Autore Jane Shemilt
Titolo Una famiglia quasi perfetta
EdizioneNewton Compton, Roma, 2015, Nuova Narrativa 596 , pag. 330, cop.rig.sov., dim. 15,5x23x3 cm , Isbn 978-88-541-7786-4
OriginaleDaughter [2014]
TraduttoreDaniela Di Falco
LettoreGiangiacomo Pisa, 2015
Classe gialli , thriller












 

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Pagina 9

CAPITOLO 1



Dorset 2010. Un anno dopo

Le giornate si accorciano. Sul prato sono sparse le mele cadute, la polpa beccata dai corvi. Oggi, prendendo dei ciocchi dalla catasta al riparo del tetto, ne ho calpestata una già rammollita; si è sfatta sotto il mio piede.

Novembre.

Ho sempre freddo, ma lei potrebbe averne di più. Perché dovrei cercare di star bene? Come potrei?

Quando scende la sera, il cane comincia a tremare. La stanza si oscura; accendo il fuoco e la fiamma mi chiama a sé, mentre i rimpianti tornano a divampare, bruciando e sibilando nella mia testa.

Se solo. Se solo avessi ascoltato. Se solo avessi prestato attenzione. Se solo potessi ricominciare daccapo, esattamente un anno fa.

L'album da disegno rilegato in pelle che mi ha regalato Michael è sul tavolo, e nella tasca della vestaglia c'è un mozzicone mordicchiato di matita rossa; ha detto che mi avrebbe aiutato a disegnare il passato. Ho già in mente le immagini: un bisturi in equilibrio fra dita tremanti, una ballerina di plastica che piroetta in cerchi infiniti, appunti impilati con cura su un comodino nel buio.

Ho scritto il nome di mia figlia sulla prima pagina bianca e sotto ho tratteggiato due scarpe nere con i tacchi alti rovesciate su un fianco, i lunghi cinturini ingarbugliati fra loro. Naomi.


Bristol 2009. Un giorno prima

Stava ondeggiando al ritmo della musica del suo íPod e non si accorse subito di me. La sciarpa arancione avvolta intorno al collo, i libri di scuola sparsi ovunque. Chiusi la porta di servizio senza far rumore e posai adagio la borsa sul pavimento; era piena di appunti, il mio stetoscopio, siringhe, boccette e scatole di farmaci. Era stata una lunga giornata: due ambulatori, visite domiciliari e le solite scartoffie burocratiche. Appoggiata contro la porta della cucina, osservai mia figlia, ma era un'altra la ragazza che vedevo con gli occhi della mente. Jade, distesa su un letto con le braccia piene di lividi.

Quella visione è stato il mio peperoncino nell'occhio. Spruzzano succo di peperoncino nell'occhio dell'elefante quando gli medicano una zampa ferita: serve a distrarlo. Me l'ha detto Theo tempo fa. Allora non avevo creduto che potesse funzionare, ma avrei dovuto prenderlo come un avvertimento. più facile di quanto si pensi perdere di vista ciò che conta.

Mentre osservavo Naomi, immaginai di disegnarne la curva delle guance in quel suo intimo sorriso. Le avrei delineate con una sfumatura più tenue per via della luce catturata dalla pelle. A ogni passo la frangetta bionda sobbalzava delicatamente contro la fronte. Quando si sollevava, gocce di sudore luccicavano lungo l'attaccatura dei capelli. Si era tirata su le maniche della maglia della scuola; il braccialetto con i ciondoli scorreva su e giù, su e giù sulla pelle liscia del braccio, quasi sfuggendole dal polso. Ero contenta di vedere che lo indossava; credevo l'avesse perso anni prima.

«Mamma! Non ti avevo vista. Che ne pensi?». Si sfilò le cuffie e mi guardò.

«Vorrei poter ballare così...».

Mi feci avanti e sfiorai con un bacio il colorito roseo e vellutato della guancia, respirando il suo odore: saponetta al limone e sudore.

