Autore Elizabeth Strout
Titolo Mi chiamo Lucy Barton
EdizioneEinaudi, Torino, 2016, Supercoralli , pag. 164, cop.rig.sov., dim. 14x22x1,7 cm , Isbn 978-88-06-22968-9
OriginaleMy Name Is Lucy Barton [2016]
TraduttoreSusanna Basso
LettoreAngela Razzini, 2016
Classe narrativa statunitense












 

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Pagina 3

Ci fu un tempo, ormai molti anni fa, in cui dovetti trascorrere quasi nove settimane in ospedale. Succedeva a New York e la notte, dal mio letto, vedevo davanti a me il grattacielo Chrysler con la sua scintillante geometria di luci. Il giorno spegneva la bellezza dell'edificio che, a poco a poco, ridiventava solo l'ennesima immane architettura stagliata contro il cielo azzurro e, come le altre, remota, silenziosa, altera. Era il mese di maggio e poi di giugno e ricordo che me ne andavo alla finestra a guardare il marciapiede sotto di me e a osservare le donne giovani — cioè della mia età — in abiti leggeri, a spasso nella pausa pranzo; le vedevo chiacchierare muovendo la testa, mentre le loro camicette tremavano riempiendosi di brezza. E pensavo che mai e poi mai, una volta dimessa dall'ospedale, avrei potuto andare a passeggio senza ringraziare il cielo di essere di nuovo una di quelle donne, e per molti anni lo feci: mi rivedevo mentalmente alla finestra dell'ospedale e mi sentivo felice di calcare un marciapiede.

All'inizio, la storia era semplice: mi avevano ricoverata per un'appendicite. Due giorni dopo l'intervento mi diedero da mangiare, ma non riuscivo a trattenere nulla. Poi sopraggiunse la febbre. Nessuno fu in grado di isolare il batterio responsabile, né di spiegarsi che cosa fosse andato storto. Non s'è mai saputo. Avevo due flebo: una per i liquidi e una per gli antibiotici. Stavano appese a un trabiccolo metallico che mi portavo in giro, ma mi stancavo con facilità. Verso l'inizio di luglio, il misterioso problema che mi affliggeva si risolse. Ma fino ad allora vissi una condizione insolita - un'attesa letteralmente febbrile - che mi angosciava. A casa avevo un marito e due figlie piccole; le bambine mi mancavano tremendamente e la mia ansia per loro era tale che temevo potesse influire sul mio stato di salute. Il mio medico, per il quale provavo un senso di profondo affetto, era un ebreo facciuto e oppresso dal peso di una tristezza gentile - i suoi genitori e tre zie, gli avevo sentito raccontare a un'infermiera, erano stati uccisi nei campi, e ora, a New York, aveva moglie e quattro figli adulti; ebbene, credo che questo brav'uomo si fosse impietosito e avesse fatto in modo che le mie piccole, di cinque e sei anni, potessero venire a trovarmi, a condizione che non avessero malattie in corso. Mi furono portate in camera accompagnate da un'amica di famiglia, e io notai subito che avevano il faccino e i capelli sporchi e quindi le cacciai sotto la doccia e mi c'infilai anch'io, con tutta l'asta delle flebo, mentre loro esclamavano: «Come sei magra, mamma!» Erano spaventatissime. Vennero a sedersi sul mio letto per farsi strigliare con l'asciugamano e poi si misero a disegnare, ma non erano tranquille, lo so perché non si interrompevano in continuazione per dirmi: «Mamma, guarda, ti piace? Mamma, hai visto il vestito della mia fata principessa?» Parlavano pochissimo, la piú piccola poi sembrava non riuscire ad aprire bocca, e quando l'abbracciai, la vidi tirar fuori il labbro sul piccolo mento tremulo; era un cosino minuscolo e ce la metteva tutta per mostrarsi coraggiosa. Quando se ne andarono evitai di guardare dalla finestra mentre si allontanavano con l'amica che me le aveva portate e che non aveva figli suoi.

Mio marito, naturalmente, aveva il suo daffare a mandare avanti la casa e il lavoro e di rado aveva il tempo di venirmi a trovare. Appena conosciuti mi aveva confessato che odiava gli ospedali - suo padre era morto in ospedale quando lui aveva quattordici anni - e adesso mi rendevo conto che non diceva per dire. Nella prima stanza in cui mi sistemarono avevo accanto una vecchia agonizzante; non faceva che chiedere aiuto - mi colpiva quanto le infermiere non le badassero mentre lei gridava che stava morendo. Mio marito non riusciva a sopportarlo, nel senso che non sopportava di venire a trovarmi lí, e mi fece spostare in una singola. La nostra assicurazione non copriva simili lussi e ogni giorno di ricovero era un salasso per i nostri risparmi. Fui sollevata di non sentire piú le grida di quella povera donna, ma se qualcuno avesse intuito quanto mi sentivo sola, mi sarei vergognata. Ogni volta che arrivava un'infermiera a prendermi la temperatura, cercavo di trattenerla qualche minuto, ma avevano tutte da fare e non potevano permettersi di perdere tempo in chiacchiere.

