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| << | < | > | >> |Pagina 13Una catena di ferro rivestita di plastica rosa trasparente si riflette, come una lucida serpe, nel finestrino di un vagone dietro il quale alcune luci segnaletiche vanno rimpicciolendosi fino a diventare minuscoli punti color smeraldo e rubino, presto inghiottiti dai vapori di una calda notte di luglio. (Solo pochi minuti prima, nel sudicio ristorante di una stazioncina nei pressi della Montagna Gialla, nel Sud della Cina, quella stessa catena assicurava al piede di un tavolo in finto mogano una valigia Delsey celeste, munita di rotelle e di un manico estraibile in metallo cromato, appartenente a Muo, aspirante psicoanalista di origine cinese da poco rientrato dalla Francia). Per un uomo così sprovvisto di bellezza e di fascino — con il suo metro e sessantatré di statura, la sua scarsa prestanza fisica gli occhi a palla e leggermente sporgenti, fissi in un'immobilità tutta «muoiana» dietro gli spessi vetri degli occhiali, i capelli ispidi e rovinati dalle doppie punte —, Muo ostenta una sorprendente sicurezza: si sfila le scarpe di fabbricazione francese, mostrando un paio di calzini rossi con la punta bucata, da cui fa capolino un alluce ossuto, candido come latte scremato; si arrampica su un sedile di legno (una sorta di panca, senza imbottitura) per collocare la Delsey sul portabagagli, vi attacca la catena, aggancia due anelli con un lucchetto e si solleva sulla punta dei piedi per verificare che la serratura sia ben chiusa. Dopo aver ripreso posto sulla panca, Muo sistema le scarpe sotto il sedile, calza un paio di sandali infradito bianchi, pulisce le lenti, si accende un piccolo sigaro, svita il cappuccio della stilografica e comincia a «lavorare», ossia a trascrivere sogni su un quaderno da scolaretto acquistato in Francia, un compito a cui si sottopone volontariamente per il suo tirocinio da psicoanalista. Attorno a lui, il disordine s'impadronisce di quel vagone dai sedili duri (il solo per il quale siano rimasti biglietti disponibili): appena montate in carrozza, delle contadine, con grossi canestri appesi al braccio o con gerle di bambù sulla schiena, si danno da fare per concludere i loro affarucci prima di scendere alla stazione successiva. Barcollando lungo il corridoio, vendono uova sode o brioche cotte a vapore, certe anche frutta, sigarette, lattine di Coca-Cola, bottiglie di acqua minerale cinese e persino di acqua di Evian. Alcuni inservienti in divisa delle ferrovie si aprono un varco nell'unico corridoio del vagone affollato e, spingendo i carrelli in fila indiana, offrono cosce d'anatra al peperoncino, costolette di maiale grigliate e condite con spezie, giornali e rotocalchi scandalistici. Seduto per terra, un ragazzino dall'aria sveglia, sui dieci anni, lustra accuratamente le scarpe col tacco a spillo di una passeggera di eta matura, che spicca tra i viaggiatori di quel treno notturno per via degli occhiali da sole blu scuro, troppo grandi per il suo viso. Nessuno fa caso a Muo, né alla maniacale attenzione con cui sorveglia la Delsey modello 2000. (Qualche giorno prima, a bordo di un treno diurno – ma sempre in uno scompartimento dai sedili duri –, mentre stava ultimando la quotidiana stesura degli appunti con una acuta citazione di Lacan, gli era capitato di sollevare la testa dal quaderno e aveva visto, come in un film muto girato al rallentatore, alcuni passeggeri che, insospettiti dalle misure di sicurezza prese a protezione di quel bagaglio, si arrampicavano sulla panca per annusare la valigia, palparla e scuoterla con le mani dalle unghie nere e scheggiate). Quando Muo è immerso nel lavoro, sembra che nulla possa turbare la sua concentrazione. Sul sedile a tre posti, il vicino di destra, un tale sulla cinquantina con la schiena curva e il lungo viso abbronzato, lancia sguardi curiosi sul quaderno, dapprima in modo furtivo, poi con insistenza. «Scrive in inglese, signor quattrocchi?» gli domanda con un rispetto quasi servile. «Posso chiederle un suggerimento? Mio figlio, che va al liceo, è negato per l'inglese; mi creda, proprio negato». «Certamente» gli risponde Muo serissimo, senza tradire il minimo disappunto per il soprannome «quattrocchi». «Voglio raccontarle un aneddoto a proposito di Voltaire, un filosofo francese del Settecento. Un giorno Boswell gli chiese: "Parlate l'inglese?" e Voltaire ribatté: "Per parlare l'inglese, bisogna mordersi la punta della lingua con i denti. Io sono troppo vecchio, e i miei li ho perduti". Chiaro, no? Alludeva alla pronuncia del "th". Anch'io, come il vecchio Voltaire, non ho denti abbastanza lunghi per esprimermi nella lingua della globalizzazione, benché adori alcuni scrittori inglesi e uno o due americani. Le mie annotazioni, signore, sono in francese». | << | < | > | >> |Pagina 61Le guance in fiamme, il sangue che gli ribolle nella testa, Muo decide di levarsi le scarpe. I piedi gli bruciano. Cammina sulla sabbia granulosa, poi avanza sguazzando in un acquitrino grigio, là dove il fiume sbocca nel mare. Si bagna la faccia. L'acqua è tiepida. Torna verso la spiaggia e si spoglia, avendo cura di togliersi l'orologio e di riporlo, avvolto