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| << | < | > | >> |Indice
7 Introduzione
39 Nota biografica
61 Nota bibliografica
71 Introduzione e piano dell'opera
77 Libro primo.
CAUSE CHE MIGLIORANO LA CAPACITA PRODUTTIVA DEL LAVORO
E ORDINE SECONDO IL QUALE IL SUO PRODOTTO SI DISTRIBUISCE
NATURALMENTE TRA LE DIVERSE CLASSI SOCIALI
Capitolo I. La divisione del lavoro, 79 -
Capitolo II. Il principio che determina la divisione
del lavoro, 91
Capitolo III. La divisione del lavoro è limitata
dall'estensione del mercato, 96
Capitolo IV. Origine e uso della moneta, 102
Capitolo V. Prezzo reale e nominale delle merci, ossia
loro prezzo in termini di lavoro e di moneta, 111
Capitolo VI. Le parti componenti del prezzo delle merci, 132
Capitolo VII. Prezzo naturale e prezzo di mercato delle
merci, 141
Capitolo VIII. I salari del lavoro, 152
Capitolo IX. I profitti del capitale, 180
Capitolo X. Salario e profitto nei differenti impieghi
del lavoro e del capitale, 195
Parte I. Disuguaglianze derivanti dalla natura stessa
degli impieghi, 196
Parte II. Disuguaglianze determinate dalla politica
europea, 218
Capitolo XI. La rendita della terra, 249
Parte I. Il prodotto della terra che dà sempre una
rendita, 251
Parte II. Il prodotto della terra che talvolta dà e
talaltra non dà rendita, 269
Parte III. Le variazioni del rapporto tra i rispettivi
valori di quella specie di prodotto che dà sempre
rendita e di quella che talvolta dà e talaltra non
dà rendita, 286
Digressione sulle variazioni del valore dell'argento nel
corso degli ultimi quattro secoli:
Primo periodo [1350-1570], 288
Secondo periodo [1570-1640], 305
Terzo periodo [1637-1776], 306
Variazioni del rapporto tra i rispettivi valori dell'oro
e dell'argento, 328
Ragioni del sospetto che il valore dell'argento continui
ancora a diminuire, 335
Differenti effetti del progresso su tre diverse specie
di prodotto grezzo, 336
Prima specie, 336
Seconda specie, 338
Terza specie, 349
Conclusione della digressione relativa alle variazioni
del valore dell'argento, 360
Effetti del progresso sul prezzo reale delle manifatture, 366
Conclusione del capitolo, 372
385 Libro secondo.
NATURA, ACCUMULAZIONE E IMPIEGO DEL CAPITALE
Introduzione, 387
Capitolo I. La divisione del capitale, 390
Capitolo II. La moneta considerata come componente
particolare del capitale generale della società, ossia
della spesa di mantenimento del capitale nazionale, 199
Capitolo III. L'accumulazione del capitale.
