Copertina
Autore Magda Szabó
Titolo La porta
EdizioneEinaudi, Torino, 2005, Supercoralli , pag. 252, cop.ril.sov., dim. 140x220x20 mm , Isbn 88-06-16963-7
OriginaleAz ajtó [1987]
TraduttoreBruno Ventavoli
LettoreAngela Razzini, 2005
Classe narrativa ungherese
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Pagina 3

La porta


Sogno raramente. E se capita, mi risveglio di soprassalto in un bagno di sudore. In questi casi, poi, mi abbandono nel letto e medito sul potere magico e inesorabile delle notti aspettando che il cuore si calmi. Da bambina, o da ragazza, non facevo sogni, né belli né brutti, è la vecchiaia che mi trasporta senza sosta un orrore impastato di detriti del passato, che mi travolge con la sua massa via via sempre piú compatta, sempre piú opprimente, un orrore piú tragico di ogni esperienza reale perché le cose che vedo nell'incubo non le ho mai vissute sul serio. E mi risveglio urlando.

I miei sogni sono assolutamente uguali, tessuti di visioni ricorrenti. Sogno sempre la stessa cosa, sono in piedi, in fondo alle nostre scale, nell'androne, mi trovo sul lato interno del portone con il telaio d'acciaio, il vetro infrangibile rinforzato di tessuto metallico, e cerco di aprirlo. Fuori, in strada, si è fermata un'ambulanza, attraverso il vetro intravedo le silhouette iridescenti degli infermieri, hanno volti gonfi, innaturalmente grandi, contornati da un alone come la luna. La chiave gira nella serratura, ma i miei sforzi sono vani, non riesco ad aprire il portone, eppure so che devo far entrare gli infermieri altrimenti arriveranno troppo tardi dal mio malato. La serratura è bloccata, la porta non si muove, come se fosse saldata al telaio d'acciaio. Grido, invoco aiuto, ma nessuno degli inquilini che abitano sui tre piani della casa mi ascolta, non possono farlo perché - me ne rendo conto - boccheggio a vuoto come un pesce, e quando capisco che non solo non riesco ad aprire il portone ai soccorritori, ma sono anche diventata muta, il terrore del sogno raggiunge il culmine. A questo punto vengo risvegliata dalle mie stesse urla, accendo la luce, provo a dominare il senso di soffocamento che mi assale sempre dopo il sogno, intorno ci sono i mobili conosciuti della nostra stanza da letto, sopra il letto l'iconostasi di famiglia, i miei avi parricidi che indossano i dolman con gli alamari secondo la moda del barocco ungherese o del biedermeier, vedono tutto, capiscono tutto, sono gli unici testimoni delle mie notti, sanno quante volte sono corsa ad aprire la porta agli infermieri, all'ambulanza, quante volte ho provato a immaginare, mentre udivo filtrare dal portone aperto il passo felpato di un gatto, o lo stormire delle fronde, invece dei noti rumori diurni delle strade ora ammutolite, che cosa succederebbe se un giorno lottassi invano e la chiave non girasse nella serratura.

I ritratti sanno tutto, in special modo ciò che mi sforzo di dimenticare, che ormai non è piú sogno. Una sola volta nella mia vita, nella realtà e non nell'anemia cerebrale del sonno, una porta si spalancò davanti a me, la porta di una persona che voleva difendere a ogni costo la propria solitudine e la propria misera impotenza, che non avrebbe mai aperto nemmeno se le fosse crollato addosso il tetto in fiamme. Solo io avevo il potere di vincere quella serratura: la donna che girò la chiave aveva piú fede in me che in Dio, e io stessa, in quell'istante fatale, credetti di essere saggia, riflessiva, buona, razionale, come Dio. Ci sbagliammo entrambe, lei che si fidò di me, io che confidai troppo in me stessa. Ma ormai poco importa, perché ciò che è accaduto non si può rimediare. Vengano dunque, di tanto in tanto, queste Erinni che indossano calzature sanitarie rialzate come coturni e copricapi da infermieri sulle maschere tragiche, si dispongano intorno al mio letto, brandiscano i miei sogni come fossero spade sguainate. Ogni sera spengo la luce, e le aspetto, mi preparo a sentire nel sonno lo squillo improvviso del campanello, il suono che annuncia un orrore indicibile e comincia a trascinarmi verso il portone che non si apre.

Nella mia fede non esiste la confessione individuale, noi riconosciamo di essere peccatori per bocca del pastore e di meritare il castigo perché abbiamo infranto in ogni modo possibile i comandamenti. E riceviamo il perdono senza che Dio esiga da noi spiegazioni o particolari.

Io invece li fornirò.

Non ho scritto questo libro per Dio, che mi conosce fin nelle viscere, né per quelle ombre testimoni di ogni cosa che osservano le ore delle mie veglie e del mio sonno, bensí per gli esseri umani. Finora ho vissuto coraggiosamente, spero di morire allo stesso modo, con coraggio e senza menzogna, ma questo può accadere a una sola condizione: devo ammettere che Emerenc l'ho uccisa io. Volevo salvarla, non distruggerla, ma non posso tornare indietro e cambiare le cose.

