Copertina
Autore John Hanning Speke
Titolo Viaggio alle sorgenti del Nilo
EdizioneWhite Star, Vercelli, 2006 [1878], I classici dell'avventura , pag. 256, ill., cop.ril., dim. 125x188x20 mm , Isbn 978-88-540-0371-2
OriginaleJournal of the Discovery of the Source of the Nile
EdizioneBlackwood, Edinburgh, 1864
LettoreSara Allodi, 2007
Classe viaggi , paesi: Egitto
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Indice


CAPITOLO 1 - Lo Zaramo                                     9

Nascita e vita di J. Hanning Spehe, ufficiale dell'esercito
delle Indie - Suoi viaggi scientifici in Asia e in Africa -
Prima esplorazione dell'estremità meridionale del Lago
Vittoria - Il suo ultimo viaggio, in compagnia del capitano
Grant, all'ovest e al nord di questo lago, viene intrapreso
grazie all'aiuto della Società Reale di Geografia -
La carovana si forma a Zanzibar - I Vouangouanas, liberti
arruolati e loro costumi - Occupazioni quotidiane strada
facendo - Lo Zaramo e i suoi abitanti - Incapacità dei
carabinieri ottentotti - Assassinio del francese Maizan.

CAPITOLO 2 - Da Kirourou a Cazé                           29

Il Sagara, fra i monti Mhambaoous e Robehos, è rovinato
dalla tratta - Schiavi desolati di dover recuperare la
libertà - Il paese di Gogo ha un aspetto selvaggio - Mgounda
Mihhali o la Pianura di fuoco - La diserzione dei portatori
ci arresta a Djione-la-Mhoa - Origine della guerra che si
fanno Manoua-Séra e i trafficanti - L'onesto Maoula è
alleato a Manoua-Séra - Devastazioni degli Arabi - Perdite
subite per giungere a Cazé.

CAPITOLO 3 - L'Ounyamouesi                                45

Estensione e divisione del Paese della Luna - Cognizioni
geografiche dei trafficanti - Industrie e costumi dei nativi
- Sirboco - Gli Arabi sembra prendano gusto alla grande
coltura - Alternativa della loro guerra con Manoua-Séra,
che rimane temuto - Mala riuscita dei miei tentativi di
riconciliazione - Miei rapporti con Mousa - La diserzione
dei portatori, la viltà degli arrolati e le esazioni dei
capi sono sempre le ragioni principali dei miei ritardi -
Morte di Mousa.

CAPITOLO 4 - Il Sinza                                     67

Infedeltà delle guide - Esazioni di Macaca - I miei
arruolati vengono meno - Ritorno a Cazé - Abdalla, figlio di
Mousa, mi accorda la sua assistenza - Io cado nelle mani di
Loumerezi - Grant viene assalito dalla gente di Myonga
- Egli mi raggiunge - Astuzie ed esigenze degli ufficiali di
Souvouarora - Residenza di questo re - Nyamgundou - La
superstizione fa rifiutare gli straordinari cloni destinati
a Souvouarora e a Mtesa - I cairns degli Houmas.

CAPITOLO 5 - Il Garagoué                                  93

Ospitalità e ricchezza del Garagoué - Lago di Rigi -
I Nyambos - Geologia - Palazzo di Roumanica - Piccolo
Windermere - Famiglia reale - Perché ci si rifiuta il latte
- Il ribelle Rogero - Successione al trono nel Garagoué -
Servigi resi da Mousa-Kyengo - Ingrassamento delle
principesse - I giocattoli - Discretezza di Roumanica -
Nessuna divisione delle acque nell'Africa centrale -
Montagne della Luna, il Mfoumbiro e il Moga - Namirinzi -
La Cagera - Gli Amariani - Si spande la voce che vari
trafficanti arrivano dal nord - Mtesa, avvertito da
Nyamgundou, mi manda Maoula, per condurmi al paese di Ganda
- La Kitangoulé - Le streghe.

CAPITOLO 6 - Il paese di Ganda                           121

Diritto di provvigione esercitato in favore degli ospiti
del re - Esecuzioni anticipate per assicurare la loro
tranquillità - Nyamgundou serve di guida alla mia carovana -
Usurpazione d'insegne - Masaha e il pokino - La Mouerango -
Nyama-Goma - Gioia di Mtesa alla notizia del mio arrivo - La
Myanza - Bandaouarogo, residenza reale - Come l'Ouddou sia
diventato il Paese di Ganda - Governo dispotico - Funerali
reali - Successioni al trono - Gerarchia di impiegati - Il
re non può mal fare - Nyanzig - Streghe reali - Udienze -
Corte di Giustizia - Etichetta - Asilo religioso -
Incoronazione.

