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| << | < | > | >> |Pagina 7Diddy il Buono stava facendo un viaggio per ufficio. Erano soltanto suo fratello (adesso) e qualche vecchio amico d'infanzia, a chiamarlo con quel nomignolo, Diddy. - Ehi, Diddy! - gridava Paul ogni volta che veniva in città e compariva nel suo ufficio senza preavviso o gli piombava in casa alle tre del mattino. E quell'aggiunta «il Buono» era lui stesso a farcela, nei momenti di scherzosa autoadulazione; e si chiamava anche il Buon Diddy, il Bon Bon, il Don Don. Il nome giusto era Dalton. Dalton Harron - un tipo mite, ch'era stato allevato con dolcezza, in una cittadina della Pennsylvania, e costosamente educato. Un bambino di buon carattere, figlio maggiore di genitori molto civili che erano morti senza chiasso. (Adesso) un bell'uomo di trentatre anni. Piú tranquillo che in passato. Un po' ricercato, forse; un tantino sentenzioso. Abituato a ottenere risposta quando interpellava qualcuno, e irreconciliabile con le maniere brutali della metropoli in cui (adesso) viveva. Ma senza risentimento. Il tipo d'uomo che non è mai sgarbato con le donne, che non perde mai la sua carta di credito, né rompe mai un piatto quando li lava, che in ufficio lavora coscienziosamente, presta denaro agli amici senza farglielo pesare, e che a mezzanotte, anche se è stanco morto, immancabilmente porta a spasso il cane. Il tipo d'uomo per il quale è difficile provare antipatia, e che è evitato dalle catastrofi.Senza essere veramente vivo, Diddy aveva una vita. Non è esattamente la stessa cosa. Vi sono persone che fanno tutt'uno con la propria vita. Altre, come Diddy, che la abitano semplicemente. Come inquilini insicuri, che non sanno mai esattamente fin dove si estende il loro appartamento o quando scadrà il contratto. Come cartografi inesperti che fanno e rifanno carte sbagliate di un continente esotico. Per questo tipo di persone, è fatale che prima o poi tutto crolli. Le pareti vacillano. Gli spazi vuoti tra gli oggetti si gonfiano. Le superfici degli oggetti trasudano, si rarefanno, sprofondano. Gl'isterici fluidi della paura depositati nel cuore degli oggetti traboccano lungo le cuciture. Spiegarsi le cose e navigare attraverso lo spazio diventa laborioso. Troppo sforzo trasportarsi dalla cucina al soggiorno per servir da bere, o accendere il giradischi, fingendo d'essere allegri. Ma le difficoltà di Diddy non si risolvono semplicemente sforzandosi di piú. Un aumento di sforzo non sarebbe sufficiente a riparare il suo ingegnoso senso d'incapacità, che emerge da un'allucinata cancellazione del presente a mano a mano che diventa passato. Per integrare lo sforzo, Diddy ha bisogno di fede. E questa (adesso) gli manca. Rendendo tutto imprevedibile. Arrivare puntualmente alle dieci agli uffici della Watkins & Company, in Lexington Avenue, è una cosa che bisogna fare ogni mattina, cinque volte la settimana, in barba ai dubbi di Diddy, come se non l'avesse mai fatta. Ma ogni mattina la fa. È un miracolo. Peraltro, privo di fede com'è, Diddy non è in grado di concludere che il verificarsi dei miracoli garantisce un mondo nel quale tali miracoli accadono. Conclude invece che il fare qualcosa che uno si metta a fare non è realmente un miracolo. Sembra piuttosto un brutto strappo nell'inerte, fragile, vischioso tessuto delle cose. O uno sciocco incidente, come quando uno impugna sbadatamente un paio di forbici e fa un brutto strappo in un tessuto, o inavvertitamente vi fa un buco con una sigaretta accesa. Tutto precipita, inondando la ben ordinata vita di Diddy. Come una casa rifornita di energia elettrica da un grosso generatore in cantina. Diddy ha un senso quasi palpabile della diminuzione di energia. Oppure, della mostruosa disfunzione del generatore stesso, improvvisamente impazzito. Che emette un torrente di detriti che sale fino a invadere la vita di Diddy, ingombrando i pavimenti e sommergendo la sua bella mobilia, si da costringerlo a cercar rifugio. A rannicchiarsi in un angolo. Ma per quanto poco spazio possa occupare, non vi sarà al sicuro lo stesso. Se il materiale solido non potrà invaderlo, l'ignobile deiezione del generatore ribelle arriverà a liquefarsi, in modo da poter penetrare dovunque, espandendosi come una pelle. Il generatore emetterà una fiumana di sozzo olio, lurido e maleodorante, che ricoprirà tutto, sia le persone che le cose, il volgare come il prezioso, il brutto come il poco di bello che ancora rimaneva. Sporcando il mondo di Diddy e rendendolo inutilizzabile. Inabitabile. | << | < | > | >> |Pagina 78[...] Tutto dipende da chi guarda. Per vedere la bellezza, nella maggior parte dei casi, bisogna guardare con discrezione. Non è cosí? Bisogna restringere l'ampiezza della visione, erogando soltanto una frazione di sguardo. Per ben discriminare tra bellezza e bruttezza, tra vita e morte.Diddy poteva restringere lo sguardo per vedere soltanto la parte centrale dell'edificio, un esempio abbastanza bello di architettura industriale vittoriana, dove (adesso) avevano sede gli uffici, i laboratori, e le sale d'esposizione, mentre la fabbrica vera e propria era stata trasferita nelle due ali. La costruzione piú brutta, un edificio che datava dal 1950, e che serviva come magazzino e ufficio spedizioni, sorgendo sul retro, era misericordiosamente nascosta alla vista di Diddy.
