Autore Georges Simenon
Titolo Marie la strabica
EdizioneAdelphi, Milano, 2019, Biblioteca 697 , pag. 182, cop.fle., dim. 14x22x1,6 cm , Isbn 978-88-459-3392-9
OriginaleMarie qui louche [1952]
TraduttoreLaura Frausin Guarino
LettoreAngela Razzini, 2019
Classe narrativa francese












 

| << |  <  |  >  | >> |

Indice


    PARTE PRIMA

    1. I pasticcini di Fouras            13

    2. 22 agosto 1922                    30

    3. Il treno per Parigi               48

    4. Les Caves de Bourgogne            66

    5. La battaglia a palle di neve      87


    PARTE SECONDA

    1. La parata della Vittoria         109

    2. Le comparse di Joinville         130

    3. La mattina degli uccelli         150

    4. La valigia di Marie              168

    5. Le poltrone del giardino         177


 

 

| << |  <  |  >  | >> |

Pagina 13

1
I pasticcini diFouras



«Dormi?».

Sylvie non rispose, non si mosse, non ebbe un sussulto. Respirò solo un po' più forte per simulare un sonno profondo, ma non c'era da sperare che la Marie ci cascasse.

«Lo so che non dormi».

La voce di Marie era calma, monotona, vagamente lamentosa, come quella di certe donne segnate dalla malasorte.

«Lo fai apposta a non dormire» continuò nel buio della camera.

Come lo aveva intuito? E sì che non era intelligente, la Marie. Lavoravano tutt'e due alla pensione Les Ondines ormai da quindici giorni, e lei non era ancora capace di apparecchiare i tavoli a dovere - e Dio solo sa quanta pena si dava per far bene. Forse era un po' stupida. A scuola metteva tanto impegno nel cercar di capire che finiva per sentirsi male, e quando veniva interrogata se ne stava lì a bocca aperta, sgomenta, con gli occhietti scuri fissi su un punto della lavagna, e poi scoppiava a piangere.

A diciott'anni non era cambiata di molto e tremava davanti alla signora Clément come aveva tremato davanti alla maestra.

Eppure intuiva tutto quello che passava per la testa di Sylvie, specialmente quelle cose brutte o sconce che uno non confessa neanche a se stesso, e ne parlava con tranquillità, senza essere mai attraversata da un dubbio.

«Che cosa aspetti?» domandò dal fondo del letto, dove probabilmente giaceva supina, com'era sua abitudine, nella posa di una morta.

E Sylvie, che non voleva che Marie accendesse la luce, preferì rispondere con voce stizzita:

«Non aspetto un bel niente».

«Non è vero».

«Che cosa dovrei aspettare?».

C'era la bassa marea, perché si udiva in lontananza lo sciabordio delle onde, e dalla finestra socchiusa arrivavano certe folate che avevano odore di fango, un odore strano che le due ragazze avevano sentito solo lì a Fouras, e che ricordava quello della risciacquatura dei piatti quando per cena i pensionanti avevano avuto cozze.

Perché la Marie non si era addormentata subito? Loro due non dormivano in casa, ma in un edificio basso, probabilmente un'ex scuderia, separata dalla pensione da un giardino fitto di tamerici e di oleandri.

Il loro alloggio era composto di due stanze, ciascuna con una finestra e una porta che dava all'esterno. Nell'altra stanza, Mathilde, la domestica che indossava sempre calze nere di lana tenute ferme sopra il ginocchio da lacci rossi, russava già dalle nove.

Era la prima ad andare a letto perché non si occupava della sala da pranzo ma dei piani, e cominciava il suo turno alle sei del mattino. Doveva avere almeno quarantacinque anni ed era stata mandata dall'ufficio di collocamento di La Rochelle; parlava malvolentieri, borbottando fra i denti, e considerava tutti pazzi, si trattasse dei pensionanti, dei Clément o delle ragazze. Sopra il suo letto c'erano le fotografie di due giovani, un marinaio e un gendarme: i suoi figli. Di lei non si sapeva altro.

Dovendosi occupare della sala, vale a dire del servizio ai tavoli, Sylvie staccava intorno alle nove e mezzo, allorché Marie aveva appena cominciato a lavare i piatti.

Così, quando poco prima Marie era entrata in camera, Sylvie era già a letto, con l'aria di una che non ha voglia di chiacchierare.

