Copertina
Autore Mikhail Shishkin
Titolo Lezione di calligrafia
EdizioneVoland, Roma, 2009, Sírin 40 , pag. 300, cop.fle., dim. 14,5x20,5x2,3 cm , Isbn 978-88-6243-039-5
OriginaleUrok kalligrafii [1993] - Zapiski Larionova [1993]
TraduttoreEmanuela Bonacorsi
LettoreLuca Vita, 2010
Classe narrativa russa , scrittura-lettura , paesi: Russia
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Indice


Nota dell'editore                           5

Lezione di calligrafia                      7


              MEMORIE DI LARIONOV

Primo quaderno                             33
Secondo quaderno                          165
Terzo quaderno                            278


 

 

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Pagina 7

LEZIONE DI CALLIGRAFIA



La lettera maiuscola, Sof'ja Pavlovna, è l'inizio di tutti gli inizi, perciò cominceremo da quella. Volendo, è la stessa cosa del primo respiro, il vagito di un neonato. Solo fino a poco fa non c'era nulla, l'assoluto nulla, il vuoto, e per altri cento o mille anni avrebbe potuto non esserci nulla, ma ecco che all'improvviso questa penna si piega a un'ineffabile volontà superiore e traccia una maiuscola senza potere più fermarsi. In quanto primo movimento della penna che tende verso il punto, è anche segno di speranza e paradosso dell'essere. Nella prima lettera, come nell'embrione, è racchiusa tutta la vita a venire fino alla fine, lo spirito, il ritmo, l'impeto e l'immagine.

Non si dia tanto disturbo, Evgenij Aleksandrovic. Io sono una gallina e la mia mano una zampa. Mi racconti piuttosto qualcosa di divertente. Lì dove lavora lei ne capita una al giorno, delitti d'ogni tipo, assassini, prostitute, stupratori.

Dio mio, ma si possono forse chiamare delinquenti? Gente comune. Chi in preda all'alcol, chi fuori di sé ha combinato chissà cosa e adesso inorridisce come a dire "io non ne so niente, come si può solo immaginare che io, persona onesta e perbene, possa aver compiuto un atto simile!" E giù a scrivere scuse e petizioni a destra e a manca, supplicando indulgenza, senza nemmeno saper tenere la penna in mano. Permetta che le mostri come si fa. Il fianco sinistro del dito medio vicino all'unghia va accostato al lato destro della penna. Così. Il pollice, sempre vicino all'unghia, va accostato al lato sinistro, mentre l'indice non fa pressione, lambisce appena la penna come se le accarezzasse il dorso. Ma è sulla falangetta dell'indice che poggia la penna. Queste tre dita si chiamano anche 'scrittorie'. Mignolo e anulare non devono neppure sfiorare la carta. Tra mano e carta deve sempre esserci spazio, aria. Se la mano non è libera, poggia sulla carta o ci si puntella anche solo col mignolo, non c'è libertà di movimento. La penna deve toccare la carta con lievità e disinvoltura, senza la minima tensione, come per suonare uno strumento. Mignolo e anulare, le assicuro, sono soltanto retaggi animali, possiamo farne a meno sia per scrivere che per farci il segno della croce.

Vede? Non ci riesco proprio. Sa, qualche giorno fa ero decisa ad annegarmi. Sì, sì, non c'è niente da ridere. Ho scarabocchiato un bigliettino e l'ho attaccato allo specchio. Ma prima, non so perché, ho deciso di andare alla banja. Per qualche ragione mi è rimasta impressa nella mente una donnona fulva che si lavava i capelli di fronte a me. Era costellata di lentiggini: petto, ventre, schiena, gambe. I capelli folti e lunghi assorbivano tanta di quell'acqua che quando la donna si raddrizzava svuotava quasi il bacile e una vera e propria cascata si riversava sul fondo. Quando poi sono arrivata al ponte ho visto passare una chiatta. Sopra degli uomini gridavano qualcosa e sghignazzavano, sembrava dicessero: "Dài, salta giù!" Io aspetto che passi, ma dietro ne arriva un'altra, e un'altra ancora. E da tutte mi urlavano qualcosa e ridevano e non c'era fine a queste chiatte. A un tratto è venuto da ridere anche a me e sono tornata a casa. Grazie a Dio, non c'era nessuno. Ho strappato il biglietto, ho preso una pagnotta e me la sono quasi mangiata tutta. Ma sono cose senza importanza, continui pure. Dove eravamo arrivati?

Ebbene, passiamo al tratto. Per prima cosa però schiena diritta, si rilassi, non si può scrivere curvi o rigidi. Dunque, alla base c'è la linea, il tratto. Prenda due plinti, due oggetti qualsiasi nello spazio: si potrà sempre tracciare una linea che li collega. Tra le cose del mondo, fili invisibili: tutto è reciprocamente e indissolubilmente legato. Qui la distanza non conta, questi fili tendendosi come elastici legano ancora più forte. La vede la linea che va dal calamaio all'asso volato sul parquet, dal pedale del pianoforte all'ombra dei ramoscelli sul davanzale, da me a lei? Sono come tendini che impediscono al mondo di cadere a pezzi. La linea che traccia la penna è, per così dire, questo legame che si fa reale. E le lettere altro non sono che tratti e linee tenuti stretti da nodi e laccioli. La penna fissa la linea in una forma, in un'immagine, le conferisce senso e spirito, la umanizza. Provi a disegnare una linea dritta. Ecco, ora guardi questo filo ricurvo e tremulo. A un mortale non è concesso disegnare una retta. La retta è un ideale irraggiungibile in natura, verso cui tendono infinite curve. Allo stesso modo pure le lettere sono storte sebbene ciascuna contenga armonia e bellezza nella congruenza della curvatura, nell'impeto dell'inclinazione, nella regolarità delle proporzioni. La penna è soltanto un registratore che incide su carta i sogni, le paure, i vizi e le virtù che pungolano la mano. Tutto ciò che accade nella vita va a finire sulla punta del pennino. Mi parli di una persona e io le descriverò esattamente la sua calligrafia.

