Copertina
Autore Barbara Spinelli
Titolo Il sonno della memoria
SottotitoloL'Europa dei totalitarismi
EdizioneMondadori, Milano, 2001, Saggi , pag. 420, dim. 150x220x35 mm , Isbn 978-88-04-46657-4
Classe storia contemporanea , politica , guerra-pace
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Indice


  5 Introduzione.  Memoria vana

    - Nani sulle spalle dei giganti, 5
    - I perché di un privilegio, 9
    - Il desiderio di passare ad altro: a che serve
        Mnemosyne?, 12
    - Le tre memorie di Nietzsche, 15
    - Memoria viva, fondamento d'Europa e merce rara, 17
    - L'ideologia dell'entusiasmo, 18
    - Il turismo della memoria e il lutto terminabile, 21
    - Il culto della vittima, 23
    - Il mito della guarigione e lo splendore dell'errore,
        25
    - L'ignoranza militante: da Bitburg alla Repubblica di
        Salò, 28
    - Paragonare stanca, 32
    - L'ebreo e la Shoah cristianizzata, 35

 39 I  La guerra smarrita del Kosovo

    - Le trappole della memoria: come un ricordo ne cancella
        un altro, ovvero come il Muro eclissò i Balcani, e i
        Balcani eclissarono la Cecenia, 39
    - Balcani Duemila: come una grande illusione trasformò
        la vittoria in vergogna, e scacciò addirittura la
        guerra dai ricordi, 48
    - «Eyes Wide Shut», ovvero il trionfo perenne di
        Pangloss, 56
    - L'uscita dal comunismo e la caduta nel tempo:
        Belgrado, ottobre 2000, 61

 72 II  Le cose non dette della distensione

    - Come gli americani riscopersero la Mitteleuropa, per
        poi accorgersi che l'Europa di Kafka è finita da un
        pezzo, 72
    - Polonia, terra di Dio o di Satana?, 84
    - La stupidità come tentazione e progetto realizzato, 91
    - La coesistenza pacifica e il matrimonio selvaggio con
        le dittature, 99
    - La guerra fredda e le ipocrisie del diritto
        internazionale.  Le tristi avventure della volontà
        di impotenza, 110

115 III  La Germania e l'occhio di Bu˝uel

    - «Ostalgie», il romantico anelito all'unità delle
        anime, Berlino novembre 1999: la Germania rinasce e
        Parigi sprofonda nel lutto della «grandeur», 115
    - Gli attacchi al corpo estraneo che fu, per un certo
        tempo, Joschka Fischer, 125
    - L'occhio di Bu˝uel che scompaginò i tedeschi
        dell'Ovest e fu risparmiato a quelli dell'Est, 132
    - Come ricordare la Shoah: l'impossibile neutralità di
        Hobsbawm e un paragone con la memoria israeliana,
        138
    - Come salvare il comunismo condannando solo il nazismo,
        abisso assoluto della Storia, 150

157 IV  Italia: i patti dell'oblio

    - Un mancato appuntamento con l'anti-totalitarismo, 157
    - Le sinistre in Italia e la sconfitta in parte
        annunciata in parte voluta, del maggio 2001, 159
    - Come fu rubata la salma di Bettino Craxi, ma censurata
        la sua battaglia per l'Occidente, 159
    - La strategia di Veltroni: seppellito il comunismo
        italiano, ecco nascere dal nulla la nuova sinistra,
        un bel giorno del novembre 1989, 167
    - Il comunismo è davvero incompatibile con la libertà?,
        173
    - Il confuso groviglio dei ricordi (congresso del
        Lingotto, gennaio 2000), 176
    - La fuga nel «Weltschmerz» e la domanda inevasa: per
        che cosa ci siamo battuti nella guerra fredda?, 181
    - I postcomunisti italiani aggrappati a una
        socialdemocrazia barcollante moralmente e
        politicamente, 186
    - Le sinistre mondiali riunite a Firenze e un breve
        excursus sulla memoria francese, 190
    - La memoria di Tangentopoli e la caduta della Prima
        Repubblica, 197
    - L'oblio come eterno rimedio italiano: perché la
        chiamata di correo di Craxi divenne un tabù, 197
    - Il fascino della melma: una classe dirigente senza
        responsabilità, 207
    - Il caso Priebke, 213
    - L'improvvisa scoperta della Kolyma cancella Auschwitz.
        La grande ribellione contro le vittime di Priebke.
        Perché l'Italia è all'avanguardia nell'oblio dei
        Lager e dei Gulag, 213
    - Fosse Ardeatine e foibe: l'altra faccia della
        «conventio ad escludendum», 219
    - Una guerra delle memorie per dissolvere le colpe
        italiane, 225

