Autore Rebecca Solnit
Titolo Ricordi della mia inesistenza
EdizionePonte alle Grazie, Milano, 2021, Scrittori 112 , pag. 248, cop.fle., dim. 13,7x20,5x2,2 cm , Isbn 978-88-3331-472-3
OriginaleRecollections of My Nonexistence [2020]
TraduttoreLaura De Tomasi
LettoreGiorgia Pezzali, 2021
Classe biografie , femminismo












 

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Indice


La casa degli specchi                                7

Sirene da nebbia e gospel                           21

Vivere in tempo di guerra                           43

Scomparse                                           72

Liberamente di notte                                95

Alcuni usi dei margini                             127

Esplorando il relitto                              153

Essere udibili, essere credibili e avere peso      189

Postfazione: linee della vita                      235

Ringraziamenti                                     243


 

 

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Pagina 43

Vivere in tempo di guerra

1
Non molto tempo dopo essermi trasferita nell'appartamento ricevetti in regalo da un'amica una scrivania, un piccolo scrittoio o tavolo da toeletta, lo stesso su cui sto scrivendo in questo momento. Si tratta di un mobile vittoriano dotato di quattro cassettini, due per lato, e di un cassetto centrale più grande sopra il vano che ospita le gambe di chi ci è seduto. Le gambe del mobile sono decorate e ciascuna ha un pomello simile a un ginocchio; ha nodosi ornamenti dappertutto, smerlature nella parte bassa dei cassetti, maniglie con nappine o a forma di goccia.

Le gambe sono due paia davanti e due dietro, accanto ai cassetti laterali. Nonostante i fronzoli è fondamentalmente solida, una bestia da soma a otto gambe che si è portata in groppa molte cose attraverso i decenni, o forse due bestie da soma una accanto all'altra, aggiogate insieme dal piano di lavoro. Con me, questa scrivania ha fatto tre traslochi. Ci ho scritto sopra milioni di parole: più di venti libri, e poi articoli, lettere d'amore, diverse migliaia di mail alla mia amica Tina per tutti gli anni in cui ci scrivevamo quasi tutti i giorni, alcune centinaia di migliaia di altre mail, discorsi funebri e necrologi, tra cui quelli di entrambi i miei genitori; ci ho fatto i compiti da studentessa e li ho preparati da insegnante, è stata ed è una porta aperta sul mondo e il punto di partenza da cui spingermi all'esterno e immergermi dentro me stessa.

Più o meno un anno prima di regalarmi la scrivania, la mia amica aveva ricevuto venti coltellate dall'ex fidanzato che voleva punirla per averlo lasciato. Per poco non morì dissanguata, le fecero delle trasfusioni; su tutto il corpo le rimasero lunghe cicatrici, che vidi allora senza provare nulla perché qualsiasi capacità di provare emozioni era stata attutita, forse perché mi ero abituata alla violenza di casa mia, forse perché era una cosa a cui si pensava dovessimo abituarci e a cui non dovevamo dare peso, in tempi in cui poche di noi trovavano le parole per parlare di quel tipo di violenza o un uditorio pronto ad ascoltarle.

Sopravvisse; venne biasimata per quello che era successo come spesso a quei tempi succedeva alle vittime; per l'aspirante omicida non ci furono conseguenze penali; lei se ne andò lontano da dove era accaduto il fatto, a lavorare per una madre single che venne sfrattata e che al posto della paga le diede la scrivania; e poi lei la diede a me. Se ne andò e per parecchi anni ci perdemmo di vista, fino a quando ci ritrovammo e lei mi raccontò tutta la storia, una storia che potrebbe incendiarti il cuore e gelare il mondo.

Qualcuno aveva tentato di farla tacere; lei mi regalò una tribuna dalla quale parlare. Oggi mi chiedo se tutto quello che ho scritto in vita mia è un contrappeso a quel tentativo di annientare una giovane donna. Tutto è letteralmente cresciuto sulle fondamenta di questa scrivania.

