Autore Morten A. Strøksnes
Titolo Il libro del mare
Sottotitoloo come andare a pesca di uno squalo gigante con un piccolo gommone sul vasto mare
EdizioneIperborea, Milano, 2017, n. 279 , pag. 330, cop.fle., dim. 10x20x2,8 cm , Isbn 978-88-7091-479-5
OriginaleHavboka
EdizioneForlaget Oktober, Oslo, 2015
TraduttoreFrancesco Felici
LettoreDavide Allodi, 2017
Classe mare , natura , scienze naturali , ecologia , narrativa norvegese , paesi: Norvegia












 

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Ci sono voluti tre miliardi e mezzo di anni da quando la prima forma di vita elementare è comparsa nel mare a quando mi è arrivata quella telefonata di Hugo, un sabato sera di luglio, tardi, mentre mi trovavo a una cena animata nel centro di Oslo.

«Hai visto le previsioni per settimana prossima?» è quanto mi ha chiesto.

Aspettavamo da tempo una particolare condizione metereologica. Non sole, o caldo, e nemmeno niente pioggia. Quel che ci serviva era meno vento possibile nel tratto di mare tra Bodø e le Lofoten, più precisamente nel Vestfjorden. E quando serve bonaccia nel Vestfjorden è meglio non avere fretta. Avevo seguito le previsioni per settimane. Davano vento fresco o teso, mai semplice brezza, brezza leggera, bava o calma. Alla fine mi ero quasi dimenticato di controllarle, lasciandomi andare al pigro ritmo vacanziero di Oslo, tra giornate calde e notti bianche.

Ma non appena ho sentito la voce di Hugo, che odia il telefono e chiama solo per comunicazioni fondamentali, ho capito che le previsioni erano finalmente quelle giuste.

«Domani prendo il biglietto, lunedì pomeriggio atterro a Bodø», ho risposto.

«Bene, ci vediamo.» (click)

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Abbiamo mappato il globo e non riempiamo più le macchie bianche con strani mostri o animali fantastici creati dalla nostra fantasia. Ma forse dovremmo. Perché la vita sul pianeta è ben lungi dalla sua completa rivelazione. Poco meno di due milioni di specie animali sono state finora descritte dalla scienza, ma i biologi stimano che al mondo esistano in totale circa dieci milioni di organismi pluricellulari. Le scoperte più grandi aspettano in mare. E lì che continuano a saltar fuori forme di vita che fino a poco tempo fa neanche sospettavamo esistessero. Perfino le grandi creature che vivono vicino alla costa ci sono spesso poco note. Forse esistono tanti squali quanti esseri umani sulla terra. E in effetti in quanti saranno mai a sapere che nelle fosse e nei canali profondi del Vestfjorden nuota lo squalo della Groenlandia, una creatura che può raggiungere i sei-sette metri di lunghezza e i milleduecento chili di peso? A parte Hugo, naturalmente.


Lo squalo della Groenlandia è un essere ancestrale che nuota negli abissi dei fiordi norvegesi, fin quasi al Polo Nord. Gli squali abissali normalmente sono molto più piccoli di quelli che vivono in acque più basse. Lo squalo della Groenlandia è la grande eccezione. Può essere più grosso dello squalo bianco, ed è quindi il più grosso squalo carnivoro del mondo (lo squalo elefante e lo squalo balena sono più grossi, ma si nutrono di plancton). I biologi marini hanno recentemente scoperto che può raggiungere forse i quattro o addirittura i cinquecento anni di età. Il che lo rende di gran lunga il vertebrato più longevo del pianeta. Quello che dovremmo catturare magari se ne andava già placidamente in giro per i bui abissi dell'oceano prima che il Mayflower salpasse verso la nuova colonia della Virginia del Nord, o che Niccolò Copernico scoprisse che era la terra a girare intorno al sole. Potrebbe avere la metà degli anni di Matusalemme. Secondo la mitologia Matusalemme perì nell'anno del Diluvio, e forse furono proprio le acque che si gonfiavano a farlo fuori. Lo squalo della Groenlandia avrebbe trovato le condizioni alterate della terra molto piacevoli, vista l'abbondanza di cibo che probabilmente galleggiava ovunque.

Un'altra cosa: lo squalo della Groenlandia non è parente dello smeriglio, come molti credono. Si tratta di due specie diverse. Lo smeriglio ha una carne gustosa, tanto da poter essere servita al ristorante. E adesso è un animale protetto. Lo squalo della Groenlandia è invece ancora cacciabile, anche se la carne di quel corpo enorme non interessa a nessuno.

Tranne a noi. Quella sera di due anni fa abbiamo preso la grande decisione: costi quel che costi, cattureremo quel mostro vorace che ha centinaia di milioni di anni di evoluzione sulle spalle, una tossina potenzialmente mortale nel sangue, i parassiti negli occhi, e i denti come quelli di una smisurata tagliola, solo molti di più.

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La vista del famoso Lofotveggen ha lasciato molti senza fiato. Il pittore Christian Krohg (1852-1925), attraversando il Vestfjorden un giorno d'inverno del 1895, scrisse: «Sì, non lo si può negare – una vista impressionante: la purezza più pura, la freddezza più fredda, la virtù più virtuosa, ciò che di più elevato si possa concepire, altari al dio della solitudine e alla divina inviolatezza della castità. Difficile – difficile dipingerlo! Rendere l'eccellenza, la grandezza, la pace inesorabile e spietata, e l'indifferenza della natura.»

Dipingere Svolvaer, la «capitale» delle Lofoten, non aveva senso per Krohg. Riteneva che la città non si addicesse al panorama, anzi che stridesse. Il suo marrone spezzava troppo, non c'era unità di colore, né di atmosfera, e in ogni caso non si armonizzava con la luce e il resto della natura.