Lavoro produttivo e improduttivo, 451
Capitolo IV. Il capitale prestato a interesse, 473
Capitolo V. Il diverso impiego dei capitali, 483
501 Libro terzo.
IL DIVERSO PROGRESSO DELLA RICCHEZZA NELLE DIVERSE NAZIONI
Capitolo I. Il progresso naturale della ricchezza, 503
Capitolo II. Lo scoraggiamento dell'agricoltura in Europa
dopo la caduta dell'impero romano, 509
Capitolo III. Origine e progresso delle città grandi e
piccole dopo la caduta dell'impero romano, 523
Capitolo IV. Come il commercio delle città ha contribuito
al progresso della campagna, 536
551 Libro quarto.
SISTEMI DI ECONOMIA POLITICA
Introduzione, 553
Capitolo I. Il principio del sistema commerciale o
mercantile, 555
Capitolo II. Limitazioni all'importazione dai paesi
stranieri di merci che possono essere prodotte
all'interno, 580
Capitolo III. Le restrizioni straordinarie all'importazione
di merci di quasi tutti i generi dai paesi con i quali
si ritiene che la bilancia sia sfavorevole, 603
Parte I. L'irragionevolezza di queste limitazioni anche
secondo i principi del sistema commerciale, 603
Digressione sulle banche di deposito, particolarmente
su quella di Amsterdam, 610
Parte II. L'irragionevolezza di queste limitazioni
straordinarie secondo altri principi, 621
Capitolo IV. I rimborsi del dazio, 633
Capitolo V. I premi, 640
Digressione sul commercio e le leggi sui grani, 661
Capitolo VI. I trattati commerciali, 687
Capitolo VII. Le colonie, 640
Parte I. I motivi per fondare nuove colonie, 701
Parte II. Cause della prosperità delle nuove colonie, 711
Parte III. I vantaggi che l'Europa ha tratto dalla
scoperta dell'America e da quella del passaggio alle
Indie orientali per il Capo di Buona Speranza, 740
Capitolo VIII. Conclusione sul sistema mercantile, 799
Capitolo IX. I sistemi agricoli. Sistemi di economia
politica che considerano il prodotto della terra l'unica
o principale fonte del reddito e della ricchezza di ogni
paese, 824
853 Libro quinto.
LE ENTRATE DEL SOVRANO O DELLA REPUBBLICA
Capitolo I. Le spese del sovrano o della repubblica, 855
Parte I. La spesa della difesa, 855
Parte II. La spesa della giustizia, 874
Parte III. La spesa delle opere e delle istituzioni
pubbliche, 887
Articolo I. Opere e istituzioni pubbliche per
agevolare il commercio della società e in primo
luogo il commercio in generale, 888
Opere e istituzioni pubbliche necessarie per
agevolare particolari rami di commercio, 897
Articolo II. La spesa delle istituzioni per
l'istruzione della gioventù, 928
Articolo III. La spesa delle istituzioni per
l'istruzione della gente di ogni età, 955
Parte IV. La spesa per sostenere la dignità del
sovrano, 985
Conclusione, 985
Capitolo II. Le fonti dell'entrata generale o pubblica
della società, 988
Parte I. Fondi o fonti d'entrata particolari del
sovrano o della repubblica, 988
Parte II. Le imposte, 997
Articolo I. Imposte sulla rendita.
Imposte sulla rendita della terra, 1000
Imposte non proporzionate alla rendita ma al
prodotto della terra, 1010
Imposte sulla rendita delle case, 1014
Articolo II. Imposte sul profitto, ossia sul
reddito derivante dal capitale, 1022
Imposte sul profitto di particolari attività, 1029
Appendice agli articoli I e II. Imposte sul valor
capitale delle terre, delle case e dei
capitali, 1036
Articolo III. Imposte sui salari, 1042
Articolo IV. Imposte che si vorrebbe gravassero
indifferentemente su tutte le differenti
specie di reddito, 1046
Imposte di capitazione, 1047
Imposte sui beni di consumo, 1049
Capitolo III. I debiti pubblici, 1094
Appendice, 1143
1149 Indice per materia
1251 Indice delle fonti
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| << | < | > | >> |Pagina 71Il lavoro annuale di ogni nazione è il fondo da cui originariamente provengono tutti i mezzi di sussistenza e di comodo che essa annualmente consuma, e che sempre consistono del prodotto diretto del lavoro o di ciò che con esso viene acquistato da altre nazioni. A seconda, quindi, che questo prodotto o ciò che si acquista con esso sia in proporzione maggiore o minore al numero di coloro che lo consumano, la nazione sarà provvista in modo più o meno abbondante dei mezzi di sussistenza e di comodo che le occorrono. Ma in ogni nazione questa proporzione deve essere regolata da due differenti circostanze: anzitutto dalla capacità, destrezza e criteri con cui il suo lavoro viene generalmente impiegato; e, in secondo luogo, dalla proporzione tra il numero di coloro che sono occupati in un lavoro utile e quello di coloro che non lo sono. Qualunque sia il suolo, il clima o l'estensione del territorio di una nazione, l'abbondanza o la scarsità della sua provvista annuale deve, nella sua particolare situazione, dipendere da queste due circostanze. L'abbondanza o scarsità di questa provvista