|
|
|
| << | < | > | >> |Pagina 7Istanbul, estate. Rose in un'urna di argento battuto. Caffé appena passato a mano in un macinino di rame lucido. Nel locale danneggiato persisteva un aroma denso di fertilizzante e olio combustibile. Attraverso il metallo arso, il cemento frantumato, la tappezzeria bruciata, Starlitz percepiva il retrogusto di caramello caldo dell'autobomba.«Dove sono le ragazze?» fece il turco. «A Cipro. A divertirsi.» «Con i greci?» «Cielo, no» lo rassicurò Starlitz. «Sono nella parte divertente di Cipro. Quella turca.» Il turco sorrise. Sollevò il coperchio della caffettiera e vi versò un cucchiaio colmo di zucchero di canna. Starlitz si rilassò sulla sedia di ferro battuto e intrecciò le mani paffute sul panciotto color lilla. Lui e il turco se ne stettero seduti in un silenzio socievole, con gli occhi socchiusi dietro gli occhiali da sole firmati, in attesa che il caffe bollisse. Il turco, che si faceva chiamare Mehmet Ozbey, era giovane, ricco, bello come una star del cinema. In jeans di pelle italiani e giacca di lana di cammello, Ozbey era l'icona dell'eleganza mascolina. | << | < | > | >> |Pagina 76Starlitz si mise un treppiede in spalla. Entrarono nella hall del Meridien passando per le porte girevoli di vetro doppio. «Dove lo vuole?» disse Viktor, trascinando con perizia il paparazzo svenuto.«Mettiamolo in ascensore.» Viktor prese una banconota da venti dollari dalle labbra molli di Wiesel e la infilò schizzinosamente nella tasca dell'impermeabile grigio. L'ascensore si aprí subito e i tre entrarono vacillando. Starlitz premette il pulsante per l'attico. L'ascensore partí. «Ha mai letto Pelevin ?» chiese Viktor in odor di conversazione, piantando Wiesel contro la parete a specchio e puntellandolo con il gomito. «Dovrei?» «Pelevin è di Mosca. Ha scritto Omon Ra e La freccia gialla.» Starlitz annuí partecipe. «L'ho menzionato» disse Viktor pensosamente «perché questo è proprio un momento da Pelevin.» Starlitz si grattò la testa mentre superavano il sesto piano. «Khoklov è qui in giro?» «Non lo so. Non credo.» «Tuo zio non avrà mica bevuto?» «Lei ha detto che potevamo bere di sera» gli fece notare Viktor. | << | < | > | >> |Pagina 88«Per un paio di giorni farai meglio a star lontano da alcol e droga» gli suggerí Starlitz. «Mantieniti normale, d'accordo? Ordina il servizio in camera e guarda TV scadente in un albergo senza pretese.»«Mi servirà?» gracchiò Viktor. «Assolutamente. Supera la tempesta, ragazzo. Lasceremo presto quest'isola. Una volta lontani, niente di tutto questo avrà importanza. Perché adesso è finito. L'abbiamo sepolto. Non è in agenda. Né in archivio. È roba di ieri.» Viktor batteva i denti. Faceva uno sforzo evidente per tenere a bada il tremore. Mentre superavano le pallide luci di Lapta, qualcosa di simile al colorito umano cominciò a ricomparire sulla carne elastica del giovane russo. «Non voglio che mio zio mi veda cosí» disse. «Mi farebbe delle domande.» «Non c'è problema. Ti registro in un albergo di Lefkosa. Devo comunque fare una commissione da quelle parti.» Viktor poggiò la testa arruffata contro id vetro del finestrino e fissò la notte. «È sempre cosí? Cosí terribile?» Starlitz si girò sul sedile e tirò indietro il gomito. «Come ti senti, ragazzo? Senti che stai per morire?» «No, io sono un Necro-Realista» disse Viktor coraggiosamente. «So che cos'è la morte. Ma sono duro a morire. La morte è per gli altri.» «Allora no, non è sempre cosí orribile.» Starlitz riprese posizione con un grugnito. «'Orribile' sarebbe troppo semplicistico. Il mondo non è né semplice, né puro. Affatto. Il mondo reale, la realtà vera... non è letteralmente quel che è. 