Copertina
Autore Giovanni Semerano
Titolo L'infinito: un equivoco millenario
SottotitoloLe antiche civiltà del Vicino Oriente e le origini del pensiero greco
EdizioneBruno Mondadori, Milano, 2004 , pag. 298, cop.fle., dim. 13,8x20,5x1,6 cm , Isbn 978-88-424-9293-1
CuratoreLuca Sorbi
LettorePiergiorgio Siena, 2007
Classe linguistica , filosofia , storia antica
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Indice

  3 Introduzione
    Preminenza del centro antico di irradiazione culturale,
    al quale questo libro fa costante riferimento
 31 Il fascino illusorio dell'infinito
 82 La Ionia: Cadmo e il Vicino Oriente
 87 Testimonianze di Ferecide di Siro e dei suoi libri fenici
 96 Senofane.
    Ancora l'[apeiron] che offuscò le vedute dei critici antichi
110 Eraclito
151 Parmenide
226 Orfeo
231 I fondatori del diritto
268 Inizi e sviluppi della scienza greca
286 Abbreviazioni
287 Indice dei nomi e dei personaggi

 

 

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Pagina 3

Introduzione

Preminenza del centro antico di irradiazione culturale, al quale questo libro fa costante riferimento

Queste pagine sono state scritte a testimoniare la legittimità del richiamo al mondo culturale, alle antiche lingue del Vicino Oriente, all'accadico, al sumero, per far luce sulle origini della civiltà nel nostro Continente. Sono le lingue, cioè, che dettero voce al pensiero, alla scienza, al fervore religioso congiunto al fascino del misterioso nel cosmo, del quale l'uomo può sentirsi per un attimo centro, per essere sommerso, come Gilgames, nella disperata certezza della fine di ogni orgoglio.

Per l'ordine sociale dei popoli civilizzati, già alla metà del III millennio a.C., e agli inizi del millennio successivo, hanno dettato le loro leggi in quelle lingue i fondatori del diritto. L'organicità e la chiarezza di quei corpi legislativi non ebbero mai in Grecia esemplari da porre a raffronto.


1. Azione selettiva operata fra le varie lingue di ceppo semitico

Per le origini e gli sviluppi del nostro repertorio linguistico, per ciò che costituisce il nostro strumento enunciativo, va rilevato che esso risulta dall'azione selettiva operata sui suoi elementi dalle esigenze storiche dei parlanti.

All'universalità dell'accadico seguirà, nel millennio successivo, la lingua aramaica, nota per la sua duttilità e la sua ricchezza. E' la lingua in uso nell'impero persiano, che giunge sino all'India.

Testimonianza storica di enorme rilievo per la successiva evoluzione lingistico-culturale è l'altra lingua semitica, l'amorreo, parlata dai fondatori del grande regno di Hammurabi nei primi secoli del II millennio a.C. Tale lingua ha cancellato ogni traccia di arcaismo e di agglutinazione, ha sviluppato la flessione nominale e l'apofonia vocalica in funzione morfologica.


2. Oralità e scrittura

Molte parole sono giunte sino a noi, come diremo, attraverso gli incontri dei popoli.

Altra è però l'oralità che si identifica con la creazione quando è opera che muove fantasia, sentimento, estro, come il linguaggio della poesia o della preghiera.

Il ricordo delle opere e dei giorni fu in realtà fermato nella pietra come il grande blocco di diorite su cui sono incise le leggi di Hammurabi. Ciò che sappiamo di quei popoli del Vicino Oriente che crearono la prima grande civiltà come conquista perenne anche per l'Occidente noi possiamo leggerlo negli scritti che sono giunti sino a noi.

Nessun altro popolo celebrò con parole così vibranti il fascino della propria scrittura e chiamò le costellazioni scrittura dei cieli. E se i primordi culturali di altri popoli antichi hanno certo rilevanza conoscitiva, sono o possono essere arricchimento culturale, le creazioni dei popoli mesopotamici dal III millennio a.C. costituiscono invece per noi vita spirituale.

