Autore Giuliana Sgrena
Titolo Donne ingannate
SottotitoloIl velo come religione, identità e libertà
Edizioneil Saggiatore, Milano, 2022, La Cultura 1583 , pag. 196, cop.fle., dim. 13,4x19x1,6 cm , Isbn 978-88-428-3114-3
LettoreGiorgia Pezzali, 2022
Classe religione , femminismo , sociologia , paesi: Afghanistan , paesi: Italia: 2020












 

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Indice


   Introduzione                            9


   PRIMA PARTE  Religione

1. Notte a Kabul                          17
2. Kahina contro i califfi                37
3. Frutti di pace dalla Bosnia            57


   SECONDA PARTE  Identità

4. L'identità del chador                  75
5. Il fascino dell'islam globale          91
6. L'onore del velo                      109


   TERZA PARTE  Libertà

7. Il vento tra i capelli                129
8. Modest fashion                        149
9. Delle donne e di Dio                  165


Glossario                                183
Note                                     191


 

 

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Pagina 9

Introduzione


Il velo islamico è il simbolo dell'oppressione della donna o un'espressione della sua libertà?

Io non ho dubbi e credo di poterlo dimostrare in questo libro: è sicuramente il simbolo dell'oppressione, anche se in forme e gradazioni diverse. La libera scelta di portare l'hijab, invocata in nome della religione, della tradizione e/o dell'identità, in fondo risponde solo all'ossessione maschile del corpo della donna.

Il Corano, infatti, non prescrive l'uso del velo. Nel libro sacro l'hijab viene citato una sola volta, quando Maometto rivolgendosi ai suoi compagni che frequentano la moschea, dove vivono anche le mogli del profeta, dice: «Se venite a chiedere loro [alle mogli] un oggetto fatelo da dietro una tenda [hijab]». Il velo portato oggi dalle donne musulmane non appartiene alla tradizione dei loro paesi, è un velo omologato al chador iraniano. E anche se fosse il velo tradizionale, non sarebbe un buon motivo per continuare a portarlo, altrimenti anche noi porteremmo tutte un fazzoletto in testa come le nostre nonne. stata la Rivoluzione islamica di Khomeini a imporre l'obbligo dell'uso del velo, che si è poi esteso con il diffondersi della reislamizzazione nei vari paesi musulmani e anche in Occidente.

L'identità, come segno di appartenenza alla umma dei credenti, ovvero alla comunità che abbraccia tutti i seguaci dell'islam globale, esercita oggi, anche per il venir meno di altre ideologie e di valori laici, un forte senso di appartenenza soprattutto sulle giovani generazioni. In questo caso il velo serve a rendere visibile l'appartenenza, quindi è una scelta motivata ma ideologica, imposta da un movimento politico-religioso. Resta da chiedersi perché questa scelta identitaria debba essere esplicitata solo dall'abbigliamento delle donne.

In alcuni paesi di immigrazione, soprattutto nei momenti di grande tensione a causa del terrorismo islamico, l'uso del velo è stato ed è causa di discriminazione. Nello stesso tempo però le donne non velate diventano bersaglio dei fautori della reislamizzazione perché si oppongono alla loro ideologia.

Difendere la libertà di pensiero, in particolare nelle scuole con forte presenza musulmana, diventa pericoloso.


«Ma se i paesi musulmani vogliono entrare nella modernità, devono integrarsi allo spirito critico. Il pensiero musulmano non è entrato nella modernità» sostiene la prima imam di Francia, l'algerina Kahina Bahloul. In effetti l'islam non si è ancora secolarizzato e in diversi paesi esprimersi liberamente e criticare la religione può portare ad accuse di apostasia, con condanne fino alla morte.

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Pagina 13

Il libro è diviso in tre parti, ognuna delle quali è composta da tre capitoli; nella prima analizzo l'uso del velo in rapporto alla tradizione e all'emancipazione delle donne poi vanificata dalla reislamizzazione.