Cominci pure da me.

Lei è incantevole, sorprendente, lei stessa non si conosce affatto. E la sua calligrafia, Tat'jana Dmitrievna, è nitida, fresca, infantile, le lettere si ingrandiscono verso la fine della riga...

Basta così, Evgenij Aleksandrovic! Lei è davvero un simpaticone. Dia un'occhiata a una qualsiasi mia letterina. Questa ad esempio. No, meglio quell'altra. No, lasci stare. Al diavolo la calligrafia! Il fatto è che lei è un vedovo furbacchione, mi fa la corte, ne racconta d'ogni sorta per imbambolare una donna ingenua e credulona. Io le leggo dentro anche senza calligrafia. Ha un debole per me, vero? Su, che aspetta? Si dichiari adesso. Ma forse è meglio lasciar perdere. Meglio che stia zitto.

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Pagina 20

[...] Fanno cose che nemmeno loro riescono a immaginare, e io dico scrivi, adesso, per non impazzire, forza scrivi un'ultima parola non in una frettolosa grafia ma, per esempio, in una panciuta e graziosa scrittura Ronde, con le lettere allacciate e ombreggiate all'interno, mentre il verdetto è in un Fraktur a svolazzi o in garbugli gotici o in Batarde o in Coulée, oppure inventa tu qualcosa del genere, una paginetta così, un'altra cosà. E se non una pagina, provate a scrivere anche solo una parola ma che sia l'armonia stessa, e con la sua proporzione e bellezza bilanci tutto questo mondo selvaggio, questa tenebra trogloditica. Giusto oggi è stata processata una che ha avvelenato il marito, un ubriacone attaccabrighe, da cui forse già da un po' bisognava liberare i familiari esasperati, i figli dementi, mostruosi. In cella aveva provato a impiccarsi ma hanno fatto in tempo a strapparla dal cappio, all'udienza dice: "Potete fare quello che vi pare, non siete nessuno per me, mi ucciderò comunque e non vivrò, ma la Corte Suprema mi assolverà perché questa vostra vita mi è insopportabile." Così ha detto. E il nostro presidente risponde: "Mia cara, non vede che siamo noi la Corte Suprema? E non sta a lei decidere cosa sia sopportabile o meno!" Allora quella continua a biascicare: "Mi è insopportabile questa vita, insopportabile." E io scrivo: insopportabile, [...]. E quanto costa anche solo una parola! Provi lei stessa! La primitiva H forse non merita nemmeno una menzione speciale. La sua asta diritta si scrive lungo l'inclinazione in un sol tratto. Dopo avere puntato la penna all'inizio, bisogna subito curvare le dita e la penna ti spinge da sé verso il basso, ma la cosa più importante è la pressione. Dio non voglia che tu prema troppo o troppo poco: la linea non deve mai tirare il fiato! La forma a fiamma, per via della somiglianza con la lingua del fuoco, si incurva prima a sinistra poi a destra. Al centro si ispessisce, azzerandosi alle estremità. Al terzo tratto l'asta curva in basso. Le prime cinque sezioni della linea si tracciano direttamente, ma alla sesta la pressione cala e il tratto incurvandosi vira a destra terminando nell'invisibile linea che confina ogni lettera nello spazio a lei assegnato, un quadretto per esempio. Sotto, dove l'asta si incurva, tra il campo immaginato del quadretto e la punta della linea che racchiude, rimane un angolino vuoto. Dopo la curva il tratto sottile si innalza, ma non diritto bensì ad arco, leggermente inclinato a destra per infilarsi senza staccare la penna dal foglio nella e, una perfida sempliciotta, scialba all'apparenza ma che esige cautela e abilità per ottenere l'effetto desiderato. Dopo la camusa, casermesca H, per la e è necessaria una leggera linea cortese che iniziando con un tratto ciliare inarcato a destra, attraversando esattamente il centro, vola indietro dopo la curva, sfiorando appena il soffitto del suo bugigattolo e capovolgendosi in questo giro della morte si getta a tutta velocità nel semiovale con una pressione sul lato sinistro, nello stesso tempo la curva capillare si nasconde nel semiovale ma non rimane indietro. Con uno stacco la penna si getta né più né meno sull'angolo estremo del quadretto successivo. Il minimo tremore o ispessimento può istantaneamente distruggere l'illusione di questo volo planare che con una brusca impennata si trasforma in [...]. L'essenza segreta di questa spilungona non è affatto negli spazi bianchi che la bucano sopra e sotto ma nel conclusivo, modesto all'apparenza ma periglioso, laccio, dietro cui già si tende impaziente la m. Qui non è importante affrettarsi a marcare di nuovo il laccio che si avvita, quanto aspettare che questo si trasformi quasi in un punto fermo, allora ci si può già tuffare a capofitto nei tre buchi nel ghiaccio che si succedono trasformandosi fortunatamente di nuovo in e, p e n, che non si può neanche chiamare lettera, essendo piuttosto solo una [...] col bastone. E avanti, avanti fino alla fine dove incede la [...], questa pavona artropode, l'unica che si delinea in ben cinque tratti! C'è qualcosa dell'aquila bicefala in lei e allo stesso tempo i suoi morbidi semiovali siedono fermamente sulla linea come su un gradino. Sembra tenere unito a sé un mondo che si disgrega, cielo e terra, oriente e occidente. Č elegante, totale, autosufficiente. E adesso, se la mano è stata fedele, se la penna non ha esitato nemmeno una volta, se tutto è riuscito, sul mio tavolo accadrà un miracolo! Un foglio di carta ordinaria si staglia, si affranca e si innalza sopra gli eventi! La sua perfezione produce immediatamente un'alienazione, persino un'ostilità verso l'esistente, verso la natura stessa, come se questo pezzetto di spazio fosse stato sottratto da un altro mondo, superiore, un mondo d'armonia, a questo regno di vermi! Possono odiarsi e uccidersi, tradirsi e impiccarsi, tutto questo è solo alimento per una calligrafia, materia prima per la bellezza. E in questi incredibili minuti, quando vuoi scrivere ancora e ancora, provi una strana, inesprimibile sensazione. Č questa la felicità!

