Copertina
Autore Susan Sontag
Titolo Il kit della morte
EdizioneEinaudi, Torino, 1973 [1967], Supercoralli , pag. 306, cop.ril.sov., dim. 140x225x25 mm
OriginaleDeath Kit [1967]
TraduttoreBruno Fonzi
LettoreRenato di Stefano, 2004
Classe narrativa statunitense
PrimaPagina


al sito dell'editore








 

| << |  <  |  >  | >> |

Pagina 7

Diddy il Buono stava facendo un viaggio per ufficio. Erano soltanto suo fratello (adesso) e qualche vecchio amico d'infanzia, a chiamarlo con quel nomignolo, Diddy. - Ehi, Diddy! - gridava Paul ogni volta che veniva in città e compariva nel suo ufficio senza preavviso o gli piombava in casa alle tre del mattino. E quell'aggiunta «il Buono» era lui stesso a farcela, nei momenti di scherzosa autoadulazione; e si chiamava anche il Buon Diddy, il Bon Bon, il Don Don. Il nome giusto era Dalton. Dalton Harron - un tipo mite, ch'era stato allevato con dolcezza, in una cittadina della Pennsylvania, e costosamente educato. Un bambino di buon carattere, figlio maggiore di genitori molto civili che erano morti senza chiasso. (Adesso) un bell'uomo di trentatre anni. Piú tranquillo che in passato. Un po' ricercato, forse; un tantino sentenzioso. Abituato a ottenere risposta quando interpellava qualcuno, e irreconciliabile con le maniere brutali della metropoli in cui (adesso) viveva. Ma senza risentimento. Il tipo d'uomo che non è mai sgarbato con le donne, che non perde mai la sua carta di credito, né rompe mai un piatto quando li lava, che in ufficio lavora coscienziosamente, presta denaro agli amici senza farglielo pesare, e che a mezzanotte, anche se è stanco morto, immancabilmente porta a spasso il cane. Il tipo d'uomo per il quale è difficile provare antipatia, e che è evitato dalle catastrofi.

Senza essere veramente vivo, Diddy aveva una vita. Non è esattamente la stessa cosa. Vi sono persone che fanno tutt'uno con la propria vita. Altre, come Diddy, che la abitano semplicemente. Come inquilini insicuri, che non sanno mai esattamente fin dove si estende il loro appartamento o quando scadrà il contratto. Come cartografi inesperti che fanno e rifanno carte sbagliate di un continente esotico.

Per questo tipo di persone, è fatale che prima o poi tutto crolli. Le pareti vacillano. Gli spazi vuoti tra gli oggetti si gonfiano. Le superfici degli oggetti trasudano, si rarefanno, sprofondano. Gl'isterici fluidi della paura depositati nel cuore degli oggetti traboccano lungo le cuciture. Spiegarsi le cose e navigare attraverso lo spazio diventa laborioso. Troppo sforzo trasportarsi dalla cucina al soggiorno per servir da bere, o accendere il giradischi, fingendo d'essere allegri. Ma le difficoltà di Diddy non si risolvono semplicemente sforzandosi di piú. Un aumento di sforzo non sarebbe sufficiente a riparare il suo ingegnoso senso d'incapacità, che emerge da un'allucinata cancellazione del presente a mano a mano che diventa passato. Per integrare lo sforzo, Diddy ha bisogno di fede. E questa (adesso) gli manca. Rendendo tutto imprevedibile. Arrivare puntualmente alle dieci agli uffici della Watkins & Company, in Lexington Avenue, è una cosa che bisogna fare ogni mattina, cinque volte la settimana, in barba ai dubbi di Diddy, come se non l'avesse mai fatta. Ma ogni mattina la fa. un miracolo. Peraltro, privo di fede com'è, Diddy non è in grado di concludere che il verificarsi dei miracoli garantisce un mondo nel quale tali miracoli accadono. Conclude invece che il fare qualcosa che uno si metta a fare non è realmente un miracolo. Sembra piuttosto un brutto strappo nell'inerte, fragile, vischioso tessuto delle cose. O uno sciocco incidente, come quando uno impugna sbadatamente un paio di forbici e fa un brutto strappo in un tessuto, o inavvertitamente vi fa un buco con una sigaretta accesa.

Tutto precipita, inondando la ben ordinata vita di Diddy. Come una casa rifornita di energia elettrica da un grosso generatore in cantina. Diddy ha un senso quasi palpabile della diminuzione di energia. Oppure, della mostruosa disfunzione del generatore stesso, improvvisamente impazzito. Che emette un torrente di detriti che sale fino a invadere la vita di Diddy, ingombrando i pavimenti e sommergendo la sua bella mobilia, si da costringerlo a cercar rifugio. A rannicchiarsi in un angolo. Ma per quanto poco spazio possa occupare, non vi sarà al sicuro lo stesso. Se il materiale solido non potrà invaderlo, l'ignobile deiezione del generatore ribelle arriverà a liquefarsi, in modo da poter penetrare dovunque, espandendosi come una pelle. Il generatore emetterà una fiumana di sozzo olio, lurido e maleodorante, che ricoprirà tutto, sia le persone che le cose, il volgare come il prezioso, il brutto come il poco di bello che ancora rimaneva. Sporcando il mondo di Diddy e rendendolo inutilizzabile. Inabitabile.

| << |  <  |  >  | >> |

Pagina 78

[...] Tutto dipende da chi guarda. Per vedere la bellezza, nella maggior parte dei casi, bisogna guardare con discrezione. Non è cosí? Bisogna restringere l'ampiezza della visione, erogando soltanto una frazione di sguardo. Per ben discriminare tra bellezza e bruttezza, tra vita e morte.