'A non è A', giusto? Nel mondo reale ad 'A' non gliene frega neanche un cazzo di essere 'A'. Mai letto niente di Umberto Eco ?» Viktor saltò su sprezzante. «Intende quei romanzi popolari grandi e grossi? No, non la reggo quella roba.» «E Deleuze e Guattari? Derrida? Foucault? Hai mai letto Adorno?» «Adorno era un fottuto marxista» disse Viktor stancamente. «Ma ovviamente ho letto Derrida. Come si potrebbe non leggerlo? Derrida rivela che la tradizione intellettuale occidentale è crivellata di aporie logiche.» Viktor lo guardò. «E lei, lei l'ha letto Derrida, signor Starlitz? En français?» «Mmm, non è proprio che io li legga questi tipi» confessò Starlitz. «Sono cose che ho raccolto qua e là.» Viktor fece un grugnito di disappunto. «Mi capita di leggere Jean Baudrillard. Baudrillard è un vero umorista.» «A me non piace» disse Viktor sedendosi piú dritto. «Non ha mai chiarito come si possa evitare che un intervento politico venga assimilato dal sistema. La 'seduzione', le 'strategie fatali' dove ci portano?» Sospirò. «Tanto varrebbe che ci andassimo a ubriacare.» «Be',» rifletté Starlitz «vedi, il punto fondamentale è che quando la grande narrazione collassa o implode, tutto diventa irrisolvibile.» Viktor si sporse in avanti tutto preso. «Mi dica, dove si trova questa 'grande narrazione'? Ne vorrei un po'. Si compra? È lí il segreto?» Starlitz sventolò una mano grassoccia. «Ragazzo, a questo punto il millennio è quasi finito. La narrazione è sempre piú polivalente e decentrata. È diventata, come dire, rizomatica e roba del genere.» «Già. Cosí mi dicono. Bene. E allora? Io che parte ho nella messa in scena?» «Be', non so se tu abbia una parte, ma di certo non la troverai qui a Cipro. Questa è una minuscola repubblica misconosciuta e fuorilegge. Quaggiú siamo tra gli esclusi. Siamo davvero molto periferici. E in piú... è in arrivo una grossa cuspide. Una grande crisi nella narrazione. Farà tabula rasa di molte cose. Seppellirà gli zombi ambulanti.» «Intende l'Y2K» chiese Viktor, rilassandosi sul sedile. Starlitz annuí in silenzio. La notte volgeva al meglio. Il ragazzo adesso si sarebbe ripreso. Si era fatto le ossa. Adesso sapeva. | << | < | > | >> |Pagina 120Khoklov si ricompose. «Un giorno, però, ho avuto una specie di rivelazione... adesso te ne parlo, Lekhi, devo confidarmi con te. È una cosa importante. A proposito del mio ruolo nel mondo, del mio ruolo personale nella storia slava... È successo al Forum di Economia di Davos, tra quelle splendide montagne, in Svizzera... Te li mangi tutti i gamberetti?»«Prendine un po', Pulat Romanevich. Hai bisogno di proteine.» «Ero nell'entourage di Berezhovsky al tempo. Lui si stava consultando con gli altri Sette Banchieri Russi sulla campagna di rielezione di Yeltsin. Dal canto mio, io stavo facendo costruire l'aereo segreto di Milosevic in una certa base aerea in Svizzera... Siamo tutto usciti per una bevuta con George Soros e i suoi dissidenti capitalisti. Li conosci quelli del network di Soros?» «Parli» disse Starlitz «degli hippie svitati mediatici del miliardario ribelle? Certo, è difficile non notarli.» «Non sono esattamente delle spie. Un network senza obbedienza alla nazione. Una 'organizzazione non governativa'.» «Una 'organizzazione postgovemativa'.» «Sí, esatto, proprio cosí. Allora, stavo