Se Krohg avesse saputo quel che c'è in fondo agli abissi, sarebbe forse stato il primo surrealista della storia dell'arte. Sulla terraferma la vita è vissuta orizzontalmente. Quasi tutto succede a terra, o al massimo al livello dell'albero più alto. Gli uccelli possono volare oltre, certo, ma anche loro trascorrono la maggior parte dell'esistenza sul terreno. Il mare invece è verticale, una colonna d'acqua continua con una profondità media di circa 3700 metri. E c'è vita da cima a fondo. Il mare alberga praticamente ogni possibile habitat del pianeta. Tutti gli altri scenari, compresa la foresta pluviale, impallidiscono al confronto.

Se mettiamo insieme quello che sappiamo sulle profondità del mare e del mondo in superficie, possiamo logicamente dedurre che tutto ciò che esiste sulla terraferma – montagne, colline, campi, boschi, deserti, e perfino le città e le creazioni umane – potrebbe, con un bel margine d'avanzo, trovare posto in mare. L'altezza media della terraferma è di soli 840 metri. Ma anche se gettassimo l'intera Himalaya nel tratto di massima profondità, non ci sarebbe altro che un grosso splash prima che la catena montuosa affondi senza lasciare traccia. C'è così tanta acqua in mare che se immaginiamo che il fondo intero si innalzi fin dove ora si trova la superficie, tutti i continenti verrebbero completamente sommersi da parecchi chilometri di acqua salata. Solo le cime delle montagne più alte spunterebbero dal mare.


Ci troviamo su una distesa di sole di intensità abbagliante e di mare che riluce come uno specchio. Transtilla, la chiamano alle Lofoten, mare d'olio – di fegato di merluzzo – quelle rare volte che c'è una tale calma. Proprio davanti a noi ci sono cinquecento metri di profondità. Non abbiamo idea di quel che succede sotto quella membrana biancastra. Sì, tra le laminarie subito sotto di noi vivono il merluzzo nero, l'eglefino, il merluzzo bianco, il merluzzo giallo e molte altre specie, soprattutto avannotti. Dalle foreste di laminarie si continua a scendere e intorno ai 150-200 metri quasi tutta la luce è assorbita dall'acqua, non importa quanto limpida e pulita. Un lontano bagliore grigiastro, come la luce di un vecchio televisore moribondo, è tutto quel che si distingue. Intorno ai 500 metri è buio pesto. La fotosintesi cessa, e per le piante è finita. A questa profondità e oltre vivono specie mirabili, in una tenebra costantemente pattugliata dallo squalo della Groenlandia.

Quello che succede nei vasti abissi marini è sempre stato un mistero per noi. Sono appena centocinquant'anni che ne sappiamo qualcosa. In questo periodo la comprensione ha progredito a balzi, con nuove conoscenze che hanno reso totalmente obsolete la maggior parte delle vecchie. Nel 1841 l'eminente naturalista inglese Edward Forbes affermò, dopo una spedizione nel Mar Egeo, che nelle grandi e buie profondità non c'era vita. E questo nonostante altre spedizioni – come quella di John Ross al Polo Nord nel 1818 – avessero già scandagliato fin quasi a duemila metri dimostrando invece che là sotto c'era una ricca e variegata vita animale.

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Davanti a noi c'è il dorso del più grande degli odontoceti. Mentre ci avviciniamo, comincia a contorcersi. Quando siamo a trenta metri, dà un'ultima sfiatata e infila la testa sott'acqua. La pinna caudale e la parte posteriore del corpo sono perfettamente perpendicolari alla superficie, iconiche come una pittura rupestre, prima che il mare si richiuda intorno. E il capodoglio è sparito, come se qualcuno avesse tirato una corda risucchiandolo negli abissi.

Hugo spegne il motore. Saranno presto cinquant'anni che va per mare, ed è stato così tanto sul Vestfjorden da potersi quasi considerare parte della fauna. E in quel periodo ha visto praticamente tutto. I branchi di globicefali sono di routine, per non parlare di balenottere rostrate, delfini o focene. Ma mai, nemmeno una volta in tutti quegli anni, gli era capitato di vedere un capodoglio.

Ora c'è solo da aspettare. Anche se un capodoglio può trattenere il fiato per novanta minuti, più a lungo di qualunque altra creatura con i polmoni, deve comunque tornare su. Il capodoglio (Physeter macrocephalus) non è solo il carnivoro più grande del mondo. È il più grande mai esistito sulla terra. Dimenticate il tirannosauro rex, il megalodonte o i cronosauri. Il capodoglio è sia più pesante che più lungo. In pratica, nessun essere, che sia vivente o vissuto, comprese le altre grandi balene, gli assomiglia.

L'animale che abbiamo visto era un maschio solitario intorno ai venti metri, del peso di oltre cinquanta tonnellate. Femmine e maschi sono diversi. Le femmine pesano solo un terzo dei maschi, e sono animali da branco che si prendono cura dei piccoli, anche di quelli non loro, quando la madre si immerge in cerca di cibo. I giovani maschi si muovono in gruppi. Quando si avvicinano ai trent'anni, la pubertà è finita. Il capodoglio maschio ha ormai avuto compagnia sufficiente per il resto della vita. Da quel momento in poi è un cacciatore solitario per i mari del mondo. Il cetaceo in cui ci siamo imbattuti può essere arrivato direttamente dall'Oceano Antartico. Se incontra un branco di femmine, magari si accoppia, ma a cose fatte taglia subito la corda. I maschi possono essere aggressivi anche quando incontrano altri capodogli. Forse è la frustrazione sessuale che li spinge ad azzuffarsi, perfino in stato di sobrietà. Un maschio infoiato può fare il matto quanto un elefante in tempesta di ormoni, sostiene Hugo.