«Hai sonno?».

«Sì».

«Be', allora dormi!».

Marie si era spogliata in un batter d'occhio, dopo aver spento la luce perché alla finestra non c'erano tende.

«Buonanotte».

«Buonanotte».

Che cosa le aveva fatto pensare che Sylvie non si sarebbe addormentata? E perché era così sicura che l'amica aspettasse qualcosa? Quello che più esasperava Sylvie era che Marie non faceva mai le sue domande tutte di fila, come la maggior parte delle persone curiose, ma tra l'una e l'altra lasciava lunghe pause durante le quali entrambe, nell'oscurità, sentivano il mormorio del mare e, al di là della parete, il russare di Mathilde.

«Non lo hai fatto entrare?».

«Chi?».

«Louis, no?».

«Perché avrei dovuto farlo entrare?».

«Però è venuto. L'ho visto dalla finestra».

Infatti dal retrocucina, dove si lavavano i piatti, si scorgevano le stanze delle domestiche.

«E lo hai visto entrare?».

«No».

«Allora?».

«Allora niente!».

Si conoscevano fin da bambine; erano nate a ridosso dei bastioni di Rochefort, in due case vicine e quasi identiche, poi erano state compagne di scuola. E sempre Malie aveva parlato con quella voce, sempre si era ostinata a dire, pacatamente, tutte quelle cose che alla gente non piace sentirsi dire. Forse perché era brutta e strabica? Certe bambine, a scuola, le giravano alla larga, dicevano che aveva il malocchio.

«Ti sei spogliata senza spegnere la luce».

«Come fai a saperlo?».

«Il signor Clément ha guardato tutto il tempo da questa parte».

«Non è colpa mia se non ci sono le tende».

«Lui lo fa apposta a non metterle, l'hai detto anche tu».

«Dovrei spogliarmi al buio? Se ti lavassi la faccia e i denti prima di andare a letto, anche tu avresti bisogno di luce. Non a tutti piace essere sporchi».

Com'era eloquente il silenzio della Marie! Sylvie riusciva quasi a sentirla pensare. E Marie intuiva tutto, intuiva sempre! Perché lei lo faceva apposta a non spegnere. Detestavano entrambe il padrone, il signor Clément, un ex tassista parigino sposato con una cuoca che aveva rilevato Les Ondines. Clément era più volgare di tutti gli uomini che avessero mai incontrato, perfino più volgare degli ubriachi che, da bambine, vedevano uscire da una certa casa non lontana da dove stavano loro. Era basso, grasso, sempre lustro, con occhi sporgenti dallo sguardo infido. Verso i pensionanti mostrava una deferenza servile, che dava il voltastomaco, offriva da bere e raccontava barzellette; in presenza della moglie aveva un comportamento ambiguo, ma non appena quella gli dava le spalle prendeva a gironzolare intorno alle domestiche tutto eccitato.

Era vile, malvagio; un giorno lo avevano visto bastonare così selvaggiamente un cane randagio che cercava qualcosa da mangiare nella spazzatura da spaccargli la schiena e costringere poi qualcuno a dargli il colpo di grazia. Dopo, fiero della sua impresa, aveva rivolto loro una strizzatina d'occhio trionfante.

| << |  <  |  >  | >> |

Pagina 50

Per la prima volta quell'estate, il marito della signora numero 6 aveva fatto la sua apparizione alle Ondines. Lei ne aveva tanto parlato che a poco a poco era diventato una sorta di mito. Doveva passare cinque o sei giorni a Fouras prima di riportare la famiglia a Parigi, e dal momento del suo arrivo, come per incanto, i bambini erano diventati buonissimi, senza che lui avesse dovuto aprir bocca. La signora numero 6 aveva smesso di strillare dalla mattina alla sera e di andare in giro per la pensione in vestaglia, con le forcine nei capelli.

Si era saputo subito il loro nome, che da quel momento venne pronunciato a ogni piè sospinto. Si chiamavano Luze. Per almeno tre giorni il signor Clément fece al signor Luze una corte rivoltante e patetica, correndogli incontro con un largo sorriso non appena lo scorgeva, porgendogli il giornale prima ancora di averlo aperto, sforzandosi di fargli accettare, a seconda dell'ora, un aperitivo o un calvados.