in un calzino, dentro una scarpa. Poi, reggendo fra le braccia gracili il fagotto dei vestiti, si dirige verso uno scoglio. Le alghe, che ondeggiano come smeraldi scuri, frusciano sotto i suoi passi. I sassi aguzzi gli feriscono i piedi. Il vento marino che gli spira contro lo fa vacillare, e per poco non gli strappa gli occhiali, ma contribuisce a raffreddare l'ardore del suo sangue. Procede con cautela. Sa bene che i granchi stanno là sotto, mostruosi, armati di mandibole, di chele gigantesche ma invisibili, mimetizzate; granchi noti per la bianchezza delle loro carni dalle virtù afrodisiache. Sono acquattati sul fondo, nella sabbia viscida, nascosti fra i ciottoli, a spiare le sue dita dei piedi, a seguirle tra gli scogli affioranti, nelle fessure delle rocce dove l'acqua ristagna; gli pare quasi di sentirli discutere sottovoce le strategie di un attacco imminente.«Un giorno, quando Vulcano della Vecchia Luna uscirà di prigione, tornerò qui con lei» Si dice Muo. «La adagerò su una grande camera d'aria e la trainerò affinché le sue dita restino al sicuro dagli attacchi dei granchi. Già me li figuro quei piedini nudi, aristocratici e deliziosi, coperti da un sottile velo di sabbia e frammenti di conchiglie. Mi par di sentire le sue acute grida di gioia che echeggiano fra lo sciabordio delle onde. Come sarà bello osservarla mentre riassapora la libertà, aggrappata al cerchio nero dello pneumatico, ora inghiottito ora risospinto a galla dai flutti spumosi della risacca! Avrà con sé la sua macchina fotografica e ritrarrà i pescatori, documenterà il loro duro lavoro, la loro vita quotidiana, la più miserabile della Cina, se non del mondo. Quanto a me, annoterò i loro sogni, quelli degli adulti e quelli dei bambini. Parlerò della teoria di Freud, in particolare della sua quintessenza, il complesso di Edipo, e sarà divertente vedere come grideranno di stupore, scuotendo perplessi le teste abbronzate». Qua e là, sulla superficie del mare, gli sembra di vedere delle lucciole che nuotano languidamente al ritmo delle onde. Ma no, sono solo imbarcazioni di legno, minuscole scialuppe a due posti, più nere della notte, con a bordo il rematore, al di sopra del quale è sospesa una lampada ad acetilene, e il compagno che lancia in acqua le reti. Le sagome dei loro corpi appaiono e scompaiono seguendo la risacca che sale e sbatte, urlando e mugghiando, per poi abbassarsi stanca e acquietarsi. La calma. Il mormorio, il sospiro dell'acqua. Per i pescatori è l'ora di ritirare le reti. Dalla terraferma, alle spalle di Muo, giunge il ronzio di un motore. Compare un pullman di turisti. Uomini e donne scendono sulla spiaggia: probabilmente sono venuti apposta per mangiare crostacei. E infatti, messo piede sulla sabbia, uno di loro grida che vogliono granchi, i più piccoli possibile, quelli dalla carne più candida e afrodisiaca. Che sia l'interprete? Sono turisti giapponesi? Taiwanesi? Hongkonghesi? Un ristorante all'aperto si illumina. Tavoli e sedie di plastica vengono portati in fretta e furia sulla spiaggia e piazzati di fronte al mare, sotto una fila di lampadine colorate. Alcuni ragazzi, di certo aiutanti di cucina, si spingono fino alla battigia e lanciano richiami verso le barche dei pescatori, chiedendo granchi freschi. All'inizio, nella ridda di voci e di esclamazioni, Muo non riesce a identificare la provenienza dei visitatori notturni. Ma quando, una volta preso posto ai tavoli, cominciano tutti a giocare a mah-jong, capisce che devono essere suoi connazionali. La Cina è l'impero del mah-jong. Conta un miliardo di appassionati. Soltanto i cinesi, ansiosi come sono di non annoiarsi nemmeno un minuto, possono fare una partita di mah-jong nell'attesa che i granchi cuociano a vapore. La sua ipotesi trova conferma quando sente uno del gruppo – probabilmente l'autista, dato che è seduto accanto al pullman vuoto –, intonare con l'armonica un canto rivoluzionario cinese degli anni Sessanta. | << | < | > | >> |Pagina 181Tutto ha assunto un aspetto subacqueo. Non soltanto Muo fatica a respirare, ma i gradini di cemento non rimandano alcun suono e cedono sotto i suoi passi, si restringono per poi dilatarsi e riacquistare la loro forma originale, quasi fossero di gomma; ha la sensazione di muoversi su un terreno paludoso, soffice, fecondo e pestilenziale, come in quel sogno in cui camminava su un pavimento di marmo dalle venature grigie e nere, che si ammorbidiva al contatto delle sue lunghe falcate e infine si tramutava in un'immensa porzione di formaggio stagionato.È stata l'Imbalsamatrice a ridurre così il nostro acuto e sensibile psicoanalista: l'ha preso per mano e sta salendo le scale insieme a lui. Poco prima, entrando nell'edificio, Muo ha cercato a tastoni l'interruttore senza riuscire a trovarlo, e perciò è stato costretto a salire di nuovo al buio, con la cautela di un ladro. Ma, arrivato al primo pianerottolo, qualcuno ha acceso la luce in uno dei piani superiori, e lungo le scale è risuonato uno scalpiccio di infradito. Un brivido di apprensione gli ha percorso la schiena.
Trattenendo il fiato, ha cercato di decifrare quel rumore, per darsi alla
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