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Pagina 72

Scomparse



1
Avevo diciott'anni e una sera tardi, insieme all'amica che mi ha regalato la scrivania e a un suo amico, camminavamo lungo Polk Street, la striscia più bassa della strada dove le luci degli allegri edifici storici, con i loro locali notturni e i loro negozi, lasciano il posto alle più alte, vuote facciate che gettano ombre più lunghe e dove le creature scappate di casa si vendevano a uomini che compravano creature. Camminavamo nell'oscurità e io declamavo il ritornello di una canzone che si era impossessata di me e che non riuscivo a togliermi dalla testa, che aveva un potere che sembrava poter essere il mio potere, e quindi forse ero io a possederla, come un amuleto, un incantesimo che lanciavo, un combustibile che sgorgava dentro di me rendendomi inarrestabile.

La canzone era Mercenaries (Ready for War) di John Cale, il musicista di avanguardia e, a volte, rocker che aveva co-fondato i Velvet Underground. Dovevo averla sentita alla radio, perché non ho mai posseduto il disco. Le parole, se le leggete, sono piene di disprezzo nei confronti dei soldati, ma il ritmo e la voce dicevano qualcos'altro. I1 biasimo era i binari, ma l'energia era il treno che rimbombava sopra di loro; nella canzone c'erano tutti e due. Il fragore di batteria e basso e la voce che ululava scatenata, ancora e ancora, le parole Ready for war erano la carica del soldato, il desiderio stesso di guerra, un'ipervigilanza che era una botta, un essere pronti a tutto, l'atteggiamento di chi veste un'armatura. Io non volevo fare la guerra, ma visto che di guerre ce n'erano già una o tante, volevo essere pronta a combattere. «Just another soldier boy» recitava un altro dei suoi ritornelli.

Non immaginavo me stessa come un uomo, ma in quei momenti, quando mi sentivo travolta dall'energia che traboccava infondendomi sicurezza e fiducia in me stessa, non mi vedevo come una donna. Volevo essere forte, invincibile, inarrestabile, e non avevo esempi di donne fatte così. Ma mi ero persa nell'istante e nella musica; essere me stessa, mi sembrava allora, significava non avere accesso a quell'energia, essere vulnerabile non nel senso di essere schietta, ma di essere soggetta al male. Penso che moltissime ragazze e giovani donne abbiano questa aspirazione che è in parte desiderio di avere un uomo e in parte desiderio di essere lui, di fondersi con la sua forza, di essere dov'è il potere, essere potenti, di immergersi in esso o di porgergli il proprio corpo come un'offerta e una ricerca di trasmissione. Essere l'armatura e non la persona vulnerabile che le sta dentro.

A quindici anni mi ero innamorata del punk rock, che era appena apparso sulla scena statunitense. Incarnava e dava voce alla mia rabbia e alla mia energia esplosiva con i suoi testi che parlavano di ribellione e di indignazione e con la sua musica che picchiava duro e andava a manetta. All'inizio, verso la fine degli anni Settanta, era stata la musica degli emarginati, suonata perlopiù da ragazzi ossuti, idealisti, sperimentali. Allora la slam dance erano persone che saltellavano rimbalzando le une contro le altre in modo inoffensivo. Poi i nerd vennero messi in disparte e sostituiti dai tipi muscolosi, quando un pugno di band di robusti maschi della Southern California finì per dominare quello che si era trasformato in hardcore o thrash, e il parterre delle sale da concerto e dei locali divenne una specie di arena per gladiatori in cui la facevano da padrone robusti ragazzi e qualche ragazza, capaci di buttarti per terra e calpestarti se non eri riuscita a restare in piedi. Finì per essere un altro posto a cui non sentivo di appartenere davvero.

Ma per un po' il punk parlò per me e a me e attraverso me, e un giorno dei miei diciott'anni camminavo per strada cantando quella canzone tratta dall'album più punk di John Cale. Era come se potessi scegliere di essere senza paura e piena di energie o di essere me stessa, e non sapevo in che punto queste due cose potessero intersecarsi. Erano come due linee parallele che avrebbero continuato a correre per sempre l'una accanto all'altra.