Per una ragione misteriosa, si era messo in testa di conquistare la simpatia di quell'uomo che lo degnava a malapena di uno sguardo, gli rispondeva a monosillabi, continuava ad andare imperterrito verso la porta o si sedeva in poltrona a fumarsi un sigaro.

«Lo trovi un bell'uomo, tu?» aveva chiesto Marie.

Sylvie aveva alzato le spalle. Era alto, sempre calmo, con una barba scura che faceva risaltare le labbra rosse e i denti smaglianti. Le mani erano curate, pallide, con ciuffi di peli scuri, ed era uno che viveva come in uno splendido isolamento in mezzo all'agitazione generale.

Anche la signora Luze, quando gli parlava, aveva il sorriso forzato di chi cerca di farsi perdonare qualcosa. Lui non sembrava accorgersene, fumava sigari che tirava fuori da un elegante astuccio di pelle, passeggiava lungo la spiaggia o lungo il molo con passo regolare, senza guardare il mare e senza rivolgere la parola a nessuno.

Gli avevano assegnato una camera tutta per lui, e la moglie continuava a dormire con i due bambini. Si alzava tardi; fin dalla seconda mattina toccò a Sylvie portargli la colazione in camera e scendendo, come si aspettava, vide la Marie che la spiava in fondo alla scala.

Le sfuggì un sorriso: non era evidente che Marie non capiva più nulla, che brancolava nel buio, che si lambiccava invano il cervello da mane a sera? Le capitava ogni tanto, timidamente, di fare delle domande, ma era un po' come un soldato che non sa se può ancora dare del tu al commilitone promosso sergente.

«Ti ha detto qualcosa?».

E Sylvie, come per sfidarla:

«Mi ha detto che il caffè lo prende nero e che perciò è inutile mettere una lattiera sul vassoio».

«Era a letto?».

«Sì».

«Non ti fa uno strano effetto vedere una barba che spunta dalle lenzuola?».

Nessuno si preoccupava più di sapere perché la signora Niobé continuasse a venire, né ci si dava pensiero di quello che le passava per la testa. Ogni mattina, prima di prendere servizio, andava al cimitero, perché non veniva più dalla stessa strada, e qualcuno l'aveva incontrata là. Quando bisognava fare un salto in paese a ritirare dei pacchi o delle provviste, era lei a spingere la carriola e, specie se si ripensava alla stazza del figlio, sembrava piccola piccola in mezzo alle stanghe.

Un tempo, quando Sylvie si spogliava, Marie non faceva caso al suo corpo. Solo una volta le aveva detto con ammirazione:

«Che fortuna avere un seno così bello?».

Adesso sembrava aspettare ogni sera il momento in cui Sylvie si sarebbe spogliata, e i suoi occhietti indagatori cercavano fin nei recessi più segreti del corpo dell'amica qualcosa come un segno, che osservava arrossendo.

Era sicura che Sylvie ne fosse consapevole, e se ne vergognava, ma era più forte di lei, e le capitava di aprire la bocca per fare un'osservazione e di chiuderla subito.

«Cosa volevi dire?».

«Niente. L'ho dimenticato».

A lasciarla interdetta era soprattutto il sorriso che Sylvie aveva adottato, un sorriso che non le aveva mai visto prima e che le risultava incomprensibile. Non era un sorriso amaro, e nemmeno forzato. Sylvie non era sicuramente infelice.

Quanto a Sylvie, aveva smesso di preoccuparsi di quello che la Marie pensava di lei. E la prova fu ciò che accadde la notte in cui uscì.

Solo due volte, nel corso dell'estate, le ragazze avevano passato la serata al cinema del casinò, poi nella sala da ballo, dove Sylvie era stata invitata a danzare mentre Marie faceva tappezzeria. Sylvie aveva ballato ogni volta con un cavaliere diverso, ragazzi del paese che non conosceva e di cui certo ignorava anche il nome.

Ora, un sabato sera, rientrando in camera, Marie trovò l'amica pronta per uscire, con già il cappello in testa.

«Non mi avevi detto...» cominciò di getto.

Ma si fermò in tempo. La frase era: «Non mi avevi detto che uscivamo».

Perché, fino a quel momento, erano sempre uscite insieme. Ma adesso era evidente che Sylvie non intendeva né aspettarla né darle spiegazioni.

