Copertina
Autore Giovanni Semerano
Titolo Il popolo che sconfisse la morte
SottotitoloGli etruschi e la loro lingua
EdizioneBruno Mondadori, Milano, 2003, Economica , pag. 164, ill., cop.fle., dim. 140x206x13 mm , Isbn 978-88-424-9070-8
LettoreLuca Vita, 2006
Classe storia antica , linguistica
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Indice

 IX Introduzione
    Il mistero etrusco e il fascino delle origini

XII Abbreviazioni

    L'IRRADIAZIONE DALL'ANTICO MONDO CULTURALE MESOPOTAMICO

  3 I Tirreni e le avventure dei Pelasgi
  7 Il sistema etimologico

    I PERSONAGGI DELLE ORIGINI

 13 Phersu e colui che vinse la morte
 21 Tagete e Tarchunus

    ALLE RADICI CULTURALI DEL MONDO ETRUSCO

 29 Il vaso di Tragliatella
 37 Gli elementi del computo degli Etruschi: i numeri
 41 Come leggevano gli Etruschi, sul quadrante del tempo,
    le vicende del loro passare: nomi dei mesi e dell'anno

    GLI ETRUSCHI NEGLI SPAZI DEL LORO MONDO REALE
    NELLA LORO TERRA E NEI PAESI RAGGIUNTI
    DALL'INFLUSSO DELLA LORO CIVILTÀ

 49 I toponimi etruschi
 73 I fiumi etruschi
 93 Le divinità etrusche
119 Roma arcaica sullo sfondo della civiltà etrusca

    APPENDICE

129 Le Lamine di Pyrgi
135 La Tavola di Cortona
145 Altre voci

149 Nota della curatrice

153 Bibliografia

159 Indice dei nomi e dei personaggi

 

 

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Pagina IX

Introduzione

Il mistero etrusco e il fascino delle origini


Nei libri viene oggi spesso evocato il mistero etrusco per eluderlo o mostrare che tale non è più, e questo mistero, che a migliore ragione una volta veniva riferito alla lingua, fu esteso poi alla provenienza dell'antico popolo italico. E poi tanti misteri hanno cominciato a turbinare intorno a nomi di popoli antichi, con il richiamo di attraenze ignote e ci si è accorti che c'è un mistero dei Celti, un enigma dei Fenici, un arcano dell'antica Britannia, senza tralasciare «la sfinge sarda», per dirla con Max Leopold Wagner. E nessuno ha mai osato allargare l'ala del mistero alla Grecia, la gran luce che ignora se stessa, un mistero che Aristofane alleggeriva nell'atmosfera di un mito sorridente in cui le cicale venivano onorate come simbolo della nobiltà autoctona, figlie della terra, e Demos si coronava il capo con cicale d'oro, nonostante che lo spettro dei Pelasgi sorgesse talora come le ombre evocate da Ulisse nelle tenebre dei Cimmeri.

Non mai così a proposito come per la querelle sugli Etruschi le narrazioni e le notizie convogliate da tradizioni relativamente tarde, e che usiamo chiamare decorosamente fonti letterarie, evocarono il disdegno di Ecateo sui discorsi dei Greci che, così numerosi, nel loro contraddirsi e intrecciarsi rumorosamente spesso sfiorano il riso (...). E i Greci, ai quali il sacerdote di Sais rimproverava corta memoria, si trovano a dover disegnare con i colori dei tempi eroici avvenimenti i cui riflessi appartengono alla storia che ci stringe da presso, un po', penosamente, per mendicare alle tavole antiche qualche affinità di origine e di gloria con i Romani.

Qualche tempo fa, il semitista Giovanni Garbini richiamava l'attenzione su una scoperta che, quasi quarant'anni or sono, suscitò molte speranze sulla possibilità di svelare il cosiddetto "mistero etrusco": le iscrizioni su lamina d'oro del santuario di Pyrgi, datate intorno al 500 a.C., conservate nel Museo di Villa Giulia a Roma. Provò a tradurle un maestro dell'etruscologia come Massimo Pallottino, ma l'incerto risultato deve aver scoraggiato altri dal ritentare la prova.

Garbini definiva metodologicamente le cause delle insuperabili difficoltà nel rendere puntualmente un testo etrusco. E concludeva rilevando che la fiducia generalmente riposta in alcuni linguisti e nelle loro analisi grammaticali dell'etrusco ha perpetuato lo stato di fondamentale incomprensione del testo. I lineamenti di una grammatica etrusca, più volte tracciati, avrebbero potuto avere una legittimazione solo da un supporto storico, a partire cioè, come per tutte le lingue prima non conosciute, da un piano di riferimento scientificamente accertato.