230 V  Austria: convivere col ragno nero

    -I primi passi di una politica della memoria: l'Europa
        si guarda allo specchio e sente nausea, 230
    - Un fiero pasto per le sinistre, mentre le destre
        moderate fanno quadrato nell'area germanica, 243
    - Da Haider a Putin: non somigliamo per caso all'Austria
        che tanto riproviamo?, 254

260 VI  La Russia weimarizzata

    - La nuda vita della Russia, 260
    - La caduta di Groznyj: quando tornò a calare la cortina
        di ferro e Clinton diventò ilare, 267
    - La guerra caucasica è anche mentale: dalla rivoluzione
        comunista a quella nazionale, o come i russi vollero
        riparare le sconfitte dell'89 e del '91, 273
    - Russia ed Europa: fiele dei Balcaní, 281
    - Un tentativo di chiarimento a Mosca, 281
    - Contro la guerra NATO in Kosovo, 288
    - Incontro con Sergej Kovalév (inverno 1999-2000), 296
    - La memoria negata dei Gulag: «Il comunismo non si
        processa», 301
    - Putin: quest'uomo è un enigma!, 308

316 VII  La grande febbre dei «mea culpa»

    - Popper entra nei palazzi nobili e in Vaticano, ma per
        esserne presto estromesso, 316
    - Il papa e la crisi della teodicea a Yad Vashem, 320
    - Il «mysterium» dell'apatia e l'eclisse di Dio, 327

334 VIII  Israele: pietre di ieri e di oggi

    - L'Orfeo ebraico affetto da afasia, 334
    - Quella marmellata del «noi» in cui si sprofonda.  E se
        sia possibile abbattere il Muro del Pianto, 335
    - Il Santo sterminatore e l'asino del Messia, 341
    - I nuovi storici hanno dichiarato guerra al romanzo
        della memoria, 348
    - La rivoluzione congiunta dei violinisti e di Yitzhak
        Rabin, 357
    - Dio è vivo e tutto è permesso.  Massacri in nome
        dell'Amore, 363

370 Postfazione. I trampoli di Proust
379 Note
411 Indice dei nomi

 

 

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Pagina 5

Introduzione
Memoria vana



        Tutti si lamentano della propria
        memoria e nessuno si lamenta del
        proprio giudizio.
                   FRANăOIS DE LA ROCHEFOUCAULD

        «Io ho fatto questo» dice la mia
        memoria. «Io non posso aver fatto
        questo» dice il mio orgoglio e resta
        irremovibile.  Alla fine - è la memoria
        ad arrendersi.
                            FRIEDRICH NIETZSCHE


Nani sulle spalle dei giganti

Questo libro tenta di descrivere una malattia della mente, che impedisce all'Europa e alla sua cultura di apprendere lezioni dal passato: Mnemosyne è il filo conduttore, e alla madre delle Muse è dedicata questa investigazione, necessariamente approssimativa perché ha come oggetto il tempo d'oggi, che è labile. La malattia è una degenerazione della memoria, che tende a farsi paradossale e a restringere il pensare dell'uomo anziché liberarlo. Onnipresente nei ragionamenti e nei mea culpa che sono andati intensificandosi tra gli anni Novanta e il Duemila, l'arte del rammemorare ha conosciuto un singolare destino nel vecchio continente. Non è riuscita a combinarsi con una nozione adeguata del tempo. Si è disgiunta dal suo scorrere, da segmenti fondamentali del suo gravitare, dalle occasioni che esso forniva.