«Rientrando starò attenta a non svegliarti».

Erano quasi le dieci, decisamente troppo tardi per il cinema. Solo la sala da ballo e la sala da gioco erano aperte, e la Marie non avrebbe mai osato entrarci da sola.

Sylvie aveva già la mano sul pomello quando si voltò per scandire, con un'intonazione particolare che colpì l'amica:

«Buonanotte, Marie».

Suonava quasi affettuosa, anche vagamente malinconica. Subito dopo la porta si richiuse, si udirono dei passi rapidi sulla ghiaia del viale e poi il cigolio del cancello.

Chissà se anche il signor Luze era uscito... Marie cercò di ricordarsene. Ma dal retrocucina, dove lavava i piatti, non sempre era in grado di tener d'occhio il viavai dei pensionanti. Una volta era andato al casinò con sua moglie, ed era toccato a Sylvie stare con i bambini fino al loro ritorno. Ma le altre sere? Marie lo vedeva spesso, dopo cena, prendere il fresco in giardino, in piedi, immobile, ed era solo il piccolo disco rosseggiante del sigaro a rivelarle la sua presenza.

Generalmente saliva in camera prima delle dieci, e a Marie sembrava ancora di sentire il suo passo sulle scale, perfettamente cadenzato, mentre lei finiva di lavare le stoviglie.

Ma stasera? Non sapeva, si sentiva smarrita, tutta rimescolata, come diceva quando era piccola. La notte era tiepida, la finestra aperta, la marea vicina, e dal suo letto poteva seguire il rapido balenare del faro nel cielo.

| << |  <  |  >  | >> |

Pagina 87

5
La battaglia a palle di neve



Ogni giorno accendevano le lampade un po' più presto e avevano preso l'abitudine di chiudere le porte; ogni due ore Marie versava nella stufa di ghisa che ardeva al centro della sala mezzo secchio di carbone, i cui granuli duri e brillanti precipitavano dallo sportello con un rumore che evocava l'inverno, e uomini sconosciuti entravano in fretta e furia, con i baffi umidi, a farsi un goccetto o a bere un caffè corretto al bancone.

A volte pioveva per tre o quattro giorni di fila, una pioggia sottile, monotona, che la gente guardava attraverso i vetri. Parigi era diventata nera e fredda, improvvisamente ostile, inquietante, e Marie si raggomitolava come una gatta nel tepore delle Caves de Bourgogne, dove regnava sempre un confortante profumo di buona cucina.

Una domenica pomeriggio in cui Sylvie era a letto e l'aveva quasi buttata fuori, si era avventurata da sola in quartieri che non conosceva e aveva scoperto, con stupore, che molte vetrine erano già allestite in vista del Natale. Era rimasta a lungo in mezzo alla folla, davanti ai grandi magazzini del Louvre, a contemplare affascinata certi giganteschi personaggi luminosi che si muovevano su tutta la larghezza dell'edificio, bambini molto più grandi del naturale che si scagliavano palle di neve su uno sfondo di abeti dalle luci intermittenti.

Si muovevano a scatti, come anchilosati. La gente seguiva la traiettoria della palla che colpiva uno dei ragazzini, e questo cadeva, si rialzava, lanciava a sua volta una palla di neve, e la scena si ripeteva all'infinito, alcuni la guardavano venti, trenta volte con la stessa incantata meraviglia.

Marie aveva fatto la coda con le famiglie che sfilavano lentamente davanti ai banchi di giocattoli, dove le scene, più complicate e più lunghe, richiedevano dozzine di automi, e quando era tornata in albergo aveva trovato l'amica intenta a finire una lettera.

«Scrivi a tua madre?».

«No».

Marie capì. Da qualche tempo a Sylvie capitava spesso di rispondere agli annunci economici. La mattina non faceva più colazione con lei, dormiva fino a tardi, affermando con noncuranza:

«Non è il caso di presentarsi troppo presto. Più la gente è importante e più tardi arriva in ufficio».

Per Sylvie quell'inverno doveva essere triste e freddo, Marie ci pensava spesso nel bel calduccio delle Caves de Bourgogne, con i Laboine che la trattavano come una di famiglia.

