Autore Sergio Staino
CoautoreMario Gamba, Marco Feo
Titolo Quell'idiota di Bobo
SottotitoloIn difesa del buonismo nella vita, nella satira e nella politica
EdizioneLa nave di Teseo, Milano, 2020 , pag. 176, ill., cop.fle., dim. 15x21,5x1,5 cm , Isbn 978-88-80043-00-3
LettoreLuca Vita, 2020
Classe satira












 

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Indice


  9 Presentazione

 15 Informazioni di servizio

 17 Il diavolo, l'acquasanta e il forno a microonde.
    Fenomenologia di Bobo di Mario Gamba

 39 Lo stile Staino: l'ironia di un fumetto che ci
    insegna a non prenderci troppo sul serio
    di Marco Feo

 52 Famiglie di idioti. Dal principe Myškin a Bobo
    Mario Gamba e Marco Feo intervistano Sergio Staino

101 Un forno a microonde

111 Il Beriatravaglio

115 Come un "idiota" finisce per trovarsi (a volte
    anche suo malgrado) nei guai di Mattia Feltri

118 Confessioni di un traditore di Sergio Staino

125 Lezione su Paperino

127 Paper-idioti e pover-idioti: una lezione di Staino
    sul Paperino di Barks di Marco Feo e Mario Gamba

135 Il Paperino di Barks secondo Sergio Staino.
    Bobo incontra Carl Barks di Sergio Staino

166 Cecità di Sergio Staino

173 Ringraziamenti


 

 

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Presentazione


                                 "I complottisti non conoscono l'ironia - quella
                                 forma dell'intelligenza che porta a dubitare in
                                 primo luogo di se stessi. Facci caso: non sono
                                 mai spiritosi, autoironici. Conoscono solo il
                                 sarcasmo, la denigrazione dell'altro. Il dubbio
                                 incattivito dal sospetto."

                                                             Concita De Gregorio
                                                               Nella notte, 2019



Le cose oramai funzionano così: uno sta lì più o meno tranquillo pensando ai cavoli suoi quando il suono del telefono lo riporta con i piedi per terra: una dolce voce femminile mi informa, con tono affabile, che sul sito www.sciacalloelettronico.it si parla di me e del mio lavoro di disegnatore. Ci siamo, penso, prima o poi dovevamo arrivare al sadismo digitale! Tossisco imbarazzato ma la voce continua suadente pregandomi di andare a leggere perché i redattori sono interessati a un mio giudizio. Giuro che in quel momento ho pensato di trovarmi di fronte a una cattiveria senza pari, d'altronde da un sito nominato "lo sciacallo" che cosa ci si può aspettare? Č ormai notoriamente assodato che nella rete derisione e insulti la fanno da padrone e io, in quanto vittima, non sfuggo certo a questa regola. Ma che addirittura si arrivi al punto di invitare l'oggetto di queste vessazioni ad andare a leggersele per poi riferire cosa ne pensi non mi era mai capitato. Ma, poiché sono curioso per vocazione, ovviamente obbedisco.

E qui arriva la sorpresa perché, contro ogni più oscura previsione, i due pezzi si rivelano due piccoli saggi scritti con cura e serietà. Il primo è un'analisi stilistica sulla mia grafica e 1o firma un certo Marco Feo, insegnante di storia dell'arte e probabilmente, penso, cultore di fumetto; il secondo, di tal Mario Gamba, insegnante di filosofia, è un'analisi psicologica e letteraria del personaggio Bobo in relazione nientepopodimeno che all' Idiota di Dostoevskij.

Alla fine della lettura la mia vanità è ovviamente alle stelle ma, reso esperto dalle tantissime frustrazioni che nel corso degli anni hanno arricchito di saggezza sia me che il mio personaggio, mi lascio assalire dal dubbio: e se questi due signori, mi chiedo, si fossero sbagliati? Se i loro giudizi che a me piacciono tanto fossero delle enormi corbellerie? Meglio non fidarsi, meglio aspettare a gioire e passare a qualche verifica esterna capace di confermare o meno la validità del tutto.