Evgenij Aleksandrovic, lei è pazzo!

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Pagina 26

Sì, sì lei ha assolutamente ragione, non c'è niente di terribile! Sulla mia scrivania è passato un banale caso di malversazione. Può immaginare, un cassiere, un tipo irreprensibile, perbene, ha commesso appropriazione indebita. Negava recisamente l'accusa, dicendo che quel ladro del suo capo lo aveva incastrato, e si comportava come qualsiasi persona onesta umiliata dai sospetti. Tutto andava verso l'assoluzione. La difesa esibì referenze inappuntabili e lettere elogiative per lunghi anni di onesta carriera. Giocava a suo favore anche la presenza in aula della moglie e dei tre figli, vestiti identici, seduti in prima fila. Il padre di tanto in tanto li incoraggiava, gli diceva a voce alta di non piangere, di sicuro lo avrebbero assolto perché esiste la giustizia al mondo, non può non esserci. In sostanza l'intero caso si ridusse a un'unica nota di poche righe messa agli atti dell'inchiesta. Scritta probabilmente dall'imputato, costituiva la prova della sua colpevolezza. Fu convocato in via eccezionale da Mosca Burinskij in persona, il noto esperto, il caso dipendeva dalle sue conclusioni. Se ricordo bene, il terzo giorno ci fu la perizia. Burinskij si alza, austero, immenso, maestoso, più alto degli altri di due teste, Robinson Crusoe avrebbe invidiato la sua criniera e la sua barba. Tutti hanno il fiato sospeso e fissano la celebrità. Dopo un silenzio, ruggisce tonante: "Questa è la nota." Burinskij sventola il foglietto sopra la sua testa. "E questo è un campione calligrafico" sventola un altro foglietto. "E questa è la mia conclusione, quest'uomo è innocente!" e scoppia il pandemonio! In aula scrosciano gli applausi, poco ci manca che non lo soffochino di abbracci, ma Burinskij riprende il proprio posto e con aria indifferente si mette a lisciarsi la barba. Non rimanevano che poche formalità da sbrigare. La nota, la lettera esibita come campione calligrafico e la perizia giacevano sul mio tavolo. E a un tratto, non ho creduto ai miei occhi: una e l'altra erano scritte dalla stessa persona. "Un attimo!" grido. "Ma è la stessa mano!" Mi sento addosso gli occhi di tutta l'aula. "Ma guardi bene, qui e qui!" E Burinskij, gettate dietro le spalle le ciocche canute, allibito: "Dove vuole andare a parare esattamente?" "Guardi qui, non vede?" inizio a spiegare. "Consideri il movimento della penna. Nella scrittura manoscritta la cosa più importante è il collegamento tra le lettere, non lo si può contraffare né alterare. Osservi queste m, n, h, sono tutte tracciate col sederino in giù, come la u. E mi creda, questo è, grafologicamente parlando, un segno inequivocabile di bontà, di apertura e gentilezza d'animo. Viceversa queste lettere scritte ad archetti tradiscono chiusura, falsità. Presti attenzione, sia nella nota che nella lettera, all'incertezza della pressione. Il fatto è che appena sfiorato il foglio, la penna incontra la resistenza della carta e tra le due comincia una lotta inevitabile. Una penna ben premuta sulla carta riflette irruenza interiore, caparbietà, tenacia, passione polemica, spirito battagliero. Qui invece, al contrario, la mano è cedevole, segno inequivocabile di ricettività, di sensibilità, delicatezza, tatto. Sia qui sia là le lettere sono piccole, il che indica senso del dovere, autodisciplina, amore per il focolare. Noti anche lo spessore delle lettere, l'apertura verso l'alto delle vocali, che testimonia atteggiamento fiducioso, spirito pacifico, capacità di comprensione e di dedizione profonda molto sviluppata. Oso inoltre affermare che quest'uomo possiede gusto e senso del bello. Guardi soltanto le eleganti ma disadorne lettere maiuscole, l'ampio margine sinistro, come fosse una poesia, il capoverso che inizia circa a metà pagina. Le lettere quasi non sono collegate l'una all'altra, indice di una natura contemplativa, di elevato sentire, distacco dal prosaico, ricchezza di pensiero. Una firma senza fronzoli suggerisce intelletto. Oh, abbiamo davanti a noi una persona eccezionale, consideri solo l'incredibile, originale forma delle lettere, non tradiscono forse, a parte il resto, un'unica paternità sia per la scrittura accurata della lettera che per quella sciatta della nota? La dissomiglianza puramente esteriore, superficiale, è facile giustificarla: la nota è stata scritta al buio, così infatti si spiega l'intreccio di righe irregolari, la cieca difformità di lettere e parole scaturite all'improvviso. Persino uno sguardo veloce e attento a queste lettere è sufficiente per convincere della loro parentela, abbiamo davanti a noi fratelli e sorelle d'inchiostro, gemelli di penna! Forse si può confondere la straniera k attaccata a spillo? O questa σ che cerca di agganciare la vicina? E la u: guardiamola bene questa piccola giudea che Cirillo rapì all'alfabeto di Salomone, quanta grazia nella linea ripida della coscia ostentata in avanti!" Tutti tacciono in una sorta di intorpidimento, ma io continuo a parlare senza riuscire a fermarmi: "Senza dubbio chi ha scritto è una persona fuori dell'ordinario, se non addirittura un artista, ecco allora la sconclusionatezza, l'inquietudine, l'assenza totale di ritmo, che indica appagamento interiore. Un'enorme, inconsapevole forza vitale solleva bruscamente le estremità delle linee verso l'alto. Ascendenti e discendenti si tendono, si spezzano, cercano di stracciare la parola dalla rabbia per ciò che non è stato fatto, compiuto, omesso!" A questo punto Burinskij si alza dal suo posto. Va verso la porta mettendosi il cappello, quando mi raggiunge sibila tra i denti: "Idiota!" Senza badarci, la corte ordina una seconda perizia e naturalmente riconosce nel cassiere l'autore della nota. Viene condannato e dopo l'udienza, mentre tutti si rimettono le giacche nel guardaroba, il giudice mi si avvicina: "Dio la punirà, stia certo!" Ma non è successo niente, sono vivo. Vivo, respiro, mangio e consumo risme di carta ogni giorno. La mia penna, come prima, scricchiola, condanna e assolve. Cosa c'era di tanto importante? Sono pronto ad ammettere che proprio adesso, in questo istante, lui starà mugolando dalla fame o congelando, o i suoi compagni di cella lo stanno violentando o gli stanno rompendo i denti, oppure non è più tra i vivi, steso in un qualche obitorio con un cartellino all'alluce, o è semplicemente sbiadito dal tempo, scritto con un inchiostro a buon mercato. E non c'è in questo niente di terribile. Mio Dio, cosa lo rende migliore di me o di lei, al punto di farcelo compiangere? Perché ancora non si è mai verificato un caso, neanche il più lungo e ingarbugliato, alla fine del quale, dato che non c'era più nulla da aggiungere, la penna non abbia messo un punto.