Mentre aspettiamo, occupo la mente cercando di immaginare cosa stia facendo il capodoglio scomparso negli abissi. Magari è a caccia di polpi o di quei calamari giganti che possono anche raggiungere i cinquecento chili. Scendendo, può addentare una piovra e schiacciarla contro il pavimento del mare. E se non trova niente durante l'immersione, ha comunque sempre un'altra possibilità in risalita. Sul fondo si mette a nuotare a pancia in su, in modo da scansionare l'acqua sopra di sé e individuare le sagome contro la luce fievole della superficie. Utilizza un sistema sonar nella parte anteriore della testa per localizzare banchi di pesci o polpi. Se scopre qualcosa di interessante, fa uno scatto fulmineo e trangugia la preda con una bocca grande abbastanza da contenere la barca in cui siamo io e Hugo, di traverso.

I capodogli spiaggiati vengono a volte trovati con la pelle piena di profondi segni di succhio, alcuni di venti centimetri di diametro. Nessun essere umano ha mai assistito a una battaglia tra capodogli e calamari giganti, ma se si presentasse l'occasione, i biglietti andrebbero a ruba. Il calamaro gigante, a lungo considerato un animale leggendario, non solo ha otto tentacoli, ognuno dei quali può arrivare a una lunghezza di otto metri, ma anche un disgustoso becco ossuto in grado di fare a pezzi quasi tutto. I tentacoli di questa colossale aberrazione della natura sono come i capelli di una furia, stando a Jules Verne, ma un contatto visivo con lei e i suoi enormi occhi rotondi senza palpebre non dovrebbe porre problemi.

Nella sezione frontale della testa, il capodoglio ha l'organo produttore di suoni più grande del mondo animale. Solo quello può pesare dieci tonnellate. I clic che emette sono stati misurati fino a 230 decibel, livello che corrisponde a un colpo di fucile sparato a dieci centimetri dall'orecchio. I maschi emettono questi pesanti boati, mentre le femmine parlano più in fretta, in una specie di codice morse.

Come campione dei pesi massimi dell'evoluzione, il capodoglio dovrebbe andarsene in giro con un'enorme cintura d'argento intorno alla pancia. Ma neanche lui è senza nemici. Partorisce poca progenie, meno di altri cetacei, e gli ci vogliono molti anni per educarla, nutrirla e proteggerla. I piccoli e gli esemplari feriti possono essere attaccati da branchi di orche o globicefali. È allora che i capodogli assumono la cosiddetta formazione a margherita, in cui tutti gli esemplari adulti si dispongono in cerchio intorno ai piccoli. Rivolti verso l'esterno o l'interno del cerchio, usano i denti o la coda come armi contro gli aggressori, impedendo alle orche, molto più agili e veloci, di isolare i piccoli dal branco, perché significherebbe la loro fine.


Il capodoglio si immerge fin quasi a tremila metri, un record per i mammiferi. A profondità del genere i polmoni vengono compressi fin quasi ad appiattirsi. In testa ha una grande cavità in cui la pressione viene compensata dall'olio di spermaceti, il quale si raffredda, si indurisce e aumenta di densità durante la discesa verso il fondo. Si riscalda invece fino allo stato liquido in prossimità della superficie, permettendo al capodoglio di galleggiare. Fino a un centinaio di anni fa, quando furono inventati dei surrogati sintetici, lo spermaceti era il più prezioso degli oli: puro, limpido e profumato. Un grosso cetaceo poteva averne in testa fino a duemila litri. Con questo liquido roseo e ceroso, simile allo sperma, si facevano le candele, i saponi e i cosmetici più pregiati. Ed è con l'olio di spermaceti che si lubrificavano i più costosi strumenti di precisione esistenti.

Ma c'era molto altro materiale di grande valore nell'animale. Un singolo esemplare forniva alcune decine di tonnellate di grasso e di carne, e gli enormi denti erano preziosi quanto l'avorio. Si dice che i cacciatori di balene si cucissero addirittura impermeabili con la pelle dell'enorme pene. Il capodoglio non è dotato solo in quel senso, ma ha anche il cervello più grande mai posseduto da qualunque animale della terra. Pesa sei volte quello di un essere umano. Il pene, in compenso, diverse centinaia di volte.

Oltre a tutto ciò, il capodoglio produce l'ambergris, o ambra grigia, nell'apparato digerente. L'ambra grigia era l'elemento più prezioso dell'intero animale, essendo usata nei profumi; per non parlare poi del fatto che molti attribuivano a questa sostanza proprietà fantastiche di ogni genere. Anticamente, quando veniva trovata a galleggiare in mare o finiva su una spiaggia, si credeva fosse saliva di serpente marino. Hugo ha trovato dell'ambra grigia, chiamata un tempo «bianco di balena», sulla battigia. La descrive come dei grumi cerosi grigi, con un caratteristico odore dolciastro.

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Finalmente possiamo calare la lenza, cinque miglia nautiche a sud del faro di Skrova. Quando taglio il sacco di rifiuti di macelleria, Hugo si tiene alla massima distanza che la nostra piccola imbarcazione gli permette. Il puzzo di carogna si sprigiona dalla plastica e cala sul Vestfjorden. Siamo fortunati se lo squalo della Groenlandia non ci salta a bordo mentre infilo un'articolazione d'anca piena di carne rossa putrida sul grosso amo lucente. Non so cosa si aspettasse quel bue scozzese delle Highlands dalla vita o dalla morte, ma sono abbastanza sicuro che non avrebbe mai immaginato di finire così.