CAPITOLO 7 - Il re Mtesa e la sua famiglia               139

Corte del Ganda - Faccio colazione col re - Due miei uomini
partono per il Kidi - Mio ricevimento presso la regina madre
- Onore conferito ai miei introduttori - Il truogolo entro
cui bevono a un tempo la regina e i suoi cortigiani - Il re
si permette varie innovazioni - Ammirazione eccitata dai
miei doni e dagli spari dei miei schioppi - Passeggiata a
fianco del re sotto il mio parasole - I miei messaggeri non
poterono andare al Kidi passando dal Saga - Io sono
alloggiato nel palazzo - Insegno al re l'arte di valersi
d'uno schioppo - Ottengo la grazia del figlio del carnefice
e vengo presentato al fratello del re - Ogni giorno questo
tiranno fa perire una o parecchie tra le proprie mogli.

CAPITOLO 8 - Il Lago Vittoria                            159

Il re mi fa una visita - Giardinieri reali - Io sono il
primo uomo che abbia osato ciarlare con le mogli del re -
Esse mi salgono in spalla - Indulgenza di Mtesa verso un
regicida - Flottiglia reale - Bellezza della riva sulla baia
Murehison - Imbarcazione - Famigliarità - Io salvo la vita
d'una donna che il re voleva uccidere - Il prete del Mgussa
e la sua sposa - Grant arriva per terra e sopra una barella
- La regina delle streghe - Kidgouniga inviato di Camrasi -
Mia gioia nel ritrovare Grant meno sofferente - Tutti i
nostri sforzi per studiare il Lago Vittoria e quelli che lo
circondano tornarono inutili - L'impotenza del re ad aprirci
una strada gli impedisce di riceverci - Noi partiremo, ma
senza poter andare dalla parte del lago a trovar la sorgente
del Nilo.

CAPITOLO 9 - Il Nilo nel Ganda                           183

Gli uomini del re hanno forse il diritto di predare fuori
della strada maestra? - Grant parte per il Nyoro e io parto
per Rondogani - Le rive del Nilo, Cascate d'Isamba - Il Nilo
esce dal Lago Vittoria dalle cascate Ripon, le quali
terminano il canale Napoleone - Impossibilità di scorgere il
lago - Fra le cascate Ripon e il palazzo di Mtesa si trovano
dodici corsi d'acqua - Discendendo il Nilo la mia scorta
depreda alcuni Nyoriani - Alla frontiera la popolazione si
leva contro di noi - Io raggiungo Grant, il quale, da parte
sua, fu espulso dal Nyoro - Finalmente Camrasi ci manda a
cercare.

CAPITOLO 10 - Il Nilo nel Nyoro                          203

Il Nyoro è piano e pantanoso più del Ganda - Io rifiuto di
tornare indietro - Diserzione dei miei arruolati - Residenza
di Camrasi a Chagouzi - Il re vuole trascinarci a combattere
il suo fratello Rionga - Abitazione ch'egli ci dà - Sue
udienze e sue visite - Egli è meticoloso e mendicante - Ci
custodisce in segreto, quasi in prigionia - Bombay ha
parlato coi negozianti del Nord - Mtesa ci consiglia ancora
di ritornare dal paese dei Masais - Noi scendiamo la Kefou,
poi il Nilo fino alle cascate Kerouma.

CAPITOLO 11 - Il Nilo al nord del Kidi                   223

Il Kidi e le sue alte erbe - Il Gueni e i suoi abitanti -
Il Medi. Unione con la pretesa avanguardia di Petherick - 
quella dei Turchi di Debono - Faloro - I Nyoriani disertano
- Pongo fine alla missione di Kidgouniga - Devo rinunziare a
cercare il Silo - Mahamed si associa a Rionga - Rivedo il
Nilo presso Paira - L'albero di Miani - I Turchi rovinano e
spopolano il paese - Tregua ordinata da Moahamed per il
trasporto del suo avorio - Il Nilo e l'Esoua - Il paese dei
Beris - A Gondocoro troviamo Baker - Petherick mi aveva
abbandonato - Baker si risolve a completare le nostre
scoperte - I missionari austriaci - Arrivo di Petherick -
Grande medaglia della Società Reale di Geografia.