sembra inoltre dipendere più dalla prima che dalla seconda di quelle due circostanze. Tra i popoli selvaggi di cacciatori e pescatori, ogni individuo abile al lavoro è più o meno occupato in un lavoro utile e cerca di procurare meglio che può i mezzi di sussistenza e di comodo per se stesso o per quei membri della sua famiglia o tribù che sono troppo vecchi o troppo giovani o troppo infermi per andare a caccia o a pesca. Questi popoli sono tuttavia in tal miseria da essere talvolta costretti, così almeno pensano, a sopprimere direttamente o ad abbandonare all'inedia o alle bestie feroci i loro bambini, i loro vecchi e coloro che sono affetti da lunghe malattie. Al contrario, tra le nazioni civili e prospere, sebbene un gran numero di persone non lavori affatto e molte di queste consumino dieci volte e frequentemente cento volte più della maggior parte di coloro che lavorano, il prodotto di tutto il lavoro della società è tuttavia così grande che tutti ne sono spesso abbondantemente provvisti; e anche il lavoratore della classe più bassa e più povera, se frugale e industrioso, può godere dei mezzi di sussistenza e di comodo in quantità maggiore di quella che un selvaggio è in grado di procurarsi. Le cause di questo progresso delle capacità produttive del lavoro e l'ordine secondo il quale il suo prodotto viene naturalmente distribuito tra le differenti classi e condizioni sociali degli uomini costituiscono l'argomento del Libro Primo di quest'opera. Qualunque sia lo stato effettivo della capacità, della destrezza e dei criteri coi quali viene impiegato il lavoro in una qualsiasi nazione, permanendo questo stato, l'abbondanza o la scarsità della sua provvista annuale dipende necessariamente dalla proporzione tra il numero di coloro che sono annualmente occupati in un lavoro utile e quello di coloro che non lo sono. Il numero dei lavoratori utili e produttivi come risulterà in seguito, è ovunque in rapporto alla quantità di capitale impiegato e al modo particolare del suo impiego. Il Libro Secondo tratta quindi della natura del capitale, del modo in cui si accumula gradualmente e delle differenti quantità di lavoro che esso mette in moto a seconda dei differenti modi d'impiego. Le nazioni abbastanza progredite quanto a capacità, destrezza e criteri di applicazione del lavoro hanno seguito piani differentissimi nel condurlo o dirigerlo; e questi piani non sono stati tutti ugualmente favorevoli alla dimensione del suo prodotto. La politica di alcune nazioni ha incoraggiato straordinariamente l'attività rurale; quella di altre l'attività urbana. Quasi nessuna nazione ha agito in modo equo e imparziale verso qualsiasi tipo di attività. Dalla caduta dell'impero romano, la politica dell'Europa è stata più favorevole alle arti, alle manifatture e al commercio, attività urbane, che all'agricoltura, attività rurale. Le circostanze che sembrano aver introdotto e affermato questa politica sono spiegate nel Libro Terzo. Sebbene sia pensabile che questi differenti piani siano stati originariamente introdotti dagli interessi privati e pregiudizi di particolari categorie di persone, senza considerarne o prevederne le conseguenze sul benessere generale della società, essi hanno tuttavia dato origine a differentissime teorie di economia politica. Talune di queste esaltano l'importanza dell'attività urbana, altre l'importanza di quella rurale. Queste teorie hanno influito considerevolmente non soltanto sull'opinione delle persone colte, ma anche sulla condotta pubblica dei sovrani e degli stati sovrani. Nel Libro Quarto ho cercato di spiegare nel modo più esauriente e chiaro possibile queste differenti teorie e i principali effetti che esse hanno prodotto in tempi e nazioni differenti. Scopo di questi quattro primi libri è di spiegare in che cosa è consistito il reddito della gran massa del popolo, cioè quale è stata la natura dei fondi che, in tempi e nazioni differenti, ne hanno alimentato il consumo annuale. Il Libro Quinto e ultimo tratta delle entrate del sovrano o della repubblica. In questo libro ho cercato di mostrare: primo, quali sono le spese necessarie del sovrano o della repubblica; quali di queste debbano essere sostenute con il contributo generale dell'intera società, e quali con quello di una parte soltanto o di alcuni membri particolari di essa; secondo, quali sono i differenti metodi con i quali l'intera società può essere chiamata a contribuire alle spese incombenti su essa tutta, e quali i principali vantaggi e inconvenienti di ognuno di questi metodi; e, terzo e ultimo, quali sono le ragioni e le cause che hanno indotto quasi tutti i governi moderni a impegnare qualche parte di questa entrata, o a contrarre debiti, e quali sono stati gli effetti di questi