Copertina
Autore Paolo Sylos Labini
Titolo Un paese a civiltà limitata
SottotitoloIntervista su etica, politica ed economia
EdizioneLaterza, Roma-Bari, 2001, Saggi Tascabili 254 , pag. 170, dim. 110x180x14 mm , Isbn 978-88-420-6472-5
CuratoreRoberto Petrini
LettoreRenato di Stefano, 2001
Classe economia , politica , paesi: Italia
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Indice


   Avvertenza                               VII

   1. Quel bastimento per Harvard             3

   2. L'altra Italia del «Mondo»             21

   3. La mia economia                        41

   4. L'orgoglio degli economisti            67

   5. Quando tentammo di progranmare         83

   6. Gli anni Settanta: contro la deriva
      ideologica                            101

   7. Diario di una crisi                   117

   8. L'anomalia italiana                   133

   9. Il fenomeno Berlusconi                145

 

 

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Pagina 30

D. Torniamo alla cultura italiana: se Croce, Marx e Machiavelli hanno influenzato negativamente il nostro paese, quale linea di pensiero avrebbe dovuto prevalere?

R. Avrei preferito personaggi come Cattaneo, come Mazzini, come Salvemini. Una linea di pensiero positivistica che ha una caratteristica importante: la capacità di ammettere che l'uomo sbaglia. Salvemini ha ammesso più di una volta di essersi sbagliato, Marx non l'ha mai fatto.

D. Se avesse prevalso quel tipo di cultura improntata al positivismo e all'empirismo saremmo stati diversi?

R. Difficile fare congetture. Tuttavia si può pensare che, in quel caso, la cultura italiana sarebbe stata più vicina a quella anglosassone, più concreta, più chiara, senza retorica. Se non ammetti di sbagliare, come è abituale invece nella cultura anglosassone, sei costretto a imbrogliare, a mentire, a giocare d'astuzia, per difendere la tua posizione.

D. per questo che siamo sempre un paese di furbi?

R. Una delle ragioni è questa.

D. Questo modo di pensare idealistico ha influenzato anche il metodo scientifico?

R. Vede, in Inghilterra i filosofi si fanno capire: lo fa Smith, che prima di essere economista è filosofo, lo fanno Hobbes e Locke, si può essere in accordo o in disaccordo ma sono chiari. In Italia seguono quell'esempio pensatori come Mazzini, che non per niente in Inghilterra era preso sul serio. Oppure Carlo Rosselli, con la sua idea semplice e chiara di socialismo liberale. Oppure un economista come Maffeo Pantaleoni, che era assai concreto e che vedeva l'economia in termini di processo e di interazioni di variabili. Oppure, ancora, un pensatore come Carlo Cattaneo, il quale ha una concezione civile dell'economia che si fonda sulle idee, sul pensiero e si sviluppa nelle città e nei borghi, dove le lotte comuni hanno portato i cittadini a non sentire ostile l'autorità pubblica e a sentirsi partecipi della res publica.

Hegel, invece, sconfina nella metafisica, nel fideismo. Per quel tipo di filosofia c'è bisogno dell'esegesi, degli interpreti. Spesso emergono aspetti che catturano l'immaginazione, ma al tempo stesso favoriscono formule complesse che aprono la porta alla metafisica. E la metafisica non va bene perché fa leva sull'irrazionale, sull'intuitivo, su tutto ciò che non è ragione. Invece dobbiamo sapere che la ragione è limitata, ma su questa dobbiamo contare se non vogliamo buttarci verso i miti o i dogmi. La ragione dobbiamo usarla e svilupparla, non sterilizzarla o soffocarla come un pericolo.

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Pagina 33

D. Con Marx fu odio a prima vista?

R. No, per diversi anni subii il suo fascino - l'ho messo più volte in evidenza. Mi resi conto però che qualcosa dal punto di vista logico non andava. L'occasione per studiarlo fu un seminario a tema a metà degli anni Cinquanta, quando mi fu affidato il compito di parlare dello sviluppo economico e io pensai di fare un confronto tra Schumpeter, che avevo frequentato, e Marx. Del resto è lo sviluppo economico il terreno analitico su cui Marx ha dato i principali contributi scientifici.