Più l'arte della memoria era evocata, più si ossificava fino a rasentare la sterilità. Più se ne lamentava l'assenza, più gli appelli suonavano inani. Il divario tra le meditazioni sul passato e la prassi, tra l'invito dei politici a ricordare e l'incapacità di agire - l' adynatos dei greci - non poteva essere più palese. Mai si è parlato tanto di memoria da quando è caduto il Muro di Berlino nell'autunno '89, e tuttavia questo discorrere concitato restava ingabbiato nel nominalismo: i fatti riesumati non erano che flatus vocis, il cui significato sembrava destinato a sperdersi. Mai si è dissertato tanto dell'accordo di Monaco, che nel '38 permise a Hitler di assestarsi e che simboleggia l'infecondo disonore dell' appeasement, del patteggiamento incondizionato con le tirannidi. Il tempo non fluiva ma stagnava, inerte. Impossibile non restare intrappolati nei ricordi, e difficile invece discernere errori e virtù delle generazioni precedenti. Impossibile muoversi, facendo tesoro di quel che si era appreso.

Il presente assumeva la forma di una modernità piatta - succedanea delle utopie totalitarie che si erano proposte di abolire il tempo - ed essa impediva ogni introspezione o esame di precedenti mali o risvegli. Passando da un evento all'altro come Marcel Proust passa da un salotto all'altro, gli europei collezionavano esperienze ma restavano schiacciati sul presente. Una nebulosa percezione del tempo perduto era l'unico stile di vita che conoscevano - salvo qualche attimo di memoria involontaria, di subitaneo déjà vu - e mai si giungeva al tempo ritrovato. La storia recente dell'uomo europeo si riassume in questa incapacità di cadere nel tempo, e riconoscerlo. Di lavorare sulla memoria, ma anche di oltrepassarla per estenderne i confini e costruire su di essa. Di apprendere l'intelligenza dell'umanità tramandata da Bernardo di Chartres: quel che ci salva, e ci dà il senso del tempo, è il nostro «esser nani che camminano sulle spalle di giganti». I giganti sono le nostre storie, i successivi e contraddittori volti che abbiamo avuto in passato, e in quanto tali personificano il vissuto personale e collettivo che ci portiamo dietro come bagagli. Dalle loro alte spalle possiamo vedere un certo numero di cose in più, e un po' più lontano. Pur avendo la vista assai debole possiamo, col loro aiuto, andare al di là della memoria e dell'oblio.

Nei capitoli che seguiranno, l'attenzione si porterà su alcuni casi esemplari di questa memoria ridondante, ma vana: la guerra balcanica innescata da Milosevic, le cui stragi furono volontariamente sottovalutate per dieci anni, e più generalmente il dopo guerra fredda - ma meglio sarebbe dire dopoguerra - in Europa orientale (capitoli I e II). La Germania e il suo rapporto perplesso con il passato, all'indomani dell'unificazione tra due vissuti discordanti: quelli dell'Ovest e quelli dell'Est (capitolo III). L'Italia e le sue esperienze sciupate, deformate, come dimostrano la mancata maturazione civile a seguito di Tangentopoli, il processo Priebke, le insufficienti riflessioni sul passato comunista e il terrorismo rosso (capitolo IV). L'Austria di Haider e delle sue amnesie (capitolo V). Segue la Russia, guidata prima da Eltsin, poi da Putin: mai pienamente uscita dal comunismo, impreparato ad accettare la disfatta dell'impero sovietico, impantanata in ripetute guerre di rivincita contro la popolazione cecena e l'Islam in Asia centrale (capitolo VI). E, ancora, Giovanni Paolo II, e la purificazione della memoria che il papa polacco ha proposto a un'Europa che sta riunificandosi a fatica con la sua metà orientale: a fatica perché il male comunista di cui ci si è liberati non ha ancora ceduto il passo a vere guarigioni (capitolo VII). Infine Gerusalemme e il suo vacillante destino, in cui il vecchio continente è coinvolto perché Gerusalemme è matrice della nostra civiltà, accanto ad Atene e Roma, e perché le sue tribolazioni sono iniziate nelle nostre terre: alle virtù e malattie dell'ebraismo è dedicato il capitolo VIII. Nella patologia del tempo introvabile sono inclusi perciò Russia e Israele, parti essenziali del nostro essere europei.