Diddy poteva restringere lo sguardo per vedere soltanto la parte centrale dell'edificio, un esempio abbastanza bello di architettura industriale vittoriana, dove (adesso) avevano sede gli uffici, i laboratori, e le sale d'esposizione, mentre la fabbrica vera e propria era stata trasferita nelle due ali. La costruzione piú brutta, un edificio che datava dal 1950, e che serviva come magazzino e ufficio spedizioni, sorgendo sul retro, era misericordiosamente nascosta alla vista di Diddy.

Jim stava salutando alcuni uomini che scendevano da una limousine che si era fermata dietro la loro. Diddy se ne stava in disparte. Aspettando Jim, alzò gli occhi. E non semplicemente al cielo azzurro e sgombro.


La cupola azzurro e oro che sormontava il vecchio edificio di mattoni era stata un'idea geniale del fondatore. Dopo che l'architetto portato da Boston aveva disegnato i progetti, Amos Watkins (1834-1909) aveva insistito perché li rifacesse in modo da comprendervi una cappella. A mezzogiorno e nel tardo pomeriggio, tutti i dipendenti della ditta, dal piú umile manovale ai piú alti dirigenti, venivano convocati lí per le preghiere.

Suo figlio Hubert (morto nel 1931) aveva smantellato la cappella verso la fine del secolo. Dopo averne scalzato i banchi e l'altare, ma lasciando i finestroni dai vetri colorati che rappresentavano un'allegoria del Trionfo dell'Industria, il figlio di Amos vi aveva installato scrivanie, schedari, e degli impiegati amministrativi, per la maggior parte donne, dell'azienda in espansione. Nel 1928, qualcuno aveva convinto Hubert che quell'enorme spazio dal soffitto a volta poteva essere utilizzato in maniera ancora piú razionale. I contabili avevano sgombrato, e al loro posto era arrivato il laboratorio principale dell'Ufficio Studi e Ricerche. Ma la cupola era rimasta, suggerendo una croce, che in realtà non c'era. Dominando la cappella (adesso) scomparsa.

L'attuale Watkins, figlio di Hubert (1914- ), aveva conosciuto soltanto il laboratorio. La cappella di suo nonno era una curiosa follia ancestrale. Del tutto irreale.

L'impiantito originario, che ancora s'intravvedeva nelle strette corsie tra le grosse macchine e i lunghi tavoli dei tecnici, era diventato lucido per l'usura; i buchi dove un tempo si erano avvitati i cavicchi che fissavano i banchi della cappella, erano stati da un pezzo riempiti. I finestroni dai vetri colorati erano stati ricoperti dall'interno, e quindi foderati con un pesante panno marrone, per preparare l'avvento di una luce artificiale, uniforme e sicura.

| << |  <  |  >  | >> |

Pagina 80

Ma non è forse un sacrilegio aver resuscitato la cupola in questi termini? I morti bisogna lasciarli riposare in pace. L'adozione della cupola ad emblema della ditta aveva avuto luogo verso la metà degli anni '40, quando le commesse governative del tempo di guerra avevano triplicato i profitti. Poco prima, una parte di quei profitti crescenti era stata devoluta alla costruzione delle enormi ali che (adesso) fiancheggiavano il vecchio edificio; la cui mole e la cui bruttezza avevano l'effetto di far apparire la cupola tanto piú piccola e meno imponente di quanto lo fosse stata in passato. Una cupola in miniatura (adesso), un rimasuglio della sua antica gloria. Una specie di giocattolo.

Anche se i suoi colori, con la costante manutenzione, erano pur sempre brillanti. Visibili a una distanza considerevole

Ma per Diddy, la piccola figura sulla carta intestata, sui microscopi, e sulla piena pagina degli opuscoli pubblicitari era una cosa; il massiccio originale, con la sua curiosa storia, una cosa totalmente diversa. Nei dieci anni da quando era entrato nella ditta, Diddy, un cronico seppur erratico appassionato di indipendenza spirituale, aveva sviluppato una sua propria opinione in proposito.


Era la fantasia espressa nell'aggiunta che Amos Watkins aveva fatto ai progetti originali dell'architetto, che Diddy apprezzava. Come la fantasia che aveva creato il disegno originale di quello che era divenuto il microrecorderscopio.

Pensare di unire due differenti apparecchi in uno solo, assai potente, e facilmente maneggiabile. Un'idea audace, quando Amos Watkins l'aveva avuta, intorno al 1900. Le macchine fotografiche, a quell'epoca, erano grosse, pesanti, massicce, relativamente recenti; montate su alti e precari treppiedi. Mentre i microscopi, che esistevano fin dalla fine del Cinquecento, erano, ed erano sempre stati, piccoli e delicati: subito pronti per l'uso, sicuri sulla loro base a ferro di cavallo, e si potevano appoggiare su qualsiasi tavolo, o anche sul davanzale di una finestra. Watkins aveva insistito che era possibile combinare l'aristocratico e il parvenu. Il grosso e il piccolo. Il bizzarro matrimonio era stato messo allo studio.