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Pagina 33

PRIMO QUADERNO



Mio caro Aleksej Alekseevic,

eccovi su carta ordinaria fitta di una calligrafia vecchio stile la storia della mia vita.

Mentre scrivo queste righe, il manoscritto non è ultimato, la fine è ancora lontana ma vorrei spiegarvi tutto adesso, senza aspettare il punto conclusivo. Sono anziano e malato, vada come vada. Omnes una manet nox, scrisse Orazio.

Ormai incanutito, intendo appieno l'assoluta vacuità di questa fatica. Credetemi, soltanto le lunghe notti invernali che l'ozio di una vita di campagna impone e la solitudine l'hanno animata. Fiducia risibile da ingenuo memorialista pensare di rallegrare il mondo con una rassegna di dettagli di un'altrui vita lontana, privi d'importanza per chiunque e che unicamente nell'autore possono risvegliare la gioia e la pena dei ricordi e far battere il cuore per un imbarazzo, una confessione o un aneddoto successo chissà quando. Per scrivere di memorie occorre mettersi al servizio della storia, ma in questo io non mi sono distinto nemmeno da sottufficiale, lo sapete anche voi. Le tempeste del mondo sono passate sopra la mia casetta sepolta nella neve fino ai vetri. I grandi della storia li ho conosciuti per lo più in ritratti litografati. Del resto in vita mia, pur trascorsa in semplicità e onestà, non ho compiuto nulla che meritasse la gratitudine dei posteri.

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Pagina 40

Cerco di ricordare l'infanzia, ma riaffiorano solo immagini scucite e senza significato. Mi portano su e giù per il giardino su un carretto, la balia fa dondolare una goccia di cristallo caduta dal lampadario incantandomi con i riverberi di luce, tolgono le controfinestre invernali e le fantesche corrono con catini di fumante acqua bollente. Eccomi sfogliare il Viaggio attraverso la Russia di Pallas rilegato in pelle spessa, ricordo il lappone, il samoiedo, la donna cukca nuda. Ricordo la matinée per bambini che finiva in lacrime: mancava poco che ci azzuffassimo per le torte, tutti volevano quella al limone con un buco al centro per il moccolo della candela accesa. Ricordo la balia stremata in assenza della mamma, diceva che i discoli dormono in piedi e mi costringeva a stare ritto accanto al lettino, la guancia posata sulle mani giunte.

La memoria che resta dell'infanzia è capricciosa. Qualsiasi sciocchezza, per esempio una moneta da mezzo imperiale che luccica al sole nella macchia di ortica accanto alla ghiacciaia, rimane impressa per la vita, mentre qualcosa di importante che dovrebbe obbligatoriamente agganciarsi alla memoria svanisce, evapora come se non fosse mai successa. Della grande guerra che mobilitò la Russia è rimasta solo la discussione allarmata degli adulti attorno al tè: parlavano di tradimento, di spie, di deportazione di stranieri, e poi ancora torna in mente il gelo tremendo di quello storico inverno. Ricordo come preparavamo la collinetta di neve ma era difficile bagnarla, getti l'acqua dal mestolo e quella è subito grandine.

Ricordo la prima morte della mia vita. Lo zio Nikolaj Makarovic era famoso per non essersi mai ammalato, se gli capitava di sentirsi poco bene, per curare gli acciacchi ricorreva a un unico metodo: inghiottiva mosche. Con il vomito si portavano via tutte le malattie. Faceva scorta di mosche per l'inverno e le conservava "assopite", come diceva lui, in una bottiglia. Quando poi si ammalò seriamente, la mamma chiamò il dottore che gli vietò il suo rimedio tanto potente e gli prescrisse certe pozioni. Ricordo che lo zio gridava:

"Non servono le medicine! Datemi le mosche! Voglio le mosche!"