L'oscurità del passato, che qui si cerca di illuminare sulla scorta di testimonianze irrefutabili, induce invece a trasmettere, genericamente, con denotazioni prive di senso, come, per esempio, "micenee", vicende di popoli mediterranei. Non sono mai accostate a designazioni pertinenti, come, per esempio, aramee o fenicie o altro; invece sono spesso genti semitiche che si scoprono attori reali, creatori di nuove culture.

Le stesse origini etrusche e, in particolare, la lingua etrusca, sono rimaste avulse da quella realtà pelasgica, cioè tirrena, lontane dall'essere concepite come sorte da una larga koiné in cui si fusero le culture semitiche sviluppatesi ai margini o in ambito mediterraneo.

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Pagina 7

Il sistema etimologico


                            Ora si va con motti e con iscede
                            a predicare, e pur che ben si rida,
                            gonfia il cappuccio e più non si richiede.

                                            Dante, Par., XXIX, 115-117



Nelle ricerche del passato volte a tematizzare l'ermeneutica etrusca, l'etimologia ha imperversato più del tracoma tra le popolazioni dell'Africa.

In qualche dimenticato volume sono già passati in rassegna tentativi etimologici non solo per decrittare iscrizioni etrusche, ma anche, per esempio, testi monumentali come le Tavole di Gubbio, che tanto avevano lasciato sperare dopo la loro pubblicazione in De Etruria regali dello scozzese Thomas Dempster.

L'esempio più vistoso e imperdonabile di presunta interpretazione etimologica ci è offerto proprio dal noto e acuto Georg Friedrich Grotefend, redarguito da Theodor Aufrecht, Adolf Kirchhoff e Georg Friedrich Schömann.

Ma restando nell'area dell'ermeneutica etrusca, non minori assurdità furono escogitate arieggiando etimologie congetturali che sfiorano l'assurdo. Responsabile fra altri Giovanni Battista Vermiglioli, un seguace di Luigi Lanzi, inizialmente propenso al contributo semitico, per restare poi vincolato all'etimologia sulla scorta del greco e del latino. Giancarlo Conestabile, erede della cattedra perugina del Vermiglioli, debordò verso il sanscrito senza abbandonare le etimologie tratte dal greco e dal latino. Lo scetticismo verso questo tramestio di prove fallite indurrà il Mommsen a indulgere ai miraggi indoeuropei.

Un arbitrario mondo che aveva la novità di una fantasia scapigliata. E sulla stessa via del peccato si smarriscono il Maggi, il Migliarini, l'Orioli. Su tutta questa farragine il benemerito Ariodante Fabretti sentenziò che si era approdati al nulla.

Peggiori, se è possibile, furono i risultati ottenuti con l'ausilio di un presunto semitico: Cataldo Jannelli, come il professor Stickel di Jena, come il Padre Tarquini, allumacarono pagine di insulsa provocazione.

Quanto all'indoeuropeo, esso appartiene al genere degli idóla theatri di baconiana memoria. Sull'argomento offro qui solo un cenno di quello che tratto altrove.

Alle origini vi è un difetto di informazione: l'aver tenuto in nessun conto un testo magnanimo di Seneca, che nella Consolazione a Elvia (VII, 1) si chiede, ed è un'interrogazione retorica, perché in India si parli la lingua dei Macedoni. È chiaro il riferimento all'opera propagatrice di cultura occidentale favorita da Alessandro Magno sino alla Battriana. Cadendo dinanzi al grande avvenimento il baluardo indo, resta da approfondire l'origine e lo sviluppo delle lingue d'Occidente.

L'attuale etruscologia comincia, intorno alla fine del 1400, con l'episodio della battuta di caccia in cui papa Alessandro VI, inseguendo una lepre, scopre un covo ricco di meraviglie: una tomba sotterranea, sarcofagi di pietra con incisi i nomi dei defunti. Avvenimento sorprendente, le iscrizioni sulle tombe misero in campo le vaste conoscenze di Annio da Viterbo, Maestro del Sacro Palazzo, onorato dai papi Sisto IV e Alessandro VI, e il cui centro di irradiazione nel suo orizzonte linguistico si colloca proprio nell'Oriente semitico.

A parte le sue incursioni pseudostoriche che si rifanno a Mosè, quasi in ossequio alla sacralità dei suoi alti protettori, l'aver ritenuto l'etrusco un sermo aramaicus non meritava la derisione di Anton Francesco Grazzini, detto il Lasca, uno dei fondatori dell'Accademia degli Umidi, comico senza il genio di Aristofane.

La traduzione in italiano dell'opera di Annio, Antiquitatum variarum volumina XVII, curata dal Sansovino, consolidò il consenso espresso già dal Giambullari, uno dei più autorevoli esponenti dell'Accademia fiorentina; molti altri accolsero tale tesi che aveva cominciato a prendere consistenza nelle Historiae Senenses di Sigismondo Tizio (inizi del XVI secolo). L'intuizione aramaica ebbe seguaci ancora fino al Settecento e all'Ottocento.