Quella cupola splendente, gioconda, che cosí incongruamente sormontava l'austero edificio di mattoni, era l'incarnazione delle energie del vecchio Amos, piú che la convenzionale pietà di un tipico protestante vecchio stile. Nell'immaginazione di Diddy, Watkins era un uomo veramente pio. Non la pietà che si manifestava con l'essere un pilastro della chiesa, col pagare puntualmente i contributi alla parrocchia, con le generose elargizioni a favore delle missioni in Cina, e col volere che i suoi impiegati pregassero non meno che lavorare. Nemmeno l'insulsa ma opportuna pietà che persuade gli uomini avidi che diventare ricchi è un dovere, a maggior gloria di Dio; per cui Dio dev'essere ringraziato nel luogo stesso delle proprie fatiche. Pio in un senso piú largo. Il vecchio Amos doveva essere stato pio in se stesso. Doveva essersi sentito fortunato, appagato, benedetto. Ecco ciò che proclamava quella cupola. Ostinato, sfrontato piacere nel fabbricare utili macchine, e nell'ammassare soldi. Piacere di essere se stesso: non soltanto l'accorto uomo d'affari americano, ardente metodista e repubblicano, ma anche un eccentrico di successo. Uno che ha fatto sempre di testa sua.

Era questa stolida soddisfazione di sé, simboleggiata da quella cupola massiccia, che aveva sempre affascinato Diddy. Il quale non aveva mai trovato molto facile amare se stesso. E provava la piú grande ammirazione per quelli che ci riuscivano. Per coloro che sapevano realizzare la propria vita. Diddy, che personalmente non era affatto pio, riveriva le reliquie e i segni di un innocente benessere. La visione di un uomo che non abita semplicemente, ma che coincide con la sua vita. Amos Watkins il Pio aveva il suo accolito, in questo senso indiretto, in Diddy il Pio.

| << |  <  |  >  | >> |

Pagina 88

A parte la mancanza delle parole, la loro ipermaterializzazione, gli vengono meno anche altri modi per recepire il mondo. la sensibilità stessa, a venirgli meno.


Tranne che per registrare dei cambiamenti di temperatura e nella densità del fumo nella stanza.

Tranne che per sentirsi disturbato dall'agitarsi irrequieto e dal fumare incessante di Andergate, il tesoriere della Società, seduto alla sua sinistra.

Tranne che per guardare Pete La Salle, capo del Servizio Esportazione, nipote di Watkins, che sta abilmente sonnecchiando senza che gli altri se ne accorgano.

Tranne che per notare con vago disgusto che Bookanan del Servizio Produzione, seduto alla sua destra si sta mordendo selvaggiamente le cuticole.

Tranne che per seguire il lento svanire della luce pomeridiana che entra per le alte fìnestre della stanza di riunione.


Una serie disordinata di pungenti impressioni. A parte questo, Diddy è praticamente assente. Si trova in qualche posto dentro di sé, e pensa all'incontro di questa sera. Ripetutamente, Diddy il Romantico si è esortato ad avere pensieri sensati a proposito di Ester. Far l'amore una volta con una ragazza, spesso non vuol dir nulla, al giorno d'oggi: per lei come per voi. E anche se l'incontro è stato veramente audace e sessualmente sconvolgente, non deve aspettarsi che tuttociò sopravvivrà nell'incontro di questa sera. In un'altra stanza, un altro genio del luogo. Non devi aspettarti nulla. Ieri è stata una cosa unica. Lui, stravolto dallo smarrimento, dal senso di colpa, dalla paura, e avido di un tocco risanatore. Ester, nella sua infinita tenebra, spaventata dall'inesplicabile fermata del treno nella galleria. Il loro incontro sul treno era stato troppo teso e urgente. Il suo sapore ardente è destinato a stemperarsi nella piatta atmosfera delle circostanze ordinarie.

| << |  <  |  >  | >> |

Pagina 91

Capelli biondi lunghi e fini, occhi infossati, naso delicatamente aquilino, bocca grande, collo sottile, spalle carnose, petto fiorente, vita flessibile... Ester è bella, no? Diddy cerca di essere obiettivo, di vedere (adesso) la ragazza quale gli era apparsa ieri, cosí straordinaria e provocante. Ma le chiacchiere volubili della zia e le proprie inevitabili, meccaniche risposte, gli hanno attutito la capacità di percezione, zittito i sentimenti, gelato i nervi che animano la sua carne. Diddy lo Stupefatto. Sta per alzarsi e salutare le due donne. Ma la signora Nayburn, forse accorgendosi che restando lí non favoriva quelli ch'ella riteneva gl'interessi di sua nipote, si alza prima di lui. - Senti, cocca, mi ricordo adesso che devo fare alcune spesette -. E a lui: - Lei terrà compagnia a Ester per il resto dell'ora, vero... Dalton? Posso chiamarla Dalton?

- Naturalmente, - dice Diddy.

Carica di un pacco e di un rigonfio sacchetto come quelli di ieri, la signora Nayburn esce dalla stanza. Quasi immediatamente l'atmosfera si alleggerisce. Perfino respirare è meno faticoso. Diddy comincia a sentirsi piú sciolto, piú se stesso. Il sangue comincia a circolargli, i nervi a vibrare, la vista gli si fa piú chiara. (Adesso) può veramente guardare la ragazza.


Celata dalla camicia da notte, dal lenzuolo, e da una coperta, la forma imprecisa che occupa il letto per tutta la lunghezza dà ben poca idea dei suoi nitidi contorni quali Diddy li conosce. Ciò che non è cambiato è il volto di Ester, un quarto del quale è coperto dagli occhiali neri.


Ester sembra lo stia guardando.


Come faceva ieri, può dirigere verso di lui un intelligente pseudosguardo con movimenti della testa. Ma non è mai un vero sguardo: un'emanazione della mente attraverso la vista, uno scambio, una complicità per mezzo degli occhi. Le espressioni del cieco non sono in dialogo con le altre facce come tali, ma solo in quanto carne. La sola complicità è quella del tatto.