Morì, e quando per curiosità mi intrufolai nella sua stanza non c'era altro che il cadavere disteso sul tavolo. Chissà perché mi spaventarono le lunghe e ritorte dita dei piedi, non riuscivo a staccare lo sguardo e feci fatica a scappare in cortile.

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Pagina 66

Quando arrivai alla scuola militare non ero già più quel ragazzo erudito che pensava di conquistare il mondo con la saggezza dei libri. Avevo smesso di leggere e cercavo con tutto me stesso di diventare tale e quale ai miei nuovi compagni a cui la divisa non cascava come un sacco. Studiavo con zelo e fervore portamento, marcia e azioni col fucile. Provavo un piacere inspiegabile e ossessivo nello smontare il fucile, grattare via le impurità con la polvere di mattone, lucidare la baionetta con la pietra abrasiva, con lo scovolo l'anima dell'arma. Mi piaceva cuocere la colla odorosa, imbiancare le buffetterie e, quando la colla e il gesso si seccavano per bene, in modo che non rimanesse neanche una macchiolina, fare le rifiniture. Marciavo fino allo stremo, stringendo il sottogola dello sciaccò fino a soffocare, saltavo dal letto la mattina un minuto prima della campana sfondatimpani, nel salone di gala sotto i ritratti urlavo "urrà" più forte di tutti.

Quanto odiavo me stesso, grasso, pensieroso! Quanto desideravo diventare come gli altri, ottuso, rude, crudele, allegro!

Ahimè, fatica inutile. E persino la nomea di saputello, che si era persa da qualche parte lungo le stazioni di posta sulla Volga, mi raggiunse di nuovo sulle rive della Neva.

Alle dieci di sera l'ufficiale di servizio faceva il giro della camerata, controllava se dormivamo, le luci spente, e si ritirava. Di notte gli allievi erano abbandonati a sé stessi e a quel punto iniziava la vera vita di caserma, con le sue leggi e convenzioni sulle buone maniere e sull'onore.

Il secondo giorno della mia vita cameratesca mi si avvicinarono due bestioni, alti e larghi di spalle. Erano dell'ultimo anno, granatieri della compagnia. Mi strapparono via la coperta. Erano avvolti nei lenzuoli, in testa i cuscini indossati come tricorni. Uno disse con aria d'importanza che li aveva mandati il dentista per visitare i denti del novellino. Tutti si fecero attorno in attesa dello spasso. Volevo scappare ma uno mi torse le braccia dietro la schiena, l'altro, stringendomi le guance con le dita, mi aprì la bocca e si mise a rompermi con una chiave un dente davanti. Urlavo, quando secondo le regole d'onore avrei dovuto sopportare in silenzio la prova stabilita. Il dente cominciò a sbriciolarsi, la bocca era piena di sangue. Alle grida accorse il maresciallo e grazie a Dio mi restò la lucidità di dire che ero inciampato e mi ero rotto un dente contro lo schienale del letto.

Erano loro a comandare nella scuola, i cosiddetti "nonni", animali induriti da cui neanche le verghe riuscivano a cavar fuori un gemito o una lacrimuccia. Uno di questi era Panov, che mi aveva rotto il dente quella sera memorabile. Ciondolava dimenando le braccia a pugni stretti, e quelli che gli venivano incontro dovevano cedergli il passo giacché sbraitava: "Ti sbriciolo!" I piedi cercava di curvarli a ruota bilanciandosi sui mignoli. Parlava con voce di basso, con il direttore e gli insegnanti era rude, persino irriverente, studiava poco o, per meglio dire, non studiava affatto, era il terzo anno che ripeteva. Fiutava tabacco e quando rientrava dalla licenza, specialmente la domenica, era spesso ubriaco. In classe sedeva invariabilmente sulla panca in fondo, però quand'era in riga, alle esercitazioni o nelle rassegne, era sempre perfetto, nessuno aveva stivali lucidati meglio e buffetterie più candide, le azioni le eseguiva a un ritmo tale che il fucile scricchiolava e addirittura una volta si ruppe il calcio. Pertiche simili, alti un metro e un tappo, non li diplomavano neanche nelle accademie armene, forse solo in qualche battaglione di guarnigione.

Secondo una legge non scrittà risalente alla notte dei tempi, gli allievi più giovani erano al servizio dei nonni, dovevano soddisfare ogni pretesa, pulire gli stivali, e in cambio ricevevano protezione. Chissà perché Panov mi incluse tra i suoi favoriti. Ogni sommossa dei novellini veniva soffocata violentemente dai nonni e in questa terribile umiliazione consolava soltanto il fatto di non essere l'unico a sopportare, toccava a tutti, e questo faceva dell'umiliazione l'ordine quotidiano. Tanto più che prima o poi anche i novellini sarebbero diventati nonni e allora avrebbero goduto degli stessi privilegi.

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Pagina 86

In quel periodo venivano create le tristemente note colonie militari che, secondo le intenzioni di Alessandro, dovevano riformare la Russia.

Nel novero delle truppe dislocate c'era anche il nostro reggimento, entrato a far parte del corpo della settima divisione. Eravamo uno dei cinquanta battaglioni incaricati di realizzare nelle paludi di Novgorod un'isoletta ordinata e fiorente che servisse poi da modello per la ricostruzione dell'impero.