D. Scusi, ma questo atteggiamento avrebbe dovuto indurla a diventare marxista.

R. Questo non accadde, perché avevo fin da principio forti riserve su altre parti della sua dottrina e, in particolare, sul suo progetto rivoluzionario. Come le ho già raccontato, un intellettuale comunista negli anni Cinquanta mi disse che ero da considerare un «economista borghese». Insomma: più di tanto non potevo fare.

D. L'opera di Karl Marx e i riflessi che il suo pensiero ha avuto sulla storía sono assai estesi: le chiedo lo sforzo di schematizzare quanto espresse compiutamente nel 1993 in un saggio sul «Ponte» che fece scandalo. Magari cominciando col Marx privato al quale lei non ha risparmiato battute.

R. Questo è noto, era un fariseo. Basta confrontare le sue critiche sdegnate sull'immoralità del matrimonio borghese con la sua condotta nella vita: divenne l'amante della domestica e fece riconoscere il figlio da Engels.

D. Va bene, il privato del filosofo di Treviri è indifendibíle, ma si può negare la sua voglia di cambiare il mondo?

R. Lo sdegno di Marx contro le nefandezze del capitalismo era strumentale giacché non esitava a invitare a buttare alle ortiche i «noiosi scrupoli morali» per combatterlo. Era lecita anche la violenza, anche quella terroristica. Si è detto che il fine era nobile, ma nei paesi in cui la dottrina di Marx si è affermata il progetto è tragicamente fallito sia sotto l'aspetto economico sia sotto quello morale.

D. Il Marx economista e sociologo, tuttavia, ha una reputazione più forte. Non è così?

R. Quanto al metodo, che è logico-storico, la buona reputazione è fondata; quanto alle previsioni, che nel suo progetto rivoluzionario hanno un ruolo essenziale, no. Sono due, in particolare, le previsioni di Marx smentire dalla realtà.

La prima: il proletariato sarebbe stato destinato a una miseria crescente. La storia ha smentito questa tesi, ma il motivo per cui Marx l'avanzava è ideologico: la tesi del miglioramento, che ai suoi tempi cominciava a profilarsi, nonostante tutto, avrebbe aperto la porta al riformismo e chiuso quella della rivoluzione.

L'altra tesi falsa è quella secondo la quale il proletariato sarebbe diventato la stragrande maggioranza della popolazione e dunque si sarebbe giustificata la sua dittatura su una sparuta minoranza di sfruttatori non meritevoli di considerazione né di compassione. Invece la quota degli operai salariati non ha mai superato il 50-55 per cento e oggi nei paesi sviluppati è del 30 per cento o meno e tende a declinare.

Marx è stato smentito.

D. Resta lo sfruttamento dell'uomo sull'uomo, l'estrazione del plusvalore, l'alienazione. Il Marx filosofico e umanista. O no?

R. No. Piero Sraffa, che paradossalmente non era affatto ostile a Marx, anzi, e nel dopoguerra criticava l'opportunismo di Togliatti, ha demolito la teoria del valore-lavoro, che mirava a fornire la dimostrazione «scientifica» dello sfruttamento, nella sua opera Produzione di merci a mezzo di merci. Sraffa ha dimostrato che il problema della trasformazione dei valori in prezzi non ammette soluzioni giacché le quantità di lavoro contenute nelle diverse merci devono essere datate sulla base dell'epoca di prestazione e gli interessi composti sui mezzi di produzione durevoli spezzano qualsiasi proporzionalità fra tempi di lavoro incorporato e prezzi. Sulla tomba della teoria del valore-lavoro possono essere scritte, come epitaffio, due righe che si trovano nell'indice analitico di Produzione di merci a mezzo di merci: «Il valore è proporzionale al costo in lavoro quando i profitti sono zero». Così la dimostrazione scientifica dello sfruttamento va a farsi benedire. Chi vuole parlare di sfruttamento può farlo, ma necessariamente in termini vaghi e opinabili, implicando un giudizio etico. Quanto all'alienazione, lasci perdere, è un concetto di Smith e di un economista suo contemporaneo arrivato a Marx di seconda mano attraverso Hegel.