L'espressione di Ester non è percettibilmente cambiata dopo l'uscita della signora Nayburn.


Era altrettanto inespressiva, ieri, la faccia di Ester? Ma Diddy non se ne era nemmeno accorto, tanto profondo e urgente era il suo bisogno di unirsi al corpo che stava sotto quel viso. Ma forse l'idea stessa di «un viso» in cima a un «corpo», non riguarda soltanto le persone dotate di vista? Per i ciechi, il viso non è che una parte del corpo come le altre.

La vita peculiare dei volti dipende dalla vista. Se la vista se ne va, anche il volto muore quasi del tutto. O diviene impreciso, provvisorio. Una rappresentazione - magari abile - di un volto; non un vero volto. Un volto-oggetto.

I volti dei ciechi sono posti in cima ai loro corpi come lanterne la cui fiamma sia stata abbassata, o che si sia spenta. Un volto dagli occhi morti, cui mancano gl'indizi visivi per conoscere le espressioni delle altre facce, non inventerà mai, da solo, quell'intero vocabolario. Stimolato dal bisogno di conformarsi a un ideale uniforme e immaginario, potrà lanciarsi in tentativi casuali o approssimativi. Ma se aderisce alla sua condizione, un volto senza vista non ha né ragione né mezzi per essere piú espressivo di una mano o di un piede o di un seno.

Come invecchia, un volto privo di espressione? Piú lentamente, di sicuro. Un volto senza vista, un volto che non ha mai imparato ad essere autenticamente espressivo osservando gli altri volti, probabilmente rimane privo di rughe molto piú a lungo delle facce dei vedenti della stessa età, solcate e raggrinzite dagli sforzi espressivi. Forse Ester non è cosí giovane come sembra. Con un altro ritmo di usura, un altro ritmo d'invecchiamento.


La guarda troppo intensamente, Diddy? Microscopio mal regolato. Allontanarsi per averne la visione giusta. Forse Ester sta zitta semplicemente perché aspetta che sia lui a cominciare a parlare. Qualcosa si contrae sulla sua faccia. Intorno alla bocca; è li che egli deve guardare. Se nella gente normale sono gli occhi a dominare il volto, nei ciechi dev'essere la bocca. Era li, la complicità ch'egli cercava. Non quella degli occhi e degli sguardi, ma della bocca e del tatto.

Pure, in questo momento, non si sente di baciare Ester. V'è qualcosa di troppo passivo, in lei, e di troppo volontario in lui. La stanza d'ospedale è inerte, morta. Com'è diversa dallo scompartimento del treno, uno spazio brulicante, che si era trasformato in una sorta di veicolo indipendente, attrezzato per lunghi tragitti. O dal ristretto spazio della ritirata in cui loro due erano stati in piedi stringendosi l'uno all'altro e mischiandosi.

Diddy afflosciato sulla sedia vicino al piede del letto, si sente risorgere il dolore alla colonna vertebrale che gli era incominciato verso le quattro del pomeriggio, durante la riunione. - Hanno già cominciato a farti gli esami? - dice rigidamente.

- Mi hanno preso un po' di sangue stamattina, fatto un elettrocardiogramma. Preso un campione di urina. Nient'altro.

- Questi sono normali esami preoperatori. Non è venuto nessuno a guardarti gli occhi?

- Non ancora.

Diddy non sa che cos'altro dire. Il suo pensiero è lontano. Guarda fuori della finestra, godendo ciò che Ester non può godere - una vista. Colori. Forme che si muovono. Il continuo avvicendarsi delle cose «vicine» e «lontane».

- Vuoi dei cioccolatini? La zia Jessy me ne ha portato una scatola, ma a me non piacciono.

Dove sono i cioccolatini? Sul comodino. - No grazie.

Diddy ispeziona la stanza di Ester, come se potesse servirgli di artifizio mnemonico. Una stanza-ricordo, una serie di posti ai quali Diddy potrebbe ritornare con l'immaginazione in un'epoca futura; muovendosi per la stanza, estrarrà dai posti memorizzati le immagini che ha immagazzinato in essi. Ma la stanza priva di caratteristiche sembra resistere a un uso di questo genere.


Tutto l'arredamento dell'ospedale converge su un unico colore. Le pareti sono perfettamente bianche, cosí pure le tendine di mussola. Il comò di legno è dipinto di un bianco piatto, e cosí il letto di ferro, che ha una coperta bianca sopra le normali lenzuola bianche. Accanto al letto, il tavolo bianco, di metallo, ha un piano di fòrmica bianco; la base lucente di porcellana bianca della lampada da notte, offre un tenue contrasto col paralume bianco di plastica. E le due sedie - che implicano forse un massimo di due visitatori? - sono tappezzate di una similpelle bianca granulosa. Se non sapesse che è il contrario, Diddy potrebbe immaginare che gli oftalmologi ritengono il bianco il colore piú adatto di qualunque altro per gli occhi ammalati.

La scatola marrone e oro contenente i cioccolatini, un accappatoio da bagno giallo appoggiato al fondo del letto, i sandali di cuoio marrone sul pavimento accanto al letto, e i fiori di Diddy, sono le sole cose nella stanza che non siano bianche.


- Mi piacciono i tuoi fiori, - dice Ester. Come se gli avesse letto nel pensiero. - Non mi avevi creduto, vero, quando ti ho ringraziato, prima? E so il perché. C'era mia zia tra i piedi. Ma avresti dovuto credermi, sai? Io non dico le cose per cortesia. Se dico una cosa, è perché la penso -. Fa un sorriso radioso. E Diddy vede almeno una delle cose che tanto desiderava vedere, una faccia nuova, delicata e viva.