Come è ovvio, tra gli ufficiali si discuteva animatamente dei cambiamenti imminenti. Io risultai pressoché l'unico fervente sostenitore della trasformazione. Adesso convincevo i miei compagni che costringere la Russia alla civilizzazione e all'ordine era l'unico modo per tener dietro all'Europa. La maggioranza degli ufficiali guardava alla titanica impresa con scetticismo. Non era la riforma della patria ad agitarli, ma l'enorme carico di preoccupazioni legate alla necessità di trasferirsi da luoghi civilizzati per insediarsi in paludi sperdute, li spaventava l'idea di trovarsi sotto l'occhio vigile del conte Arakceev, garante del progetto per conto dello zar. Dimostravo loro che questa idea di civilizzare la nostra terra selvaggia reggeva il confronto per ampiezza soltanto coi disegni di Pietro e poteva scaturire unicamente dallo spirito di un grande. I cambiamenti proposti dovevano eliminare gli abusi e gli scandali che distruggevano il paese, far cessare le sofferenze dei ceti inferiori e abituare il nostro popolo arretrato a un'amministrazione giusta, al lavoro, all'istruzione, alla legalità infine. Alessandro voleva andare oltre i suoi antenati, grandi ma impotenti di fronte a questo paese. Pietro, malgrado gli sforzi titanici, sovrumani, aveva soltanto conferito alla nostra selvatichezza un qualche tratto dignitoso. La nonna di Alessandro, sentimentale e benevola, concedendo la libertà a una parte della nazione, aveva reso schiava l'altra e, ritenendo che al momento era il massimo che si potesse ottenere, si era tenuta occupata con la guerra. Paolo aveva limitato le corvé a tre giorni e cominciato a fondare scuole, università ma, essendo di natura nervosa, il disordine russo lo fece presto uscire di senno. Ed ecco che Alessandro si era incaricato della grande e nobile causa di strappare definitivamente la nostra patria dalle tenebre e dal fango e si era messo all'opera nell'unico modo possibile da noi. Per costruire strade, case umane, iniziare ad amministrare, senza estenuare una terra già di suo consunta, in breve, per europeizzare la Russia, occorrevano talmente tanti mezzi e forze che solo la gigantesca macchina militare era in grado di risolvere il problema, e allora tutto si sistemò con un'ordinanza, e disattendere l'ordinanza non è consentito. A questa gente, insistevo, bisogna insegnare cosa è bene con la bacchetta, come ai bambini, e portavo a esempio la diffusione niente affatto spontanea delle patate e quella forzata della vaccinazione del vaiolo. Concordavano con le mie idee, ma dalle colonie militari si aspettavano guai fin dall'inizio.

Butysev si faceva furtivamente il segno della croce e sospirava:

– Quando lascerai in pace questo paese, Signore?

Invece del disastroso obbligo di reclutamento, che pesava come un fardello sull'intera popolazione, nella prima fase era previsto di concentrare la formazione delle truppe soltanto in alcuni distretti vicino ai confini, esonerando le altre regioni, se non in caso di guerra. La popolazione di queste zone era composta da nativi e da truppe, i primi ricompensati con adeguati profitti per gli obblighi a loro di nuovo imposti, i secondi con la residenza stanziale. Il progetto prevedeva di assegnare ai contadini terra a sufficienza, costruire loro le case e provvedere ai fabbisogni a spese dell'erario, esonerarli dal pagamento dei tributi statali e di quelli comunitari. Agli anziani, ai mutilati e agli infermi era concesso un ricovero, per la cura dei malati venivano introdotti gli ospedali, fino ad allora inesistenti nella vita contadina, gli ospizi per gli invalidi. Il soldato non si staccava dalla propria famiglia, non si allontanava dal luogo d'origine, era indissolubilmente legato alla vita domestica. Ai minori spettavano educazione e formazione, si aprivano scuole per i cantonisti, figli dei coscritti, e in questo modo il nostro incolto popolo veniva avviato all'istruzione. Le truppe provvedevano al procacciamento dei viveri con il proprio lavoro riducendo i costi del sostentamento. La povertà cessava e tutti erano parificati sul piano materiale, ai poveri spettava dall'erario quello che non avevano secondo il registro delle assegnazioni. Ma la cosa più importante è che non solo migliorava il benessere, bensì la rettitudine, sia con l'educazione dignitosa e la vita familiare, sia con il lavoro regolare e il rigido divieto di bere alcolici. La residenza nelle colonie dovevano riceverla soltanto i soldati migliori delle truppe operative con non meno di sei anni di servizio, in prevalenza sposati e coltivatori fino all'entrata in servizio. Terra, casa, attrezzi, bestiame e bardature erano assegnati gratuitamente, a tutti toccavano paga e corredo militare e, nei primi anni della riforma, i viveri per sé, la moglie e i figli, per i quali in aggiunta veniva elargito un sussidio speciale. Le truppe dislocate erano esentate dalle campagne militari. Quanto riuscivano a ricavare col sudore della fronte dall'allevamento del bestiame, e grazie al miglioramento della cerealicoltura, andava a costituire la loro proprietà inalienabile. In breve, le colonie militari dovevano, se non rendere felice la Russia, perlomeno assicurare ai suoi abitanti il benessere e abituarli a una vita umana.

Con chi mai prendersela ora se le buone iniziative sulla carta hanno dato pessimi frutti nelle paludi antico-russe, se l'espressione stessa, "colonie militari", divenne sinonimo di sventura e schiavitù? Forse con Arakéeev?

E perché no? Non è mica una brutta idea prendersela con un defunto. Non risponderà mai.