Jim stava salutando alcuni uomini che scendevano da una limousine che si
era fermata dietro la loro. Diddy se ne stava in disparte. Aspettando Jim, alzò
gli occhi. E non semplicemente al cielo azzurro e sgombro.
La cupola azzurro e oro che sormontava il vecchio edificio di mattoni era stata un'idea geniale del fondatore. Dopo che l'architetto portato da Boston aveva disegnato i progetti, Amos Watkins (1834-1909) aveva insistito perché li rifacesse in modo da comprendervi una cappella. A mezzogiorno e nel tardo pomeriggio, tutti i dipendenti della ditta, dal piú umile manovale ai piú alti dirigenti, venivano convocati lí per le preghiere. Suo figlio Hubert (morto nel 1931) aveva smantellato la cappella verso la fine del secolo. Dopo averne scalzato i banchi e l'altare, ma lasciando i finestroni dai vetri colorati che rappresentavano un'allegoria del Trionfo dell'Industria, il figlio di Amos vi aveva installato scrivanie, schedari, e degli impiegati amministrativi, per la maggior parte donne, dell'azienda in espansione. Nel 1928, qualcuno aveva convinto Hubert che quell'enorme spazio dal soffitto a volta poteva essere utilizzato in maniera ancora piú razionale. I contabili avevano sgombrato, e al loro posto era arrivato il laboratorio principale dell'Ufficio Studi e Ricerche. Ma la cupola era rimasta, suggerendo una croce, che in realtà non c'era. Dominando la cappella (adesso) scomparsa. L'attuale Watkins, figlio di Hubert (1914- ), aveva conosciuto soltanto il laboratorio. La cappella di suo nonno era una curiosa follia ancestrale. Del tutto irreale. L'impiantito originario, che ancora s'intravvedeva nelle strette corsie tra le grosse macchine e i lunghi tavoli dei tecnici, era diventato lucido per l'usura; i buchi dove un tempo si erano avvitati i cavicchi che fissavano i banchi della cappella, erano stati da un pezzo riempiti. I finestroni dai vetri colorati erano stati ricoperti dall'interno, e quindi foderati con un pesante panno marrone, per preparare l'avvento di una luce artificiale, uniforme e sicura. | << | < | > | >> |Pagina 80Ma non è forse un sacrilegio aver resuscitato la cupola in questi termini? I morti bisogna lasciarli riposare in pace. L'adozione della cupola ad emblema della ditta aveva avuto luogo verso la metà degli anni '40, quando le commesse governative del tempo di guerra avevano triplicato i profitti. Poco prima, una parte di quei profitti crescenti era stata devoluta alla costruzione delle enormi ali che (adesso) fiancheggiavano il vecchio edificio; la cui mole e la cui bruttezza avevano l'effetto di far apparire la cupola tanto piú piccola e meno imponente di quanto lo fosse stata in passato. Una cupola in miniatura (adesso), un rimasuglio della sua antica gloria. Una specie di giocattolo.Anche se i suoi colori, con la costante manutenzione, erano pur sempre brillanti. Visibili a una distanza considerevole
Ma per Diddy, la piccola figura sulla carta intestata, sui microscopi, e
sulla piena pagina degli opuscoli pubblicitari era una cosa; il massiccio
originale, con la sua curiosa storia, una cosa totalmente diversa. Nei dieci
anni da quando era entrato nella ditta, Diddy, un cronico seppur erratico
appassionato di indipendenza spirituale, aveva sviluppato una sua propria
opinione in proposito.
Era la fantasia espressa nell'aggiunta che Amos Watkins aveva fatto ai progetti originali dell'architetto, che Diddy apprezzava. Come la fantasia che aveva creato il disegno originale di quello che era divenuto il microrecorderscopio.
Pensare di unire due differenti apparecchi in uno solo, assai potente, e
facilmente maneggiabile. Un'idea audace, quando Amos Watkins l'aveva avuta,
intorno al 1900. Le macchine fotografiche, a quell'epoca, erano grosse, pesanti,
massicce, relativamente recenti; montate su alti e precari treppiedi. Mentre i
microscopi, che esistevano fin dalla fine del Cinquecento, erano, ed erano
sempre stati, piccoli e delicati: subito pronti per l'uso, sicuri sulla loro
base a ferro di cavallo, e si potevano appoggiare su qualsiasi tavolo, o anche
sul davanzale di una finestra. Watkins aveva insistito che era possibile
combinare l'aristocratico e il parvenu. Il grosso e il piccolo. Il bizzarro
matrimonio era stato messo allo studio.
Quella cupola splendente, gioconda, che cosí incongruamente
sormontava l'austero edificio di mattoni, era l'incarnazione delle energie del
vecchio Amos, piú che la convenzionale pietà di un tipico protestante vecchio
stile. Nell'immaginazione di Diddy, Watkins era un uomo veramente pio. Non la
pietà che si manifestava con l'essere un pilastro della chiesa, col pagare
puntualmente i contributi alla parrocchia, con le generose elargizioni a favore
delle missioni in Cina, e col volere che i suoi impiegati pregassero non meno
che lavorare. Nemmeno l'insulsa ma opportuna pietà che persuade gli uomini avidi
che diventare ricchi è un dovere, a maggior gloria di Dio; per cui Dio
dev'essere ringraziato nel luogo stesso delle proprie fatiche. Pio in un senso
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