debiti sulla ricchezza reale, ossia sul prodotto annuale della terra e del lavoro della società. | << | < | > | >> |Pagina 77| << | < | > | >> |Pagina 79Sembra che il grandissimo progresso della capacità produttiva del lavoro e la maggiore abilità, destrezza e avvedutezza con le quali esso è ovunque diretto o impiegato siano stati effetti della divisione del lavoro. Gli effetti della divisione del lavoro, nei rapporti generali della società, si comprenderanno più agevolmente considerando in quale maniera essa operi in alcune particolari manifatture. Comunemente si suppone che la divisione del lavoro sia spinta al massimo nelle manifatture secondarie; forse, non in quanto essa sia realmente più spinta in queste che in altre manifatture di maggior importanza; ma perché nelle manifatture secondarie destinate a provvedere ai piccoli bisogni di poche persone soltanto, il numero di addetti deve essere necessariamente piccolo; e coloro che attendono ai differenti rami possono spesso essere riuniti nella stessa officina e posti contemporaneamente sotto lo sguardo dello spettatore. Al contrario, nelle grandi manifatture destinate a provvedere ai grandi bisogni di massa ogni differente ramo impiega un numero di operai talmente elevato che è impossibile raccoglierli tutti nella stessa officina. Raramente si possono osservare ad un tempo più di quelli occupati in un singolo ramo. Quindi, sebbene in queste manifatture il lavoro possa essere realmente suddiviso assai più che in quelle di minore importanza, la divisione non è altrettanto ovvia ed è stata pertanto osservata molto meno. Prendiamo dunque un esempio da una manifattura di scarsa importanza ma in cui la divisione del lavoro è stata molto spesso notata, quella della fabbricazione degli spilli. Un operaio non addestrato in questa attività (della quale la divisione del lavoro ha fatto un mestiere distinto), né abituato all'uso delle sue macchine (l'invenzione delle quali è probabilmente stata determinata dalla stessa divisione del lavoro), potrebbe forse a malapena, impegnandosi al massimo, fare uno spillo al giorno, e certamente non potrebbe farne venti. Ma nel modo in cui ora viene svolta, non soltanto questa attività è un lavoro specializzato, ma è divisa in molti rami, la maggior parte dei quali parimenti specializzati. Un uomo svolge il filo metallico, un altro lo drizza, un terzo lo taglia, un quarto lo appuntisce, un quinto lo arrota nella parte destinata alla capocchia; per fare la capocchia occorrono due o tre distinte operazioni; il montarla è un lavoro particolare e il lucidare gli spilli è un altro, mentre mestiere a sé è persino quello di incartarli. La fabbricazione di uno spillo è così divisa in circa diciotto distinte operazioni, che in talune fabbriche sono eseguite da mani distinte, sebbene in altre lo stesso uomo ne esegua talvolta due o tre. Ho visto una piccola fabbrica di questo tipo dove lavoravano soltanto dieci uomini e quindi dove taluni di essi eseguivano due o tre distinte operazioni. Ma sebbene fossero poverissimi e quindi scarsamente attrezzati delle macchine necessarie, essi potevano, applicandosi, fare tra tutti circa dodici libbre di spilli al giorno. In una libbra vi sono oltre quattromila spilli di media grandezza. Quelle dieci persone potevano, quindi, fare complessivamente oltre quarantottomila spilli in un giorno. Ognuno, facendo la decima parte di quarantottomila spilli, faceva quindi in media quattromilaottocento spilli al giorno. Ma se avessero lavorato separatamente e indipendentemente, e se nessuno di loro fosse stato addestrato a questo speciale mestiere, essi certamente non avrebbero potuto fare venti e forse nemmeno uno spillo al giorno ciascuno; cioè certamente nemmeno la duecentoquarantesima parte e forse nemmeno la quattromilaottocentesima parte di ciò che essi sono ora capaci di eseguire in conseguenza di una adeguata divisione e combinazione delle loro differenti operazioni. | << | < | > | >> |Pagina 111Ogni uomo è ricco o povero nella misura in cui è in grado di concedersi i mezzi di sussistenza e di comodo e i piaceri della vita. Ma una volta affermatasi la divisione del lavoro, con il proprio lavoro si può ottenere soltanto una parte piccolissima di questi. La parte di gran lunga maggiore deve essere tratta dal lavoro degli altri, e quindi uno è ricco o povero secondo la quantità di lavoro di cui può disporre o che è in grado di acquistare. Il valore di ogni merce, per la persona che la possiede e che non intende usarla o consumarla personalmente ma scambiarla con altre merci, è dunque uguale alla quantità di lavoro che le consente di acquistare o di avere a disposizione. Il lavoro è quindi la misura reale del valore di scambio di tutte le merci. Il prezzo reale