CAPITOLO 12 - Conclusione                                243

Popolazioni semitiche e malesi del litorale africano - Gli
Houmas sono della stessa schiatta degli Abissiniani, dei
Gallas e dei Cafri - Essi dominano nell'antico Kittera - I
Neri li circondano, ma non formano Stati al par di essi -
Governi di queste popolazioni, loro usi, loro guerre e loro
riti religiosi - Ragioni della loro inferiorità - Animali
domestici - Selvaggina - Vegetazione lussureggiante e clima
gradevole fra i dieci gradi prossimi all'equatore -
Conformazione fisica dell'interno dell'Africa - Vallata del
Nilo - I nostri arruolati rimasti fedeli tornano in patria.

 

 

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Pagina 9

CAPITOLO 1

LO ZARAMO


Nascita e vita di J. Hanning Speke, ufficiale dell'esercito delle Indie - Suoi viaggi scientifici in Asia e in Africa - Prima esplorazione dell'estremità meridionale del lago Vittoria - Il suo ultimo viaggio, in compagnia del capitano Grant, all'ovest e al nord di questo lago, viene intrapreso grazie all'aiuto della Società Reale di Geografia - La carovana si forma a Zanzibar - I Vouangouanas, liberti arruolati, e loro costumi - Occupazioni quotidiane strada facendo - Lo Zaramo e i suoi abitanti - Incapacità dei carabinieri ottentotti - Assassinio del francese Maizan.


Prima di parlare della serie di avventure e di fatiche da cui la scienza trasse tanto profitto, vuoi per la geografia, vuoi per la conoscenza delle popolazioni che abitano l'Oriente dell'Africa equatoriale, diremo qualcosa del viaggiatore che le ha raccontate e sostenute; di colui che, con spirito d'iniziativa e con perseveranza, meritò di rivelarci una parte di quel misterioso continente.

John Hanning Speke era il secondogenito di William Speke di Fordans, proprietario nella contea del Sommerset. Nato nel 1827, educato in un collegio di provincia, manifestò presto la sua passione per la caccia e per gli esercizi del corpo, un'instancabile curiosità e un grandissimo coraggio.

A diciasette anni, nel 1844, entrò nell'esercito anglo-indiano dove, in qualità d'ufficiale subalterno, prese parte alla terribile campagna del Pendjaub. Il suo valore nei servigi prestati gli procurò ampie concessioni dalle autorità militari. Ottenne vari congedi, dei quali approfittò per esplorare le parti meno accessibili dell'Himalaya e per penetrare intrepidamente in certe regioni del Tibet, riguardo le quali non si avevano fino ad allora nozioni precise. Botanico, geografo e soprattutto zoologo appassionato, formava preziose collezioni di oggetti di storia naturale e disegnava accuratamente alcune carte con le scoperte geografiche fatte in ciascuna delle sue spedizioni. Simili lavori avevano per conseguenza che gli si lasciava una libertà man mano più completa, sicché egli potè accingersi a un'alta impresa: la ricerca delle sorgenti del Nilo.

Fatto capitano, J.H. Speke, in compagnia del suo amico Burton, pure capitano, tentò dapprima, venendo da nord, di penetrare nel centro del continente africano, seguendo alcune notizie riunite da due missionari tedeschi, il dottor Krapf e il reverendo Rebmann, in merito ai grandi laghi di acqua dolce esistenti sopra uno spazio di parecchi paralleli, tanto a nord quanto a sud dell'equatore. Questa prima spedizione ebbe luogo nel paese dei Somauli nel 1854.

In seguito Speke prese parte alla guerra di Crimea e aveva deciso di andar a studiare la fauna del Caucaso, allorché, sentito che il capitano Burton tentava per la seconda volta di penetrare nel cuore dell'Africa, si affrettò a raggiungerlo.

Il secondo viaggio, che durò quasi due anni, cioè dal giugno del 1857 fino al marzo del 1859, condusse i due amici al lago Tanganyica. Nel ritorno si fermarono a Cazé e sentirono relazioni tanto positive sulla grandezza del Nyanza de Kereoué, che vollero conoscere da sé se potevano prestarvi fede. Però, mentre Burton pensava ai preparativi per il loro ritorno a Zanzibar, Speke si diresse verso nord. Sei settimane dopo egli era di nuovo a Cazé, entusiasta e convinto che lo spazio di mare interno di cui aveva esaminata l'estremità fosse il profondo serbatoio in cui si riuniscono le acque dei Monti della Luna e che di là dovesse uscire il grande Nilo. Burton non volle accettare tale idea se non come una ipotesi senza prove, e allora Speke si risolse a consacrare i suoi mezzi e la vita alla soluzione di quel problema.