Diddy fa ritorno dagli ampi spazi nei quali stava vagando: freddi, crudamente illuminati, come di pietra. Risucchiato lietamente, nel piú ristretto spazio di tenerezza che circonda la ragazza. Si scioglie. Una improvvisa ventata di sensuale, stanca felicità. Balza su dalla sedia e passa in quella, piú vicina a Ester, lasciata libera dalla zia; la accosta al letto. Preme la sua faccia contro il braccio della ragazza. Ma non sulla nuda pelle, o su un tessuto che dia la sensazione della nudità. Lei porta una camicia di flanella con le maniche lunghe, il cui ruvido tessuto cancella ogni ricordo carnale del giorno precedente. Preclude alla guancia sinistra di Diddy ogni ulteriore sensazione della forma del braccio liscio e robusto di Ester. Deve dispiacere anche a lei il contatto di un simile tessuto. Come sarebbe deprimente se questa camicia da notte non fosse un indumento d'ospedale, ma un qualche brillante acquisto di grande magazzino che la signora Nayburn avesse imposto alla ragazza! Sospira - Bene... come stai, veramente?

- Triste.

| << |  <  |  >  | >> |

Pagina 100

Diddy sognò, quella notte. Non un dramma cosí penoso quale avrebbe potuto inventare. Non nude immagini del ferroviere assassinato, o dell'ambigua catarsi sessuale con Ester. Fu un sogno verboso, il sogno di un uomo stremato. Due persone del treno di domenica, il commerciante di francobolli con l'abito di tweed e il prete stanno parlando del loro hobby. Ma non si tratta della filatelia. Seduti di fronte nello scompartimento, piegati l'uno verso l'altro, si stanno passando una bella conchiglia. Un bell'esemplare roseo di una conchiglia che Diddy riconosce: la Conus gloriamaris, la Gloria del mare. I due uomini cantano le lodi della conchiglia, ne commentano le complicate convoluzioni, le screziature. A Diddy non è chiaro a chi dei due appartenga la conchiglia. Se appartiene a uno solo dei due, l'altro non mostra alcun segno d'invidia né di avidità di possesso. E se il prezioso oggetto è di loro comune proprietà, non sembra esser causa di disaccordo o di frizione tra loro.

Diddy è spettatore entro il sogno, seduto nello scompartimento, accanto all'uomo in tweed, e nel tempo stesso al di fuori, chissadove. Elettrizzato dall'invidia. Vuole la conchiglia per sé, anche se si rende conto che questo è un basso sentimento. Poiché non è che ammiri la conchiglia, che la trovi bella. Se, passeggiando per una spiaggia deserta, dovesse vedere una Gloria del mare posata sulla sabbia bagnata, non la onorerebbe di uno sguardo. A meno che non vi urtasse con l'alluce, nel qual caso le darebbe un calcio, o addirittura la schiaccerebbe sotto il tallone. Diddy il Cattivo agogna la conchiglia (adesso) semplicemente perché l'uomo in tweed e il prete dimostrano di attribuirle un gran valore.

Ma non ha alcun titolo per pretenderne la proprietà. ben difficile che quei due gli cederebbero il loro tesoro, a lui che è collezionista di francobolli.

Cosí escluso per sempre dalla gioia indefinitamente rinnovabile che passa tra le mani dei due collezionisti, Diddy si sente sempre piú frustrato. Deve fare qualcosa. Non gli strapperà di mano la conchiglia. Per una qualche oscura ragione sa che non può acquistare il possesso fisico della conchiglia, o almeno non adesso. Ma può diminuire il piacere che ne traggono gli altri. Prendendone un possesso morale, per cosí dire.

In un istante, passa all'azione. Prima che gli scrupoli di coscienza comincino a gemere, materializzando le loro ben note, rugginose catene. Diddy interviene brutalmente. Pronunciando una ramanzina in cui distilla tutta la rabbia e la delusione che lo soffocano. Per pronunciare il suo discorso, balza graziosamente sulla reticella dei bagagli. Seduto lassú, con i piedi penzolanti, tutto ripiegato in avanti, poiché non c'è spazio a sufficienza per poter stare eretti, guarda in giú, ai due uomini, e comincia ad apostrofarli.

Primo punto: la grande èra della conchigliologia è definitivamente chiusa. Non ha senso cercar di resuscitare il passato, non è cosí? Guarda giú, per vedere l'effetto delle sue parole su quei due. Sembrano già meno entusiasti. Questo passatempo, continua Diddy, fioriva nell'Ottocento, quando si poteva ancora fare delle autentiche scoperte. (Adesso) si conosce tutto, tutto è stato catalogato, e questi oggetti non sono piú degni dell'interesse di una persona veramente seria. Collezionare conchiglie è diventato la passione di dilettanti sentimentali, che si accontentano di classificazioni arbitrarie. E i dilettanti sono notoriamente gente credula, che si lascia facilmente imbrogliare, vittime di ciarlatani, e facili agli errori di attribuzione. Ormai che non c'è piú nessuno a tener alto il livello della conchigliologia, il mercato è stato inondato da oggetti sabbiati, lucidati, e tinti, che vengono fatti passare per conchiglie, ma che sono, in realtà, imbellettati cadaveri di conchiglie. Una delle conseguenze del fatto di essere troppo numerose è stata che le conchiglie hanno cessato di essere trattate col rispetto dovuto agli oggetti interamente naturali, e il gusto, in fatto di conchiglie, si è irrimediabilmente corrotto. In realtà, dice Diddy alzando la voce, ansioso di chiarire bene quest'argomento, il buon gusto è ormai in declino in tutti i campi. Un'informazione esoterica: il rovinoso desiderio di migliorare la natura cominciò col primo uomo che si mise a trasformare una conchiglia in un'opera d'arte. questo, disse Diddy il Capriccioso sputando sul prete, il vero peccato originale.