Ma interroghiamo la linguistica storica circa l'aramaico e l'attuale consistenza contributiva alla teoria di Annio.

L'aramaico, lingua semitica nord-occidentale, era originariamente il dialetto delle tribù aramee che verso il 1200 a.C. entrarono nell'orizzonte culturale siriaco-palestinese. A esse si deve la fondazione di alcuni stati, fra i quali Israele, Moab, Edom. Alcune tribù ebbero in uso dialetti cananei, altre la loro antica lingua.

Abbondano testimonianze linguistiche aramee in iscrizioni consonantiche; le più antiche risalgono al IX secolo a.C. Tra le altre vi sono l'iscrizione di Kilamuwa e quella del re Zakir di Hamath.

Stretta nella zona tra Israele e Assiria, la lingua aramaica venne compresa largamente dagli Israeliti (2Re, 18, 26). Ma ciò che più preme ricordare è che l'antico aramaico nel V secolo a.C. è la lingua della cancelleria di molte satrapie dell'Impero persiano. Da ciò risulta che le deduzioni di Annio non erano degne di riso.

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Pagina 13

Phersu e colui che vinse la morte


        Vidi uomini effigiati su una parete, figure di Caldei disegnati
        con il minio, con cinture ai fianchi, ampi turbanti in capo,
        dall'aspetto di grandi capi, rappresentanti i figli di Babilonia,
        originari di Caldea.
                                                    Ezechiele, 23, 14-15



Una modesta consuetudine con Omero avrebbe evitato la logora banalità ermeneutica che legge "maschera" nel nome Phersu (...) della Tomba degli Àuguri. Nell' Iliade e nell' Odissea si canta l'avventura furibonda di Eracle che, lottando, vince il dio d'Averno. Nella ben nota tomba di Tarquinia, detta appunto "degli Àuguri" dallo scopritore Luigi Dasti, il Phersu fa le sue prime esibizioni.

Dopo averlo smascherato restituendogli la sua identità del dio tenebroso, molti anni or sono, mi avvidi che, fin dalle prime edizioni di Origins of European Thought, Richard B. Onians aveva ristabilito il contatto con l'epica greca, senza avventurarsi però nella ricerca delle origini del nome Phersu, del dio che, con il suo fascino plutonio, ha serrato nella rete un largo stuolo di cultori di questa disciplina. Neanche il personaggio armato di clava, che lotta negli avvinghi furiosi, avrebbe potuto dissuadere i nostri etruscologi dall'incerto passo, fermi all'idea che il nome Phersu fosse da accostarsi al latino di Terenzio Afro, "persona", "maschera". E concesso che Phersu sia un'anonima maschera (di chi?), è personaggio tragico o comico? Dove svolge la sua parte? Ma qual è la vera origine della voce Phersu?

Gettata via la maschera, questo personaggio che aveva occultato il suo viso come il criminale che compie i suoi delitti, questo pagliaccio bellicoso, lascia l'impronta sulfurea della sua effige sulle pareti di altre tombe etrusche, senza il bisogno ormai di presentarsi con quella denominazione, tanto lo ha reso ravvisabile la giostra della Tomba degli Àuguri. Così, nella Tomba del Pulcinella, con questa denominazione si è giunti a degradare la sovrumana potenza di quel Phersu. E lo ritroviamo smascherato nella Tomba delle Olimpiadi e nella Tomba della Scimmia dove quell'immagine ha persino abbandonato il cappuccio. Quanti ramoscelli vediamo vagare per mani che accennano agli addii e arieggiano il triste asfodelo delle isole dei beati. Nella Tomba delle Leonesse è un Phersu agile che insidia una lieve, succinta fanciulla che non fugge, lo affronta con un gesto apotropaico delle dita: le corna hanno un lontano crisma celeste perché riproducono i crescenti lunari. Un remoto motivo della melodia di Schubert: Der Tod und das Mädchen.

Non mette quasi conto sottolineare che l'arcaicità delle immagini che affollano le pareti della Tomba degli Auguri la colloca nella seconda metà del VI secolo a.C., in quell'atmosfera pervasa da influssi ionici e nella quale l'arte figurativa è attraversata da figure massicce e corpose.

Phersu è il dio dell'Averno, nel suo originario significato di "scissione", "divisione", "parte", e si pensa all'italiano "partire" che denota allontanarsi: per chi sa dove? La chiave di questo labirinto sgomentevole la ritroviamo a un tratto nascosta in sillabe trasparenti, come il babilonese persu (separazione) dal verbo parasu (separare, fare in parti), da cui ha origine anche parsu (diviso), il latino pars. Dalla base semitica sorge anche l'ebraico pàras nel senso di "dividersi", "separarsi", "allontanarsi".

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