Tale fu lo scopo del terzo viaggio in Africa che egli fece in compagnia del capitano Grant, dell'esercito delle Indie. Il racconto di questo viaggio forma il soggetto del presente volume. Quando sarà compiuto, si potrà meglio giudicare il valore delle scoperte a cui condusse.

Qui limitiamoci a dire che l'Inghilterra salutò con un grido di trionfo il fortunato ritorno dei due prodi campioni. Il capitano Speke ricevette le congratulazioni della Regina, fu ricompensato dalla Società Reale di Geografia, vide entrare il principe di Galles nel novero degli uditori dei suoi racconti; insomma, diventò obiettivo di tutti gli sguardi, l'oggetto della pubblica curiosità. La contea dove era nato lo rivendicava come uno dei suoi motivi di lustro mediante l'organo del decano dei suoi deputati, che richiamò l'attenzione della Camera dei Comuni sui luminosi servigi del giovane compatriota. Lord Palmerston raccolse il guanto in nome del paese intero e la riconoscenza nazionale stava promettendo al nostro viaggiatore le migliori ricompense, quando la morte lo strappò bruscamente alle ebrezze della sua nascente celebrità.

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CAPITOLO 4

IL SINZA


Infedeltà delle guide - Esazioni di Macaca - I miei arruolati vengono meno - Ritorno a Cazé - Abdalla, figlio di Mousa, mi accorda la sua assistenza - Io cado nelle mani di Loumerezi - Grant viene assalito dalla gente di Myonga - Egli mi raggiunge - Astuzie ed esigenze degli ufficiali di Souvouarora - Residenza di questo re - Nyamgundou - La superstizione fa rifiutare gli straordinari doni destinati a Souvouarora e a Mtesa - I cairns degli Houmas.


Fra gli abitanti del Sinza, quelli del sud somigliano troppo alle tribù dell'Ouiyarnouesi per meritare una particolare menzione. Nel nord, ove il paese è più montuoso, gli abitanti sono più destri ed energici. Gli uni e gli altri vivono in villaggi di capanne erbose che quelli del sud circondano di palizzate, mentre quelli del nord lasciano aperte a chiunque.

Da Bogoué, primo villaggio considerevole che abbiamo trovato, potei spedire a Grant un certo numero di facchini.

Il giorno dopo, la mia guida infedele il «Porco» mi condusse mio malgrado a Cagoué, ove riceveva da Macaca, capo del Sorombo troppo noto a motivo delle sue rapine, un invito imperioso. Inutilmente feci offrire il mio dono d'amicizia al capo: egli voleva vedere l'uomo bianco. I miei uomini, lusingati da ciò, non volevano muoversi se io tentavo di sottrarmi, sicché dovetti rassegnarmi a deviare di sedici chilometri per far il passo che mi veniva imposto. Ne fummo poi largamente ricompensati, giacché, giunti presso Macaca, ne venne assegnata per residenza una specie di corte di stalla, senza né un albero né un tetto sotto cui potessimo ricoverarci. Dovemmo poi anche metterci a dormire a stomaco vuoto, essendo stato proibito agli abitanti di venderci la minima cosa prima che fosse regolato il dono d'amicizia.

Le trattative per il diritto di pedaggio terminarono il giorno successivo con lo spogliarmi di molte tra le più ricche e preziose mie merci. Il «Porco» si affr ettò a volgere la cosa in scherzo, dicendo: «Siate tranquillo, tutti i selvaggi si assomigliano e avrete tasse uguali da pagare a ogni stazione fino al Soui. Là comincerà il gran gioco. Avrete allora a che fare con Souvouarora e non più con questi pretesi capi del distretto, i quali dopotutto, non sono che ufficiali del re e rubano indirettamente per conto di lui». Infatti egli diceva il vero assai più che io non lo credessi.