Tirò indietro di scatto la testa, e si chinò a raccogliere i libri con un movimento brusco che aveva in sé una grazia inconsapevole, ancora acerba. «No, intendevo le scarpe. Guardale», disse in tono insofferente.

Dovevano essere nuove. Nere, tacchi vertiginosi, con cinturini di pelle che le fasciavano i piedi e si avvolgevano saldamente intorno ai polpacci snelli; stonavano addosso a lei. Di solito portava delle ballerine in pelle colorata o delle Converse.

«I tacchi sono incredibilmente alti». Persino io notai il tono di critica nella mia voce, così cercai di buttarla sul ridere. «Non come le tue solite...».

«Per niente, vero?». Era trionfante. «Totalmente diverse».

«Saranno costate un sacco di soldi. Non avevi già speso tutta la paghetta?»

«Sono così comode. Proprio della misura giusta». Come se non riuscisse a credere alla propria fortuna.

«Non puoi metterle per uscire, tesoro. Sono esagerate».

«Sei invidiosa, confessa. Le vuoi tu». Mi guardò con un mezzo sorrisetto che non le avevo mai visto prima.

«Naomi...».

«Be', non le avrai. Sono innamorata di queste scarpe. Le amo quasi quanto Bertie». Così dicendo si allungò ad accarezzare il cane. Poi, con un ampio sbadiglio, si avviò lentamente su per le scale. Le scarpe pestarono ogni gradino con un secco rumore metallico, come piccoli martelli.

Si era defilata. La mia domanda era rimasta sospesa, senza risposta, nell'aria calda della cucina.


Mi versai un bicchiere del vino di Ted. Naomi di solito non rispondeva in modo impertinente né si allontanava mentre le stavo parlando. Riposi la borsa medica e gli appunti in un angolo del guardaroba e cominciai a girare per la cucina, sistemando le cose fuori posto. Mi diceva sempre tutto. Mentre appendevo la sua giacca, la forza dell'alcol cominciò a sgombrarmi la mente; rientrava nell'accordo, ed era una parte che avevo valutato attentamente molto tempo prima. Niente di più semplice: facevo il lavoro che amavo e guadagnavo bene, ma questo significava essere a casa meno di altre madri. Il bonus era che lasciava spazio ai ragazzi. Stavano crescendo in modo autonomo, ed era quel che avevamo sempre voluto per loro.

Presi le patate dalla credenza. Erano coperte da piccoli grumi di terra, così le sciacquai sotto il rubinetto. A pensarci bene, però, erano mesi che evitava una conversazione vera e propria. Ted mi avrebbe tranquillizzata. un'adolescente, avrebbe detto, sta crescendo. L'acqua fredda mi aveva ghiacciato le mani; chiusi il rubinetto. Sta crescendo o si sta allontanando? preoccupata o introversa? Le domande mi ronzavano nella mente mentre frugavo nel cassetto in cerca dello sbucciapatate. L'estate prima avevo visitato un'adolescente con crisi d'ansia: aveva inciso con cura diverse linee rosse nella pelle delicata dei polsi. Scossi la testa per scacciare quell'immagine. Naomi non era depressa. C'era quel nuovo sorriso a compensare l'inquietudine. Il suo coinvolgimento nello spettacolo a compensare i silenzi a casa. Se sembrava preoccupata era perché adesso era più grande, più riflessiva. La recitazione l'aveva fatta maturare. L'estate prima aveva lavorato con Ted nel laboratorio e aveva cominciato a interessarsi alla medicina. Mentre cominciavo a sbucciare le patate, pensai che quella sicurezza di sé da poco scoperta avrebbe potuto essere la chiave del successo nei colloqui futuri. Forse avrei dovuto esserne felice. Il ruolo di protagonista nella recita scolastica avrebbe anche aumentato le sue possibilità di ottenere un posto presso la facoltà di medicina. Gli esaminatori apprezzavano che gli studenti avessero interessi al di fuori del corso di studi: serviva a controbilanciare il carico di lavoro per diventare dottore. La mia valvola di sfogo era dipingere, eliminava lo stress della medicina generica. Aperto di nuovo il rubinetto, osservai l'acqua roteare in vortici di fanghiglia e scomparire nello scarico. Avevo quasi finito il ritratto di Naomi e in quel momento sentii il richiamo dei pennelli. Ogni volta che dipingevo ero in un mondo differente; ogni preoccupazione svaniva. Il cavalletto era a poche rampe di scale, in mansarda, e avrei voluto rifugiarmi lì più spesso. Buttai le bucce delle patate nella pattumiera e tirai fuori le salsicce dal frigo. Il piatto preferito di Theo da quando ha mosso i primi passi: salsicce e purè. Con Naomi avrei parlato l'indomani.