D. Forse è il caso di tornare ancora una volta all'Italia, dove la cultura marxista ha avuto un terreno fecondo di crescita. Che danni ha provocato Karl Marx nella sinistra italiana?

R. Tremendi. Danni tremendi. Ci sarebbe voluta un'autocritica che avrebbe rafforzato molto l'attuale sinistra.

D. E invece?

R. Invece si sono perse molte occasioni. Le faccio solo un piccolo esempio: quando Antonio Giolitti lasciò il Pci, scrisse un libretto in cui, tra l'altro, citava le mie tesi sull'oligopolio. Longo incaricò Sereni di massacrarlo perché la situazione di oligopolio non era ammessa: per loro dovevano esistere solo i due casi estremi di concorrenza perfetta o di monopolio, e il secondo caratterizzava il capitalismo contemporaneo. Insomma, lo schematismo e il ritardo culturale erano gravi.

D. sempre dell'idea che ci sarebbe voluta una Bad Godesberg italiana, un congresso come quello che nel 1959 portò la socialdemocrazia tedesca a tagliare i ponti col marxismo?

R. Anche i tedeschi lo fecero con ritardo, comunque meglio tardi che mai. E invece Veltroni e D'Alema, tanto per venire all'oggi, hanno voluto tirare a campare. Poi hanno fatto a gara per dimostrare di aver ripudiato Marx e di essere diventati riformisti e filoamericani. Qualche anno fa, dopo la svolta della Bolognina, proposi all'«Unità» di pubblicare settimanalmente una serie di scritti, dalla risoluzione di Bad Godesberg al Manifesto di Ventotene, da Stuart Mill all'economista lib-lab James Meade, a Mazzini, a Salvemini, a Rossi. Ma mi risposero che, per accrescere le vendite, dovevano pubblicare le figurine dei calciatori Panini. Recentemente il direttore dell'«Unità», Furio Colombo, ha deciso di pubblicare una «antologia» a puntate della cultura riformista italiana e internazionale. da lì che la sinistra deve ripartire.

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Pagina 42

D. Quello neoclassico è un paradigma molto vecchio.

R. Si, ma ancora capace di provocare danni. Furono diversi economisti e, alla fine, Léon Walras, Carl Menger e William Stanley Jevons, nella seconda metà dell'Ottocento, a spostare l'attenzione dallo studio dello sviluppo e dunque da una concezione dinamica, che aveva caratterizzato Smith e Ricardo, il Platone e l'Aristotele dell'economia, a una concezione statica, di equilibrio.

D. Perché accadde?

R. Per certi versi fu una reazione al marxismo, che aveva ereditato dai classici, Smith e Ricardo, la con cezione dello sviluppo e ne aveva tratto un progetto rivoluzionario da cui rifuggivano quasi tutti gli economisti. Per altri versi c'erano fondamentali problemi non risolti dai classici. Poi sul palcoscenico dell'economia, con l'aumento del reddito individuale, i consumi crebbero d'importanza e gli economisti furono costretti a considerare a fondo anche la domanda, i gusti e le preferenze, ciò che i classici non avevano fatto. Infine dobbiamo considerare il grande prestigio acquistato dalla matematica nell'area della fisica e di altre scienze sperimentali.

Sinteticamente si è detto che il contrasto tra classici e neoclassici consiste nel fatto che per i primi il problema centrale è l'origine del sovrappiù, per i secondi la scarsità. Oppure li si è contrapposti sostenendo che per i primi il problema fondamentale è costituito dallo sviluppo e dalle condizioni che lo favoriscono, mentre per i secondi è costituito dalle quantità di equilibrio statico.

I due modi di contrapporre le due scuole di pensiero non sono in contrasto se si riconosce che, quando almeno una parte del sovrappiù viene impiegato produttivamente, si è già nell'analisí di un processo di sviluppo.

D. Qual è il profílo teorico dei suoi «nemici» neoclassici?

R. Be', si può dire, semplificando, che le due curve della domanda e dell'offerta sono una sintesi di possibilità fuori del tempo, sono sintesi di ipotesi. Si dice: qui la domanda scende, qui sale, ma ci si muove fuori del tempo. lapalissiano che, in questo modo, lo sviluppo economico resta fuori della porta perché lo sviluppo è un processo che avviene nel tempo e non una sintesi di possibilità astratte, in cui il tempo non compare.