La seconda è dedicata all'identità, a partire dall'Iran dove è stato Khomeini a dare al chador una valenza identitaria, rivendicata anche da giovani ragazze alla ricerca di un proprio senso di appartenenza trovato nell'islam globale. Molte altre giovani di seconda generazione, qui da noi, si sentono integrate nello stile di vita italiano e rifiutano i legami con la tradizione tribal-religiosa che i genitori vogliono imporre loro. Un rifiuto che è costato la vita a Saman, Hina e Sana, tre ragazze italiane di origine pakistana.

La terza parte analizza il rapporto tra velo e libertà attraverso le campagne lanciate sui social, ormai un importante strumento di comunicazione in grado di superare gli ostacoli costituiti da regimi autoritari. E ancora, una libertà di velarsi sfruttata dall'industria della moda che ha coniugato la modest fashion (moda «modesta» o meglio «pudica») con i marchi di lusso. Per finire con il femminismo islamico: se l'hijab non è prescritto dal Corano, perché le femministe islamiche che rileggono i testi sacri al femminile portano il velo?

Femminismo islamico resta un ossimoro.

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Pagina 19

I re che amavano le donne


Le immagini, accompagnate da altre testimonianze dell'epoca, smentiscono la diffusa convinzione per cui la modernizzazione fosse stata forzatamente introdotta dai sovietici durante la loro occupazione (1979-1989). I sovietici l'hanno sicuramente sponsorizzata - vietando, tra l'altro, l'uso del burqa - ma il tentativo di modernizzare il paese, sostituendo la sharia con un Codice civile, era stato avviato dal re Amanullah (1919-1925). La nuova Costituzione, approvata nel 1923, e l'abbandono da parte di Amanullah del titolo di emiro («capo», «combattente religioso») a favore di quello di padishah («re») avevano aperto la strada a un programma di modernizzazione che, all'insegna della lotta al sistema feudale, prevedeva l'abolizione della poligamia e dell'obbligo del velo (che sarebbe diventata realtà soltanto nel 1959, quando le donne della famiglia reale, la moglie del premier e di altri ministri apparvero in pubblico a capo scoperto), l'introduzione di un sistema educativo per uomini e donne e la limitazione del potere delle istituzioni religiose. Lo zelo riformista del re trovò una forte opposizione negli ambienti religiosi conservatori, che lo costrinsero ad abbandonare il paese e a rifugiarsi in Italia.

Non avrebbe avuto sorte migliore un altro re illuminato, Mohammed Zahir Shah, anch'egli costretto all'esilio italiano dal colpo di stato militare che nel 1973 portò al potere il generale Mohammed Daud Khan. Il re si trovava alle terme di Ischia quando fu destituito. Arrivato al potere a soli diciannove anni, dopo l'uccisione del padre, Zahir Shah riprese quello che era stato il sogno del suo sfortunato predecessore Amanullah, dando forme democratiche al suo potere. La Costituzione approvata nel 1964 dalla loya jirga (la grande assemblea composta dai capi tribù e altre personalità rappresentative del paese) sanciva l'uguaglianza tra i sessi e la libertà di parola.

Il re Zahir Shah è sempre stato, anche dopo il suo rientro in Afghanistan, un paladino dei diritti delle donne e le donne glielo hanno sempre riconosciuto. Ha vissuto i trent'anni di esilio in una villa nascosta nel verde dell'Olgiata (Roma), lontano dai riflettori. Solo nell'ultimo periodo la sua casa era diventata punto di incontro di esponenti di governi che stavano organizzando la successione ai taleban. Rientrato a Kabul nel 2002 - dopo la caduta dei taleban - il suo ruolo fu limitato dagli Stati Uniti all'«incoronazione» del presidente da loro scelto, Hamid Karzai, anche lui di etnia pashtun, e a Zahir Shah, cui spettava il compito di convocare la loya jirga che doveva decidere il futuro dell'Afghanistan, fu riservato come gratifica il riconoscimento di «Padre della nazione». Così finiva la dinastia dei re che rispettavano le donne. E morto il 23 luglio 2007, a novantatré anni.