Buono buono, mentre Diddy prosegue, il prete si deterge la saliva dal risvolto della giacca. Se fosse qui la signora Nayburn gli porgerebbe il suo fazzoletto, prima che lui avesse il tempo di prendere il proprio.

Secondo punto: queste povere conchiglie, da parte loro, indifese come il tenero mollusco che un tempo contenevano, non potevano far niente per arrestare questa degradante metamorfosi. La maggior parte cedettero subito; alcune altre lottarono, ma invano. Come avrebbero potuto resistere, e tanto meno sperare di vincere, essendo prive di occhi? Perciò non soltanto la loro quantità, ma la loro stessa sostanza si modificò. Le conchiglie diventarono grossolane, brutali. Guardate attentamente, dice Diddy, questa conchiglia che tanto stavate vezzeggiando. vero che una volta la Gloria del mare era la piú rara, la piú costosa, la piú ambita delle conchiglie. All'inizio dell'Ottocento ve n'erano soltanto due esemplari conosciuti in tutto il mondo; entrambi trovati nelle acque a oriente della Nuova Guinea. Ma alla fine del secolo la conchiglia si trovava in quantità addirittura indecente. Il prezzo crollò. (Adesso) chiunque può procurarsi uno di questi moderni esemplari tristemente degradati. Per non parlare delle perfette imitazioni prodotte da diverse fabbriche giapponesi.

- E adesso, diamo uno sguardo a questo particolare esemplare... - Con gesto brusco, Diddy fa schioccare le dita. L'uomo in tweed balza in piedi, e con gesto riguardoso consegna la conchiglia a Diddy arrampicato sulla reticella. Non c'è bisogno che si scomodi con lo stetoscopio o col martelletto dei riflessi. Ciò che non va, in questa conchiglia, dichiara, è evidente anche a occhio nudo. Con un gesto negligente dell'indice destro, Diddy richiama l'attenzione sul fatto che la spirale si avvolge in senso contrario a quello dell'autentica Gloria del mare, e altrettanto si dica per i reticoli. Ai mortificati collezionisti sotto di lui mostra che la conchiglia, per di piú, è malamente sbreccata sull'orlo, e ha un margine ispessito esattamente nel punto sbagliato. A questa critica del loro tesoro, essi reagiscono con la costernazione del caso. Spietatamente, Diddy insiste: - Siete stati imbrogliati. Un aggeggio senza alcun valore! - Malvagiamente, la butta giú, che loro l'acchiappino, se possono. - Insomma, signori, - conclude Diddy in tono trionfante, - quella che tenete tra le mani è una conchiglia rotta e assassinata.

| << |  <  |  >  | >> |

Pagina 135

Nello stato di confusione in cui si trovava doveva stare attento a non vedere demoni dappertutto. Il che è quasi altrettanto brutto di non vedere niente addirittura. Forse persino peggio. Se non sta attento, il suo cervello finirà per non concepire altro che ipotesi catastrofiche.


Deve ricordare che c'è un mondo di eventi lucidi, spiegabili, che si svolgono pacificamente. Come c'è anche il mondo del tunnel. Un mondo di eventi opachi, ciechi, e veloci, che si restringono e si dilatano, si disseccano e si gonfiano senza alcuna logica apparente.

Ma no, bisogna ricordarsi del primo mondo. quello a cui deve pensare (adesso), al mondo chiaro: fornito di illuminazione normale, a basso voltaggio; un mondo in cui si può prendere al valore facciale la prosa del giornale e la lista delle spese e i prezzi dei negozi; in cui la gente parla, se non educatamente, almeno quando le viene rivolta la parola; un mondo in cui ci si può aspettare che gli appartamenti e le case siano o puliti e ordinati o sporchi e in disordine.

| << |  <  |  >  | >> |

Pagina 143

Ma i sogni non si accontentano di sviluppare una sola idea. per questo che finiscono per mescolarsi di fantasie coscienti e di ricordi precisi. Ed è anche per questo che sono esegetici, e perfino didattici. Il sogno di Diddy (adesso) passa a spiegare qualcosa sulla quale si è alambiccato il cervello, senza risultato, durante la sua conversazione con la signora Incardona. Poiché nel sogno la donna non è soltanto la moglie di Incardona, ereditata ora da Diddy e legalmente a suo carico. Essa è anche Mary, la bambinaia sua e di Paul. Bovina, un po' folle, vagamente pia, la fidatissima Mary che aveva nutrito i due fratelli, gli aveva fatto il bagno, li aveva vestiti, sculacciati, messi a letto e spenta la luce nella loro stanza fin da quando erano nati. Myra Incardona (adesso) ha i capelli lisci e corti di Mary, di un castano chiaro naturale, invece dei suoi lucenti riccioli color rame. E (adesso) le chiacchiere della vedova diventavano l'interminabile vaniloquio che fluiva dalla bocca della bambinaia. Un discorso altrettanto fisico e inespressivo quanto la purea di patate del giovedí sera, o i fiocchi d'avena della colazione del lunedí, mercoledí e venerdí, che Mary introduceva a cucchiaiate nella loro bocca. Una chiacchiera invariabile quanto la sua vita grossa, o l'odore curioso che emanava dalle sue ascelle.