Dopo aver controllato che il punto sia esattamente quello in cui abbiamo gettato l'esca il giorno prima, calo l'amo fuori bordo. «E orrende secche al fondo di golfi bruni / dove serpi giganti divorati da cimici / cadono, da alberi tortuosi, con neri profumi», diceva Rimbaud. Lascio catena e corda scorrere verso il fondo e non si fermano finché la coffa non è quasi vuota, il che significa che abbiamo fuori circa trecentocinquanta metri di lenza. I sei metri di catena all'estremità sono necessari perché, se lo squalo abbocca, si arrotola dentro. La pelle è così ruvida che una catena è l'unica cosa che regge. Se si accarezza uno squalo della Groenlandia nel senso che va dalla testa alla coda, la sua superficie sembra liscia e senza attrito. Accarezzandolo contropelo, invece, è facile tagliarsi, in quanto la pelle è in realtà coperta di piccoli «denti epidermici», affilati come lame di rasoio. Prima della Seconda guerra mondiale era esportata in Germania, dove la usavano come carta vetrata. Il fegato invece veniva bollito, e il grasso usato per produrre glicerina e nitroglicerina, l'esplosivo altamente instabile che spesso scoppiava accidentalmente al minimo urto o sfioramento, uccidendo chi lo manipolava o trasportava.

Alla fine Hugo fissa la lenza alla nostra boa più grande e la lancia in mare. La boa è ora trasformata in un galleggiante, strumento che usavo spesso da ragazzo: allora, però, per pescare persici reali, trote o salmerini alpini, tutti pesci che arrivavano, nel migliore dei casi, al mezzo chilo. E il galleggiante aveva le dimensioni di una scatola di fiammiferi. Si può anche dire che continuiamo a fare la stessa cosa, ma siamo diventati adulti e peschiamo lo squalo della Groenlandia con un galleggiante di un metro di circonferenza. E invece di un amo da un centimetro, abbiamo un uncino che sembra più adatto a una macelleria, con infilati pezzi di un enorme animale morto. E ci vuole tutto. Neanche uno squalo della Groenlandia riuscirà a trascinare sott'acqua la boa, in ogni caso non per più di un secondo.

Wanted: squalo della Groenlandia di medie dimensioni, lunghezza dai tre ai cinque metri, peso circa seicento chili. Nome latino: Somniosus microcephalus. Muso corto e tondeggiante, corpo a forma di sigaro, pinne relativamente piccole. Partorisce progenie viva. Dimora nell'Atlantico settentrionale e arriva perfino a spingersi sotto la calotta galleggiante intorno al Polo Nord. Preferisce temperature vicine allo zero, ma può anche tollerare acque più calde. Arriva a immergersi fino a milleduecento metri e oltre. I denti nell'arcata inferiore sono piccoli come quelli di una sega, nell'arcata superiore sono altrettanto affilati, ma notevolmente più lunghi in modo da piantarsi nella preda, mentre quelli sotto la segano. Oltre ai denti a sega ha, in comune con pochi altri squali, labbra a risucchio che tengono «incollate» le prede più grandi alla bocca mentre le mastica. Ogni accoppiamento è una violenza brutale. C'è di buono che non fa sesso fino a dopo i cent'anni.

Gli scienziati che hanno esaminato il contenuto del suo stomaco hanno avuto parecchie sorprese. Com'è possibile che Fridtjof Nansen (1861-1930), il noto uomo di scienza, esploratore e politico norvegese, aprendo lo stomaco di un esemplare catturato in Groenlandia, ci abbia trovato dentro una foca intera, otto grandi merluzzi, una molva di 1,3 metri, una grossa testa di ippoglosso e diversi pezzi di grasso di balena? Nansen affermò del resto che questo «enorme e inquietante animale» riuscì a vivere diversi giorni anche dopo essere stato squartato e lasciato sul ghiaccio.

Il parassita oculare Ommatokoita elongata, che misura circa cinque centimetri, divora lentamente la cornea dello squalo della Groenlandia fino a renderlo cieco. Anche le pieghe ventrali pullulano di parassiti: piccoli crostacei gialli chiamati Aega arctica. I vecchi pescatori raccontano che ne piovevano a centinaia quando lo squalo veniva issato a bordo.

Ma l'utilità dello squalo della Groenlandia va ben oltre la cartavetrata e l'esplosivo. In effetti la sua carne, tossica e puzzolente di urina, può essere una droga molto potente. Un tempo gli eschimesi, quando non c'era altro, la davano ai cani, che però finivano totalmente ubriachi, quando non addirittura paralizzati per giorni. Durante la Prima guerra mondiale, data la carenza di cibo in molti posti al Nord, non si poteva fare tanto gli schizzinosi e la carne di squalo della Groenlandia era più che sufficiente. Se si mangiava fresca, però, o non trattata a dovere, si poteva avere «la sbronza da squalo», perché contiene ossido di trimetilammina, che è una neurotossina.

Lo stato di ubriachezza pare sia simile a un'estrema intossicazione da alcol o da droghe allucinogene. Gli ubriachi di squalo parlano a vanvera, hanno visioni, barcollano e si comportano da pazzi. Quando finalmente si addormentano, è praticamente impossibile svegliarli. Per evitare effetti del genere, l'aorta dello squalo deve essere recisa immediatamente in modo da far uscire tutto il sangue. La carne va poi essiccata, oppure bollita, cambiando l'acqua più volte. In Islanda lo squalo, hákarl, è considerato una prelibatezza, ma sanno anche prepararlo in modo da eliminare i veleni con ripetute bolliture, essiccazione, o sotterrando la carne finché non fermenta.

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Tra poco dovremo ritirare la lenza e rientrare a Skrova. Ma nessuno dei due vuole parlarne. Ci godiamo il silenzio. I pensieri hanno mollato gli ormeggi e seguono la corrente. Il cielo stellato sopra di noi, il mare sotto di noi. Le stelle mormorano, il mare luccica e sfavilla.