Quasi subito dopo il suo allontanamento dalla Phares Comby, Sylvie aveva lavorato tre giorni in una ditta di esportazioni di rue d'Enghien. Non l'avevano tenuta oltre. Quando era tornata a casa aveva lo sguardo vacuo.

«Cos'è successo? Hai litigato con qualcuno?».

«No. Hanno ragione loro. Io non vado bene».

«Perché?».

«Perché non so niente. L'ho capito osservando lavorare gli altri».

«Perché allora non ti cerchi un altro genere di lavoro?».

Sylvie l'aveva guardata con una punta di insofferenza, come si guarda qualcuno che si ostina a non capire e ogni volta ti ferisce inutilmente. Cionondimeno, Marie era tornata alla carica.

«C'è una cremeria, due case più in là del ristorante, che cerca personale».

«Per servire al banco?».

La voce di Sylvie era vagamente ironica.

«Un po' per tutto. Come faccio io. Sai bene com'è in questi posti. Se vuoi, ne parlo con la signora Laboine, è amica della padrona».

«Sei gentile. Grazie».

«╚ un sì?».

«╚ un no, naturalmente. Se era per una cosa del genere, a che scopo essere venuta a Parigi?».

A Marie, di colpo, sembrò tutto chiaro, e dentro di sé completò la frase a modo suo:

«... A che scopo non essere andata a trovare il padre malato, a che scopo non aver partecipato al suo funerale e aver rotto i rapporti con la famiglia, a che scopo il signor Luze e la notte della sottoveste strappata? A che scopo...?».

Ammirava il coraggio di Sylvie e la sera, nel timore di umiliarla, evitava di farle troppe domande.

In camera c'erano sempre in giro dei giornali, soprattutto quelli che uscivano nel pomeriggio, con delle crocette a matita rossa in margine a certi annunci economici, e Sylvie aveva nella borsetta un taccuino pieno zeppo di indirizzi.

Marie sapeva che non mangiava più al ristorante a pranzo e a cena, spesso trovava in camera briciole di pane e cartacce unte.

«Ricordi che abbiamo deciso di condividere la buona e la cattiva sorte?».

«No. Anzi, ho detto: ciascuna per sé».

«Non in quel senso. Volevi dire che ciascuna di noi doveva conservare la propria libertà. Io spendo poco o niente, e tu potrai sempre restituirmi più tardi quello che...».

«No. Comunque, grazie del pensiero».

«Se tu fossi al posto mio e io al tuo, mi costringeresti ad accettare».

«Dimentichi che io devo essere la ricca signora e tu la cameriera... Non era questo il gioco?».

Aveva l'aria di scherzarci su. Malgrado quell'esistenza grama, Sylvie era sempre bella, più bella che mai. Adesso che nella sua vita non c'era più il signor Luze, Marie poteva spiarla senza arrossire quando si spogliava o si lavava, ed era sicura di non sbagliare: c'era effettivamente qualcosa di diverso nel corpo di Sylvie. I seni avevano una consistenza più viva, la linea dei fianchi si era fatta più morbida e le cosce erano piene, da donna, mentre la Marie le aveva ancora magre e arcuate come quelle di una bambina.

«Insomma, che cos'è che vuoi?».

«Quello che ti ho sempre detto».

«Diventare ricca?».

«Non essere più povera, non essere più una "sguattera", come ha detto così bene la signora Luze».

«Preferiresti essere come lei?».

«No».

«Di più?».

«Non cercar di capire, Marie. Un giorno lo vedrai da te, e allora...».

| << |  <  |  >  | >> |

Pagina 109

1
La parata della Vittoria



La prima volta in cui Sylvie aveva rivisto la Marie era stato nella primavera del 1945, la mattina della parata della Vittoria, e quel giorno, sugli Champs-Elysées e sull'Arco di Trionfo, il sole splendeva con lo sfolgorio vibrante di una fanfara.

Sylvie era affacciata, con Omer, a un balcone del quarto piano di un palazzo vicino a rue de Berri, negli uffici di un'agenzia pubblicitaria di cui Omer era uno dei clienti più importanti. Alle altre finestre stavano gruppi di persone che loro non conoscevano, qualcuno aveva portato dello champagne e c'era chi andava a sedersi sulle scrivanie libere. Era curioso vedere quanta poca importanza avessero, quel giorno, i fogli stipati negli schedari, gli appunti sui bloc-notes accanto alle macchine per scrivere.