Che discorsi! Erano un miracolo di ripetizioni. Ogni sera Mary leggeva forte ai ragazzi tutti i fatti truculenti, stupri, assassini preferibilmente collettivi, che riusciva a trovare sul giornale. Mentre vuotava, o stemperava, o cucinava, o cuciva bottoni, tornava a raccontare delle sue otto sorelle, tutte viventi, che erano monache o bambinaie o massaie, e del suo unico fratello che era morto cadendo giu per le scale della cucina, un vetturino alcolizzato e scapolo. Il filone delle reminiscenze la portava ai suoi defunti genitori, un tempo cuoca e cocchiere in una grande tenuta della Pennsylvania. E a un aneddoto principe, consacrato da innumerevoli repliche: della gentilezza della signora e del signore, che una volta, quando aveva otto anni, l'avevano chiamata su alla grande casa, a giocare con la loro figliuola, per tutto il pomeriggio. Un pomeriggio indimenticabile. - Come era ben vestita! E poi mi diedero anche da cena. E avreste dovuto vedere le facce delle mie sorelle quando tornai a casa, quella sera! Non riuscivano a capire perché ero stata scelta io, ad andare lassú e non loro. Forse perché ero la piú carina, immagino. Oh, erano tutte inferocite contro di me!

Che discorsi! Sulle enigmatiche lotte con il lattaio, e il macellaio, e il droghiere, circa il fatto che costoro non avevano alcun diritto d'imbrogliarla. Lotte dalle quali lei pretendeva di uscire sempre vincente. - Gli ho detto dove dovevano andare a prenderselo -. E poi la sua religione, di cui non si stancava mai di parlare a Paul e Diddy. La Chiesa, o almeno l'idea di essa, era tutta la sua felicità. Padre Tal dei Tali aveva detto non c'era nessun male che lei avesse perso la messa le ultime tre domeniche, dato che aveva da tirar su due ragazzi praticamente da sola. Appena alzati, v'era la laboriosa elencazione di ciò che ci sarebbe stato da mangiare quel giorno per colazione, pranzo e cena. Per Diddy e Paul, che prendevano tutti i loro pasti con Mary, la lista delle vivande era fin troppo nota. Anche senza il bollettino quotidiano di Mary, gli sarebbe bastato sapere che giorno fosse, poiché da un pezzo Mary non riconosceva l'esistenza che di ventun possibili pasti, e ciascuna triade era irremovibilmente associata a un determinato e invariabile giorno della settimana. Una volta ogni tanto, Mary raccontava un qualche incomprensibile aneddoto circa il suo appuntamento di mercoledí, ch'era il suo giorno di libertà. Uno dei suoi anonimi ragazzi, ricordava Diddy, era stato un marinaio. Ma nessuno dei suoi corteggiatori durava abbastanza perché Diddy e Paul potessero vederlo da dietro qualche angolo di strada, di nascosto dai genitori. Ogni volta che ne compariva uno nuovo, le speranze di Mary prendevano l'aire, e poi svanivano ancora piú in fretta. Delusa, lei spiegava che costui si era comportato in modo sfacciato mentre la riaccompagnava a casa. O che quest'altro aveva cercato di fare delle porcherie nella galleria di un cinema, cose che dovevano avere qualche rapporto con i gesti che faceva quel vecchio dietro un albero una domenica mattina, a Moors Park, quando Mary li aveva portati via in tutta fretta. - So bene che i miei ragazzi non faranno mai queste cose, quando saranno grandi -. Per molti anni Paul e Diddy non avevano capito una parola di tutta questa faccenda. Peraltro, ciò non aveva alcuna importanza, poiché quando Mary parlava, non ascoltava mai la risposta, né sembrava aspettarsi una qualsiasi reazione. La loro semplice presenza fisica era sufficiente. Fin da quando Paul e Diddy riuscivano a ricordarsi, non avevano mai fatto alcuna attenzione a qualunque cosa Mary dicesse.

| << |  <  |  >  | >> |

Pagina 163

- possibile ascoltare quello che sta dicendo? - sussurra Diddy al funzionario al suo fianco.

Certamente. L'uomo preme un bottone rosso accanto all'entrata dello Studio.

Si, ecco quella voce untuosa, denaturata. Quanto alla naturalezza del suono, Diddy potrebbe anche star guardando la televisione nella sua stanza in albergo, allungato sul suo letto. Ma forse la colpa non è della qualità della riproduzione sonora. Bisogna ricordare che questa è la voce che appartiene all'uomo che legge il notiziario che non aveva nessuna notizia, nessuna informazione. Che ne avesse stasera? Nemmeno stasera. Soltanto altre notizie a proposito di quella guerra innominabile, quella guerra in cui il territorio non cambia di mano, e la sola misura di ogni vittoria è il numero di piccoli corpi gialli, dalla carne carbonizzata dal napalm o straziata dal metallo, affiosciati sul terreno dopo la battaglia. In attesa di essere contati. L'annunciatore snocciola le solite cifre prive di senso; ripete le logore e orribili tautologie sul diritto e sulla giustizia. La faccia atteggiata a un'espressione di grande serietà. Bugie, ma bugie terribilmente ridicole.

Il funzionario si è scusato, e ha lasciato Diddy solo presso il finestrone dello Studio B. Diddy preme la faccia contro il vetro e ascolta. Se fosse dedito alle tirate, adesso potrebbe pronunciarne una. Le parole gli bruciano alla gola. Ma contro chi sarebbero dirette? Vi sono tanti bersagli, per la sua indignazione, non l'ultimo dei quali è lui stesso. Diddy l'Autoaccusatore. Ma non è davvero l'unica cosa che vada male, a questo mondo.