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Pagina 24

Dall'immobile incanto delle commemorazioni si può uscire schivando gli ostacoli, oppure rimeditando i tempi che riaffiorano alla mente con l'animo permeabile, vulnerabile del Narratore di Proust. Il primo espediente è quello dell' escamotage preferito da Martin Walser: lo scrittore tedesco crede di potersi districare dalla sterile ripetitività delle rammemorazioni denunciando l'ipocrisia delle esibizioni dell'onta, e accampando il diritto a privatizzare finalmente colpe e ricordi. Il secondo espediente connette le innumeri sequenze del passato alla vita di oggi, le scruta con lente sempre più scrupolosa invece di fuggirle, e non si ferma alla citazione ma si serve di essa per dire qualcosa di non contraffatto, che permetta a chi segua il dipanarsi della trama storica di divenire «il lettore di se stesso», di «riconoscere se stesso» meglio di quanto accadrebbe senza lo «strumento ottico» che è la narrazione o la celebrazione rievocativa. Chi narra e commemora in questo modo è consapevole delle derive letali della diarchia, ed è a partire da qui che spicca il salto ed esce dal sortilegio della passività.

Nel sistema diarchico il dilemma è obbligato - o ti pieghi o perisci, o accetti il male o accetti di morire - e non v'è spazio per l'alternativa vitale: o ti pieghi o resisti, o resisti o perisci. Quest'ultima non sempre assicura esiti positivi, come attestano i campi di sterminio o la Kolyma. Né esiste un'umanità superiore, vaccinata in eterno contro la morte, il naufragio di ogni rimedio, il corrompersi della mente. Ma qualche protezione è stata concepita, contro la mortalità delle civilizzazioni, e una di esse è il principio di resistenza. Quando esso è tralasciato o dimenticato, la cultura della morte ha il sopravvento, e contro la propria volontà ci si adatta allo spirito dei tempi, allo Zeitgeist secondo cui l'unica personalità in fin dei conti energica, l'unico eroe interessante diventa l'assassino che entra in concorrenza con Dio e la sua onnipotenza: è lui la forza viva che attrae i politici fino a stregarli, lui il creatore di morte e di martiri che tanto più verranno compianti e inneggiati quanto più saranno stati inermi.

Il principio dì resistenza è il terzo intruso, cui vale la pena rivolgersi nelle emergenze perché consente di dare un nome al male, uno spiraglio di luce al sentimento di vergogna di chi è sopravvissuto, e non ultimo uno scudo alla vittima. Esso spezza il faccia a faccia tra carnefice e perseguitato, e non scioglie aggressori e aggrediti nel concetto eufemistico della «guerra civile ideologica». Chi apprende a dire no si abitua a interrogare se stesso, e a nutrire sospetti sulle terapie che pretendono di restituire piena salute a una civiltà o a un individuo. Spostare i demoni in luoghi eccentrici è l'illusione di possedere un vaccino, quando non si hanno a disposizione che misure di precauzione; è una consolazione che non debella le patologie gravi, come sembrano credere i volgarizzatori dogmatici della cura frudiana. Emarginare il capitolo di storia che provoca turbamenti può aiutare il paziente a non soffrire nell'immediato, ma non a identificare il volto del maligno e a star ritti al proprio posto quando ricompare. Non a caso il malato sul divano gioca d'inganno, con il terapista: «Il ricordo non mi fa vivere, dottore», ma la sua angoscia autentica è altrove. Non è la paura di non vivere che lo scompiglia, ma la paura di vivere scomodamente, nel malessere, nelle aporie dell'esistenza, privato di consolazioni, eufemismi e finti messia. Falsamente guarito da cure speditive, dovrà constatare: «io inuoio a forza di star meglío!».