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Pagina 103

Amavo e amo ancora i libri anche come oggetti. Il volume, la scatola che è un uccello, la porta aperta su un mondo, mi appare sempre come qualcosa di magico, e ancora adesso percorro librerie e biblioteche nella convinzione che potrei ritrovarmi sulla soglia dalla quale mi si spalancherà davanti ciò di cui ho più bisogno o che più desidero, cosa che a volte accade. E allora è epifania, è meraviglia di fronte a nuovi modi di vedere il mondo, a trame che neppure sospettavamo, a strumenti fino a poco prima sconosciuti per affrontare ciò che ci si presenta, alla bellezza e alla potenza delle parole.

Il grande piacere di incontrare nuove voci e idee e possibilità, di dare un nuovo senso, piccolo o grande, al mondo, di ampliare o infittire la propria mappa dell'universo non è ancora stato abbastanza celebrato, come non lo è stata la bellezza di riconoscere un disegno e un significato. Ma questi risvegli accadono continuamente, e ogni volta portano gioia.

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Pagina 113

C'è qualcosa di sbalorditivo nella lettura, in quella sospensione del tempo e dello spazio in cui viaggiamo in altri tempi e altri spazi. un modo di sparire da dove ci troviamo per entrare nella mente dell'autore, ma rapportandoci con lui, così da far nascere qualcosa tra la nostra mente e la sua. Traduciamo le sue parole in nostre immagini, volti, luoghi, luci e ombre, suoni ed emozioni. Nella nostra testa nasce un mondo costruito per volere dell'autore, e la nostra presenza in quel mondo è assenza dal nostro. Siamo fantasmi in entrambi, sorta di dei in un mondo che non è proprio quello descritto dall'autore ma un ibrido prodotto dalla sua immaginazione e dalla nostra. Le parole sono istruzioni per l'uso, il libro una cassetta per gli attrezzi, la sua esistenza qualcosa di immateriale, interiore, evento più che oggetto, che poi diventa influenza e ricordo. il lettore a far vivere il libro.

Io vivevo dentro i libri; in genere si ritiene che li scegliamo per viaggiare attraverso di essi dall'inizio alla fine, ma io in certi libri avevo preso domicilio, li leggevo e rileggevo e li aprivo a caso solo per entrare in quel mondo, con quelle persone, con la visione e la voce dell'autore. Erano i romanzi di Jane Austen, ma anche il ciclo di Earthsea di Ursula K. Le Guin, Dune di Frank Herbert, poi finalmente E.M. Forster, Willa Cather e Michael Ondaatje, certi libri per ragazzi che rivisitai da adulta, e romanzi per adolescenti che non potevano aspirare al pieno titolo di letteratura. Andavo liberamente a zonzo in quei territori che conoscevo da cima a fondo, e la familiarità era appagante quanto può esserlo la curiosità quando leggiamo un libro solo una volta e solo per sapere come va a finire.

I libri non erano una via di fuga nel senso che mi ci nascondevo dentro per paura di qualcosa; erano luoghi splendidi per starci dentro, e mi accendevano la mente e mi mettevano in contatto con i loro autori, un contatto indiretto se si trattava di letteratura, diretto se si trattava di saggi, diari e racconti in prima persona, generi dai quali ero attratta al punto da realizzare che la mia vocazione letteraria sarebbe stata la saggistica.

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Pagina 127

Alcuni usi dei margini



1
scritto a matita su un grande foglio ingiallito. Nella metà inferiore sono tracciate le righe per chi sta imparando a scrivere, e sono sicurissima che si tratti del mio primo tema di prima elementare. Che recita: «Quando sarò grande non mi sposerò mai». Il disegno che occupa la metà superiore mostra un uomo con una camicia rossa e capelli neri che avvolgono come un'aureola la sua testa rotonda e una donna con i capelli gialli vestita con una camicia viola a balze. «Sposami» dice lui nel fumetto, e lei risponde «No, no».

comico e orribile insieme; chiaramente, vedendo come viveva mia madre, pensavo che avrei fatto qualunque cosa tranne quello che aveva fatto lei, così evidentemente impotente, intrappolata in un matrimonio violento e infelice. Io sono il prodotto di una vittima e del suo carnefice, di una storia che allora non si poteva raccontare. Per le ragazze o le giovani donne, la maggior parte delle storie normali sfociavano nel matrimonio. Ci svanivano dentro. Era la fine. E allora cosa accadeva, e chi erano quelle donne? La fiaba di Barbablù racconta di una che, disobbedendo agli ordini del marito e usando una chiave proibita, scopre una stanza di tortura piena di cadaveri delle donne che l'hanno preceduta e capisce di aver sposato un serial killer, la cui intenzione di ucciderla è resa ancora più urgente da ciò che lei ha scoperto. Si tratta di una fiaba dal finale inconsueto, perché lei sopravvive e lui no.