Vista dallo spazio, la Corrente del Golfo somiglia alla Via Lattea, e dalla terra la Via Lattea somiglia alla Corrente del Golfo. Entrambe hanno in sé vortici a spirale in movimento. Nelle serie di fantascienza, le astronavi non somigliano ad aerei, ma a barche. Entrano continuamente in nebulose, tempeste di ioni e piogge di meteoriti, come una nave incontra nebbia d'avvezione, uragani o iceberg. Il capitano sta sul ponte e scruta oltre la coperta, il volto segnato dall'ansia. Se la caveranno? Se l'astronave ne uscirà troppo gravemente danneggiata, l'equipaggio dovrà correre alle scialuppe, o capsule di salvataggio. Perfino i mostri dello spazio spesso assomigliano a creature che si trovano in mare.

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In realtà, alla domanda non è poi così difficile dare una risposta concreta. L'unico motivo per cui c'è acqua nell'universo è che l'idrogeno si lega all'ossigeno. Intorno al nucleo dell'atomo di ossigeno orbitano sei elettroni a carica negativa. Lui però ne vorrebbe altri due. E qui entra in gioco un partner perfetto: l'atomo di idrogeno. L'unione è presto fatta, e così nasce l'H2O, ossia una molecola d'acqua.

L'idrogeno lega le molecole d'acqua in un'unione libera, in cui cioè ogni molecola si lega costantemente e alternativamente alle altre, in una sorta di danza con cambio di partner molti miliardi di volte al secondo.

Le molecole si combinano a un ritmo vertiginoso in varianti sempre nuove, come le lettere si legano l'una all'altra in nuove parole, che diventano frasi, e magari interi libri. Se si pensa alle molecole d'acqua come a lettere, si può affermare che il mare contiene tutti i libri mai scritti, in lingue conosciute e non. Nei mari si creano anche altre lingue e alfabeti, come RNA e DNA, molecole in cui i geni si attivano e disattivano in ondate che scorrono attraverso strutture spiraliformi, e decidono se il risultato sarà un fiore, un pesce, una stella marina, un piroforo o un essere umano.

Un vento dolce soffia dalla ricca biblioteca del mare. La luce sopra di noi si scinde tra le nubi, e quando i raggi si proiettano sull'acqua, si flettono come verbi irregolari.

Ci sono enormi quantità d'acqua nello spazio. Ma nel nostro sistema solare ce n'è – almeno in forma liquida – probabilmente su un solo pianeta. La terra si trova esattamente alla distanza giusta dal sole. Se fossimo più lontani nel sistema solare, tutta la nostra acqua sarebbe ghiaccio o vapore, come le code a spermatozoo delle comete che si allontanano dal sole.

La terra è abbastanza grande perché la gravità mantenga l'atmosfera al suo posto, benché non sia cosa scontata. Non siamo neanche vicini a un pianeta gigantesco, la cui potente forza di gravità trasformerebbe ogni marea in un'ondata alta diverse centinaia di metri che sommergerebbe tutto, come nel film Interstellar. Anche su Nettuno ci sono condizioni difficili. Venti gelidi che soffiano a oltre duemila chilometri orari spazzano costantemente la sua lucida superficie bianca. La temperatura media è di circa 177 gradi sotto zero. Sulla Terra, la distanza dal sole è tale che la maggior parte dell'acqua è liquida: senza tutte queste concomitanze sarebbe ghiaccio o gas, sempre che ce ne fosse. E la vita, come noi la conosciamo, non potrebbe esistere.

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Parliamo più che altro di quel che va fatto al momento, ma quando ci limitiamo ad aspettare e tutto è tranquillo, a volte la conversazione va a finire su temi bizzarri. Un pomeriggio mi viene in mente di raccontare di come gli animali, nel Medioevo e fino all'Ottocento, potessero essere processati per avere infranto leggi umane. Cani, ratti, mucche e perfino millepiedi venivano incarcerati e accusati di tutto, da omicidio a comportamento indecente. Venivano nominati avvocati, convocati testimoni, e seguite tutte le procedure dell'epoca. I passeri erano accusati di aver cinguettato troppo forte durante la messa. I maiali che avevano aggredito bambini piccoli venivano messi a morte. In Francia un maiale fu vestito di tutto punto, condotto alla forca e impiccato, mentre nel 1750 un asino fu assolto dopo un increscioso episodio perché un prete poté testimoniare che fino a quel momento l'animale aveva condotto un'esistenza irreprensibile. Perché diavolo lo facessero, per noi è difficile da capire. Forse temevano il caos e l'anarchia e credevano che anche la natura fosse governata da leggi morali.

Hugo mi chiede se so la storia dell'elefante Topsy. No, mai sentito nominare.

«L'elefante Topsy aveva ucciso due guardiani, e l'hanno giustiziato davanti a un pubblico pagante in un parco dei divertimenti a New York, nel 1903», dice Hugo. Dopo una pausa a effetto aggiunge:

«Gli hanno messo ai piedi delle specie di sandali di rame, e gli hanno sparato in corpo settemila volt di corrente alternata. In realtà l'intenzione era impiccarlo a una gru, ma la cosa si era rivelata un po' troppo complicata. E tutto lo spettacolo era per fare pubblicità a un parco dei divertimenti. Esiste un filmato, fatto dalla compagnia cinematografica di Thomas Edison, si intitola: Electrocuting an Elephant.»