L'altro aspetto di questa teoria è l'ottima ripartizione delle risorse, che avviene naturalmente in un dato momento e presuppone redditi di equilibrio, prezzi di equilibrio, una concorrenza perfetta. Per arrivarci i neoclassici prendono, come al solito, due curve e il loro punto d'intersezione diventa l'equilibrio statico in cui viene crocefisso un fenomeno economico.

D. Insomma siamo fuori della realtà.

R. Si. Il prezzo di equilibrio è un'astrazione sterile se non consente poi di comprendere come varia e perché. Nei mercati in cui vige la piena concorrenza il prezzo varia perché variano la domanda e l'offerta, non concepite però come curve. Nei mercati non perfettamente concorrenziali il prezzo varia perché il termine di riferimento è il costo: il costo unitario del lavoro, dato dal rapporto tra salario e produttività, il costo dell'energia, il costo delle materie prime e dei prodotti intermedi. Insomma, non basta la fotografia, ci vuole la dinamica, la cinematografia.

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Pagina 52

D. Dunque è la produttività del lavoro la chiave dí volta?

R. Dovrei richiamare ancora una volta Adam Smith.

D. La prego.

R. Smith osserva la situazione nelle colonie americane, «our American colonies» le chiama, perché allora non c'erano ancora gli Stati Uniti. Lì i Padri pellegrini avevano abolito il feudalesimo, le terre erano libere e chiunque, non senza difficoltà naturalmente, poteva diventare un piccolo proprietario. Di conseguenza i coltivatori-proprietari, se non volevano perdere i propri salariati, dovevano trattarli bene umanamente ed economicamente, dovevano offrire salari crescenti, cosa che riuscivano a fare solo accrescendo la produttività. Questa osservazione è fondamentale dal punto di vista di Smith, secondo cui la crescita dei salari stimola quella della produttività, fa si che si escogitino nuovi metodi di produzione, che si risparmi lavoro per unità di prodotto.

D. I nuovi metodi di produzione, cioè le invenzioni, la sua passione quando voleva fare l'ingegnere.

R. Si, ma non solo le grandi invenzioni, frutto del genio, che secondo l'economia neoclassica - e in questo non sbaglia - sono una variabile esterna, generata dal progresso tecnico-scientifico, largamente autonomo rispetto all'economia. Nello sviluppo produttivo che va avanti con interruzioni cicliche contano, nel breve periodo, le applicazioni e gli adattamenti, se si vuole scientificamente modesti, spesso anonimi, ma incessanti.

D. Se la produttività è il perno intorno al quale gíra l'economia, è fondamentale capire che cosa la determina. così?

R. In un certo senso si. Cercherò di schematizzare al massimo illustrandole l'equazione che ho elaborato e ho messo a punto una ventina di anni fa. La produttività è determinata da quattro variabili.

La prima è il cosiddetto effetto smithiano, cioè l'espansione del mercato che incentiva la divisione del lavoro, la madre della crescita della produttività.

La seconda si rifà a David Ricardo, il quale rende più precisa l'intuizione di Smith riguardante le «colonie americane», e dice che i manager introducono nuovi macchine, che risparmiano lavoro per unità di prodotto, se i salari aumentano o, a parità di salari, se si producono macchine più efficienti.

La terza riguarda il periodo in cui le nuove macchine ancora non sono entrate in produzione: in questa fase, posto che i salari aumentano, i manager cercano di risparmiare lavoro pur senza introdurre nuove macchine ma riorganizzando le mansioni e gli orari.

La quarta variabile sono gli investimenti, che servono per accrescere non solo la capacità produttiva ma anche la produttività, in quanto includono pure i laboratori di ricerca e, in generale, sono il tramite tra la spinta che viene dall'aumento dei salari e l'introduzione delle nuove tecnologie.

D. Ammesso che la crescita della produttívítà è il cuore dello sviluppo economico, che cosa siamo in grado di comprendere?