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Pagina 27

I visi sotto il burqa


Ero a Kabul il 20 novembre 2001, una settimana dopo la fuga dei taleban e l'arrivo dell'Alleanza del Nord. Le donne afghane non volevano aspettare per rivendicare i propri diritti e, non solo simbolicamente, levarsi il burqa. L'appuntamento, organizzato dall'Unione delle donne afghane era davanti alla sede delle Nazioni Unite, ma le autorità (non meglio precisate in quei momenti di passaggio di poteri) avevano «consigliato» all'organizzazione di rinviare la manifestazione «perché la polizia non aveva forze sufficienti per difenderle». Tuttavia, anche se i mezzi di comunicazione in Afghanistan non funzionavano, il tam-tam si era messo in moto e le donne erano impazienti di uscire dalla clandestinità e togliersi quell'orrenda copertura che faceva loro vedere - senza essere viste - un mondo a quadretti.

Inoltre, il «divieto» aveva moltiplicato l'interesse dei media. Il giro di notizie ci aveva portato verso la casa di Soraya Parlika, da molti anni militante per i diritti delle donne e leader dell'Unione delle donne afghane, oltre che dirigente del Partito democratico del popolo dell'Afghanistan (comunista) ai tempi del presidente Mohammad Najibullah e già dirigente della Mezzaluna rossa. Soraya Parlika abitava a Kuna Macroyan, un quartiere costruito dai sovietici per la nomenklatura ma ora completamente degradato, soprattutto per il fatto di essersi trovato sulla linea del fronte durante gli scontri tra il generale Dostum e il comandante Massoud, asserragliati in edifici a poca distanza l'uno dall'altro (erano i tempi della guerra tra i mujahidin per il controllo di Kabul). Per salire al terzo piano dell'edificio in cui abitava Soraya, in un appartamento molto modesto, occorreva farsi strada tra le donne che erano accorse all'appello e i giornalisti che la bersagliavano con i flash e le domande.

Gli ammonimenti delle autorità non erano riusciti a trattenere la voglia di uscire e farsi vedere, circa duecento donne alla fine si erano dirette verso il fiume Kabul, quasi sempre a secco, e avevano attraversato il ponte agitando il loro chadri (burqa). I visi pallidi e la pelle squamata contrastavano con i loro sorrisi, erano il segno della lunga segregazione che aveva impedito lo sviluppo della vitamina D provocando, si è saputo dalle ricerche fatte in seguito, problemi alla salute.

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Pagina 33

Il ritorno dei taleban


In vent'anni le donne si sono fatte strada, anche se non è stato facile: persino togliersi il burqa è stato difficile perché avevano introiettato la pretesa dei fondamentalisti per cui la sicurezza fosse garantita da quella corazza. Non era così, anche con il burqa le donne subivano violenze e proprio da chi aveva la pretesa di garantire la loro sicurezza. Il paradosso era che il burqa, oltre a costituire un fardello per la donna, poteva anche servire per non farsi riconoscere - hanno continuato a portarlo le prostitute agli angoli delle strade e le mendicanti davanti alle moschee - ma risultava una misera gratifica per chi era costretta all'invisibilità.

Vent'anni non sono passati invano, le donne hanno conquistato diritti, hanno sostituito il burqa con un velo portato senza l'imperativo di dover coprire i capelli, hanno occupato spazi a livello istituzionale e nell'informazione, operando nelle associazioni e nelle Ong, hanno aiutato orfani - numerosissimi a causa dei decenni di guerra -, hanno alfabetizzato generazioni escluse dalla scuola e hanno salvato altre donne sottraendole alla ferocia di mariti e familiari violenti ospitandole in case rifugio.