E quale migliore "confermatone" avrei potuto interpellare se non l'amico filosofo "dostoevskista" Sergio Givone? Riporto un brano della sua autorevole risposta:

Sì, caro Sergio, la bontà di Bobo non è poi tanto diversa dalla bontà di quel principe, come gli scritti che mi hai mandato confermano, e questo perché in un caso e nell'altro si tratta di autentica gentilezza d'animo: non però nel senso calviniano di leggerezza e finezza, bensì in un senso ben più profondo, che non è facile dire, ma che si riconosce inequivocabilmente dal fatto che la fiducia la vince sul sospetto, il credito concesso altrui sulla diffidenza, e il buon cuore sul cuore avvelenato. Proprio come Myškin, Bobo è un idiota perché pensa che il suo interlocutore stia sbagliando in buona fede e non il contrario, come invece pensano gli intelligenti che sanno come va il mondo e hanno sempre ragione.


Dopo questa "benedizione" non rimaneva che ricercare gli autori per dare il via a una ormai preannunciata amicizia e un altrettanto preannunciato inizio di un lavoro comune. Tre "idioti" quindi si sono ritrovati e quasi casualmente hanno prodotto in vie e con modalità diverse un solo libro. Un libro che spero troviate divertente, profondo quanto basta e, soprattutto, ferocemente buonista.

Sergio Staino

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Pagina 127

Paper-idioti e pover-idioti:

una lezione di Staino sul Paperino di Barks

di Marco Feo e Mario Gamba


L'ultima parte di questo lavoro rinvia con un movimento circolare e conclusivo alla tesi da cui ha preso inizio l'intero libro: l'idiotismo dostoevskijano di Bobo.

Se Bobo (e ovviamente anche Jesus) possono rappresentare - come tante volte s'è detto - il volto nobile e disinteressato dell'idiozia umana, una idiozia povera di successo materiale ma ricca di "spirito" (cioè di generosità umana, di bontà), non stupisce - o non può stupire più di tanto - trovare accostati al nome e alle vicende fumettistiche del Bobo di Staino i nomi e le vicende cinematografiche/letterarie/fumettistiche di altri grandi esempi di bontà sconfitta ma mai portata ad arrendersi dinanzi alle miserie della realtà. Si capisce allora perché molto tempo fa Antonio Tabucchi abbia affermato che Bobo assomiglia un po' a Buster Keaton e un po' a Chaplin. E si può forse ammettere come una ipotesi non del tutto campata per aria quella da noi formulata, che ci ha spinto a rintracciare nel principe Myškin il paradigma letterario di tale bontà e a cercare tracce e influenze della sensibilità dei lazzarettiani e degli eroi letterari di Calvino sulla giovinezza di Staino e sull'idiozia di Bobo. Keaton, Chaplin, il principe Myškin di Dostoevskij, l'idiotismo mistico-socialista di Lazzaretti, le mattane amorevoli del barone rampante di Calvino, Bobo/Jesus... E abbiamo netta l'impressione che la grande famiglia dei pover-idioti sulle cui tracce ci siamo posti studiando il caso Staino possa venire estesa sempre più e con sempre maggior facilità... E anzi vorremmo invitare i lettori di queste pagine a costruire una personale scaletta di idioti dal valore esemplare integrando (o correggendo) quella da noi abbozzata.

Ma soprattutto non ci siamo stupiti di trovare nel vasto repertorio di interventi e studi compiuti da Sergio Staino anche al di fuori dell'ambito strettamente fumettistico una lezione da lui dedicata alla figura di Paperino, il Paperino di Barks. Una lezione tenuta a Scandicci il 15 marzo 2015 con la quale Staino riconosce il suo "debito" culturale nei confronti del famoso papero e del famoso fumettista statunitense. Come non rintracciare una continuità ideale tra il paper-idiotismo del più celebre personaggio di Barks (e della Disney) e il pover-idiotismo del più celebre personaggio di Staino, quel Bobo perennemente sconfitto, anzi, "scorticato" dalle asprezze della realtà sociale neocapitalistica e anticristica non meno del più famoso abitante di Paperopoli?