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Ricordo l'esaltazione di quei primi giorni a Kazan'. Dopo la lunga reclusione della campagna rimasi stordito da quella trafficata città variopinta che racchiudeva in sé i tratti dell'Europa e del mondo tartaro. Vagavo dalla mattina alla notte per le strade pavimentate di legno e nei vicoli, ammiravo le innumerevoli chiese e moschee, passeggiavo tra i bazar, compravo caffettani, stivali tartari e Dio sa cos'altro ancora, incapace di oppormi all'insistenza dei mercanti che ti afferrano per il braccio e non ti lasciano andare finché non compri qualcosa. Tutt'attorno l'urlante abracadabra, barbe rasate a mezzaluna e da oltre il Bulak, dai minareti il canto dei muezzin. Nel quartiere tartaro fui assalito da uno sciame di bambini con le teste azzurrognole, già a due mesi dalla nascita li rasano a zero, e a stento mi liberai elargendo per inesperienza monete di rame invece che pedate. La notte, nell'albergo sudicio, dove una cameriera sciatta entrava senza bussare, per mettersi in salvo dalle cimici toccò dormire sul tavolo in mezzo alla stanza, il cui arredamento consisteva di tre sedie sfondate, un letto malfermo con un materasso di paglia, una lampada da notte di ferro rotta e pareti nude costellate di scarafaggi rossi.

A Kazan' la mia prima visita fu in via Verchne-Fëdorovskaja, in una grande casa a due piani, sotto di pietra, sopra di legno, dove viveva Gavriil Il'ic Solncev. La lettera scritta dalla zia alla suocera, e che ora portavo in tasca, doveva decidere il mio avvenire.

Solncev era una personalità notevole, una specie di celebrità a Kazan'. Figlio di un prete di una delle insignificanti parrocchie di Orlov, riuscì a ottenere nella vita ben più della miriade di figli di prete che vivevano marcendo negli angoli sperduti della Russia. Aveva fatto il seminario, l'università a Mosca poi, quando tutta Mosca fuggiva da Napoleone, si ritrovò a Kazan'. Quali vaste conoscenze, che ingegno eccezionale doveva possedere quest'uomo per compiere in pochi anni una simile scalata vertiginosa nel campo della scienza: dottorato all'università di Kazan', facoltà di scienze etico-politiche, in entrambi i diritti, professore, decano e, infine, a trent'anni, lo eleggono rettore! Sulla sua erudizione, sull'indipendenza dei suoi giudizi, sull'ampiezza di vedute, inusuali per le nostre università, circolavano leggende. Non c'è da stupirsi che non potessero sopportare a lungo un simile fenomeno. Il tristemente noto Magnickij fu nominato provveditore dell'università di Kazan'. Il provveditorato da noi, sin dai tempi antichi, è da prendere come un'istituzione a sé stante. Per l'università giunsero tempi duri. Quanto all'università era giovane, libero, intellettuale, subiva persecuzioni. Cominciarono ad attaccare Solncev. Ai suoi studenti venivano sequestrate le dispense. Lui stesso alla fine fu inquisito da Magnickij.

La sorte costringe l'uomo russo a incredibili entrechat. L'amico e primo assistente di Speranskij, il nostro Washington fallito, all'improvviso diviene oppressore delle università, schiaccia e strazia tutto quello che non desidera, abbassa docilmente lo sguardo per vivere in armonia con le direttive superiori e non più a servizio della verità della scienza.

Ma Solncev, appunto, Solncev è il simbolo vivente del libero pensiero di Kazan'. Scacciato dall'università per avere inculcato nella gioventù princìpi distruttivi, oltraggiato e vilipeso, privato del diritto a insegnare, che vuol poi dire a nutrire la famiglia, che tiro va mai a combinare! Sparisce nel nulla per qualche tempo, poi più tardi viene fuori che si trovava a Pietroburgo, dove supplica il perdono delle massime autorità e ci riesce talmente bene che di nuovo ricompare a Kazan' in veste di procuratore di governatorato. E quando nel dicembre del '25 Magnickij fu scortato a Kazan' da un corriere militare, esiliato da Pietroburgo, terrorizzato, in pratica sotto arresto, e il nuovo imperatore ordinò di procedere con urgenza a una verifica della sua attività, Solncev in persona ricevette l'incarico di seguire l'inchiesta. Adesso Solncev giudica Magnickij. Avrà trionfato la giustizia? Lo sapranno loro.

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Ai primi di dicembre la notizia dell'insurrezione in Polonia raggiunse Kazan'.

Dapprima erano vaghe voci di omicidi a Varsavia, poi brevi comunicati ufficiali da cui era difficile capire cosa stava davvero succedendo. Una cosa era chiara: le fucilazioni e le impiccagioni di cinque anni prima in Ucraina e a Pietroburgo adesso iniziavano in Polonia e in Lituania.

In quei primi giorni particolarmente inquieti, quando nulla era chiaro, mi buttavo sui giornali, cercavo nelle poche frasi codarde di carpire un briciolo di verità, ascoltavo avidamente le conversazioni che di nuovo, come quell'inverno, erano un sussurro spaventato.

Giravano le voci più contrastanti, tutto sembrava inverosimile, impossibile, e tutto poteva dimostrarsi vero.

Dicevano che nella congiura ci fosse l'intera guarnigione polacca di Varsavia con tutti gli ufficiali. I congiurati, nel sostenere che i russi avevano già iniziato la strage, erano riusciti a sobillare la città provocando l'indignazione degli abitanti. L'odio nei confronti dello zar russo era tale che per scatenare la sommossa era sufficiente qualsiasi bugia, anche la più insensata. A capo dei rivoltosi c'erano i cadetti e gli studenti. I reggimenti russi furono circondati direttamente nelle caserme e il fuoco li aveva sorpresi nel sonno. Nei confronti dei connazionali rimasti fedeli al giuramento russo, gli insorti furono implacabili, persino più crudeli che con i russi. Raccontavano, ed era confermato dai giornali, che i generali polacchi rifiutatisi di unirsi all'insurrezione erano stati uccisi. I nomi di queste persone – Hauke, Trebicki, Zhandr – erano sulla bocca di tutti: avevano provato a riportare alla ragione i cadetti e gli studenti ed erano stati linciati dalla folla. E poi si diceva che i varsaviesi fossero armati, pronti a morire con le armi in pugno, senza arrendersi alle truppe russe, e che sui muri scrivessero in russo: "Per la nostra e la vostra libertà!"