In certi punti, sui marciapiedi, c'erano più di dieci file di spettatori, con i bambini appollaiati sulle spalle dei padri e qualche furbo si era portato dietro una scala pieghevole o uno sgabello.

Verso le dieci del mattino, allorché tutti guardavano verso l'╔toile nell'attesa di veder spuntare la testa del corteo, il sole batteva in pieno sul marciapiede di fronte; di tanto in tanto, senza motivo, la folla premeva minacciando di straripare, come quando un'onda più forte delle altre sommerge una roccia: allora i vigili urbani e i soldati del servizio d'ordine dovevano tenersi per mano, curvandosi in avanti per opporre resistenza.

Nel corso di uno di quei movimenti della folla, Sylvie aveva abbassato il binocolo verso gli spettatori, cogliendone così i volti in primo piano, improvvisamente isolati gli uni dagli altri - e uno di quei volti era quello della Marie.

Da ventitré anni non sapeva niente di lei, non aveva mai avuto sue notizie, e di colpo la ritrovava in mezzo a un milione di parigini ammassati sugli Champs-Elysées. Sylvie era sicura di non sbagliarsi. Sì, era proprio la Marie, con un occhio sempre storto e, ancor più che in passato, una spalla più alta dell'altra.

Ciò che maggiormente la stupì fu di trovarla così piccola. Che Marie non fosse alta Sylvie lo aveva sempre saputo, ma lì, incastrata fra un gendarme e un donnone dai capelli rossi con un vestito tricolore, sembrava quasi una nana.

Era proprio in prima fila, e non ci si era certo intrufolata con l'astuzia, perché non era da lei, una che chiedeva scusa quando qualcuno la urtava. Questo significava che era lì, in piedi, dalla sera prima, quando, verso le undici, la radio aveva annunciato che i marciapiedi cominciavano a riempirsi di gente decisa a passarvi la notte.

La Marie, come gli altri, guardava verso l'╔toile, dove ancora si vedevano solo poliziotti e ufficiali indaffarati e motociclisti che lentamente, scoppiettando, passavano rasente alla folla.

A proposito, com'era vestita? Strano che Sylvie non lo avesse notato. Di scuro, ad ogni modo, perché ricordava che la sua silhouette spiccava contro il vestito dai colori sgargianti della vicina. Portava un cappellino, scuro anche quello. E il volto, di questo Sylvie era sicura, non era più così angoloso. Non che Marie fosse proprio ingrassata, ma adesso aveva due pomelli rotondi che parevano di cera, come quelli delle monache. Il petto era sempre scarno e striminzito, ma Sylvie aveva l'impressione che i fianchi, in compenso, fossero più larghi. Non ne era certa. Forse era per via del vestito, o di un'illusione ottica...

Era stata sul punto di passare il binocolo a Omer, seduto su una sedia accanto a lei, e dirgli, indicando la figuretta scura: «Guarda, è Marie la strabica, la mia amica d'infanzia a Rochefort, quella che è venuta con me a Parigi».

E probabilmente lo avrebbe fatto se in quel preciso momento la folla non fosse stata sospinta come da un'onda mentre dall'alto dell'avenue esplodeva la musica della fanfara, e se, giusto in linea con l'Arco di Trionfo che si stagliava nell'azzurro terso del cielo, non si fossero viste avanzare le prime bandiere.

Più tardi, durante una sosta dei carri armati, Sylvie aveva puntato il binocolo sullo stesso punto. Nel trambusto della parata, alcuni si erano spinti avanti, altri erano spuntati da chissà dove, e adesso in prima fila, proprio dove Sylvie aveva visto l'amica, c'erano quattro soldati americani.

Chissà, forse quella piuma che si vedeva di tanto in tanto agitarsi alle loro spalle apparteneva al cappello di Marie...

La seconda volta, cinque anni dopo, nel febbraio 1950, le due donne s'incontrarono davvero, s'imbatterono l'una nell'altra nella parte di rue Saint-Honoré contigua a piace Vend˘me. Era già buio. Faceva molto freddo e nell'aria svolazzavano dei bruscolini bianchi, come polvere di neve, tracciando a poco a poco delle linee tra le pietre del selciato.

| << |  <  |