Molto restava da fare quando improvvisamente il corso del progresso si è invertito riportando l'Afghanistan al 2001: i taleban, tornati al potere grazie all'accordo raggiunto con gli Stati Uniti a Doha (29 febbraio 2020), sono tornati misogini, trucidi, fanatici come negli anni novanta. Chi pensava fossero cambiati lontani dal potere, in carcere o trattando con gli Stati Uniti, è stato subito disilluso. L'unica novità dei «nuovi» taleban è la capacità di sfruttare le televisioni di tutto il mondo per trasmettere i propri proclami. Non c'è più Osama bin Laden a sfidare l'Occidente con i suoi video mediatizzati da Al Jazeera. Le immagini non sono più vietate come ai tempi del primo emirato, del resto come avrebbero potuto mantenere il divieto di fotografare al tempo degli smartphone?

I taleban non sono cambiati ma l'Afghanistan è cambiato, il 52 per cento della popolazione ha meno di vent'anni, le giovani donne non hanno mai portato il burqa, sono andate a scuola, all'università, hanno lavorato, fatto sport, cantato e suonato. Gli studenti di teologia si sono adeguati: invece del burqa hanno imposto il niqab, la differenza è che al posto della rete all'altezza degli occhi ci sarà una fessura: il mondo non sarà a quadretti ma la visuale rimane sempre ridotta al minimo. Le donne potranno uscire solo se accompagnate da un mahram (marito, padre, fratello, figlio purché sia un maschio di famiglia) e dovranno essere coperte con un tessuto nero dal capo fino ai piedi. Sulla scuola l'indicazione non è chiara: nelle grandi città è chiusa alle donne, in altre zone aperta per le elementari e anche le superiori, ma sempre con la segregazione sessuale. Le donne sono escluse dal lavoro «per garantire la loro sicurezza» - un mantra che ritorna - e comunque ogni loro attività dovrà realizzarsi nell'ambito previsto dalla sharia, che non essendo una legge, ma un codice di comportamento, viene interpretato dalle scuole giuridiche islamiche e declinato secondo le esigenze.

L'ideologia dei taleban trae origine dall'interpretazione conservatrice dell'islam propria del wahabismo saudita, diffusa grazie ai petrodollari che hanno finanziato la costruzione di migliaia di moschee e madrasa (scuole coraniche) in tutto il mondo. Si tratta di una ideologia basata su valori oscurantisti, che assumono forme aberranti di repressione dei diritti alle libertà e che si accanisce particolarmente contro le donne.

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Pagina 109

6. L'onore del velo


Anche stavolta mi trovo davanti a due fotografie. Entrambe ritraggono Saman Abbas: una ci mostra una ragazza con un velo nero che le incornicia tutto il viso, l'immagine della donna sottomessa, quasi senza età; nell'altra ha una fascia rossa tra i capelli, il rossetto, è una ragazza solare di diciotto anni che vuole vivere, fare le sue scelte. Sono due immagini quasi incomparabili e incompatibili della stessa persona, sono l'esplicitazione concreta di come si possa annullare la personalità e l'identità di una donna imponendo l'uso del velo con tutte le costrizioni che provengono da un'interpretazione fondamentalista della religione islamica. Non è nemmeno tradizione, le donne pakistane portano un abito con velo abbinato che copre solo parzialmente i capelli, è piuttosto un retaggio tribale.

Saman Abbas è la ragazza uccisa dai familiari a Novellara (in provincia di Reggio Emilia) il cui corpo ad oggi non è stato ancora trovato.

Ma qual è la vera Saman Abbas? Quale Saman Abbas è stata uccisa? Sicuramente la seconda, inaccettabile per la famiglia che in Italia voleva costringere la figlia a obblighi religiosi superati anche nel paese d'origine. Non è raro trovare nell'immigrazione - come capitava agli italiani che emigravano in altri paesi europei - famiglie che per mantenere i legami con la madrepatria ne esaltano le espressioni più retrograde e anacronistiche. E quando si impongono in nome della religione sono più difficili da scardinare. A Saman era stato impedito anche di studiare, come qualsiasi altra sua scelta di vita: doveva sposare il fidanzato scelto dalla famiglia in Pakistan e per essersi rifiutata di farlo è stata uccisa, poco importa se dallo zio o dai cugini, i genitori erano d'accordo.