Nolde veniva da me ogni sera, tossicchiava a lungo, ansava, beveva il tè verde con il latte e si metteva a sostenere che i polacchi facevano gli schizzinosi. Bevendo la sua broda sudava, le gocce gli colavano dalle tempie e il vecchio non faceva in tempo ad asciugarle col fazzoletto.

– Credetemi, Aleksandr L'vovic, è gentucola balzana e attaccabrighe! Già Federico II diceva che non c'è vigliaccata che un polacco non faccia pur di procacciarsi cento monete che poi getterà dalla finestra! La parola 'onore' nella loro lingua non esiste proprio, da loro 'onore' sta per 'boria'! Fa niente, fa niente, vedrete, Aleksandr L'vovic, avranno quel che si meritano!

Guardavo Evgenij Karlovic, quel vecchio in fondo buono a cui mi legava una tenerezza quasi filiale, e non capivo cosa gli era preso all'improvviso, mi sembrava di avere davanti un'altra persona. Pareva che, fosse stato più giovane, si sarebbe offerto volontario per domare i polacchi. Questa trasformazione mi colpì talmente che lo ascoltavo quasi in silenzio, senza replicare, vedendo l'insensatezza e l'inutilità di qualsiasi mio argomento e parere.

Mi diventò penoso andare in cancelleria. Pensavo di trovare nei miei colleghi, gente ottusa ma non cattiva, se non un appoggio ai rivoltosi almeno comprensione. Macché! In mezzo a quelle persone mi ritrovai d'un tratto come su un'isola deserta. Anzi, mi sentivo all'improvviso bollato da una macchia vergognosa e pericolosa che dovevo nascondere. Durante le animate discussioni vicino alla stufa dove ci raccoglievamo per scaldarci, lasciando al freddo i tavoli ingombri di carte, mi sforzavo di trattenermi per non tradirmi in nessun modo, né con le parole né col tono della voce. I sentimenti patriottici avevano offuscato la mente e il cuore di questa gente. Più di tutto li sdegnava che i polacchi, che si erano dati al saccheggio con Napoleone in Russia e da noi erano stati perdonati, ritenessero una cosa dovuta i diritti loro concessi, che noi vincitori non osavamo nemmeno sognare! Con le dita elencavano le ingiustizie che i russi erano stati costretti a sopportare: il servizio militare per i polacchi durava solo otto anni, mentre ai nostri poveracci toccava tirare la carretta militare per un quarto di secolo, alle loro truppe spettava una retribuzione che i nostri non potevano neanche immaginare, le tasse sui loro prodotti erano più basse e la Russia ne subiva i danni, la Polonia, paese che avevamo conquistato, godeva di agricoltura, industria, commercio fiorenti, mentre da noi se non c'è il raccolto, c'è la fame.

Il'ja Il'ic Parensov, solitamente tanto bonario, iniziava a tremare di rabbia. Diventava paonazzo, gli occhi gli si riempivano di lacrime.

– Che vigliaccata! Che infame ingratitudine! – urlava. – Allora, cosa vogliono ancora? La costituzione? In Russia non c'è, invece in Polonia, prego! Il Sejm? Favorite! I diritti? E quali gradite, signor polacco? Così noi, poveri scemi, abbiamo ricevuto quel che ci meritavamo. Ci odiano proprio tutti! Ma noi li abbiamo fatti a pezzi a suo tempo, e li faremo a pezzi anche adesso! Vedrete come li faremo di nuovo a pezzi. E gli passerà la voglia! Ingrati farabutti!

Una volta si innervosì tanto che il sangue gli montò alla testa. Si prese il capo tra le mani e poco ci mancò che stramazzasse. Lo sostennero, volevano chiamare il dottore, ma Il'ja Il'ic disse soltanto di portargli della neve, se la applicò sulla fronte, sulle tempie, e si riebbe.

Durante la presa di Varsavia con Suvorov, Parensov era rimasto ferito nell'attacco sotto le mura del sobborgo Praga.

In quei giorni si viveva nell'irrequieta attesa della guerra. La Polonia all'epoca sembrava non rappresentare per il gigantesco impero un temibile avversario. Ma a favore del popolo insorto contro lo zar sarebbero intervenute la Francia, l'Europa. Dopo la guerra europea era cresciuta una nuova generazione per la quale era già pronta la sua zuppa di sangue.

Si temeva la guerra, d'altronde non poteva essere diversamente, e del fatto che bisognasse punire i polacchi, riportarli all'obbedienza, nessuno dubitava. Tra la popolazione, già allora, in quei primi giorni della rivolta di Varsavia, circolò la voce che erano stati i polacchi a provocare l'epidemia in Russia. Il popolino non voleva credere nel colera, ma che i polacchi avvelenassero loro con mogli e figli, a questo sì, tutti ci credettero subito. A volte mi sembrava di vivere in mezzo ai folli. Le persone che mi circondavano non capivano davvero perché un popolo oppresso potesse essere insoddisfatto della propria condizione agiata! Pensavano che se qualcuno era più ricco e istruito, doveva essere inevitabilmente felice. La parola stessa "libertà" cosa poteva accendere nel loro sangue se non il ricordo del terrore atroce della rivolta di Pugacëv, del bagno di sangue, delle selvagge atrocità dei baskiri?

Sin dal primo giorno della rivolta di Varsavia non dubitai un attimo che fosse condannata, che quel focolaio sarebbe stato spento da una dovizia di sangue polacco e russo, ma mi inchinavo di fronte al coraggio del popolo di quel piccolo paese calpestato che insorgeva, senz'armi ma fiero, contro il più grande esercito d'Europa: "Per la nostra e vostra libertà."

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