R. La crescita della produttività va posta al centro delle variazioni di tutti i fenomeni che rientrano nello sviluppo. Consideriamo, ad esempio, i prezzi. Nel lungo periodo i prezzi variano in primo luogo al variare del costo del lavoro, dato dal rapporto tra salari e produttività. Ciò è stato visto con chiarezza da Smith. E poiché ai suoi tempi e per buona parte del secolo XIX i sindacati dei lavoratori non c'erano o avevano scarso rilievo, i salari monetari oscillavano su livelli relativamente stazionari, cosicché i costi del lavoro tendevano a flettere e, con essi, i prezzi tendevano a diminuire. Dopo la formazione dei sindacati - in Inghilterra verso la fine di quel secolo - e con l'affermazione, nei mercati delle merci, prima del processo di concentrazione e poi di quello di differenziazione, la tendenza dei prezzi è stata verso l'aumento - se si mettono da parte i primi tre anni della Grande Depressione, dal 1929 al 1932, durante i quali i prezzi caddero, specialmente quelli delle materie prime.

Pochi economisti hanno notato che nel secolo XIX la flessione dei prezzi è stata semplicemente enorme: oltre il 70 per cento in Inghilterra e oltre il 60 per cento negli Stati Uniti, che tuttavia avevano avuto l'inflazione dovuta alla guerra civile. In questo secondo dopoguerra i prezzi hanno avuto invece la tendenza a salire in tutti i paesi industrializzati.

Uno statistico deve registrare con cura l'andamento delle diverse categorie di prezzi. Lo storico deve inquadrare il loro andamento nell'evoluzione complessiva della società. L'economista deve però cercare di spiegare quegli andamenti: può farlo, come si comprende, solo se adotta un approccio dinamico; con un approccio statico non va da nessuna parte.

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Pagina 59

D. Sulla politica dei redditi lei tornò a insistere alla fine degli anni Sessanta nel suo libro «Salari, inflazione, produttività»: riappare in scena la produttività, che si rivela la chiave di volta di queste politiche.

R. Direi che la produttività è lo strumento-base della politica dei redditi: se si vogliono evitare spinte inflazionistiche, infatti, bisogna fare in modo che i salari crescano come la produttività, se invece i salari crescono di più emergono spinte inflazionistiche, a meno che petrolio e materie prime non diminuiscano. La politica dei redditi, come dicevo allora, è un modo valido di impostare i problemi: se lo si fa in termini dinamici e non statici, in termini di interazione e non di interdipendenza, in termini di tassi di variazione e non di fotografie, allora il problema rilevante non è d'individuare i salari di equilibrio, ma la velocità a cui i salari possono crescere senza spingere in alto i prezzi; e qui torna la questione della produttività.

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Pagina 61

D. Per lei, dunque, in periodi di pace l'aumento dei prezzi non dipende da variazioni della quantità di moneta, come molti ritengono, anche non economisti. Forse sarebbe utile se volesse chiarire con qualche esempio, per chi vuole approfondire, quanto ha affermato a proposito della produttività, delle variazioni dei prezzi e del monetarismo.

R. Mi pare giusto. Credo che il modo più semplice è di far riferimento alle relazioni prima ricordate presentando degli esempi concreti. Comincio dalle variazioni della produttività, che come ho detto sono determinate 1. dall'effetto smithiano (variazioni del reddito), 2. dall'effetto ricardiano (variazioni dei salari rispetto a quelle dei prezzi delle macchine), 3. da risparmi di lavoro provocati da aumenti del costo del lavoro più rapidi di quelli dei prezzi dei prodotti. Entrerebbe anche la quarta variabile, gli investimenti, che fanno da tramite all'effetto ricardiano e inoltre comprendono anche la costruzione di laboratori; ma qui non li considero, non perché non siano importanti, ma perché comportano complicati ritardi.

Ecco una delle stime dell'equazione della produttività; le cifre prima delle variabili esplicative indicano i coefficienti che risultano dalle stime econometriche; le variabili sono espresse in saggi di variazione:

produttività = 0,35 reddito + 0,45 salari/prezzi delle macchine + 0,20 risparmio di lavoro senza nuove macchine.