Un pomeriggio, piú o meno tre settimane dopo il ricovero, girai lo sguardo dalla finestra e vidi mia madre seduta ai piedi del letto. - Mamma? - dissi.

- Ciao, Lucy, - disse lei. La sua voce mi parve timida, ma inderogabile. Si chinò e mi strinse un piede attraverso il lenzuolo. - Ciao, Bestiolina, - disse. Non vedevo mia madre da anni; continuavo a fissarla, non capivo come mai mi sembrasse tanto cambiata.

— Mamma, come sei arrivata qui? — le chiesi.

— Oh, ho preso un aereo —. Sventolò le dita, e capii che l'emozione era troppa per i nostri gusti. Perciò le risposi anch'io con un cenno della mano e tornai a coricarmi. — Vedrai che guarisci, — aggiunse con la stessa voce timida e inderogabile di poco prima. — Non ho fatto nessun sogno.

Che lei fosse lí, che mi chiamasse con quel vezzeggiativo che non usava da una vita, mi fece sentire dentro il tepore di un liquido caldo, come se tutta la mia tensione fosse stata un grumo solido e adesso non lo fosse piú. Di solito mi svegliavo verso mezzanotte e di lí in poi sonnecchiavo in modo discontinuo, oppure restavo sveglia a fissare le luci della città dalla finestra. Quella notte invece dormii un sonno filato e la mattina mia madre era seduta dove stava il giorno prima. — Non importa, — disse, quando le chiesi. — Lo sai che non dormo tanto.

Le infermiere si offrirono di portarle una branda, ma lei scosse la testa. Scuoteva la testa ogni volta che un'infermiera tornava a proporgliela. Dopo un po' smisero di chiedere. Mia madre rimase con me per cinque notti, e dormí sempre seduta sulla stessa sedia.

Durante il primo giorno insieme ci parlammo ogni tanto; credo che nessuna delle due sapesse come comportarsi. Mi fece qualche domanda sulle mie bambine e io risposi, avvampando: — Sono fantastiche, — dissi. — Sí, sono una meraviglia —. Su mio marito, mia madre non fece domande, anche se — me lo disse lui al telefono — era stato lui a chiamarla per chiederle di venire a stare con me, a pagarle il biglietto dell'aereo, a offrirsi di andarla a prendere all'aeroporto; mia madre, che non era mai salita su un aereo in vita sua. Nonostante lei avesse risposto che prendeva un taxi, nonostante il suo rifiuto di incontrarlo di persona, mio marito le aveva comunque fornito indicazioni e soldi per arrivare da me. E adesso, seduta su una sedia ai piedi del mio letto, mia madre non diceva niente neppure di mio padre, perciò evitai anch'io di parlarne. Continuavo ad augurarmi che dicesse: «Tuo padre spera che tu guarisca presto», ma non lo disse.

— Hai avuto paura a prendere il taxi, mamma?

Esitò e a me parve di percepire il terrore che doveva averla colta quando era scesa dall'aereo. Ma disse: — La lingua ce l'ho, e so farla funzionare.

Dopo un attimo dissi: — Mi fa tanto piacere che tu sia qui.

Sorrise frettolosamente e si voltò verso la finestra.

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Pagina 20

Fino ai miei undici anni siamo vissuti in un garage. Il garage era del mio prozio che stava nella casa accanto, e dentro avevamo giusto un filo d'acqua fredda che veniva giú da un rubinetto in un lavandino improvvisato. Il pannello isolante inchiodato alle pareti era imbottito di una specie di zucchero filato rosa che in realtà era fibra di vetro con cui ci potevamo tagliare, ci ripetevano. La cosa mi lasciava sconcertata e spesso mi ritrovavo a fissare quella bella lana rosa che non potevo toccare; non riuscivo a capacitarmi che c'entrasse il vetro; adesso è strano ricordare quanto tempo mi occupasse il pensiero quella bella fibra di vetro rosea e insidiosa che avevamo intorno in ogni istante. Mia sorella e io dormivamo su brandine da campeggio impilate una sull'altra con sbarre metalliche, come un letto a castello. I miei dormivano sotto l'unica finestra che affacciava sulla distesa di campi di granturco, e mio fratello aveva la sua branda addossata all'angolo in fondo. Di notte ascoltavo il ronzio del piccolo frigorifero che si accendeva e spegneva a intermittenza. Certe sere dalla finestra entrava la luce della luna; altre invece era molto buio. D'inverno faceva talmente freddo che spesso non riuscivo a dormire e qualche volta mia madre scaldava l'acqua sul fornello, la versava nella borsa di gomma rossa e me la lasciava tenere per addormentarmi.