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Può stupire sapere che al merluzzo e alle compagnie petrolifere piace la stessa cosa: il plancton. Mentre il merluzzo se lo mangia fresco in mare, le compagnie petrolifere lo preferiscono invecchiato duecento milioni di anni e trasformato in una sostanza vischiosa e nera. La nuova Norvegia dipende da questo come un tempo dipendeva da merluzzo, olio di fegato di merluzzo e olio di aringa. In passato i pescatori gettavano petrolio in mare per rompere le onde, quando tentavano di salvare l'equipaggio di una nave che stava affondando e trasferirlo su un altra. Ora i grandi pescherecci industriali ci buttano il pesce per imbrogliare sulle quote, mentre il petrolio minaccia gli habitat di riproduzione più ricchi del mondo. Se si verifica un blowout, una fuoriuscita incontrollata di greggio, il Muro delle Lofoten rischia di diventare una sorta di barriera di contenimento petrolifero lunga centinaia di chilometri, che intrappolerà il greggio lungo le sue spiagge sterminando tutto, dagli uccelli marini al plancton. Bastano infime quantità di petrolio per distruggere gli avannotti.

Se la Tanzania si fosse messa a trivellare nella pianura del Serengeti in cerca di petrolio, la comunità mondiale, probabilmente con la Norvegia in testa, si sarebbe indignata. L'avremmo considerata una barbarie, e magari gli avremmo anche sganciato un miliardo di corone perché lasciassero perdere. La Norvegia distribuisce già miliardi per salvare la foresta pluviale in Brasile, Ecuador, Indonesia, Congo e altri luoghi tropicali. Eppure noi abbiamo un posto altrettanto eccezionale, un Serengeti subacqueo. Ed è in questo posto di fecondità senza pari, rinomato al mondo per la sua bellezza, che la Norvegia, benché già tra i paesi più ricchi del mondo, vuole mettersi a trivellare.

I minatori sotterranei di Melville continuano a lavorare.

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In questo periodo, il verde del Vestfjorden è dovuto alla prima fioritura dell'anno di coccolitofori, organismi unicellulari, nella fattispecie fitoplancton produttore di calcare, che si muovono sospinti da una coda a forma di frusta o flagella. Possono essercene migliaia in ogni goccia d'acqua. Al microscopio, i coccolitofori hanno l'aspetto di pietre rotonde con trame e strutture filigranate. Normalmente queste alghe non compaiono in tali quantità se non più avanti nell'anno, ma ormai il mare intorno a noi sta cambiando.

Come la maggior parte degli animali della terraferma si nutrono di erba e piante, quasi tutti quelli del mare vivono di plancton. Il plancton agisce come le piante terrestri: assorbe enormi quantità di carbonio e produce ossigeno attraverso la fotosintesi. Un particolare tipo di alga azzurro-verde è così produttivo e abbondante che i ricercatori hanno stimato che da solo produca il venti per cento dell'ossigeno della terra. La scienza neanche sapeva della sua esistenza fino agli anni Novanta. Il plancton contribuisce in larga misura a rendere il pianeta abitabile. Siamo smisuratamente in debito con qualcosa che non vediamo, e di cui la maggior parte di noi è del tutto ignara.

Il plancton assume le forme più strane. Se si guardano fotografie scattate al microscopio elettronico, si stenta a crederci. Assomiglia a cristalli di neve, moduli lunari di atterraggio, canne di organo, torri Eiffel, statue della libertà, satelliti per le comunicazioni, fuochi d'artificio, figurazioni caleidoscopiche, spazzolini da denti, carrelli per la spesa, piastre da gaufre aperte, bicchieri da vino con un cubetto di ghiaccio che galleggia, calici da champagne rivestiti all'interno di pelle di leopardo, urne greche, sculture etrusche, rastrelliere da biciclette, retini a manico lungo, carburatori, piume, fiori, palline di muco con dentro mele, set vivavoce per cellulari, lampade psichedeliche, campane trasparenti che si fondono, tappeti volanti, denti di leone, reti da pesca, cappelli a cilindro, aspirapolvere, embrioni, rasoi da barba, uteri, organi sessuali puntuti, cellule spermatiche, cervelli e penne stilografiche. Può prendere la forma di quasi tutto quello che c'è nel mondo, oltre a così tante altre forme sconosciute da poterci costruire un universo nuovo. In un secchio di acqua salata limpida e pulita possono vivere milioni di questi microrganismi. Incluso un gran numero di coccolitofori, coperti di scaglie chiamate coccoliti.

Un miliardo di anni fa i coccolitofori formarono delle colonie, e furono forse all'origine dei primi animali pluricellulari. Nel qual caso sarebbero i progenitori di ogni vivente. Tutti i nostri antenati sono per definizione riusciti a svilupparsi in una catena ininterrotta attraverso miliardi di anni, fin dall'origine della vita in mare. Suona improbabile, ma è così. Solo che in genere non lo vediamo da questa prospettiva. E perché dovremmo?

L'evoluzione è cieca, e scorre come un fiume attraverso il tempo. Non si preoccupa dei falliti che si perdono per strada.


Il mare ha molti colori. Ma qual è il suono del mare?

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Nei giorni successivi il tempo è irritantemente stabile, e il mare provocatoriamente calmo. Non possiamo uscire, cosa a cui dopo tutto cominciamo pure ad abituarci. Presto scivoleremo anche noi nel ritmo della Stazione Aasjord e dell'isola.

Un'isola è insieme realtà e la propria metafora, scrive Judith Schalansky nell' Atlante delle isole remote (2013). Di solito mi sento stranamente libero quando arrivo su una piccola isola come Skrova. È come se la vita trovasse un nuovo ritmo e lo stress di sempre sembra lontano, insignificante.