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Pagina 26

Al termine del cammino non ritroviamo lo splendore della verità, ma lo splendore dell'errore incontrovertibile, aperto a correzioni di rotta; non l'unanimità delle credenze ma le costituzioni laiche che regolano i contrasti dentro spazi sottratti alle direttive delle fedi, senza pretendere di abolirne le discordanze e financo le intensità. Riscopriamo quello che è iscritto nella memoria viva d'Europa: segno di inciviltà non è l'irruzione di credenze in conflitto, non è l'antagonismo tra discrepanti culture di popoli o etnie, ma l'incapacità di inventare meccanismi intesi a domare, senza spargimento di sangue, le inevitabili dispute e le bellicose sopraffazioni di una cultura sull'altra. Quel che mina l'Occidente non è il Clash of Civilizations paventato dal politologo americano Samuel Huntington - lo scontro insanabile tra culture religiose, etniche, ideologiche - ma il cedimento alla potenza di una fede, e la disillusa rinuncia alla forza della laicità. Per sua natura il disilluso tende a sentirsi perduto come un semidio costretto a rinnegarsi: in segreto rimpiange l'incanto in cui viveva, e da cui a malapena si è distaccato. Il mondo gli pare piu grigio sino a divenirgli indifferente, da quando non è più possibile far valere una superiore idea della felicità collettiva ed eguale per tutti.

Illusioni di tal genere hanno avvelenato il secolo scorso, contaminando per lungo tempo una borghesia vergognosa di sé, dei propri successi o egoismi, e la duplice Liberazione del '45 e dell'89 non le ha dissolte, contrariamente a quello che sperava Franšois Furet nel suo ultimo libro. Esse si rimobilitano ogni volta che viene proclamata la vittoria di una specifica concezione del Bene sulla convivenza secolarizzata tra idee opposte, ogni volta che la pace è immaginata non già come tregua costantemente rinegoziata - partendo dalla cognizione dei tormenti che comunque gli uomini sanno e vogliono infliggersi l'un l'altro - ma come progetto, pronto, di inalterabile armonizzazione.

Il sogno è tipico della cultura intesa come sistema chiuso - espressione di una terra circoscritta, di un'etnia, oppure di una visione del mondo senza alternative, totalizzante. Cade in questa categoria anche il sogno di una conclusiva vittoria del mercato, percepita come prevalenza ormai mondializzata di una fede, di una legge naturale indiscussa, e non come arte che presuppone regolamenti giuridici, reciproca fiducia disciplinata da leggi, rispetto del contratto e della parola data, consapevolezza che il capitalismo non è automaticamente market-democracy, ma è un'arte di ininterrotta contrattazione e di compromesso tra forze di mercato e democrazia, capitalismo e governo delle leggi, libertà d'intraprendere e diritti-doveri sostenuti dal senso dell'onore. In assenza di questi complementi, il mercato degenera in banditismo e mafia, e quel che si perde è la sostanza paradossale del capitalismo democratico, esprimibile solo attraverso ossimori: la coesistenza discordante, l'onesta temerarietà, l'asociale socievolezza di Kant sono il lievito che lo fa crescere nella meno ingiusta delle direzioni.

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Pagina 28

L'ignoranza militante: da Bitburg alla Repubblica di Salò

L'anamnesi intesa come raccolta di distinguo e cognizioni acquisite in esperienze anteriori fornisce un solido criterio per giudicare il mondo in cui si vive: per dire dove è il diritto violato e dove la strada per restaurarlo. Quel che più mina l'essere umano non è infatti la dimenticanza di date, nomi, concatenamenti cronologici: è la perdita dell'attitudine a esprimere giudizi sugli eventi o, per esser più precisi, della consuetudine a pensare. ╚ non saper più dire «sì sì-no no» davanti al tribunale della critica, anche quando la politica prescrive condotte prudenti o attendiste. Il pericolo non è l'ignoranza delle cronologie, ma quel peculiare oblio che si estrinseca nell' ignoranza militante del passato: passato che si fraziona, si diplomatizza, e si reinventa a seconda delle convenienze.

L'ignoranza militante non è analfabetismo, così come la memoria vana non è smemoratezza: è non-voler rammentare quel che pure si ricorda, non-voler associare l'anamnesi all'azione, la conoscenza al giudizio.