bevendo con questo agente di Soros, uno di quegli 'analisti finanziari' di cui il nostro paese è infestato. I 'ladri in lingua inglese'. Ha cominciato a fidarsi di me... È uscito fuori un documento che aveva preparato... sulla demografia russa.» «Ohi, ohi» fece Starlitz. «Sí. Mi ha spiegato. Un orrore indicibile. La crescita vertiginosa del nostro tasso di mortalità. Il crollo del tasso di natalità. L'alcolismo. L'emigrazione. La durata media della vita di un russo, 57 anni. Molto peggio che sotto gli Zar! Finalmente siamo liberi, democratici, padroni del nostro destino - e stiamo svuotando la nazione. Ci stiamo liquidando.» «Dai, sono i discorsi della NATO per far paura. Ti stava prendendo in giro, asso.» «No, non mentiva. Era completamente ubriaco e sincero, cinque minuti dopo è andato a vomitare. No, quel piccolo funzionario aveva tracciato sui suoi foglietti il mio ritratto. Io bevo troppo. Io derubo la nazione russa. Io sono la Maphiya dei banchieri, sparo agli stupidi che intralciano i grandi ladri. E poi anch'io ho abbandonato la Russia. Mi sono cancellato dalla mia madre terra. Sono qui, perso in un paese straniero, a bere birra al sole, a portare avanti qualche incarico scemo, mentre i turchi cercano di farmi fuori.» «Mmmmmm.» | << | < | > | >> |Pagina 156Poi ci arrivò: la cara, vecchia come-si-chiamava.La ragazza di Chicago. Arrivava tutte le sere per rassettare il covo di un politico dell'apparato cittadino. Puliva gli uffici. Starlitz aveva trascorso tutta una notte in bianco insieme con gli altri ladri a contare mazzette e a fumare sigari, quando la piccola come-si-chiamava aveva fatto il suo mite ingresso nella sua vita, spingendo secchio e spazzolone. La piccola che-faccia-aveva, benché alta soltanto uno e cinquanta, misurava un metro di larghezza. Tutt'altro che fragile, era resistente come un trattore. Sarebbe stata in grado di attraversare un deserto messicano con in spalla una carcassa di capra e ai piedi nient'altro che huaraches di gomma, senza emettere un lamento... Materiale di nessun interesse per buona parte dei giovani in carriera, garantito. Nessun altro nell'ufficio era stato capace di vederla. Nessuno le aveva mai rivolto la parola. Nessuno si sarebbe preso una tale briga. Lei andava al di là della loro percezione. Ma lui l'aveva vista. Quando lei si rese conto di avere i suoi occhi fissi sul proprio corpo, sollevò lo sguardo dal manico dello spazzolone e gli scoccò uno sguardo opaco da cervo accecato dai fari. Non un vero e proprio invito femminile, ma un passaggio deliberato, sfrontato nella sua trama personale. Adesso Starlitz ricordava tutto, in un'ondata interiore di nostalgia dolorosa e di sbornia da aereo quasi svanita. Strapazzò il cuscino dolorante, lottando inutilmente a caccia di comodità. Ricordava il letto dove avevano dormito, l'odore di lei, la sua biancheria intima scalcagnata, la faccia, tutto, tranne il nome.
Per attaccare bottone, le aveva detto che l'avrebbe
aiutata con l'inglese. Lei ne sapeva quanto bastava per
pagare l'affitto e comprare alla mamma il pane e altre
cosette. Ma non padroneggiava assolutamente il gergo
nordamericano, né l'avrebbe mai fatto. Nella sua testa dura
come il granito non c'era posto per la lingua piú grande e
grossa del mondo. L'interno del suo cranio era
completamente occupato dallo sforzo tremendo, sovrumano,
|
|
Scheda con 33624 bytes di citazioni. Pubblicazione completa della scheda in attesa di autorizzazione dell'editore. | << | < | |