Che Staino abbia riconosciuto una familiarità (o addirittura una relazione generativa del tipo padre-figlio) tra il Paperino di Barks e il suo Bobo no, non è proprio cosa che abbia in alcun modo potuto stupirci. Se mai, è cosa che in qualche modo eravamo giunti ad anti-vedere, ad attenderci.

Ma perché Sergio, nel momento in cui gli viene chiesto di fare una lezione sul fumetto (attraverso la quale inevitabilmente raccontare anche se stesso) decide di accostare Bobo a Paperino? E non a un Paperino qualsiasi ma a quello di Barks?

Prima di tutto per motivi autobiografici, come ci spiegherà lui stesso nella lezione che segue. Barks viene citato come autore di riferimento da tutti i più grandi autori di fumetto, siano essi sceneggiatori o disegnatori (o entrambi). Il suo stile narrativo, prima ancora che grafico, ha influenzato l'immaginario di mezzo secolo. Lo dichiara esplicitamente lo stesso Steven Spielberg nella prima sequenza di Indiana Jones ispirata chiaramente alla storia di Barks Zio Paperone e le sette città di Cibola.

In secondo luogo Staino accosta Paperino al suo Bobo perché finiscono spesso delusi e sconfitti, ma forse anche perché gli "idioti" (nel senso suddetto) non cambiano mai. Non cambiano mai nel senso che restano, come Bobo, ferocemente e vampirescamente attaccati a un nucleo di valori che giudicano insindacabili (il senso della fratellanza e della gentilezza ecc.) e non assolutamente negoziabili sia pur nel mutare continuo delle contingenze politiche, partitiche e sociali. In questo Bobo non cambia, così come non cambia quell'altro grande idiota che è Paperino, a differenza di ciò che è successo negli anni agli altri personaggi disneyani. La famiglia di topi e paperi, pur rimanendo sempre giovane, senza un'apparente età anagrafica, è invece mutata, maturata con il passare del tempo, adattata dalle redazioni ai gusti e al mutare del pubblico. Topolino, da pestifero e irriverente quando indossava i calzoncini rossi, oggi è l'emblema della perfezione più radicale, del politically correct; Paperone forse è meno arcigno, meno Ebenezer Scrooge ma sempre più egoista e intrallazzatore. Qui, Quo e Qua hanno perso la loro carica irruente, giocosa, infantile per tramutarsi nelle sagge Giovani Marmotte. L'unico che forse è rimasto immutato nella sua semplicità è Paperino, che è fra tutti i character disneyani quello in cui meglio si è identificato il pubblico, proprio per la sua sfortuna e testardaggine.

Lo si nota palesemente nella storia di Barks scelta da Staino: Paperino e la scavatrice. Paperone e il nipote vengono fermati dalla polizia a causa del chiasso che stanno facendo in piena notte con due scavatrici a vapore. La polizia infligge a Paperone una multa di un milione di dollari ma il ricco papero, preso dalla frenesia del Natale esclama "ecco due milioni e tenete pure il resto..."

"Tenete pure il resto"? Mai oggi leggeremmo una frase di questo tipo sulle pagine del settimanale Topolino, pronunciata da Paperone! Paperone qui, in questa particolare versione barksiana del 1949, sembra - sia pur solo per un attimo e sia pur solo in una storia intrisa di "spirito natalizio" - aver abbandonato la mentalità calvinista che gli è propria (il rifiuto di ostentare la propria ricchezza, di sprecare, di buttar via il denaro con nonchalance), la mentalità di cui parlava Max Weber. Questo Paperone che "spreca" e ostenta sembra essere più facilmente accostabile a un odierno Briatore o Berlusconi che a John Knox o Benjamin Franklin! E anche i tre nipotini sono diversi rispetto a quelli attuali: appaiono più smaliziati, infingardi, terribili (forse ancora intrisi per un attimo di quella "sana e irrefrenabile cattiveria" ereditata dai terribili Katzenjammer Kids [Bibì e Bibò]). Ma Paperino no, resta in ogni storia idiota e sconfitto (anche se mai rinunciatario) allo stesso modo degli inizi. Come Bobo. Non si sono fatti furbi...