Tuttavia i tamburi non battevano ancora, poiché Macaca pretendeva che noi dovessimo innanzi tutto farci uno scambio di doni, come pegno delle nostre buone disposizioni reciproche. Aggiungeva poi che i suoi tamburi non avrebbero mai battuto se io non avessi comandato una salva reale. Mi sentii profondamente umiliato nel comandare il fuoco per soddisfare le sue esigenze, ma finsi di mostrarmi dispostissimo. Quanto a lui, cedendo alla mobilità d'impulso che fa credere alle persone della sua schiatta che ogni suo desiderio possa venire immediatamente soddisfatto, comandava il fuoco senza posa, sicché i miei uomini non avevano neanche il tempo di ricaricare. «Ancora, ancora!» ci diceva. «Presto!... A che sono buone queste vostre macchine?». E accennava agli schioppi. «Mentre voi preparate, noi vi trapasseremmo con le nostre lancie... Più presto, più presto, vi dico!».

Ma Baraca, per darsi il tempo necessario, parlava della necessità di prendere i miei ordini.

Dopo un fuoco di fila regolare, il giovane capo entrò sotto la mia tenda. Io gli offrii il mio seggiolone, ma non tardai a pentirmene, vedendo le macchie nerastre di cui il mobile fu subito coperto. Il mio ospite, infatti, prima di cingere una delle pezze di calicò a orlo colorato da lui procuratosi a mie spese, si era immaginato, per farla meglio risaltare, di lucidarla col burro fetido e, non essendo troppo solido il colore della stoffa, si capisce cosa potesse risultarne.

Era peraltro un bell'uomo sulla trentina e sulla fronte portava, a mo' di corona, il fondo d'una grossa conchiglia marina tagliata in cerchio e varie piccole corna d'antilope imbottite di polvere magica, al fine di stornare la jettatura. Le persone del suo seguito stavano nella più servile attitudine e facevano scoppiettare le dita ogniqualvolta egli starnutiva. Dopo i primi complimenti, egli passò ad assicurarmi di aver veduto presso i Masais due laghi distinti, che, passando dal Saga al paese di cui si tratta, egli aveva attraversato uno stretto considerevole, il quale unisce il gran Nyanza a un altro meno esteso, situato all'angolo nord-est del primo.

In appresso i miei fucili, le mie stoffe, tutto il bagaglio insomma fu da lui passato in rassegna nel modo più indiscreto. Volle vedere i miei album, contemplò gli uccelli con immenso piacere e pretendeva inserire sotto le loro piume le sue unghie, d'una lunghezza affatto reale. I capi se le lasciano crescere così per mostrare che è loro diritto esclusivo il nutrirsi di carne. Macaca, dinanzi al disegno di ogni animale, mandava grida di gioia. Poi volle vedere la mia lanterna, i miei fiammiferi, tutto, con tale importunità e insistenza, che io fui costretto a metterlo alla porta con un paio di pantofole mie, entro cui egli aveva cacciato, senza permesso, i suoi piedi fangosi. Egli in cambio asserì che non avrebbe fatto battere il tamburo qualora io non gli avessi accordato altre stoffe, l'equivalente di una bella sciarpa che gli avrei dovuto dare in buona coscienza.

Cominciai sul serio a pensare se non conveniva farlo fucilare, tanto per punire il suo tradimento e la sua tirannia, quanto per dare un esempio ai suoi colleghi; ma il «Porco» pretendeva che gli Arabi, soggetti nel Bena alle medesime esazioni, pagavano sempre senza mercanteggiare e si mostravano docili a qualunque ordine venisse loro dato. Baraca diceva: «Se voi lo comandate, noi lo uccideremo... Badate soltanto che Grant viene dietro di noi e che, se cominciate la lotta, bisognerà che combattiate per tutta la strada».

Io li incaricai dunque di regolar l'affare a loro posta e subito dopo i tamburi batterono in tutte le direzioni. Macaca esigeva ancora da me un fucile e una scatola di fiammiferi; ma io gli risposi che se parlava ancora sia di fucile sia di fiammiferi, avremmo deciso la querela con le armi, non essendo io entrato nel suo paese per sottomettermi alle minaccie del primo spaccamonti capitato. Allora egli si ridusse a pregarmi che io comandassi ai miei una scarica di moschetteria di contro alla sua palizzata, per indicare ai Vouatoutas risiedenti, a quanto pare, dietro una piccola catena di colline granitiche situate all'estremità occidentale del suo distretto, di qual forza imponente egli potrebbe all'occorrenza valersi. Il permesso venne accordato, ma la sua bravata si volse contro di lui nel modo più ridicolo. Infatti la sera stessa i Vouatoutas assalirono i suoi villaggi e gli uccisero tre sudditi. Le cose si sarebbero forse spinte più in là, se i miei uomini non fossero usciti e non avessero sparato in aria un certo numero di fucilate. I Vouatoutas fuggirono spaventati, mentre i nostri gagliardi rientravano di corsa, esaltando come di consueto le loro prodezze.