Avevo appena rifiutato la storia a cui le donne erano destinate e presto avrei provato a mettermi nelle condizioni di avere il controllo delle storie. Sempre durante il primo anno di scuola, dopo un breve periodo in cui volevo diventare bibliotecaria perché chi fa quel mestiere trascorre la vita in mezzo ai libri, mi resi conto che effettivamente tutti quei libri li aveva scritti qualcuno, e decisi che quello era ciò che volevo fare. Un obiettivo così saldo fin da allora mi semplificò la strada, anche se scrivere non è mai semplice. Diventare scrittrice era un modo per dare forma al compito che tutti dobbiamo svolgere nella vita: prendere coscienza di cosa sono le storie nel loro complesso e capire se ci sono o meno d'aiuto, e come crearne versioni in cui ci sia spazio per noi e per ciò che riteniamo importante.

Ma quando si tratta di scrittura ogni capitolo che scriviamo è circondato da quelli che non scriviamo, ogni confessione da ciò che rimane segreto, indescrivibile o dimenticato, e solo così molto del caos e del flusso delle nostre esperienze può essere passato al setaccio e ammassato nelle pagine, quali che siano le nostre intenzioni e i temi che scegliamo di trattare. Non è come scolpire il marmo; è come afferrare manciate di detriti che galleggiano sulla corrente impetuosa di un fiume, possiamo sì mettere in ordine il detrito, ma non possiamo scrivere il fiume. Benché tanta parte delle storie di chi era venuto prima di me sia scomparsa, ora capisco quanto il danno profondo trasmesso dai miei nonni abbia formato í miei genitori, e in quanti modi le vicende storiche abbiano condizionato quelle personali della mia famiglia. Ho vissuto abbastanza per conoscerne cinque generazioni e vedere quanto la storia che ha coinvolto le due prima di me - storia di fame, genocidio, miseria, di brutalità dell'emigrazione, di discriminazione e misoginia - pesi ancora con tutte le sue conseguenze sulle due successive alla mia. Ho scritto i necrologi dei miei genitori seduta allo scrittoio della donna che non era morta, e vissuto nella pace che venne dopo che se ne furono andati. Se sono indifferente alle brutalità dell'infanzia è anche perché su di esse ci si è soffermati a lungo, cosa che non si può dire di alcune brutalità accadute dopo.

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Pagina 179

In giro per gli Stati Uniti e non solo ci sono persone che immaginano e desiderano e a volte richiedono l'uniformità come un diritto, sostenendo che la coesistenza sia per loro una minaccia e un pericolo. Pensando a loro mi chiedo cosa significhi uno che si aspetta di esercitare il proprio dominio incondizionato su un Paese e una società, trovare sicurezza nell'omologazione e sentirsi in pericolo - perlopiù immaginario, o di tipo metafisico - in una società eterogenea. Io ero bianca, ma figlia di una cattolica liberale irlandese e di un ebreo russo, cresciuta in un quartiere di conservatori e in certi casi di antisemiti, bambina innamorata dei libri in una città anti-intellettuale, ragazza in una famiglia di ragazzi. Non penso che ci fossero molte persone esattamente come me, né che sarebbero mai diventate la maggioranza della popolazione. Quando mi trovavo in un ambiente omogeneo mi sentivo sempre fuori posto, come se meritassi una punizione; stare in mezzo a una folla eterogenea era più sicuro e allo stesso tempo più gratificante. E vivendo in una città in cui i bianchi erano la minoranza, arrivai a pensare che «come me» significasse amare le stesse cose e credere negli stessi ideali.

[...]