Più tardi Ted mi telefonò per dire che era stato trattenuto in ospedale. I gemelli tornarono a casa affamati come lupi. Ed alzò una mano in un accenno di saluto e salì di sopra con una pila di sandwich. Sentii la porta della camera chiudersi alle sue spalle e lo immaginai accendere la musica, buttarsi sul letto con un sandwich in mano, chiudere gli occhi. Ricordai come funzionava quando avevi diciassette anni: speravi che nessuno bussasse alla tua porta o, peggio ancora, entrasse a parlare con te. Theo, il volto pallido acceso di lentiggini, snocciolò i trionfi della giornata mentre sgranocchiava biscotti, uno dopo l'altro, dando fondo al barattolo. Naomi scese in cucina, sul collo le ciocche di capelli ancora umidi. Le infilai in fretta qualche sandwich nello zaino prima che uscisse, poi rimasi sulla soglia per alcuni minuti, ascoltando il rumore dei suoi passi percorrere lentamente la strada, sempre più lontani. Il teatro della scuola era nella traversa successiva, ma Naomi arrivava sempre in ritardo. Adesso aveva smesso di correre dappertutto; la recita stava assorbendo tutte le sue energie.

«Benché solo quindicenne, la Maria di Naomi Malcolm è più matura della sua età». «Naomi mescola innocenza e sensualità in una affascinante interpretazione di Maria; è nata una stella». Valeva la pena sentirsi stanca e tesa se erano queste le recensioni pubblicate sul sito della scuola. Ancora altri due spettacoli dopo questo: giovedì e venerdì. Presto saremmo tornati tutti alla normalità.


Dorset 2010. Un anno dopo

So che oggi è venerdì perché sento arrivare la signora della pescheria. Mi accovaccio sotto le scale mentre il furgone accosta e si ferma davanti a casa, la sagoma bianca indistinta oltre il vecchio vetro della porta. La donna suona il campanello e aspetta, una figura tarchiata e speranzosa, la testa che ondeggia mentre sbircia dalle finestre. Se mi vede dovrò aprire la porta, mettere insieme delle parole, sorridere. Oggi nulla di tutto questo è possibile. Un piccolo ragno mi si arrampica sulla mano. Abbasso ancora di più la testa, respiro la polvere del tappeto e dopo un po' il furgone si allontana rombando lungo il vialetto. un giorno da passare in solitudine. Ogni venerdì sto male, è ancora così. Resto nascosta e aspetto che passino le ore.


Bristol 2009. La sera della scomparsa

Mi inginocchiai sul pavimento della cucina e aprii la borsa medica per spuntare da una lista i farmaci rimasti e capire cosa mi serviva. Un lavoro che mi risultava più facile fuori dallo studio; c'erano meno interruzioni se sceglievo il momento giusto. Ero intenta a frugare nelle profondità delle tasche di pelle, così non mi accorsi che lei era entrata in cucina senza far rumore. Passò dietro di me e la busta che reggeva in mano mi urtò la spalla. Alzai lo sguardo, tenendo il segno sulla lista; stavo esaurendo le scorte di paracetamolo e di petidina. Naomi mi guardò, gli occhi azzurri velati di pensieri. Nonostante il pesante trucco di scena in vista dello spettacolo, notai le occhiaie scure. Sembrava esausta. Quello non era il momento per farle le domande che avevo in mente.