Grande era la viltà dei Vouatoutas, ma quella dei miei lo era del pari. Alla mattina successiva, nel momento di levar la tenda per partire, non comparve neppure un portatore. Persuaso che non fossero nascosti molto lontano, intimai al «Porco» di convocare i «suoi figli». Egli obbedì di mala voglia e tutta la mia eloquenza non valse contro la loro risoluzione di non andare più innanzi per la paura di passare su strade infestate dai ladri. Del resto, siccome non volevano derubarmi, rinunziavano al salario. Allora, respingendo le offerte che ci fece Macaca, proposi ai miei uomini di tornare indietro fino a Mihambo, nel distretto di Bogoué, ove metterei in deposito le mie merci, e il «Porco» al quale offrivo per ciò un intero carico di perle-anelli di Germania, condurrebbe Baraca, convenientemente travestito, fin presso il gran capo del Soui, al quale chiederebbe in mio nome ottanta uomini. Intanto io ritornerei nel Nyanyembé per trovarmi alcune reclute fra le persone addette già allo stabilimento del defunto Mousa. Grant ci raggiungerebbe, e noi viaggeremmo allora in un corpo solo.

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CAPITOLO 6

IL PAESE DI GANDA


Diritto di provvigione esercitato in favore degli ospiti del re - Esecuzioni anticipate per assicurare la loro tranquillità - Nyamgundou serve di guida alla mia carovana - Usurpazione d'insegne - Masaha e il pokino - La Mouerango - Nyama-Goma - Gioia di Mtesa alla notizia del mio arrivo - La Myanza - Bandaouarogo, residenza reale - Come l'Ouddou sia diventato il Paese di Ganda - Governo dispotico - Funerali reali - Successioni al trono - Gerarchia di impiegati - Il re non può mal fare - Nyanzig - Streghe reali - Udienze - Corte di Giustizia - Etichetta - Asilo religioso - Incoronazione.


Mentre eravamo così fermati al confine del Ganda, il 23 gennaio vedemmo arrivare un ufficiale chiamato Maribou. Egli era incaricato di avvertirmi che Mtesa, spinto dal desiderio di vedere gli uomini bianchi, gli aveva affidato la cura di andare nel Garagoué a cercarvi Grant e di condurlo a lui a qualunque costo. Io approfitto di questa occasione per scrivere al mio compagno di mettersi in via, se può, con le nostre merci più preziose.

Diversi messaggi, uno più imperioso dell'altro, riconducono Maoula ch'io costringo finalmente a marciare. Egli ci conduce direttamente a casa sua, mette a mia disposizione una capanna vasta e ben tenuta e ci dà quanti banani vogliamo. Anzi egli ci assicura che qui nel Ganda l'ufficiale del distretto deve provvederci di banani, essendo tale la legge del paese concernente gli ospiti del re; sicché io sospesi immediatamente la distribuzione quotidiana delle conterie. Allora tutti i miei uomini si dichiararono nemici del banano, sostenendo inoltre che un simile regime non poteva saziare la loro fame.

Maoula, vedendomi preparare tutto per la marcia, mi supplica di avere pazienza e di aspettare una diecina di giorni, cioè il ritorno del messaggio mandato al re. Benché a malincuore, ho dovuto rassegnarmi; in cambio rifiuto i suoi banani e dò l'ordine ai miei di comperarsi ogni giorno la loro razione di grano come in passato.

Tuttavia Maoula, forse con la speranza d'impedirmi di progredire, è andato per alcuni giorni da un suo amico; ma io non ero costretto ad aspettarlo.

Il giorno dopo, Cachouchou, il quale aveva annunciato la mia visita al re del Ganda da parte di Roumanica, venne a dirmi che il principe provava tal desiderio di vederci, che alla notizia del nostro prossimo arrivo aveva messo a morte cinquanta persone notevoli e quattrocento altre di bassa estrazione, dal momento che, secondo lui, le disposizioni litigiose dei suoi sudditi erano l'unica ragione del ritardo della nostra visita. Insieme a Cachouchou, vennero pure due capi di Mtesa con l'ordine di condurre la mia carovana e quella del dottore Kyengo.

