Copertina
Autore Luis Sepúlveda
Titolo Il mondo alla fine del mondo
EdizioneGuanda, Parma, 1997 [1994], Narratori della Fenice , Isbn 88-7746-691-X
OriginaleMundo del fin del mundo [1989]
TraduttoreIlide Carmignani
LettoreRenato di Stefano, 1997
Classe narrativa cilena
PrimaPagina


per l'acquisto

 

| << |  <  |  >  | >> |

Pagina 11 [ inizio libro ]

« Chiamatemi Ismaele... chiamatemi Ismaele... ». Mormorai varie volte la frase, mentre aspettavo all'aeroporto di Amburgo, e sentii che una strana forza dava sempre maggior peso ai pochi fogli del biglietto, un peso che aumentava con l'avvicinarsi dell'ora della partenza.

Avevo superato il primo controllo e passeggiavo nella sala d'imbarco aggrappato al bagaglio a mano. Dentro c'erano poche cose: una macchina fotografica, un taccuino e un libro di Bruce Chatwin, "In Patagonia". Ho sempre detestato chi fa righe o scrive annotazioni sui libri, ma quello era pieno di sottolineature e di segni esclamativi aumentati nel corso delle tre letture. E pensavo di leggerlo una quarta volta durante il volo per Santiago del Cile.

| << |  <  |  >  | >> |

Pagina 81

Mio padre era una brava persona. Tra di noi parlavamo un dialetto danese del Kattegat. Imparai a leggerlo e a scriverlo col primo libro che mi capitò fra le mani: il giornale di bordo del "Fiona", il veliero che l'aveva portato fin qui dalla Scandinavia. In seguito le autorità marittime cilene ci obbligarono a navigare sotto la bandiera nazionale, e per tenere il giornale di bordo del "Paso del Ona" dovetti imparare lo spagnolo.

Il "Paso del Ona" era un cutter dalla chiglia bassa comprato da mio padre dopo che una tempesta ebbe fatto a pezzi il "Fiona" contro le scogliere di Punta Diego. Sono nato sul "Paso del Ona", e finora l'ho sempre sentito come la cosa più vicina, per me, all'idea di una patria. Ma quella barca ormai non esiste più. Alla morte di mio padre feci il mio dovere: rispettando i suoi costumi e i suoi miti legai il corpo al timone e lo inabissai nelle acque più profonde del Golfo di Penas. Forse in fondo al mare si è riunito a sua 'moglie'. Chissà...

Rimasi senza altra compagnia che una vecchia, a cui facevo visita sulla costa occidentale dell'Isola Van der Meule, all'entrata del Canale di Messier. La donna non sapeva lo spagnolo, e nemmeno il danese, non sapeva nessuna lingua. Si limitava a cariticchiare in ona quando dimenticava la mia presenza, e appena si accorgeva che le ero davanti, taceva. Passavamo così intere giornate. Anche lei non aveva un nome.

| << |  <  |  >  | >> |

Pagina 83 [ barca-patria ]

Il "Paso del Ona" era un cutter dalla chiglia bassa comprato da mio padre dopo che una tempesta ebbe fatto a pezzi il "Fiona" contro le scogliere di Punta Diego. Sono nato sul "Paso del Ona", e finora l'ho sempre sentito come la cosa più vicina, per me, all'idea di una patria. Ma quella barca ormai non esiste più. Alla morte di mio padre feci il mio dovere: rispettando i suoi costumi e i suoi miti legai il corpo al timone e lo inabissai nelle acque più profonde del Golfo di Penas. Forse in fondo al mare si è riunito a sua 'moglie'. Chissà...

| << |  <  |  >  | >> |

Pagina 86 [ porto, mare ]

Con Pedro Chico ci capimmo fin dal primo momento, mettemmo a punto la barca e salpammo verso sud.

Nell'Isola Serrano trovammo la capanna quasi come l'avevo lasciata quarant'anni prima. L'isola è disabitata. Il clima estremamente ostile e rigido spaventa, e a volte penso che queste migliaia di isole, isolotti e scogli siano il luogo rimasto più vicino al momento della creazione del mondo. Mi parve il posto migliore per gettare l'ancora nel tempo che mi resta. Il mio porto. E così con Pedro Chico navigammo per anni interi senza incontrare nessuno, con la vita dettata dal saggio umore del mare, paghi di quello che ci offriva. Ignoro come intenda lei il mare, ma io, e credo anche Pedro Chico, lo vedo come un corpo infinito e potente, che nonostante la sua capacità distruttiva sopporta generosamente la debole e arrogante avventura umana. Il mare è un ristagno di pace violenta: all'improvviso avvertiamo accanto a noi la presenza di una minaccia.

Cominciammo a notare che i delfini si assentavano in epoche anormali. Poi le balene sciocche smisero di saltare davanti alle scogliere dell'Isola Van der Meule. Il Golfo di Penas, che ogni primavera vedeva gli accoppiamenti delle balene pilota, si mostrava immobile come una pentola spenta. Eravamo al corrente del disastro ecologico provocato dai giapponesi e dai loro peones del regime militare cileno a nord del Reloncaví. Sapevamo che la deforestazione massiccia delle cordigliere della costa aveva distrutto, forse per sempre, lo spettacolo dei salmoni che risalivano i fiumi per deporre le uova. Il disboscamento della selva originaria, di alberi antichi come l'uomo americano e di semplici arbusti che ancora non facevano ombra, aveva fatto di quelle regioni, che erano sempre state verdi, miserevoli paesaggi in via di desertificazione, e con il taglio si erano sterminate anche le migliaia di specie di insetti e di animali minori che rendevano possibile la vita dei fiumi. Ma tutto questo ci sembrava troppo a nord, più di mille questo miglia ci separavano da quella catastrofe. Che diavolo succede nel nostro mare?, ci chiedevamo, e una mattina d'estate, nel 1984, avemmo la risposta.

Quello che vedemmo ci gelò il sangue nelle vene. Sa cos'è il "Caleuche"? La nave fantasma. L'"Olandese Volante" con un altro nome. Nemmeno il "Caleuche" ci avrebbe impressionato tanto come quello che scorgemmo davanti al Golfo di Trinidad, a sud defl'Isola Mornington.

[...]

 


Scheda con 12289 bytes di citazioni.
Pubblicazione completa della scheda in attesa di autorizzazione dell'editore.

| << |  <  |