Così ben poco ci dicono i reperti dell'India antica ritrovati a Ur, Lagas, Kis, perché prima della civiltà di Harappi sappiamo quanto fosse progredita la civiltà mesopotamica.

Prima di offrire le testimonianze storiche quali fattori decisamente positivi per gli sviluppi culturali dell'Occidente, giova forse una breve considerazione.

Ai nostri giorni la linguistica ha affinato i suoi metodi di ricerca in funzione, per lo più, di sistemazioni fonetiche. Ma lo studio sistematico, per dare sempre più rigorosa coerenza alle norme delle evoluzioni fonetiche, nulla può dirci delle reali origini e degli sviluppi delle voci antiche e non tiene conto che nella storia di quelle voci è scritta la reale storia della nostra umanità. Tale profonda consapevolezza può scuotere solo la coscienza di uno spirito di eccezione come quello di chi fu ritenuto il fondatore della linguistica moderna.


3. Le cadute del genio della linguistica moderna

…mile Benveniste con Pierre Daix ricordò la nascita della linguistica in Francia, auspice Bréal, con l'investitura di Saussure, genio della grammatica comparata: alla sua scuola si formarono Meillet e Grammont. Ma il Saussure comparatista finì col chiudersi in un lungo silenzio, col rifiuto di ciò che si produceva nella sua stessa disciplina, perché il linguista "non sa ciò che fa" e tutto è congetturale, ipotetico.

Quel silenzio di un dubbio metodologico è una grande prova della severità morale dell'uomo. Nelle pagine che seguono, il frequente ricorso all'accadico, come lingua antichissima di più larga documentazione, dispensa talora dal ricorso a lingue affini e sostituisce il rituale richiamo all'indoeuropeo congetturale dei manuali, storicamente inesistente.


4. Le parole che crearono il mondo

Ed ecco spalancarsi il paradiso dei miracoli sugli orizzonti dell'antico Eden. Vi sono parole fatte fluitare dalle onde di secoli remoti; giungono intatte sino a noi, ma non si possono accogliere solo col suono delle loro sillabe, occorre auscultarle acutamente per sentirvi dentro il loro segreto, come in una conchiglia si ascolta l'eco di oceani abissali.

Una di quelle parole che hanno sfidato i millenni è "mano", dal latino manus.

Umberto Galimberti nel suo splendido Dizionario di psicologia evocò la definizione kantiana della "mano" come proiezione esterna della mente. Manus, che non ebbe un'etimologia, ha il suo antecedente nell'antico accadico manù (calcolare, computare). Ne risulta la mano come strumento naturale del computo per indigitazione, quale emerge nei libri di matematica sino al Settecento. A quella antica parola accadica manù ci riconduce una lunga serie di parole greche, latine, germaniche.


8. Il lettone presunto depositario del più antico indoeuropeo. L'indoeuropeo recato dagli abitatori dei kurgan

Dopo tali premesse si deve sottolineare con disappunto che Marija Gimbutas si limita alle esclusive notazioni archeologiche, mentre il richiamo alle lingue e alle civiltà del Vicino Oriente mesopotamico le avrebbe offerto il significato più profondo degli elementi descritti.

L'universo indoeuropeo che ne dovrebbe emergere risulta solo intenzionale.

L'etimologia di lituano zirgas (cavallo) scopre lontane ascendenze con il verbo zergti (mettersi a cavallo); ma come abbiamo visto per kurgan, nella voce è l'eco delle culture sumero-accadiche: zirgas richiama il sumero dirig (andare, essere carico, "Łbervollsein")

Gli elementi linguistici richiamano le voci con le quali gli antichi designano il cavallo in greco e in latino: il latino equus, di là dalle molteplici suggestioni di antecedenti remoti, scopre una voce che ha stretta correlazione con le prestazioni del cavallo: in accadico la voce suona ekèwu (ekému: portare via).