Quando il prozio mori, ci trasferimmo nella casa dove avevamo l'acqua calda e lo sciacquone, anche se d'inverno faceva freddissimo. Da sempre, odio avere freddo. Ci sono fattori che influiscono sulle strade che prendiamo ed è raro che sappiamo individuarli e registrarli con precisione, ma a me è capitato di pensare che se stavo a scuola dove faceva caldo fino a tardi era perché faceva caldo. Con il suo muto assenso e la sua faccia tanto gentile, il bidello mi lasciava restare in un'aula dove i radiatori continuavano a fischiare e dove io avrei fatto i compiti. Spesso sentivo arrivare l'eco attutita delle cheerleader che si allenavano in palestra, o i colpi di rimbalzo del pallone da basket, o magari dalla sala musica le prove della banda, ma io me ne restavo per conto mio, in classe, al caldo, ed è stato li che ho imparato che per avere un lavoro fatto basta semplicemente farlo. Ho afferrato la logica che stava dietro alla consegna dei compiti come non l'avrei mai capita, se li avessi fatti a casa. E quando li avevo finiti, mi mettevo a leggere, finché non ero obbligata a sloggiare.


La nostra scuola elementare era troppo piccola per avere la biblioteca, ma nelle aule c'erano libri che potevamo portarci a casa da leggere. In terza lessi un libro che mi fece venire voglia di scriverne uno. Parlava di due bambine che avevano una brava mamma e d'estate si trasferivano in un posto diverso ed erano felici. Nel posto nuovo dove andavano c'era una bambina di nome Tilly - Tilly! - che era strana e sgradevole perché era povera e sporca e le bambine la trattavano male, ma la brava mamma insegnava alle figlie a essere buone con lei. È questo che ricordo di quel libro: Tilly.

La mia maestra si accorse che mi piaceva leggere e cominciò a passarmi dei libri, anche da grandi, e io li leggevo. E anche piú tardi, alle superiori, ho continuato a leggere, dopo i compiti, nella scuola dove faceva caldo. I libri mi davano qualcosa. È questo che penso. Mi facevano sentire meno sola. È questo che penso. E mi dicevo: Scriverò libri e le persone si sentiranno meno sole! (Però era il mio segreto. Perfino quando ho conosciuto mio marito, non gliel'ho detto subito. Non riuscivo a prendermi sul serio. Ma in realtà sí. In assoluto segreto, mi prendevo sul serio, eccome. Sapevo per certo di essere uno scrittore. Non sapevo quanto sarebbe stato difficile. Del resto, nessuno lo sa; e non ha importanza).

Grazie alle ore che passavo in classe al caldo, grazie a quanto leggevo e grazie al fatto di essermi resa conto che se non saltavi neanche una riga i compiti avevano una loro logica, i miei voti diventarono perfetti. L'ultimo anno di superiori la mia referente mi convocò nel suo ufficio per dirmi che un college appena fuori Chicago mi offriva l'iscrizione ai corsi e tutte le spese pagate. I miei non fecero molti commenti, forse per proteggere mio fratello e mia sorella che non avevano voti perfetti e neanche particolarmente buoni; nessuno dei due prosegui gli studi.

Fu la mia referente ad accompagnarmi in macchina al college, in una giornata rovente. Oh quanto mi piacque subito quel posto, da non poterlo dire, da restare senza fiato! Mi pareva immenso, edifici dappertutto - il lago, enorme ai miei occhi - e la gente a passeggio, o che entrava e usciva dalle classi. Ero terrorizzata, ma piú ancora entusiasta. Imparai in fretta a imitare gli altri, a cercare di far passare inosservati i miei vuoti di cultura e attualità, anche se quella parte non fu facile.

Ma ricordo una cosa: la sera che tornai a casa per il Ringraziamento non riuscivo a prender sonno, ed era perché avevo paura di essermela sognata, la mia vita al college. Temevo che avrei potuto svegliarmi e ritrovarmi in quella casa, e che ci sarei rimasta per sempre, e mi pareva insopportabile. Pensavo: No. E lo pensai per tanto tempo, finché mi addormentai.