San Francisco era un rifugio, ma lontano dall'essere perfetto: la violenza omofobica era presente anche là. Descrivendo la situazione di aggressione a cui era sottoposto in quanto gay (e, insieme al suo forte marito, la loro battaglia vincente contro la discriminazione), James Finn ha scritto: «Quando un maschio omofobo schernisce un maschio gay, quasi invariabilmente lo fa paragonandolo, in termini sminuenti, a una donna». I gay erano disprezzati in quanto uomini che, nell'immaginario omofobico, avevano scelto di essere come donne. Come donne per il fatto di essere penetrati, laddove l'essere penetrati era equiparato all'essere oggetto di conquista, di invasione, di umiliazione. Come le donne eterosessuali nel loro essere soggette agli uomini (ma anche le donne non eterosessuali che non si assoggettano agli uomini li turbano; tendono a turbarsi facilmente).

Questo significa che alcuni maschi eterosessuali - e quindi intere società, segnatamente la nostra - immaginano il sesso con le donne come qualcosa di punitivo, nocivo, antagonistico, un atto che accresce lo status di lui e demolisce quello di lei. In alcune culture l'uomo che penetra chiunque o qualunque cosa, compreso un altro uomo, conserva la propria importanza; è l'uomo che permette di essere penetrato a decadere dallo status di uomo (cosa che rende doppiamente difficile a ragazzi e uomini subire uno stupro). Un conoscente mi ha raccontato di quando, molto tempo fa, era capitato a casa di un amico del college il cui padre era un broker di Wall Street. Il resto della famiglia stava cenando nel lussuoso appartamento dell'Upper East Side quando il broker arrivò. Tutti smisero di parlare, e lui si sedette e ruggì, parlando della sua giornata in Borsa: «Gliel'ho messo nel culo». Avere la meglio sul suo avversario era come farci del sesso, e il sesso è ostile e punitivo da una parte e umiliante dall'altra: una visione davvero interessante da proporre a cena a moglie e figli.

Dentro l'omofobia c'è la misoginia: essere uomo significa battersi senza tregua per non essere donna. Se ciò che un uomo fa a una donna, o a chiunque egli penetri, viene giudicato una violazione e una predazione, diventa impossibile distinguere l'umiliazione e la degradazione dalla sessualità o, nell'immaginario puritano, da un suo surrogato. Per questo tra migliaia di resoconti di aggressione sessuale che ho letto negli ultimi anni molti parlano di atti che non hanno nulla a che fare con la soddisfazione fisica che si presume ne sia lo scopo. Si tratta di una versione dell'amore che è in realtà guerra, la messa in scena o la concretizzazione di una serie di metafore in cui il corpo dell'uomo è arma e quello della donna bersaglio, e i corpi omosessuali sono oggetto di odio perché offuscano quella distinzione o rifiutano le metafore.

[...]

La mascolinità eterosessuale mi ha spesso dato l'impressione di un'enorme rinuncia, di un rifiuto non solo della miriade di cose che si ritiene che a un uomo non debbano piacere ma anche di una quantità di cose di cui si ritiene che non dovrebbe neppure accorgersi. Tanti gay che ho conosciuto se ne accorgevano, e uno dei piaceri della conversazione con amici gay era questa pronunciata consapevolezza dei fenomeni emozionali, estetici e politici, una capacità di cogliere il dettaglio, la sfumatura e i gradi più sottili della differenza.

Questi uomini sapevano che le parole potevano essere allegre, ritempranti, terapeutiche, che lo sfottò e il flirtare e la stravaganza, il senso dell'umorismo e l'ironia e le storie dell'assurdo sono piaceri che vale la pena di concedersi. Sapevano che parlarsi non era, come sembravano ritenere molti uomini eterosessuali, mero scambio tra soggetti, un modo per emettere o ricavare informazioni o istruzioni. Può essere un gioco in cui si improvvisano idee e toni; può trasmettere coraggio e affetto; e può invitare le persone a essere sé stesse e a conoscere sé stesse in modo da farsi conoscere. Parlando si esprimevano tanti tipi di amore - l'amore per le descrizioni vivide e precise, che a volte era poesia e a volte umorismo spietato e a volte riflessione profonda - e scambi che intessevano reti tra le persone e le idee.