L'isola è un mondo in miniatura, che si lascia dominare facilmente, perché la geografia è chiaramente delimitata, come anche il numero di persone e le storie con cui ci si deve rapportare. La vita sembra più semplice, un senso di controllo si insedia nel corpo. È così che anche Daniel Defoe descrive l'esistenza di Robinson Crusoe su un'isola. Se la cava bene, attraversando in prima persona le diverse fasi della civiltà: comincia come cacciatore e raccoglitore, per sviluppare poi agricoltura, allevamento, architettura, schiavitù, guerra e così via, con una tecnologia sempre più avanzata. Raggiunge anche la fase capitalistica, con la sua contabilità e la massimizzazione dell'utile tipica della sua visione del mondo.

Sull'isola capisce veramente chi è, e diventa filosofo. Si rende conto di poter essere più felice lì solo che in qualunque altro posto della terra. Non gli manca nulla, come un atomo di gas nobile che fluttua libero nell'aria, e pensa a se stesso come imperatore o re del suo proprio regno. Ma è tagliato fuori dall'umanità, e per qualche istante vede la sua solitudine come un castigo di Dio. Perde completamente la calma quando il pappagallo gli parla: «Poor Robin Crusoe! Where are you? Where bave you been?» Ma si spaventa davvero solo quando scopre impronte umane sulla sabbia.

Un'isola può essere un paradiso, ma qualche volta diventa una prigione. Perché è facile farsi illusioni su un'isola. Che tutto andrà bene, che si è protetti dal caos e dai disagi della terraferma. Ma magari comincia a mancarti la gente, e tutto quello da cui sei fuggito. Un senso di solitudine e di segregazione si diffonde ovunque. Smetti di pensare a te stesso come l'imperatore o il re di un regno limitato, e ti senti come un prigioniero assediato dall'acqua da ogni parte. Magari arriva anche l'autunno, con il buio e il silenzio. Avresti voglia di andartene dalla natura, di tornare in città, in mezzo alla gente. Forse senti i sospiri dei fantasmi della tua vita. «Ma il silenzio su un'isola non è niente. Nessuno ne parla, nessuno lo ricorda né lo nomina, per quanto forte sia il suo impatto su di loro. È un barlume della morte che possono ricevere mentre ancora sono vivi.»

Qualcuno volta le spalle al mondo e si affida a un'isola ancora più piccola, un'utopia in cui niente li può turbare, un'isola che sia abbastanza limitata da poterla riempire con la propria personalità, senza provare nostalgia di altri. Si può cadere preda di un'ossessione, e cambiare, cominciare a vivere una vita soprattutto interiore. Ma o la personalità è troppo piccola, o l'isola è troppo grande per qualunque felicità durevole. E di questo che parla D.H. Lawrence nel suo librettino quasi dimenticato L'uomo che amava le isole.

L'Oceano Atlantico è pieno di isole mitiche, luoghi mai esistiti se non nella fantasia di cartografi e poeti. Nel XII secolo, il famoso geografo arabo Edrisi calcolò che nell'Atlantico ci fossero almeno 27.000 isole. In realtà sono solo poche decine. E quante spedizioni partivano alla scoperta di quei luoghi inesistenti, eppure descritti in dettaglio da navigatori che affermavano di esserci stati, senza che nessuno potesse confutare le loro fantasie. I racconti erano spesso così vividi che altri marinai si convincevano di averle visitate anche loro e potevano così contribuire a colmare i vuoti di conoscenza di isole immaginarie.

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Se salissi sulla collina, vedrei le isole di Landegode, al largo di Bodø, e di Værøy, a sud-ovest. E forse perfino Røst, la più lontana delle Lofoten. Lì erano andati a finire i naufraghi veneziani della caracca Querina, che era salpata da Creta il 25 aprile 1431 diretta alle Fiandre. Ma appena superato lo stretto di Gibilterra, già aveva avuto il primo preavviso del suo destino, quando l'urto contro uno scoglio le aveva provocato una falla. Riparata a Lisbona, aveva proseguito la rotta a nord, per imbattersi presto, nel Golfo di Biscaglia, in una violenta tempesta, che le aveva spezzato l'albero maestro e il timone, lasciandola alla deriva. A metà dicembre l'equipaggio aveva dovuto abbandonarla e imbarcarsi su scialuppe malandate che facevano acqua da tutte le parti. Gli uomini erano rimasti a lottare con il mare per settimane nel buio, nella neve, patendo la fame, la sete, la malattia, lo sfinimento. In un solo giorno ne erano morti ben quattro, ormai stremati. Dalla nave si erano portati sale e carne in abbondanza, ma troppo poco vino.

Le correnti e i venti avevano continuato a spingerli a nord, sempre più a nord, nel desolato nulla di una notte perenne. Ormai disperavano di poter sentire un giorno la terraferma sotto i piedi, finché uno di loro non aveva scorto da lontano un arcipelago: Røst. Avevano infine avvistato una spiaggia, sull'isolotto deserto di Sandøy, dove riuscirono ad approdare il 14 gennaio del 1432. Lì furono trovati e soccorsi il 4 febbraio dagli abitanti dell'isola principale, che il capitano Pietro Querini, al suo rientro in Italia, descrisse come «la gente più ineccepibile che si possa immaginare». La loro ospitalità era praticamente illimitata, e la gente di Røst è ancora oggi considerata di carnagione più scura della maggior parte dei norvegesi. Comunque sia, agli italiani furono offerte grandi quantità di merluzzo essiccato (stoccafisso) da portare via, con cui ovviamente i cuochi in patria non tardarono a fare meraviglie. Da allora l'esportazione da Røst all'Italia non si è mai fermata e ogni anno gli esportatori di merluzzo della piccola isola vanno nelle città italiane gemellate a portare il loro pesce o partecipare ai vari festival dello stoccafisso.