Nel novembre 2020 Saman aveva lasciato la casa di Novellara, che si trova in mezzo alle serre dove lavorava il padre, e aveva denunciato i genitori che la volevano costringere a un matrimonio combinato. Trattandosi di una minorenne, venne emesso un provvedimento di allontanamento dalla famiglia e la giovane affidata a una struttura protetta nel bolognese. Secondo il fidanzato, Saqib Ayud, conosciuto su TikTok, anche la vita nella comunità protetta stava stretta a Saman, perché non poteva uscire, nemmeno per andare a scuola.

Al compimento del diciottesimo anno, l'11 aprile 2021, Saman lasciò volontariamente il centro protetto e si recò a casa dei genitori per recuperare i propri documenti, tra cui il passaporto. Così avrebbe potuto riconquistare la libertà, magari anche di sposarsi, ma con l'uomo scelto da lei. A trarla in inganno era stata la madre, diceva che i dissidi erano superati. Undici giorni dopo però Saman tornò dai carabinieri per sporgere un'altra denuncia: a casa i genitori l'avrebbero rimproverata per il suo comportamento e messo sottochiave i documenti nell'armadio del padre.

In attesa dell'intervento dei carabinieri Saman sentì che la situazione si faceva sempre più pesante, che un cappio le si stava stringendo intorno al collo. Riuscì a mandare un messaggio al fidanzato: «L'ho sentito con le mie orecchie...». Saman affermò di aver udito la madre parlare di un unico rimedio per una donna che non rispetta le regole di vita pakistane: ucciderla. La madre, Nazia Shaheen, messa alle strette dalla figlia, negò che si stesse parlando di lei, si trattava di una vicenda successa in Pakistan, affermò. Saman non credette alle sue parole e chiese a Saqib di allertare le forze dell'ordine nel caso non avesse ricevuto sue notizie nei due giorni successivi. Quando lei cercò di scappare il padre fece intervenire lo zio.

La ricostruzione degli ultimi giorni, delle ultime ore di vita di Saman, è stata fatta attraverso le testimonianze del fidanzato e del fratello. Una storia agghiacciante e il corpo, come scrivevo prima, non è stato ancora ritrovato. Non mi addentro nell'inchiesta, l'essenziale è noto: una famiglia in nome dell'onore uccide una ragazza di diciotto anni che desidera la libertà. Una morte annunciata. Quale società può permettere che si commetta un «delitto d'onore» senza intervenire?

Saman non è la prima e purtroppo, temo, non sarà l'ultima.


Saman, Hina...


[...]

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Pagina 138

La perfetta donna musulmana


La secolarizzazione, una divisione netta tra stato e chiesa, che nell'islam non è mai avvenuta, è la base della laicità. «Questa separazione tra religione e politica è essenziale per una semplice ragione: in una società abbiamo il diritto di scegliere se essere credenti o meno, ma se la norma generale che organizza questa società è religiosa, non abbiamo questa libertà. Hanno già deciso per me che sarò musulmana» afferma Najat El Hachmi, scrittrice spagnola di origine marocchina, che non usa mezzi termini anche sul velo: è «una prigione mobile. Gli islamisti hanno inventato il velo perché non potevano chiuderci dentro casa... un simbolo con il quale ci sottomettete». Najat El Hachmi è cresciuta in una famiglia molto religiosa: «Io volevo essere la perfetta donna musulmana e il direttore della mia scuola mi ha impedito di portare il velo. Mi ha fatto un favore».