«Hai quasi finito, tesoro. Questo è il penultimo spettacolo», le dissi con fare incoraggiante.

La busta traboccava di indumenti; i tacchi delle scarpe avevano forato la plastica.

«Domani papà e io saremo lì». Mi sedetti sui talloni e la guardai, studiando il suo viso. L'eyeliner nero la faceva apparire più vecchia dei suoi quindici anni. «Sono curiosa di vedere se è cambiato qualcosa dalla prima rappresentazione».

Mi guardò senza battere ciglio e poi mi regalò il suo nuovo sorriso, sollevando solo un angolo della bocca come se stesse sorridendo fra sé.

«A che ora torni?». Rinunciai al mio inventario e mi alzai in piedi a malincuore; non riuscivo mai a finire quel che avevo cominciato. « giovedì. Di solito ti viene a prendere papà il giovedì».

«Gli ho già detto di non preoccuparsi secoli fa. Preferisco fare quattro passi con gli amici». Mi parve seccata. «La cena finirà verso mezzanotte. Mi darà un passaggio Shan».

«Mezzanotte?». Ma se era già stanca. Mio malgrado, alzai la voce. «Domani avrai di nuovo lo spettacolo, e subito dopo la festa. solo una cena. Dieci e mezza».

«Non è nemmeno lontanamente sufficiente. Perché devo sempre essere diversa da tutti gli altri?». Cominciò a tamburellare le dita sul tavolo; l'anellino che le aveva regalato qualche ragazzo della scuola scintillò alla luce.

«Allora alle undici».

Mi fissò. «Non sono una bambina». La rabbia nella sua voce mi colse di sorpresa.

Non potevamo discutere per tutta la sera. Presto sarebbe andata in scena e aveva bisogno di calma, e io dovevo finire di controllare i farmaci prima di preparare la cena.

«Undici e mezza. Non un secondo di più».

Scrollò le spalle e si girò, chinandosi su Bertie, lungo disteso a pisolare vicino alla stufa. Gli diede un bacio sulla testa e gli tirò delicatamente le orecchie morbide; Bertie si limitò a battere la coda sul pavimento.

Le posai la mano sul braccio. « vecchio, amore. Ha bisogno di riposare».

Si liberò della mia mano con uno strattone, il viso teso.

«Rilassati, è tutto ok. Stai riscuotendo grande successo, ricordi?». Le diedi un rapido abbraccio ma lei girò la faccia dall'altra parte. «Manca un solo giorno».

Squillò il suo cellulare e Naomi si ritrasse dall'abbraccio, posando la mano sullo scolatoio mentre rispondeva. Osservai le dita lunghe, coperte da minuscole lentiggini fino alla seconda nocca, color oro pallido, come zucchero di canna grezzo. Le unghie erano mordicchiate come quelle di una bambina, in netto contrasto con l'anello grazioso. Le presi la mano fra le mie e la sfiorai con un bacio. Stava parlando con Nikita; credo che non se ne sia nemmeno accorta. Era ancora abbastanza ragazzina da avere le fossette sulle nocche delle dita: le sentii sotto le labbra. La telefonata finì e lei si girò per andarsene, un cenno di saluto sulla porta, il suo modo per compensare l'atteggiamento scostante di poco prima.

«Ciao, mamma», disse.


Più tardi mi addormentai per sbaglio. Avevo messo su il bollitore per la sua borsa dell'acqua calda verso le undici, e mi ero sdraiata sul divano ad aspettare; dovevo essermi appisolata quasi subito. Mi svegliai con il collo dolorante e la bocca amara. Mi alzai, mi sistemai il pullover e andai a controllare il bollitore.

Il metallo era freddo. Guardai l'orologio. Le due del mattino. Non l'avevo sentita rientrare. Provai un senso di nausea. Non aveva mai fatto così tardi. Cos'era successo?

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