L' equus-caballus, il "cavallo", non ebbe etimologia: ma scopre chiaramente il significato di "attaccare al carro", "mettere i finimenti" ("to harness", "to tie"); accadico kabàlu, semitico occidentale kabl (corda), francese cable (cavo). Ma ciò che apre decisamente gli orizzonti del Vicino Oriente è anglosassone hors, inglese horse, che ha la sua base remota in neoassiro harsà, "detto di razza di cavalli", con riferimento alla Citta di Ha-ar-su. Ciò da supporto storico all'antico francese haraz, francese haras. » l'origine di italiano "razza".

A qualcuno verrà voglia di strapparsi le vesti o recalcitrare come un cavallo pazzo sapendo che il russo lòsad (cavallo), turco, tataro lasa, antico russo losa, risale ad antico accadico làsiwu (làsimu: corriere): babilonese làsiwu (làsimu: celere, detto di cavalli). Si ritiene che le prime comunità indoeuropee addomesticarono i cavalli ed ebbero in uso i cavalli da guerra. Parrebbe anzi che tale uso sia il segno distintivo degli Indoeuropei.

L'incisione rupestre del Sahara, nello Uadi Zigga (Fezzan), che mostra un carro a due ruote a raggi, tirato da un equide, potrebbe smentire la concezione degli Indoeuropei, cavalieri della steppa lanciati alla conquista dell'Europa.

Ancora verso il 2250 a.C., nella zona danubiana e del Ponto si aggirano rozzi carri a ruota piena. Non sono certo i mezzi esclusivi di penetrazione e di diffusione degli Indoeuropei.

Accennando a tali residui di intuizioni romantiche, W.F. Albright e T.O. Lambdin tornarono a dare alle testimonianze linguistiche il valore di salda realtà. E agli Indoeuropei, cavalieri nomadi nel III millennio a.C., cammellieri nell'Asia centrale, hanno opposto un severo diniego: «Ambedue queste supposizioni sono basate su ipotesi false a priori e su reperti stratigrafici mal datati».

Infatti, la cronologia dell'Europa centrale del Neolitico, come del Bronzo Antico e Medio, è disperatamente confusa.

Era opportuno che "indoeuropeo" fosse limitato a designare un aspetto morfologico sul piano linguistico, e se n'è dilatato il senso a una realtà antropologica. E quell'aspetto linguistico era già stato definito da Bopp, che scorse gli elementi flessionali costitutivi dell'indoeuropeo in basi attinte al semitico. Come in quei tempi, anche oggi l'accademia vi scorgerebbe una verità scandalosa.

Colin Renfrew credette giunto il tempo di dare addio agli affannati tentativi di cercare una patria alle genti che avrebbero recato la lingua delle nostre origini.

Il vuoto lasciato dalle ipotesi vulnerabili sulle aree della diffusione dell'agricoltura non ha indotto a cautela studiosi sorpresi a operare al fondo di lunghi millenni che non hanno lasciato un'eco delle prime voci.

E furono segnalati i primi agricoltori che in Grecia, verso il 6500 a.C., avrebbero avuto in uso una forma arcaica di indoeuropeo, successivamente dilatatasi all'Europa, col contributo di genti mesopotamiche.

Intanto, la più antica voce per designare "campo", greco agros latino ager, è il sumero agàr (campo), accadico ugaru: l'indoeuropeo è latitante, a meno che non si accolga l'ipotesi di derivazione dal verbo ago (condurre al pascolo), che è un'amenità assurda.