La famiglia di Bobo invece è evidentemente invecchiata anagraficamente (Bibi, Ilaria, Michele, Molotov, Erna), i figli sono cresciuti, i problemi mutati. Bobo, come Paperino, rimane identico, anche lui, in fin dei conti, un inguaribile sognatore quarantenne. Perché è il punto di vista soggettivo a non cambiare, l'io narrante, l'autore.

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Pagina 166

Cecità

di Sergio Staino

Scherzi a parte, sono in tantissimi a chiedermi come faccio a disegnare e, tra questi tantissimi, molto spesso mi ci metto anch'io. Non lo so davvero, a volte mi sembra che mani e occhi non c'entrino per nulla e che in realtà faccia tutto il cervello. Molto spesso, quando sono a letto nel dormiveglia e penso a qualche disegno che vorrei fare, mi rendo conto che, in contemporanea alla mia immaginazione, la mano si è già messa autonomamente in movimento e sta facendo con precisione i gesti necessari per seguire le linee che inventa il mio pensiero. Insomma, il cervello c'entra tantissimo e tante volte nella sua imperterrita volontà di superare la sfiga si immagina anche quello che non c'è. Sapeste quante volte mi è capitato di firmare dei libri con tanto di disegno del profilo di Bobo e di sentirmi dire con molto imbarazzo dall'acquirente che la mia penna in realtà ha esaurito l'inchiostro. Io, ovviamente, il disegno lo stavo vedendo ma in realtà il foglio era rimasto bianco.

Finché ci si limita al disegno l'inganno del cervello va anche bene, è in altre situazioni che può diventare pericoloso. Tempo fa, scendendo dall'aereo all'aeroporto di Barcellona, ho visto davanti a me una bianca e larga strada che invece era un enorme pilone in cemento contro cui mi sono spiaccicato fronte e naso. In certe occasioni, essendo ateo, non ho neanche il soccorso di una blasfemia trasgressiva, tanto per prendersela con qualcuno.

In realtà dovrei prendermela con l'ignoranza dei miei genitori e dell'ambiente contadino in cui sono nato, perché qua e là qualche segnale di handicap visivo glielo avevo offerto. Per esempio dall'Amiata, dove sono nato, mi indicavano nella valle il fiume Paglia, che io non riuscivo a vedere, e tutti giù, nonni compresi, a darmi del grullo. "Come fai a non vederlo?" mi dicevano. La cosa peggiore fu quando intorno ai sei anni pestai un pulcino uccidendolo. All'enorme dolore di aver soppresso la vita di una creatura, cosa che mi faceva piangere assai, si sommò quello di non esser creduto: "Non l'ho visto!" ripetevo e i grandi a urlare "Come si fa a non vedere un pulcino?". Dovetti arrivare alla terza elementare quando il primo giorno di scuola il nuovo maestro, con un'occhiata, sentenziò ai miei genitori: "Ma questo bambino non vede bene." Naturalmente fui riabilitato totalmente dalla mia famiglia e portato subito dall'oculista. La cosa non mi dispiacque perché gli occhiali a quei tempi li portavano solo le persone autorevoli e ciò mi gratificava molto.

Fu in prima media che accadde la catastrofe: portavo due lenti diverse, una più leggera e una molto forte ma l'ottico me le montò al contrario. Anche li le mie proteste furono del tutto inutili: "Se te le hanno fatte così," ripetevano "vuol dire che devono stare così" e la mia vista se ne andò a ramengo.

