Per un pezzo rimasi lì impietrito, tanto ipnotica era la vista degli animali uccisi. E tutte quelle cerimonie, poi, che i cacciatori facevano con i rami di abete, così come la palma che veniva messa la domenica nella vetrina vuota e piastrellata di bianco della macelleria, già allora mi risultavano sospette. Mentre i fornai, con ogni evidenza, non avevano bisogno di simili decorazioni.

In Inghilterra ho visto in seguito ghirlande di alberelli in plastica verde, poco più alti di una spanna, che incorniciavano i tagli di carne e le interiora esposti nelle vetrine dei cosiddetti family butchers. L'irrefutabile idea, secondo cui quella decorazione sempreverde e sintetica doveva essere prodotta da qualche parte su scala industriale con l'unico scopo di tacitare i nostri sensi di colpa di fronte al sangue versato, era per me, proprio nella sua totale assurdità, la riprova di quanto forte sia il nostro desiderio di riconciliazione e quanto poco, da sempre, siamo disposti a pagare per ottenerla.


Tutto questo mi era passato per la mente un pomeriggio in cui ero seduto accanto alla finestra nella mia camera d'albergo a Piana e mi ero messo a leggere in un vecchio volume della Bibliothèque de la Pléiade, trovato nel cassetto del comodino, la Leggenda di San Giuliano di Flaubert, che all'epoca ancora non conoscevo, quello strano racconto nel quale un'insaziabile passione venatoria e la vocazione alla santità si dibattono in uno stesso animo. Restai nel contempo affascinato e turbato dalla lettura di una storia che di per sé mi ripugnava.

Già solo come viene descritta l'uccisione del topo in chiesa, lo scatenarsi della violenza nel ragazzo che fino allora si era sempre mostrato d'animo buono, mi fece accapponare la pelle. Diede un colpo leggero, così si racconta di Giuliano appostato davanti alla tana del topo, e restò attonito di fronte a quel piccolo corpo che non si muoveva più. Una goccia di sangue macchiò la mattonella. E quanto più si procedeva nella storia, tanto più il sangue cresceva. Di volta in volta bisogna celare il delitto con un nuovo genere di morte. Di lì a poco una tortorella, che Giuliano ha abbattuto con la fionda, resta impigliata e palpitante fra i rami di ligustro, e lui si sente venir meno dal piacere mentre le torce il collo per finirla. Non appena il padre lo introduce all'arte venatoria, ecco Giuliano precipitarsi subito nei luoghi più selvaggi. Senza un attimo di requie si mette ora sulle tracce dei cinghiali nella foresta, degli orsi tra i monti, va a caccia di cervi nelle riserve o in aperta campagna. Al rullo dei tamburi gli animali fuggono spaventati, i cani corrono giù per i pendii, i falchi si levano nell'aria e, come pietre, gli uccelli cadono dal cielo.

Il cacciatore torna a casa ogni sera imbrattato di fango e sangue, e così continuano gli ammazzamenti, finché Giuliano in un gelido mattino d'inverno si incammina e, in un'ebbrezza che durerà l'intera giornata, uccide tutto quanto si muove attorno a lui. Le frecce vengon giù a dirotto, questo il racconto, come scrosci di pioggia durante un temporale. Alla fine scende il crepuscolo, rosso tra i rami del bosco come un telo zuppo di sangue, e Giuliano si appoggia a un albero tenendo gli occhi spalancati, contempla la spaventosa entità del massacro e si domanda come abbia potuto giungere a tanto. Precipita quindi in uno stato di paralisi interiore e comincia il suo lungo viaggio per quel mondo abbandonato dalla grazia, spesso in un caldo così torrido che, sotto il sole cocente, i capelli gli si incendiano in testa, oppure, altre volte, in un freddo così gelido che quasi gli si spezzano le membra. Ormai disdegna la caccia, eppure a volte la sua terribile passione riesce ancora a sopraffarlo in sogno, si vede nel Paradiso terrestre come il nostro progenitore Adamo, circondato da tutti gli animali, ma gli basta tendere un braccio, ed ecco: sono già morti. Oppure li vede sfilare a coppie, cominciando dagli uri e dagli elefanti sino ai pavoni, alle faraone e agli ermellini, come il giorno in cui entrarono nell'arca. Dal buio di una caverna lancia giavellotti che immancabilmente colgono il bersaglio, ciò nonostante sopraggiungono sempre nuovi animali, e quella sfilza non ha fine.

Ovunque vada e in qualsiasi direzione, accanto a lui ci sono di continuo gli spiriti degli animali che ha ucciso, finché da ultimo, dopo molte sventure e patimenti, un lebbroso lo traghetta con la sua barca a remi fino agli estremi limiti del mondo. Laggiù, dall'altra parte, Giuliano deve condividere il giaciglio del suo traghettatore e poi, abbracciandone il corpo ricoperto di ulcere e ferite, ora secco e nodoso, ora purulento, e trascorrendo la notte, petto contro petto e bocca contro bocca, con il più ripugnante degli uomini, viene infine affrancato dalla sua sofferenza e può assurgere alle azzurre praterie del firmamento.

Non una sola volta, durante la lettura, ero riuscito a distogliere gli occhi da questo racconto sull'infamia della violenza umana che, intrinsecamente perverso, a ogni riga andava sempre più affondando nell'orrore. Solo l'atto di grazia della trasfigurazione, di cui lessi nell'ultima pagina, mi portò ad alzare di nuovo lo sguardo.


Il crepuscolo oscurava già per metà la stanza. Ma fuori il sole al tramonto era ancora sospeso sul mare, e nello splendore delle sue onde di luce baluginava, tutto intero, il mondo che potevo vedere dalla mia finestra e che, in quel riquadro, non era ancora deturpato da una strada in costruzione, né dal più piccolo insediamento. Le orride formazioni granitiche dei calanchi, che si drizzavano fino a trecento metri e, nel corso di milioni di anni, erano state incise dal vento, dalla nebbia salmastra e dalla pioggia, luccicavano d'un fiammeggiante rosso ramato, come se la pietra stessa avesse preso fuoco e ardesse dall'interno. Talvolta mi pareva di riconoscere in quel tremolio la sagoma degli animali e delle piante che bruciavano o quella di un intero popolo divenuto catasta di un immenso rogo. Persino l'acqua laggiù sembrava in fiamme.

Fu soltanto quando il sole si abbassò dietro l'orizzonte che il riflesso del mare si spense, il fuoco sulle rocce impallidì sino ad acquistare sfumature lilla e azzurre, mentre a partire dalla costa si estendevano le ombre.

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