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Ma in che idiozia di missione assassina ci siamo imbarcati? Sarà per soddisfare la nostra curiosità? Per confrontarci con le nostre paure? Per un istinto di caccia che ci spinge a uccidere la preda più grossa a cui in teoria possiamo ambire, quindi una specie di caccia grossa sul mare? Il mito del mostro non sonnecchia forse nel profondo della nostra natura, genetico retaggio dei tempi in cui eravamo prede di predatori ormai estinti, quando le tigri dai denti a sciabola ci trascinavano moribondi nelle loro tane, per poi divorarci nel buio? E la battaglia tra noi e i coccodrilli, che ci portano giù nei loro nidi subacquei e ci riducono a brandelli? Ripensandoci, la tecnica rotante dello squalo della Groenlandia ricorda in effetti proprio quella di un coccodrillo.

Abbiamo vinto la gara accaparrandoci un chilo in più di massa cerebrale, una grigia sostanza gelatinosa che è ormai sul punto di capire quasi tutto, incluso come funziona la sua stessa consapevolezza. L'eredità del passato è comunque presente, come una sorta di ricordo profondo. Perché altrimenti i programmi sulla natura che Hugo guarda in televisione sono così pieni di bestie feroci, e una cupa voce americana fuori campo prova a farci credere che qualcuno sta per essere divorato da un orribile mostro?

Per l'uomo la vespa è molto più pericolosa dello squalo. Lo squalo uccide in totale dieci o venti persone all'anno, su tutto il pianeta. Nello stesso lasso di tempo noi uccidiamo circa settantatré milioni di squali. Eppure è lo squalo che consideriamo un predatore pericoloso. A questo paradosso non siamo insensibili né Hugo né io.

Ogni volta che uno squalo attacca un uomo, la notizia fa il giro del mondo. La gente immagina un sadico assassino a sangue freddo dallo sguardo vitreo, che silenzioso, all'improvviso, colpisce. Una bocca con diverse file di denti affilati come punteruoli risale lungo la colonna d'acqua e afferra il braccio, la gamba o la vita dell'ignaro nuotatore. Sangue fresco colora il mare di rosso, e dopo una breve lotta impari, lo squalo se ne torna giù masticando uno o due pezzi di corpo. Temiamo il fatto che non ci temano.

Gli squali non potranno mai vincere nessuna gara di popolarità. Orsi panda, gatti, delfini e scimpanzé si trovano a un estremo della scala. Gli squali all'altro. Uno squalo che attacca un umano, oggi, è come un'eco di tempi ancestrali, quando ancora non dominavamo il mondo con la nostra tecnologia superiore. In pochi secondi, tutto il nostro dominio viene spazzato via: all'improvviso non siamo più chi uccide, ma chi viene ucciso. L'eventualità che questo accada a qualcuno è quasi inesistente. Eppure abbiamo lo stesso paura di finire laggiù, nei gelidi abissi, circondati da esseri che ci divoreranno fino all'ultimo brandello. Finché di noi non resterà più nulla.

Certo, siamo comunque destinati a scomparire. Ma nel buio del fondo del mare brulicante di pesci e piccole creature striscianti in attesa, si scompare in modo così totale che anche il solo pensiero è difficile da sopportare.


Scopritori, geografi e naturalisti fin dall'antichità hanno gradualmente mappato tutta la terra. Secondo Dante, Ulisse non tornò a casa da Penelope, come racconta Omero. Ulisse voleva continuare. Passò le Colonne d'Ercole e proseguì verso ovest in mare aperto. Queste colonne, secondo la mitologia greca, erano state innalzate per segnare il confine del mondo conosciuto e abitabile. Neanche Ercole aveva osato oltrepassare quel punto. Ma spinto dalla curiosità, dalla sete di conoscenza e dalla voglia di avventura, Ulisse avanzò nell'ignoto, si legge nella Divina Commedia (ca. 1320). E per questa trasgressione Dante lo punisce severamente, mettendolo quasi in fondo all'inferno, nell'ottavo cerchio, dove è perennemente avvolto dal fuoco.

Soltanto alcune centinaia di anni fa, molti credevano ancora che esistessero uomini con la testa di cane o la faccia attaccata al petto, o esseri che erano un incrocio tra uno scorpione, un leone e un uomo. Se si viaggiava abbastanza lontano dal mondo noto e familiare, si rischiava di incontrare cavalli con le ali, draghi sputafuoco e creature in grado di uccidere con lo sguardo. L'esistenza degli unicorni era comunemente accettata. I mari brulicavano di esseri enormi con le caratteristiche e le intenzioni più inquietanti.

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È adesso che succede. Una corrente sul fondo mi porta via con una forza che non si crederebbe possibile. È inutile resistere, mi metto semplicemente a turbinare. Tengo le mani strette al corpo e mi lascio trasportare, sempre più al largo, sempre più al largo, mentre mi passano davanti gli scenari più incredibili. D'ora in poi sono immerso nella poesia dell'oceano: sfreccio oltre velieri dalle vele strappate, dove capodogli ridenti nuotano sul fondo inseguendo piovre giganti con occhi grandi come piatti e tentacoli lampeggianti, attraverso boschi corallini variegati di viola, in cui anguille vischiose guizzano dentro e fuori teschi umani decorati di grappoli d'alghe. Lungo una fossa oceanica la corrente mi conduce fino a una grande apertura, dove le balenottere intonano a più voci il loro profondo canto malinconico. Da sopra, tra le strombettate dei cavallucci marini, arriva la nenia sommessa degli avannotti di merluzzo, mentre gli astici danzano in circoli, intorno a ippoglossi e pesci piatti che sbattono le code in un applauso. I pesci diavolo, come sempre, hanno la faccia di gente che conosco. I pesci luna se ne stanno fermi nell'acqua, illuminando le bocche spalancate degli squali elefante. Le razze mi volano accanto in formazione, come bombardieri Stealth all'attacco.

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