L'annunciatore si è alzato, e sta puntando una bacchetta sulla carta geografica dietro la sua scrivania.

La rabbia di Diddy non ha limiti. Come si fa a sfogare una frenesia di autopunizione? Provocato dalle bugie e dalle stupidità snocciolate dall'annunciatore, una volta di piú Diddy scenderà in campo contro i propri sentimenti.

L'annunciatore sta aggiungendo qualche spiegazione a proposito di una fotografia proiettata sullo schermo alla sua sinistra, che mostra un soldato americano che sta interrogando un prigioniero, un ragazzo bendato, inginocchiato davanti a lui. Ma Diddy non ascolta piú.

Ripensando al comportamento del suo paese, impegnato nel continuato e metodico massacro di un piccolo popolo senza difesa - e non è che l'ultima delle atrocità storiche, dei delitti che sfidano l'immaginazione - tutta l'angoscia che ha provato in questi ultimi quattro giorni per la morte di una sola persona, gli pare (adesso) ridicola. Considerato come fenomeno di questo pianeta, e in quest'epoca, l'azione che egli ha commesso è appena visibile. Ponendola contro lo sfondo della realtà, diventa qualcosa d'irrisorio, di dilettantesco. E il suo lacerante rimorso poco piú che presunzione, una sorta di millanteria; tutt'al piú, la sciocca, compiaciuta debolezza del supercivilizzato. Diddy il Demoniaco deve imparare a riconoscere le minuscole proporzioni dei suoi misfatti. Con ciò, non è che intenda scusare o assolversi della sua stordita uccisione di Incardona. Un assassinio è sempre un assassinio, una macchia schifosa e ripugnante sulla sua coscienza. Come una morte è sempre una morte.

Dalton Harron non è piú Diddy il Buono, ammesso che mai lo sia stato. Questo si può concedere. Pure, è anche giusto tener conto di tutti questi assassini tanto piú odiosi e malvagi, che vengono commessi continuamente in tutto il mondo. E senza che gli assassini provino la minima ombra di rimorso. E perché dovrebbero provarla? Quando lo si fa per la patria, si è festeggiati per aver ucciso un centinaio di Incardona ogni ora: non soltanto sfondando il cranio di mariti, che in certi casi possono magari difendersi, ma anche sbudellando le mogli, e gettando i bambini fuori della finestra. raro, un assassino eccezionale, quello che ha tanta coscienza da sentirsi ugualmente colpevole - anche quando viene lodato per le sue gesta, e congratulato per aver fatto bene il suo lavoro. Quanto agli altri, come Diddy, che non ne hanno avuto ufficialmente l'incarico, che non sono scesi nelle arene in cui uccidere è un fatto corrente e altamente lodevole, hanno anch'essi il loro compito corrispondente da svolgere, quello dei minchioni che ci credono. Anche Diddy. Benché lui dovrebbe saperla piú lunga;


Contro il discutibile compenso di essere in pace con chi gli sta intorno, Diddy ha ingoiato l'esca marcia. Ha preso per buone le vecchie menzogne su ciò che rende un atto buono o cattivo, e ne ha fatto la sua verità.

Si sta flagellando non già per aver commesso un atto di violenza che ha causato una morte, e per il quale, se venisse preso, sarebbe condannato a morte, o almeno chiuso in prigione. Ma perché non aveva né l'incarico né la qualifica di eroe o di assassino professionale. Perché non aveva una causa. Perché mancava di un pubblico scopo che avrebbe santificato il suo gesto. Per aver semplicemente ucciso, non sterminato.

| << |  <  |  >  | >> |

Pagina 204

Fino a trent'anni, Diddy era stato ancora piú ottuso. Difficile crederlo, ma vero. Prima di allora, e cioè da quando era nato, la sua mente aveva funzionato ancora peggio. Troppo stupido per soffrire. Quelli erano stati gli anni della depressione quotidiana, una forma inferiore della sofferenza, una pena sorda, compiaciuta. E della persuasione che tutto sarebbe andato benissimo. Quando Joan se n'era andata, era diventato piú lucido. E in seguito, sempre di piú. Sempre piú lucido. Non che per trent'anni si fosse ingannato sullo spettacolo, ma l'aveva guardato senza capire l'idea-base che c'era dietro la rappresentazione - l'aveva preso per uno spettacolo naturalistico, sia per concezione, che per realizzazione. Retrospettivamente, un errore ingenuo. In realtà, il testo era complicato, carico di oscuri riferimenti; e la realizzazione allestita dal regista, dallo scenografo, e dal tecnico delle luci, era fantasiosa e stilizzata. Prendete, per esempio, gli effetti di luce. Dalla sua comoda poltrona in prima fila, Diddy aveva pensato che le luci sul palcoscenico erano piuttosto basse. Ma un momento dopo aveva smesso di porsi il problema: evidentemente, l'illuminazione giusta di tutto lo spettacolo doveva essere quella. Poi, tre anni fa, si era accorto che la scena era, ed era sempre stata, assai piú brillantemente illuminata di quanto il suo occhio avesse saputo cogliere. E che (adesso) lui se ne sarebbe reso conto. Sempre piú lucidamente. Lo schermo era stato sollevato. La luce, da ovattata che era, d'un tratto si era fatta cruda e tagliente. Quasi da strappargli il cuore. Sempre piú lucido. E per la prima volta in preda al dolore. Ma non veramente lucido, non lucido a sufficienza da trascendere il dolore; e probabilmente, mai lo sarebbe divenuto.

A meno che Ester non glielo avesse insegnato.

| << |  <  |