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Pagina 32

Paragonare stanca

Si è già notato come la concentrazione sul vissuto personale e sulla memorialistica abbia una delle sue origini nella cultura dell'antifascismo. O per meglio dire: di un antifascismo canonico che è servito a riedificare le democrazie liberali dopo il '45, ma che ha inibito a più riprese lo studio e la comprensione dei tempi presenti, nonché il riconoscimento di nuovi fatti storici delittuosi. Sostenendo l'unicità del genocidio ebraico e della barbarie nazista, essa si rifiuta di paragonare le sofferenze e di oltrepassare la geografia tedesca del male, per tema di banalizzare Auschwitz. ╚ un diniego saldamente ancorato nelle sinistre europee, e aanche tra gli intellettuali ebrei: in Italia specialmente, che per conformismo cattolico-comunista ha eluso le questioni storiche spinose, e non ha fatto proprie né la consapevolezza dei socialdemocratici tedeschi del dopoguerra, né la riflessione anti~totalitaria emersa a Parigi tra gli anni Sessanta e Settanta. La presa di coscienza in Francia avvenne a tappe: sulla scia prima dell'invasione di Praga nel '68 e della pubblicazione dell' Arcipelago Gulag di Solzenicyn nel '74; poi dei due libri di André Glucksmann e Claude Lefort sulla natura del totalitarismo comunista, nel '75 e '76; poi del fenomeno dei Nuovi Filosofi, nel '77, infine della revisione critica del mito rivoluzionario giacobino nelle opere di Franšois Furet, tra la fine degli anni Settanta e i primi Ottanta.

Naturalmente il paragone tra Lager e Gulag è un'impresa ardua, ma qualsiasi pensiero profondo lo è. Chi paragona è sempre esposto alla sbadataggine, alla malafede, o alla leggerezza. La camera a gas che stermina milioni di uomini perché nati ebrei e programma l'espianto di un popolo, è un crimine che mal sopporta equivalenze ridondanti: al massimo sopporta l'equivalenza con il genocidio programmato degli armeni in Turchia, dei tutsi in Ruanda. Ma se le parole hanno un senso, non è questo lo scopo dell'esercizio che si concretizza nel paragonare e che, letteralmente, significa «mettere a confronto due o più persone allo scopo di rilevare somiglianze e differenze». ╚ un pensare che non ha nulla a che vedere con l'amalgamare, l'equiparare, e che anzi incoraggia i distinguo, indispensabile strumento per tener viva la memoria-esperienza descritta dal filosofo Manès Sperber: quella che produce vigilanza, e che va oltre l'appartato vissuto - Erlebnis della vittima. Il paragone non solo è possibile ma doveroso - per affrontare il fenomeno concentrazionario, o le pulizie etniche - e solo comparando è possibile superlativizzare un crimine, uscire dalla gabbia dell'unicità che isola, circoscrive, e di fatto sbocca nella sua storicizzazione. La volontà paragonatrice non è sinonimo di banalizzazione: se non è male adoperata, è la decisione di passare dal proprio personale strazio a quello dell'Altro, e di non reclamare per sé lo statuto esclusivo di sofferente o perseguitato.

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Pagina 157

IV
Italia: i patti dell'oblio



           Se non vogliamo abbandonare al caso
                              il nostro domani.
                VITTORIO FOA, Questo Novecento


Un mancato appuntamento con l'anti-totalitarismo

La memoria è un'attività che esige autocontrollo oltre che severità, perché è materia ad alto rischio. Può destare la coscienza di un dormiente, ma anche alimentare odi insaziati quando il rammemorante si concentra sulla propria condizione di vittima. Può venire in aiuto rivelando quel che fino a ieri era mal raccontato, e può essere adoperata infine come mezzo politico, per azzittire o sgominare un rivale. In Italia la memoria è stata la maggior parte delle volte usata politicamente, prima di divenire oggetto di ripensamento e di studio. Non è stata un orizzonte entro cui collocare con più circospezione l'esistenza collettiva, ma un'arma. La facoltà della reminiscenza autodisciplinante non ci ha accompagnati passo dopo passo, come è accaduto in Germania occidentale dopo la guerra, ma è spuntata a fasi alterne come un'eruzione: brutale, inaspettata, e quasi sempre sterile.