Da allora la situazione è andata lentamente ma inesorabilmente peggiorando. Mi dicevano che leggevo troppo, ma non ne potevo fare a meno perché i libri erano il più grande piacere della mia vita. Ricordo uno dei tanti luminari dell'oculistica da cui mi portarono, che invitò mio padre a proibirmi di leggere e, invece, a farmi andare più spesso al cinema, che così l'occhio si sforzava a guardare a distanza. Peccato che il cinema ci fosse solo la domenica alla sala parrocchiale.

Alla vigilia dei quarant'anni, quando secondo i medici avrei dovuto avere un leggero miglioramento per l'arrivo del presbitismo, ebbi invece la prima rottura di retina, tra l'altro proprio all'occhio migliore.

Fu allora che un oculista molto serio, il professor Rosario Brancato, mi diagnosticò l'ineluttabile cammino verso una quasi totale cecità. Sia io che mia moglie accogliemmo la notizia come una vera tragedia: non avrei più potuto leggere, guidare, e forse nemmeno insegnare... ma soprattutto non avrei più potuto disegnare. Questa possibilità era la cosa che mi sconvolgeva di più e, nel letto dell'ospedale di Trieste dove ero ricoverato, sognavo ogni notte una quantità infinita di meravigliosi disegni - meravigliosi per me, si intende - che non avrei mai più potuto realizzare.

Le cose fortunatamente andarono un po' meglio: il cervello prese atto della cambiata situazione e cominciò a riprogrammarsi. Dopo qualche giorno mi feci portare da Bruna album da disegno e matita e provai a disegnare la parete del vecchio ospedale che avevo di fronte al letto. Fu un lavoro non facile e, in un certo qual modo, anche faticoso. La matita si muoveva sul foglio con inusitata lentezza, quasi guadagnandosi con sofferenza ogni millimetro del suo cammino. Mi accorsi molto tempo dopo di quanto questa esperienza avesse cambiato il mio segno grafico. La cosa meravigliosa è che, in questo percorso, il mio segno si era arricchito di tutte quelle sensazioni emotive che l'occhio del lettore coglie intuitivamente.

Per questo rimango profondamente convinto che la fortuna di Bobo, personaggio che nascerà due anni dopo, sia legata non solo alle storie narrate e alla costruzione letteraria satirica ma anche alla veridicità dei sentimenti espressi da quel segno incerto e sofferto. Ne sono convinto perché i primi disegni mandati e poi pubblicati su Linus da un punto di vista stilistico sono abbastanza miserelli. L'inquadratura è statica e ripetuta, le espressioni sono sommarie e sull'ultima battuta il personaggio guarda "in camera" come nelle peggiori pochade. Quel che mi ha salvato sono state le battute e il segno oltre che, ovviamente, un Oreste Del Buono capace di vedere oltre le apparenze.

Da quel momento il mio disegno è maturato moltissimo, acquistando una serie di elementi grafici narrativi di un certo spessore. Soprattutto dopo l'esperienza cinematografica la scansione delle immagini si è notevolmente ampliata raggiungendo capacità espressive molto più ricche e articolate.

Tutto ciò fino intorno al 2000, quando la vista è crollata a un tal punto da costringermi a passare al digitale. Un passaggio tutt'altro che facile e, per certi aspetti, addirittura triste. Come avrei fatto, mi chiedevo, a lasciare l'odore della carta, lo scorrere del pennino sulla superficie ruvida, i suoi incespicamenti casuali... per passare a una matita tecnologica pluriprogrammata in minuscoli pixel?


Mi sbagliavo. Nel computer ho scoperto una quantità enorme di possibilità espressive insperate, un mondo che ancora non ho finito di esplorare. Naturalmente non ho abbandonato del tutto il disegno classico che rimane, pur con molte difficoltà, il pozzo preferito dei miei desideri, ma lo scanner e il touch screen non sono più quei freddi strumenti tritaemozioni. Al contrario, qualche volta sembrano quasi avere una sensibilità propria e perfino la penna digitale molto spesso sembra una penna vera. Vi sembrerà strano ma, lo giuro, ci sono giorni che fa le bizze come la penna a china e giorni invece in cui scorre obbediente tracciando segni ché riconosco come miei. Bello, no?

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