Molto esplicita nelle sue posizioni anche la scrittrice algerina Myassa Messaoudi, autrice del libro «C'est mon choix!» disent les femmes soumises... (« una mia scelta!» dicono le donne sottomesse...). «L'intenzione di questo titolo è quello di decostruire l'alienazione che consiste nel credere che noi abbiamo la scelta in un paese che, in forza di legge, ci considera minori e ci priva dei diritti più elementari in quanto donne e cittadine... L'idea è quella di dimostrare che quando si tratta di donne le interpretazioni religiose sono accuratamente selezionate dal repertorio dell'arcaismo e dell'estremismo.» In questa intervista la scrittrice elenca le discriminazioni contenute nel Codice di famiglia algerino, di cui ho già parlato in un precedente capitolo. «Elementi giuridici e religiosi che riducono la donna a uno stato di sottomissione deplorevole, peggiorata da costumi e tradizioni che fin dall'infanzia la preparano alla sottomissione, quindi pretendere di avere una scelta è pura illusione.» Una situazione deplorevole che continua e che è peggiorata nel decennio nero quando «madri, spose, figlie, studentesse, sono state massacrate [dai gruppi islamici armati, Gia], o peggio ridotte a schiave domestiche e sessuali».

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Pagina 145

Salwa con i capelli sciolti


Il vento tra i capelli non è solo il titolo dell'autobiografia di Masih Alinejad; Con il vento nei capelli è anche il titolo dell'autobiografia di un'altra donna «errante» straordinaria, Salwa Salem, palestinese. Salwa, dopo molto vagare nei paesi arabi - Kuwait, Siria, Arabia Saudita - e un passaggio poco felice a Vienna, era approdata in Italia ma il legame con la Palestina non si era mai interrotto nonostante tutte le difficoltà nel mantenere i rapporti. La famiglia di Salwa proveniva da Giaffa, espulsa dalla propria terra nel 1948, ha poi vissuto a Nablus. In Italia Salwa aveva ritrovato anche l'impegno politico - in gioventù aveva militato nel partito Bath - che l'ha messa in contatto con associazioni di donne e pacifiste. Il confronto delle femministe italiane con le donne palestinesi ha messo in evidenza grandi differenze: «Per le donne occidentali l'obiettivo non è più la parità con gli uomini, ma la ricerca di una identità, di uno spazio, di un ruolo in cui esprimere la propria differenza, la capacità di una forte autonomia. Per le donne arabe, a cui non è riconosciuto il diritto al lavoro fuori casa, né il diritto di esprimere una scelta politica con il voto, la profonda aspirazione è la parità dei diritti, il lavoro a fianco degli uomini». Purtroppo, l'entusiasmo di Salwa si è spento assieme alla sua vita, nel 1992.

Ed è proprio dall'ospedale di Houston, dove era ricoverata per un intervento nel dicembre del 1990, che decide di raccontare la sua storia, intrisa di voglia di libertà, «per non andarmene senza lasciare tracce». E lo fa in modo incisivo quando parla dell'imposizione del velo.

La cosa che preoccupava di più i miei genitori era la mia reputazione. Da noi esiste una espressione particolare per indicare le ragazze troppo libere: ala hall shàriha che significa «con i capelli sciolti». Ho sempre trovato molto singolare che un'immagine così bella, l'immagine di una ragazza con i capelli al vento, fosse un'espressione offensiva.

A quell'epoca mio padre e i miei familiari temevano proprio che andassi ala hall shàriha e insistettero perché mi coprissi i capelli con il mandil. Non ero d'accordo: lo trovavo brutto e poi sapevo che dava fastidio, soprattutto d'estate; vedevo certe donne metterlo e toglierlo in continuazione, quando gli uomini che non erano della famiglia entravano o uscivano di casa. Una volta provarono sul serio a farmelo portare. Ricordo che mi infuriai. Lo presi, lo gettai per terra e lo calpestai gridando: «Uccido tutti se mi costringete a portare questo orribile fazzoletto». Fu così che non usai mai il mandil, e neanche le mie sorelle lo indossarono mai. Non sono mai stata una ragazza leggera, non sono mai andata ala hall shàriha, come temeva mio padre, ma sono sempre riuscita a ottenere ciò che volevo, a fare cose un po' spericolate e a godermi sempre il vento nei capelli.