In seguito vidi arrivare il nostro antico amico Nyamgundou, il quale mi recava quattro giovenche dalla parte di Mtesa, e aveva ricevuto l'incarico di condurmi da lui senza ritardo.

Nyamgundou pretende di lasciarmi continuare il viaggio sotto la scorta di Maoula per andar egli stesso a cercare Grant al Garagoué. Io gli confesso ingenuamente che, stanco del modo di procedere del suo indegno collega, rinunciavo a marciare sotto la sua guida. Nyamgundou allora mi offre di lasciarmi alcuni dei suoi «figli» aggiungendo che gli ordini del re non ammettevano che una parte della mia carovana rimanesse indietro. Dopo una lunga discussione resta pattuito che partiremo la mattina seguente, non appena le giovenche fossero arrivate da Kisoueré.

Tuttavia, all'indomani, all'ora prefissa, Nyamgundou non era ancora comparso. Io volli partire senza di lui e diedi l'ordine si levasse il campo. Bombay vi si oppose tanto villanamente che io, per conservare la mia autorità, fui costretto ad assestargli tre pugni che lo fecero sanguinare dal naso. Fu la prima e l'ultima volta che io ricorsi in questo viaggio a una correzione manesca.

Rasentando poi le montagne a sinistra e lasciando a destra una vasta pianura piena di stagni, ci fermammo in un villaggio ai piedi d'una piccola elevazione, dall'alto della quale scorsi per la prima volta, dopo la mia partenza da Cazé, le acque del Lago Vittoria. Nyamgundou mi trattava con piacevole cortesia e non mancava mai d'inginocchiarsi quando mi rivolgeva la parola.

Eccetto il traversare gli stagni, occorrenza talvolta faticosa, il viaggio continuò in eccellenti condizioni. Costeggiavamo fertili giardini, i cui padroni fuggivano al rumore dei nostri tamburi, certi d'essere puniti qualora avessero osato osservare «gli ospiti del re». Le loro dimore vengono assegnate a me e ai miei uomini senza nessuna cerimonia. I Nyambos della scorta vi saccheggiano quanto loro conviene e faccio fatica a frenarli, ché essi dicono di esercitare con ciò una semplice rappresaglia contro gli abitanti del Ganda, i quali devastarono parecchie volte il Garagoué.

Durante una sosta fatta per aspettare le donne di Nyamgundou, un bel giovanotto mi consegnò una lettera di Grant. Egli portava arrotolata intorno al collo la pelle d'un gatto tigre, ornamento riservato agli uomini di stirpe reale. Offeso di tale usurpazione, Nyamgundou fece arrestare il messaggero e gli provò che non apparteneva a nessun ramo della famiglia reale: «Ora, continuò, come posso far espiare tanta presunzione a costui? Se la cosa viene portata dinanzi a Mtesa, certo egli si perde la testa... Se dunque lo lascio libero al prezzo di cento giovenche, non avrà fatto un affare buonissimo?». Tutti furono dello stesso parere, perfino l'accusato, che si sottomise a tale giudizio.

Nel villaggio di Merouca, posto su ammirabili montagne coronate dalla più svariata vegetazione, risiedono parecchi grandi personaggi, tra cui c'è una zia del re. Ci siamo scambiati parecchi doni e io passerei volentieri un mese in questi bei siti, ove la temperatura è dolcissima, le vie sono larghe e ben tenute, le case pulitissime, i giardini coltivati con la massima cura. Guardando quel paese dalle placide forme e dalle molli ondulazioni del terreno, io m'immaginavo che tutta la contrada avesse dovuto trovarsi, tempi addietro, al livello con le sue attuali sommità.

Il 2 febbraio entravamo nel capoluogo di un governo compreso tra le foci della Kitangoulé e della Catonga e affidato a un pokino. Il capoluogo si chiama Mosaca e forma un gruppo notevole di capanne posto in collina. Dovetti ritirarmi a qualche distanza, in certe abitazioni assegnatemi, per aspettarvi la visita di Sua Eccellenza, provvisoriamente assente. Questa visita ebbe luogo all'indomani con tutte le forme richieste. Il governatore, seguito da molti ufficiali, mi condusse una vacca e fece anche deporre dinanzi la mia tenda vari vasi di pombè, enormi canne da zucchero e una buona provvista di caffè.

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