di ogni cosa, ciò che ogni cosa realmente costa all'uomo che vuole procurarsela, è la fatica e l'incomodo di ottenerla. Ciò che ogni cosa realmente vale per l'uomo che l'ha acquisita e che vuol disporne o cambiarla con qualcos'altro, è la fatica e l'incomodo che può risparmiargli e imporre agli altri. Ciò che viene acquistato con la moneta o con i beni è acquistato col lavoro, alla stessa stregua di ciò che acquistiamo con la nostra stessa fatica fisica. Moneta e beni ci risparmiano davvero questa fatica. Essi contengono il valore di una certa quantità di lavoro che scambiamo per ciò che riteniamo in quel momento contenere il valore di una uguale quantità. Il lavoro è stato il primo prezzo, la moneta d'acquisto originaria pagata per tutte le cose. Non è stato con l'oro o con l'argento, ma col lavoro, che sono state acquistate originariamente tutte le ricchezze del mondo; e il loro valore per coloro che le posseggono e vogliono scambiarle per qualche nuova produzione è esattamente uguale alla quantità di lavoro che esse li mettono in grado di acquistare o di avere a disposizione. La ricchezza, come dice Hobbes, è potere. Ma la persona che crea o eredita una grande fortuna non acquisisce o eredita necessariamente nessun potere politico, civile o militare. La sua fortuna può, forse, consentirgli i mezzi di acquistare entrambi, ma il solo possesso di questa fortuna non glieli conferisce necessariamente. Il potere che questo possesso gli conferisce immediatamente e direttamente è quello d'acquisto; una certa disponibilità su tutto il lavoro, o su tutto il prodotto del lavoro che si trova sul mercato. La sua fortuna è maggiore o minore esattamente in proporzione alla dimensione di questo potere; o alla quantità del lavoro degli altri uomini, o, ciò che è lo stesso, del prodotto del lavoro degli altri uomini, che lo mette in condizione di acquistare o di avere a disposizione. Il valore di scambio di ogni cosa deve sempre essere esattamente uguale alla dimensione di questo potere ch'essa conferisce al suo detentore. Ma sebbene il lavoro sia la misura reale del valore di scambio di tutte le merci, esso non è la misura secondo la quale il loro valore viene comunemente stimato. È spesso difficile stabilire la proporzione tra due differenti quantità di lavoro. Il tempo impiegato in due differenti specie di lavoro non sarà sempre sufficiente a determinare questa proporzione. I differenti gradi di difficoltà incontrati e l'ingegno dimostrato devono ugualmente essere messi in conto. Può esserci maggior lavoro nella dura opera di un'ora che in due ore di lavoro facile; o in un'ora di applicazione a un mestiere che costa dieci anni di lavoro per impararlo che nell'attività di un mese in una occupazione ordinaria e corrente. Ma non è facile trovare una misura accurata sia della fatica che dell'ingegno. Tuttavia scambiando i differenti prodotti dei diversi tipi di lavoro generalmente si considerano entrambi questi fattori. Però questo aggiustamento non è raggiunto con una misura accurata ma attraverso il mercanteggiare e la contrattazione del mercato, secondo quella specie di approssimativa uguaglianza che, sebbene inesatta, è sufficiente per condurre gli affari della vita quotidiana. Ogni merce, inoltre, è più frequentemente scambiata, e quindi confrontata, con altre merci che col lavoro. È quindi più naturale stimare il suo valore di scambio in base alla quantità di qualche altra merce che in base a quella del lavoro ch'essa può acquistare. La maggior parte della gente inoltre comprende meglio ciò che è espresso da una quantità di una merce particolare che da una quantità di lavoro. L'una è un oggetto semplice e palpabile; l'altra una nozione astratta che, sebbene possa essere resa sufficientemente intelligibile, non è altrettanto naturale e ovvia. | << | < | > | >> |Pagina 551L'economia politica, considerata come un ramo della scienza dello statista o del legislatore, si propone due oggetti distinti: primo, provvedere un abbondante reddito o sussistenza alla gente, o più precisamente metterla in grado di procurarsi da sé questo reddito o sussistenza; secondo, fornire lo stato o la repubblica di un'entrata sufficiente per i servizi pubblici. Essa si propone di arricchire sia il popolo che il sovrano.
Il diverso progresso dell'opulenza in diverse epoche e nazioni ha dato
origine a due diversi sistemi di economia politica
relativamente al problema di arricchire la gente. Uno si può
chiamare sistema commerciale, l'altro sistema agricolo. Cercherò di spiegarli
entrambi nel modo più completo e preciso
possibile, e comincerò col sistema commerciale. Esso è il sistema moderno ed è
meglio compreso nel nostro paese e nei nostri tempi.
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