Il vento tra i capelli non è solo una suggestione, è una sensazione fisica di libertà. Solo chi l'ha provato può percepirla.

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Pagina 165

9. Delle donne e di Dio


«Femminismo islamico» è un ossimoro. Si può essere femministe musulmane, cristiane, ebree ma non può essere la religione a garantire la libertà che il femminismo cerca. Tutte le religioni, infatti, discriminano le donne e rappresentano un supporto del patriarcato, come ho ampiamente documentato nel mio libro Dio odia le donne. Le femministe islamiche mirano all'affermazione dei propri diritti con la rilettura dei testi sacri, mentre le femministe laiche rivendicano la loro libertà appellandosi ai diritti universali.


Per quanto riguarda il velo portato dalle femministe islamiche, non serve una reinterpretazione del Corano: il libro sacro non prevede l'obbligo del velo. L'unica volta in cui viene citata la parola hijab nel Corano (Sǖra 33,53) è questa: «Quando chiedete alle sue donne [le mogli del profeta] un oggetto, chiedetelo loro da dietro una tenda [hijab]». Siccome, a quei tempi, Maometto viveva nella moschea dove sostavano molti uomini, non voleva che avessero contatti diretti con le sue mogli.

E infatti «non si può essere femministe e difendere l'uso del velo. Sono due proposte contraddittorie. Il femminismo è una dottrina che rivendica l'uguaglianza sociale, giuridica e politica tra uomini e donne. Ora, il velo, in tutte le sue versioni, è fondamentalmente discriminatorio per le donne. sufficiente ricordare che è imposto alla donna e non all'uomo» sostiene Razika Adnani, filosofa e islamologa algerina che fa parte del Consiglio di orientamento della Fondazione dell'islam di Francia ed è autrice di numerosi libri, tra gli altri Islam: quel problème? Les défis de la réforme («Islam: quale problema? La sfida della riforma»).

L'uomo nei libri sacri è considerato l'immagine di Dio, quindi può presentarsi a lui senza coprirsi il capo, mentre la donna è stata creata per l'uomo, quindi deve manifestare la propria subalternità. Questa visione non riguarda solo l'islam, ma è sancita, per esempio, da san Paolo nella lettera ai Corinzi: «L'uomo non deve coprirsi il capo, poiché egli è immagine e gloria di Dio; la donna invece è gloria dell'uomo. E infatti non l'uomo deriva dalla donna, ma la donna dall'uomo, né l'uomo fu creato per la donna, ma la donna per l'uomo. Per questo la donna deve portare sul capo un segno della sua dipendenza» (Prima lettera ai Corinzi 11,7-10).

questa inferiorità che insieme all'impurità - dovuta alle mestruazioni - impedisce alla donna di accedere o toccare il sacro. Eppure, ci sono donne - in tutte le religioni monoteiste - che hanno sfidato la misoginia dei capi religiosi e si sono appropriate di uno spazio, non sottostando a divieti ormai anacronistici.

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Pagina 177

Il velo della sconfitta araba


La reislamizzazione che ha investito tutti i paesi musulmani e anche le comunità islamiche nel mondo trae origine non solo dalla Rivoluzione islamica in Iran ma prima ancora dalla creazione dello stato confessionale di Israele e, in Egitto, dalla sconfitta araba del 1967 nella Guerra dei sei giorni.