Se l'umorismo consiste nel porre l'accento sulla differenza tra come le cose dovrebbero andare e come vanno in realtà - e questo è vero in particolar modo per l'umorismo scevro da violenza -, chi è meno coinvolto nelle cose di quanto dovrebbe o è di fatto avversario e vittima delle convenzioni ha una maggiore predisposizione e una capacità superiore di onorare quella differenza. Tra i personaggi dell'universo umoristico il maschio eterosessuale è quello che non fa battute o non le capisce, e la parola «straight», dritto, con cui si designano i maschi eterosessuali, richiama il pensiero lineare e i percorsi convenzionali.

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Pagina 191

Mi capita di dire che il Nevada Test Site mi ha insegnato a scrivere, perché quando mi recai là nel 1988 in occasione delle grandi manifestazioni e accampamenti antinucleari - vi avrei fatto ritorno ogni anno fino al 2000 - incontrai un luogo talmente desolato e vasto e per me inusuale, in cui convergevano talmente tante culture e storie che dovetti ricomporre tutti i frammenti di ciò che stavo facendo in un nuovo insieme per avere qualcosa all'altezza di ciò che vi trovai. Prima di allora avevo accettato le classificazioni tra i diversi tipi di scrittura; avevo scritto critiche e recensioni con un tono sicuro che suonava obiettivo e reportage più o meno coloriti nei canoni del giornalismo. Avevo scritto anche piccoli e densi saggi che suonavano lirici, personali, emozionali, metaforici, sperimentando forme e toni, facendo tutto ciò che non si dovrebbe fare se si vestono i panni del critico e del giornalista, dando spazio a stupore, malinconia e insicurezza e lasciando completa libertà al linguaggio.

Il Nevada Test Site era un luogo di convergenze - di popolazioni, di storie, di valori e di idee, di forze che andavano dalla corsa agli armamenti nucleari alla risposta eurocentrica al deserto. Mi resi conto che per descrivere quello che avevo in mente dovevo far ricorso a tutti i modi di scrivere che avevo appreso e usarli tutti allo stesso tempo, non separati. Quella fu la svolta più importante della mia scrittura, e Savage Dreams, il libro che ne risultò, fu il mio primo, esuberante esperimento di assemblaggio di stili e di voci, in cui prendevo coscienza del fatto che potessero formare una stessa voce e descrivere in termini storici, evocativi, personali, analitici la complessità di una situazione politica e di un momento storico.

Era un luogo potente. Ancora adesso riesco a percepirlo: le grandi distese di terra color polvere ricoperte di pietra, tra cui il scintillante quarzo rosa, e tra quelle pietre, qua e là sul suolo chiaro, piante munite di terribili punte; un'aria secca incredibilmente pura (tranne che durante le tempeste di polvere o quando faceva talmente caldo che quell'aria fremeva e luccicava), al punto che si riusciva a vedere a dozzine di miglia di distanza, fino alle catene montuose dai denti aguzzi. Quegli spazi immensi erano un invito a muoversi liberamente e a percepire la piccolezza dei corpi e delle preoccupazioni umane in un paesaggio dove si poteva vedere cento miglia lontano e guidare per cinquanta senza incontrare una casa; dove si poteva, come ho fatto spesso, passeggiare in direzione dell'orizzonte provando allo stesso tempo una sensazione di libertà e di paura al pensiero di cosa accade a un corpo fatto per due terzi di liquidi in un luogo così arido. Stando seduta, immobile, potevo quasi sentire l'acqua uscire insieme al mio respiro e dalla pelle per disperdersi nell'atmosfera dove raramente, in questa zona che è la più arida dello stato più arido dell'Unione, si formano delle nuvole e la pioggia evapora mentre cade, o tocca terra per asciugarsi in pochi istanti.

Ho sempre provato un grande desiderio per gli spazi sconfinati. Prima di allora li avevo trovati a Ocean Beach, al limite estremo della città, e da piccola sulle colline e talvolta di notte, sdraiata sull'erba che si allungava nelle profondità della terra a guardare le stelle fino a quando sentivo che potevo caderci dentro o nei sogni in cui volavo, nei miei vagabondaggi a piedi o nello spazio e nel tempo dei libri. E allora ne ebbi più di quanto avessi mai sognato, sicuramente quanto ne avevo bisogno.

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