Per non aver processato il passato fascista, per aver linciato Mussolini a piazzale Loreto come furono linciati Ceausescu e la moglie Helena in una cantina rumena, per non aver osato riflettere sul monopolio che i comunisti hanno esercitato per decenni sulla storia dell'antifascismo e sulla cultura del dopo-guerra, l'Italia ha condannato se stessa a una singolare patologia: quella della smemoratezza patteggiata, o della reminiscenza vendicativa. D'un tratto il ricordo fa ritorno, ma solo perché in quella particolare circostanza torna utile. Postfascisti e postcomunisti stringono tregue opportuniste oltre che equivoche, interrotte da ricorrenti esplosioni d'ira che suscitano passioni ma lasciano deboli tracce. Per natura calcolatrice, la memoria nazionale si accende e si spegne come una lampadina che è sempre sul punto di bruciarsi. Le parole stesse, e le esperienze di cui esse sono la traduzione, perdono ogni rapporto con la realtà evocata. Fra queste la parola «anticomunismo», usata dal centrodestra senza rispetto né sapienza di quel che è stata la resistenza contro i regimi comunisti: tramutata in abusivo pugnale per screditare ogni mossa delle sinistre o del centrosinistra italiani. Lo stesso si può dire del termine «antitotalitarismo»: applicato con inflessibilità verso i postcomunisti, e con assoluta indulgenza verso i postfascisti e perfino verso il partito dei non-pentiti fascisti di Pino Rauti.

In Italia può letteralmente accadere di dimenticare quel che si è detto un minuto prima, senza che ciò susciti meraviglia. Il fenomeno, ricorrente, è legato al caratteristico meccanismo italiano del rammentare, a singhiozzo. Vi sono anche gesti automatici che tendono a ripetersi, e quasi tutti risalgono all'originario passo falso del secondo dopoguerra: all'ora in cui venne implicitamente affidata al Partito comunista, di cui strategicamente si diffidava, la mansione di guardiano della democrazia rinata. Non pochi collaboratori e responsabili fascisti poterono ritrovare un posto d'onore nella società, grazie alla patente democratica garantita dall'iscrizione al Pci e alle organizzazioni pacifiste internazionali.

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Pagina 316

VII
La grande febbre dei «mea culpa»



    Il primo animale domestico di Adamo dopo
    la cacciata dal paradiso terrestre fu
    il serpente.
                                    FRANZ KAFKA

    Due possibilità: farsi infinitamente
    piccolo o esserlo.  La seconda è
    compimento, perciò stasi; la prima inizio,
    perciò azione.
                                    FRANZ KAFKA


Popper entra nei palazzi nobili e in Vaticano, ma per esserne presto estromesso

Quel che abbiamo alle spalle è anche un fine secolo di pentimenti e confessioni di colpa. Si può immaginare un lento corteo, dove compaiano ieratiche istituzioni che fin qui pretendevano di essere intoccabili, o eterne, o di non sbagliare mai. Erano istituzioni venerabili, non abituate a incespicare: le banche svizzere, la France éternelle, la socialdemocrazia svedese, le Nazioni Unite. E il papato di Roma. Tutte si presentarono, più o meno volontarie, alla resa dei conti. Giunsero a sorpresa, accettarono di mettersi in questione: senza darsi appuntamento, sentirono avvicinarsi l'istante quasi in simultanea. Ammisero quel che in altri tempi sarebbe parso insensato: farsi giudicare da un punto di vista esterno, e terreno. Non «sub specie aeternitatis», non da fantasticati tribunali del Cielo o della Storia, non da superiori impenetrabili consigli di amministrazione, ma dal punto di vista delle vittime, dei clienti, che erano stati truffati dalla Storia, o dalle banche. Caddero veti irrigiditi dal tempo, vennero scossi sussieghi e alterigie.

Non era mai accaduto che lo Stato francese, onorato monumento, fosse giudicato responsabile dei misfatti di Vichy e della connivenza di Pétain con il genocidio. Jacques Chirac, gollista, fu il primo presidente francese a dire la sacrilega verità, il 16 luglio 1995: non esisteva rottura di continuità - ammise - tra la Repubblica di oggi e quella collaborazionista nata dalla disfatta del '40. Non era mai accaduto che le banche svizzere fossero costrette ad abolire il segreto bancario, e a confessare i furti commessi ai danni di ebrei sfuggiti al genocidio. Non era mai accaduto che la gloriosa socialdemocrazia svedese riconoscesse in pubblico di aver sottoposto la popolazione a esperimenti di eugenetica degni delle fantasie naziste sull'uomo rigenerato e rettificato. Non era mai accaduto che il capo dell'ONU si dichiarasse reo di ben due ecatombi.

 

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Riferimenti


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