«Non molti storici e ricercatori hanno esaminato l'intreccio complesso di effetti provocato nella memoria e nella psicologia collettiva degli arabi dal processo di fondazione dello stato di Israele e, dopo la sconfitta del 1967, dall'implicito riconoscimento arabo di questo stato. Da quel momento gli arabi, che avevano subito un'ingiustizia e un'aggressione, hanno cercato rifugio in modi e forme diverse nella loro eredità culturale più forte, la religione musulmana, intesa come strumento per contrastare il progetto degli aggressori, a sua volta fondato, almeno teoricamente, su una religione, quella ebraica» scriveva Farida al-Nakkash, scrittrice, giornalista, femminista, prima direttrice donna di Al Ahly, il giornale di Tagammu, una coalizione di sinistra.

L'islam fondamentalista reagisce alla sconfitta e alla frustrazione con risposte semplici e tranquillizzanti. L'Egitto ha perso la Guerra dei sei giorni perché le donne non portavano più il velo e le egiziane si mettono l'hijab, pensando che si tratti di un precetto religioso. «Quando l'hijab si diffonde a macchia d'olio, le donne lo adottano quindi collettivamente, senza discussione, pensando che il conformarsi a quanto considerano un precetto religioso aprirà loro le porte del paradiso» spiegava Farida. Così la donna trova conforto nella fede. «E se la sua fede sarà grande e la sua vulva inaccessibile, se procurerà piacere a suo marito e padrone, il giorno del giudizio entrerà in paradiso per far parte dell'harem del suo signore, il maschio credente. Un harem di cui faranno parte, secondo alcuni hadith, un numero di donne che va da un minimo di settanta a parecchi milioni.»

Sorprende l'assunzione di questa colpevolizzazione o comunque l'accettare l'hijab come espressione di una pratica religiosa che implica la determinazione di uno stato di inferiorità e subordinazione da parte soprattutto delle egiziane che sono state all'avanguardia del movimento delle donne arabe per l'emancipazione. Ma le donne egiziane saranno protagoniste in piazza Tahrir, nel 2011, per la cacciata del presidente Hosni Mubarak, per poi essere escluse dalla transizione governata dagli islamisti. E proprio per questo torneranno in piazza contro il presidente Mohamed Morsi dei Fratelli musulmani.

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Pagina 181

Di fronte all'offensiva della reislamizzazione il femminismo laico è sicuramente in difficoltà: nei paesi musulmani per questioni interne, mentre a livello internazionale per il prevalere del relativismo culturale che ha di fatto sdoganato l'hijab. Un sussulto c'è stato con il ritorno al potere dei taleban in Afghanistan che hanno imposto condizioni di vita atroci alle donne, compreso naturalmente il burqa. Una decina di anni fa, alla vigilia dell'approvazione in Francia della legge contro il burqa, ero stata invitata a Parigi a un dibattito su questo tema organizzato da Ni Putes Ni Soumises («Né puttane né sottomesse», un'organizzazione che difende i diritti delle donne nelle banlieue) al quale avevo partecipato insieme a Amal Basha, una delle undici yemenite che allora non portavano il velo (aveva subito diversi attentati per fortuna sventati), la sudanese Lubna Ahmed Hussein, condannata a quaranta frustate e a una multa perché portava i pantaloni, l'algerina Wassyla Tamzali, femminista e scrittrice (ha scritto anche un libro sul burqa, Burqa?) e due parlamentari francesi. Solo le deputate francesi difendevano la libera scelta di portare il burqa, che in questo caso era il niqab. Peraltro, le francesi avevano approvato la legge che vietava i simboli religiosi nelle scuole, quindi anche l'hijab. Come si può difendere la libertà di portare il burqa? Basterebbe provarlo per ricredersi. Si tratta, penso, dell'incapacità di offrire alternative a donne che vivono accanto a noi e di lasciarle in balia di capi delle comunità che le ricattano: o ti metti il velo, o peggio il niqab, o sei una puttana.

Manca evidentemente la consapevolezza che il burqa è l'estremizzazione violenta dell'idea che la sessualità della donna deve essere controllata, che la donna non può uscire di casa e se esce deve portarsi dietro le pareti che la isolano e un uomo che l'accompagna. Sotto il velo c'è sempre una donna, dietro però c'è sempre un uomo.

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