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Pagina 268

Inizi e sviluppi della scienza greca

In particolare va notato che quanto si è potuto realizzare in queste pagine tende ancora una volta a definire con accettabile approssimazione l'immenso apporto culturale del Vicino Oriente per lo sviluppo delle civiltà dell'Occidente. Si tratta di un contributo finalizzato all'esigenza di un piano di sviluppo teorico che si articoli in un lavoro storicamente sistematizzato, dopo gli innumerevoli tentativi esperiti in passato che privilegiano la dimensione grammaticale indulgendo a virtuosismi dove radici senza concreta humus storica celebrano la loro festa sotto il segno della teoria che si alimentava e si legittimava nella grande ipotesi indoeuropea. Come scrissi altrove, Luigi Heilmann, in un pregevole libro, ne passò in rassegna gli innumerevoli tentativi, ognuno segnato della sua caduta, testimoni di epoche in cui il Vicino Oriente non aveva ancora rivelato il suo universo culturale, tutte le voci delle sue civiltà irripetibili.

Si attende ora che possa svilupparsi un vasto disegno illustrativo destinato al mondo scientifico, mediante i contributi di ampie sinergie, ove si tratti distesamente di matematica, geometria, astronomia, musica, medicina, diritto, fioriti nella Fertile Mezzaluna e i cui influssi sono giunti inequivocabilmente e largamente sino a noi. Vi sono già pregevoli avvii in opere di rigorosa rilevanza scientifica.

Non solo in passato, ma ancora ai nostri giorni, per dilatare il divario tra scienza greca e scienza antica mesopotamica, si ripropone, ad esempio per quest'ultima, il motivo dell'interesse astrologico, dimenticando che già verso la fine del VII secolo a.C, al tempo della caduta di Ninive, la sistematicità della scienza astronomica babilonese è testimoniata da tavole numeriche che presuppongono osservazioni e teorie finalizzate a definire leggi e principi sul corso apparente degli astri. Tali risultati, acquisiti da esperienze multisecolari, presuppongono un complesso di cognizioni teoriche ben consolidate. Così, oltre alle tabelle per il calcolo matematico in epoca paleobabilonese, altre attestano un grande interesse teorico per le proprietà dei numeri.

Avranno pure qualche senso alcune tradizioni che sembrano sfiorare la vaghezza della leggenda: ad esempio la notizia di Anatolio che ritrova Pitagora in Babilonia, iniziato ai misteri, dopo ovviamente che Cambise aveva invaso l'Egitto e ne aveva tratto il filosofo. E lo stesso Anatolio, che è scolaro di Porfirio, in un suo trattato aritmologico esamina i numeri sotto l'influsso della matematica metafisica di Pitagora, in particolare il 7 e il 4, in un simbolismo mistico. Ma il 7 è il numero magico dei Babilonesi e il 4 è base della numerazione quaternaria: triplicando tale base si ottiene la numerazione duodecimale. Si pensi dunque alla numerazione sessagesimale ancora tra noi nella misura del tempo e degli angoli.

La scienza greca, dopo Platone e Aristotele, tende a consolidare la concezione geometrica del cosmo. L'età alessandrina segnerà il trionfo di essa con Ipparco di Nicea (ca. 190-dopo il 126 a.C.) e Tolomeo. Seleuco di Babilonia non si discosterà dal sistema eliocentrico sostenuto da Aristarco di Samo (nato intorno al 320 a.C.). L'esplosione della scienza greca coincide storicamente e definitivamente con la penetrazione macedone in Oriente.

Il sistema di Aristarco di Samo, che prefigura quello di Copernico, dagli scolarchi di Alessandria sarà ritenuto bizzarria di un bel talento.

I geometri vedevano sconvolte le tradizioni, offeso il senso comune. Cleante di Asso, un pugile prestato alla filosofia, rischiò di intentare un processo di empietà contro Aristarco. Ma Beroso, caldeo, è testimone del nuovo, veloce propagarsi degli influssi dell'astronomia matematica babilonese che sa come i sette corpi celesti descrivano orbite simmetriche attorno alla Terra. In particolare lo sviluppo della geometria babilonese va ben oltre la realizzazione di vari scopi pratici. Così, gli scienziati che oggi parlano con il linguaggio muto delle formule, presuppongono lunghe e assidue riflessioni teoriche.

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