Così un aumento di due punti del reddito diventa un aumento di 0,70 punti della produttività. Possiamo vedere la rilevanza della relazione per la politica economica giacché l'aumento del reddito in qualche misura dipende da tale politica. Il rapporto salari-prezzi delle macchine dipende dalle istituzioni del mercato del lavoro e, di nuovo, da certi interventi di politica economica. Per esempio, se vengono ridotti i dazi sui macchinari importati o vengono introdotte agevolazioni fiscali sull'acquisto di macchinari, tali da ridurre del 5 per cento la spesa delle imprese, a parità di altre condizioni, si avrà un aumento di circa il 2 per cento della produttività (5 x 0,45). Spero che questo esempio chiarisca ancora meglio come operano i vari legami: i risultati dipendono sia dal valore dei coefficienti sia da quello delle variabili esplicative. La stima dell'equazione della produttività si riferisce all'Italia per gli anni 1960-1985 e le caratteristiche econometriche sono tutte soddisfacenti.

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Pagina 81

D. Sembra inevitabile, a questo punto, chiederle un'opinione sul problema dei problemi degli economisti: secondo lei il capitalismo ha un futuro?

R. Ho scritto in tempi non sospetti che il capitalismo è come la vacca - il termine infatti viene da caput, capo di bestiame -, che non devi bastonare, altrimenti non ti dà più il latte; e se non la vuoi mangiare, la devi trattare in modo accettabile. Nel lungo periodo, tuttavia, si può aiutare la trasformazione della vacca, per cui non ci sarà la vacca da un lato e l'allevatore dall'altro, ma cambieranno tutti e due. Ci saranno insomma forme sempre più penetranti di partecipazione dei lavoratori; la distinzione tra capitalisti e operai non sta nel libro della natura, anche se il capitalismo non si può sostituire col socialismo di Marx perché ne è venuto fuori un bel disastro. Invece il sistema può essere cambiato in profondità ma gradualmente, con processi lenti e retromarce, con errori e correzioni, con grande fatica e grandi pene. A un certo punto puoi trovare che il capitalismo è talmente diverso che bisognerà coniare un'altra etichetta. Contribuirà anche il progresso tecnico, per cui le operazioni materiali di produzione, già oggi molto ridotte, saranno addirittura abolite e gli operai vecchio stile non ci saranno più. Non è una ipotesi tanto fantascientifica: si arriverà al punto che i servizi saranno tutto e le macchine costruiranno le macchine. Badi bene, non è Jules Verne, queste cose le ha scritte il padre dei computer, Johann von Neumann, nel 1948.

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Pagina 145

IL FENOMENO BERLUSCONI



D. Tangentopoli non è stata sufficiente per ridare agli italiani fiducia nella democrazia?

R. No, perché è stato un fenomeno volatile. Si è sentito ancora una volta l'effetto della scarsa profondità delle radici democratiche del nostro paese. Gli stessi giudici di Mani pulite sono stati prima portati sugli scudi e poi lasciati soli. Anche se bisogna riconoscere che, con la caduta del muro di Berlino, la scena è cambiata: sono cadute le inibizioni, riconducibili alla spaccatura tra i comunisti e gli altri, e sono diventati numerosi i processi e gli attacchi pubblici ai politici corrotti. Non mancano magistrati onesti e coraggiosi.

D. A quel punto, sulla scena polítíca Italiana è comparso il fenomeno Berlusconí.

R. Come si sa, io considero l'avvento di Berlusconi una sciagura nazionale. Proprio quando l'Italia cessava di essere il terreno di scontro, combattuto senza esclusione di colpi fra comunisti e anticomunisti, col sostegno anche finanziario delle due superpotenze, e poteva avviarsi sul cammino della civiltà, si è invece affermata Forza Italia.