Nei pressi del college, trovai un lavoro, e mi comprai dei vestiti in un mercatino dell'usato; era la metà degli anni Settanta e tenute simili erano accettabili, anche senza bisogno di essere poveri. Che io sappia nessuno fece mai commenti su come mi vestivo, ma una volta, prima di conoscere mio marito, mi innamorai follemente di un professore con il quale ebbi una breve relazione. Faceva l'artista e io amavo le sue opere, anche se capivo che non le capivo, ma tanto era lui che amavo, il suo rigore, la sua intelligenza, la sua consapevolezza che a certe cose bisognava rinunciare per avere la vita che voleva lui - tipo i figli, ai figli bisognava rinunciare. Ma torno ora su questo per un'unica ragione: il professore fu la sola persona che io ricordi dai tempi della mia giovinezza a esprimere un parere sul mio modo di vestire, e solo per confrontarlo con quello di una sua collega di facoltà, dal guardaroba costoso e il fisico imponente, a differenza di me. Disse: - In te c'è piú sostanza, ma Irene ha piú stile -. Dissi: - Ma lo stile è sostanza -. All'epoca ancora non sapevo che era proprio cosí. Me l'ero semplicemente appuntato durante una lezione su Shakespeare, perché l'aveva detto il professore e a me era sembrato vero. L'artista ribatté: - In tal caso, ha piú sostanza Irene -. Ero un po' imbarazzata per lui, all'idea che potesse credere che non avevo uno stile, perché i vestiti che mettevo erano me, e il fatto che venissero da un mercatino dell'usato e non fossero i soliti completi, non mi passava nemmeno per la mente che potesse voler dire qualcosa, se non per una persona decisa mente superficiale.

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Pagina 49

Il furgone. Ogni tanto mi torna in mente con una chiarezza che trovo stupefacente. I finestrini striati di polvere, l'inclinazione del parabrezza, la sporcizia sul cruscotto, l'odore di gasolio e di mele marce e di cani. Non so, in termini numerici, quante volte sono stata chiusa nel furgone. Non so quando è stata la prima, né l'ultima. Ma ero piccolissima, non dovevo superare i cinque anni l'ultima volta, perché altrimenti sarei stata a scuola tutto il giorno. Mi mettevano lí perché mia sorella e mio fratello erano a scuola - è questo che mi dico adesso - e i miei lavoravano tutti e due. Altre volte invece mi ci mettevano in castigo. Mi ricordo cracker salati con burro di arachidi che non riuscivo a mangiare perché avevo troppa paura. Mi ricordo che battevo i pugni sui vetri dei finestrini, urlando. Non pensavo che sarei morta, non pensavo affatto, credo, ero solo terrorizzata, perché mi rendevo conto che non sarebbe venuto nessuno e guardavo il cielo diventare piú scuro e sentivo il freddo aumentare. Non facevo che urlare, urlare. Piangevo fino a che quasi mi mancava il fiato. Qui in città, a New York, vedo bambini che piangono di autentica stanchezza, e a volte anche solo di autentico cattivo umore. Ma ogni tanto mi capita di vederne uno che piange di una disperazione assoluta, e mi sembra che quello sia uno dei suoni piú veri che un bambino è in grado di emettere. In quei casi ho la sensazione di sentirmi dentro il rumore del cuore che si spezza, come fuori all'aria aperta uno potrebbe sentire - in condizioni molto particolari e precise - il granturco che cresce nei campi della mia infanzia. Ho conosciuto molte persone, perfino del Midwest, pronte a dirmi che non si può sentire il granturco crescere, ma si sbagliano. Gli altri non sentono il mio cuore che si spezza, questo lo so, è vero, ma per me il suono del granturco che cresce e del mio cuore che si spezza sono tutt'uno. Mi è capitato di scendere dalla metropolitana apposta per non dover sentire un bambino piangere in quel modo.

La mente se ne andava in posti stranissimi durante quegli episodi all'interno del furgone. Mi sembrava di vedere un uomo venirmi incontro, oppure un mostro, una volta mi parve di vedere mia sorella. Dopo un po' mi calmavo e mi dicevo a voce alta: «Va tutto bene, tesoro. Vedrai che tra poco arriva una signora gentile. Tu sei una bimba bravissima, proprio bravissima, e quella signora è parente della mamma e ti vuole prendere a stare da lei perché è tanto sola e le serve una bimba buona come te che le faccia compagnia». Avevo questo sogno a occhi aperti che a me risultava estremamente reale e mi teneva tranquilla. Sognavo che non avevo piú freddo, che dormivo dentro a lenzuola belle pulite, e avevo asciugamani puliti e il gabinetto che funzionava e una cucina piena di sole. Poi il freddo però tornava, e il sole andava giú e io ripartivo col pianto, prima piano piano e poi sempre piú forte. E poi arrivava mio padre, apriva la portiera e qualche volta mi prendeva in braccio. «Non c'è niente da piangere», diceva, magari, e mi ricordo la sensazione della sua mano calda che mi reggeva la nuca.

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Pagina 98

Stavamo al West Village da qualche anno quando partecipai al mio primo Gay Pride, e il fatto di abitare nel Village rendeva la parata un evento importante. Si capisce. C'era stata la faccenda di Stonewall, e poi l'orrore dell'Aids, quindi tantissime persone scendevano in strada in segno di solidarietà e anche per piangere e onorare chi era morto. Tenevo Chrissie per mano e William aveva Becka in arcione su un fianco. Guardammo sfilare uomini in scarpe viola col tacco, parrucca, qualcuno in abiti da donna, e accanto a loro marciavano delle madri, e tutto il resto che si vede a New York in simili occasioni.

William si voltò verso di me e disse: — Lucy, Cristo santo, eddai, — per quello che mi aveva letto in faccia, ma io scossi la testa e mi girai per tornare a casa, e lui mi venne dietro e disse: — Oh, Passerotta, mi sono ricordato solo adesso.

Era l'unica persona a cui l'avevo raccontato.


Mio fratello poteva fare prima superiore. Anno piú, anno meno. Di sicuro stavamo ancora nel garage, perciò io dovevo avere all'incirca dieci anni. Data la sua attività di sarta, mia madre teneva nella cesta in un angolo del garage diverse paia di scarpe col tacco. Quella cesta era il suo guardaroba. Dentro c'erano anche reggiseni e giarrettiere e un reggicalze. Credo servissero alle signore che venivano a farsi riprendere un vestito senza avere addosso la biancheria appropriata; per parte sua lei, anche ai tempi in cui tutte quelle cose erano normali, se ne infischiava e non le metteva a meno che non aspettasse una cliente.

Quel giorno Vicky venne a cercarmi strillando nel cortile della scuola, non so se era un giorno della settimana né come mai lei non fosse a scuola con me, mi ricordo soltanto come strillava e che intorno c'era della gente che rideva. Mio padre stava scendendo per la strada principale a bordo del furgone e intanto urlava cose a mio fratello che percorreva la via a piedi con le scarpe alte della cesta, reggiseno sopra la maglietta, un filo di perle finte e la faccia rigata di lacrime. Mio padre gli guidava a fianco sul furgone urlandogli che era un frocio di merda e che il mondo intero doveva saperlo. Non credevo ai miei occhi, e presi Vicky per mano, anche se ero la minore, e l'accompagnai fino a casa. C'era mia madre e ci disse che nostro fratello era stato sorpreso coi suoi vestiti addosso, che schifo, e adesso mio padre gli dava la lezione che meritava, e Vicky doveva piantarla di fare quel baccano, e allora portai Vicky nei campi finché non venne buio e la paura del buio fu piú forte di quella di tornare a casa. Ancora oggi non sono sicurissima di questo ricordo, anche se so che è vero, penso. Voglio dire, lo so. Basta chiedere a chiunque ci conoscesse.

Il giorno del Gay Pride al Village, credo, ma non ne sono certa, di aver litigato con William. Perché mi ricordo che disse: — Passerotta, tu proprio non capisci, eh? — Intendeva dirmi che proprio non capivo di poter essere amata, di essere una persona amabile. Lo ripeteva spesso, quando litigavamo. Era l'unico uomo ad avermi mai chiamata Passerotta. In compenso non fu l'ultimo a dirmi il resto: Tu proprio non capisci, eh?


Il giorno in cui ci consigliò di arrivare alla pagina senza pregiudizi, Sarah Payne ci volle ricordare che non si sa mai, né mai si può sapere, come sarebbe capire un altro fino in fondo. Sembra un concetto semplice, ma col passare degli anni mi rendo conto che era necessario ricordarcelo. Sempre ci chiediamo che cosa sia che ci fa disprezzare un altro, che ci fa sentire superiori. Ebbene, io voglio dire che quella sera — e questo lo ricordo meglio dell'episodio che ho appena descritto — mio padre si coricò al buio accanto a mio fratello e se lo tenne stretto cullandolo come fosse un neonato e non si riuscivano a distinguere le lacrime e i gemiti dell'uno da quelli dell'altro.

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