D. Lei ritiene dunque cbe siamo ancora un paese anormale?

R. Purtroppo si. Tre reti televisive nazionali ufficiali, più due ufficiose, più due giornali, più due case editrici del peso della Mondadori e dell'Einaudi e vasti organismi pubblicitari, danno a chi li controlla, cioè a Berlusconi, un potere enorme di condizionamento dell'opinione pubblica. Lo stesso Berlusconi riconobbe questo fatto e nominò una commissione di tre saggi per trovare un rimedio, ossia il blind trust. Ma un rimedio di quel genere che consiste nell'affidare il proprio patrimonio a fiduciari che lo gestiscono autonomamente e senza informare il titolare, che può essere ipotizzato nel caso di un patrimonio composto da titoli o da beni interscambiabili, non è neppure concepibile nel caso di reti televisive la cui attività è tutt'altro che «cieca». L'«Economist», che prima delle elezioni del maggio 2001 dedicò un lungo articolo a Berlusconi, scrisse che «in qualunque paese normale gli elettori - e forse la legge - non avrebbero concesso a Berlusconi l'opportunità di presentarsi alle elezioni senza prima obbligarlo a spogliarsi di molti suoi beni e delle sue vaste attività imprenditoriali». Con l'ascesa al potere di Berlusconi e dei suoi soci la situazione diventa ancora più grave, giacché l'uomo controlla anche le reti televisive pubbliche e in tal modo diventa il monopolista dell'intero sistema televisivo.

Uno storico come Denis Mack Smith, nell'ultimo capitolo della sua Storia d'Italia dal 1861 al 1997, afferma che Berlusconi dopo il 1994 aveva «urgente bisogno di riconquistare il potere politico per conservare il monopolio della televisione commerciale» e per «controllare la magistratura». Fu brutalmente esplicito col giornalista Curzio Maltese il principale collaboratore dell'azienda di Berlusconi, Fedele Confalonieri, quando gli disse: «Io ero contrario che facesse politica senza vendere le sue aziende, come si fa in democrazia. Ma se non l'avesse fatto oggi saremmo sotto un ponte con l'accusa di mafia. Col cavolo che portavamo a casa il proscioglimento per il lodo Mondadori». L'intervista è stata pubblicata da «la Repubblica» il 25 giugno del 2000 e non è stata mai smentita.

Il giudizio di Mack Smith e l'affermazione di Confalonieri spiegano perché divento nervoso quando mi dicono che la Casa delle libertà rappresenta la destra o il centro-destra: il capo è un ricco personaggio che pensa principalmente alla sua azienda e ai suoi problemi giudiziari. Che diavolo c'entra la destra?

Il riferimento di Confalonieri alla mafia è agghiacciante. Basta leggere il libro L'odore dei soldi di Elio Veltri e Marco Travaglio per valutare, ad esempio, il significato dei rapporti tenuti da Berlusconi con un personaggio che si rivelerà un mafioso acclarato come il celebre «fattore» di Arcore Vittorio Mangano.

D. Come giudica le prime mosse del nuovo governo Berlusconi?

R. Ha superato le più pessimistiche aspettative. Sono state subito messe in cantiere misure per eliminare l'autonomia della magistratura, per abolire le tasse di successione e di donazione, per aggravare gli ostacoli alle rogatorie intemazionali e per depenalizzare, o quasi, il falso in bilancio. Tutte mosse a vantaggio del Cavaliere, della sua famiglia e dei suoi soci. Abbiamo poi assistito all'attacco alle cooperative e a un primo attacco ai sindacati. Alcuni membri del governo, come il ministro per le Infrastrutture (quello che sostiene ufficialmente che dobbiamo imparare a convivere con la mafia), si trovano in violento conflitto d'interessi; altri difendono persone che hanno compiuto gravi reati contro quello stesso Stato che essi rappresentano. Cercare situazioni simili in paesi civili è tempo perso. Bisogna volgere lo sguardo verso l'Haiti di Duvalier.

Berlusconi ha fatto quello che poteva per asservire i parlamentari della Casa delle libertà, costretti a sostenere che quelle misure - comprese quelle sulle rogatorie e sulla depenalizzazione del falso in bilancio - sono nell'interesse pubblico. Qui c'è poco da stupirsi, giacché non pochi berlusconiani mostrano sintomi di una nuova malattia dello spirito, la cupidigia di abiezione. C'è invece da stupirsi per tre casi macroscopici: Agnelli, D'Amato e Fazio.

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