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In quell'istante non mi ricordai del vin brulé, né pensai che dopo tutto fosse rimasta al mio fianco per vegliarmi, percepii soltanto la sua ironia: mi stava di nuovo punzecchiando. Non bastava che la domenica mi recassi al tempio percorrendo vie traverse pur di evitare i suoi commenti? Come facevo a spiegarle, visto che non le interessava capire, che cosa significasse per me la funzione, quante presenze percepissi là nei banchi intorno a me, la folla invisibile delle persone che nel corso dei secoli avevano recitato le mie stesse preghiere, i sessanta minuti della cerimonia erano gli unici in cui sentivo con certezza di poter incontrare mio padre e mia madre morti. Emerenc non lo capiva, non lo accettava, sventolava, come fosse il capo di una tribú primitiva, il suo stendardo di guerra, un abito da sera con lustrini, contro l'armata degli agnelli della fede.

La vecchia combatteva la Chiesa con un ardore degno del sedicesimo secolo, non solo i sacerdoti, ma anche Dio e tutti i personaggi della Bibbia, con la sola eccezione di san Giuseppe che teneva in grande considerazione in virtú della sua professione - perché il padre di Emerenc era stato un carpentiere. Quando vidi la sua casa natale, che splendeva d'una radiosa dignità dietro una siepe, con il tetto a doppio spiovente sopra le massicce colonne del porticato, e ricordava un po' una casa contadina in stile barocco, un po' una pagoda dell'Estremo Oriente, percepii qualcosa del gusto, della personalità della buon'anima di József Szeredàs che aveva disegnato personalmente su un foglio di carta lo schizzo dell'edificio. Gli «alberi-mucca», come Emerenc chiamava i grossi platani intorno all'edificio, che stendevano i loro rami giganteschi, il giardino fiorito che circondava la casa... quando la vidi, ormai trasformata in una cooperativa di carpentieri e falegnami, era ancora la piú bella casa di Nàdori. L'atteggiamento voltairiano di Emerenc non era dettato da una logica, per molto tempo non ne capii le ragioni, mi lasciava semplicemente perplessa, finché riuscii a mettere insieme i particolari - stavolta con l'aiuto della fruttivendola Sutu, un'altra brava persona - e l'intera favola prese forma.

Il suo dissenso non veniva da un lungo assedio, non era l'assalto finale di una battaglia o il primo passo della pace, non era il risultato di una filosofia elaborata sulle macerie fumanti di un mondo in rovina, bensí una vendetta rozza, primordiale, scatenata da una spedizione inviata dalla Svezia. I fedeli della comunità di Emerenc avevano ricevuto dei pacchi regalo da una chiesa scandinava, ed Emerenc fino a quel momento non aveva mai svelato la propria religione - non la si vedeva al tempio perché era sempre impegnata con il lavoro, soprattutto nei primi tempi, quando prendeva in continuazione biancheria da lavare e faceva la maggior parte del bucato di domenica. Mentre gli altri si recavano nel tempio lei accendeva il fuoco sotto il piccolo calderone e sfregava i panni col sapone. La notizia che lontani correligionari avevano spedito un regalo alla comunità, naturalmente, giunse anche alle sue orecchie: l'amica Polett accorse a portarle la notizia e quando cominciò la spartizione nel salone delle preghiere, Emerenc, che non si faceva mai vedere al tempio, apparve all'improvviso con indosso l'abito nero della festa, aspettando di essere chiamata. Tutti la conoscevano nel quartiere ma a nessuno era venuto in mente di calcolarla: le dame incaricate della distribuzione, che facevano da interpreti alla missione svedese, guardarono imbarazzate quella figura magra che aspettava con il volto impassibile. Si resero conto che, pur non avendo mai frequentato il tempio, bisognava considerarla un membro della comunita; purtroppo, però, gli indumenti di lana o di tela erano già stati distribuiti, in fondo alle ceste rimanevano soltanto gli abiti da sera che una caritatevole signora svedese aveva deciso di far fuori insieme a molte altre cose inutili, senza evidentemente preoccuparsi troppo della situazione qui in Ungheria. Non volevano congedarla a mani vuote, speravano, come si scoprí in seguito, che avrebbe potuto vendere quel dono a un teatro, o a qualche casa della cultura, o magari scambiarlo con del cibo - non avevano insomma alcuna intenzione di deriderla, contrariamente a ciò che percepí Emerenc quando gettò stizzita l'abito da sera ai piedi della presidentessa delle dame di carità. Da quel giorno non mise piú piede nel tempio, nemmeno se le capitava, eccezionalmente, di avere un'ora libera, perché ormai non era piú colpa del lavoro ma si trattava di una deliberata scelta personale. Nella sua mente le dame di carità, Dio e la Chiesa diventarono una cosa sola: non perdeva l'occasione di spargere veleno sulla casta dei credenti, me compresa, se vedeva che nei giorni di festa, esattamente mezz'ora prima che la funzione religiosa cominciasse, uscivo dal portone con il libro delle preghiere in mano.

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A suo dire, quindi, sapeva che cosa stava escogitando Polett. Mi sentii costretta a chiederglielo. Come avrei potuto non saperlo? Rispose Emerenc, rimescolando i piselli con la mano, anzi, cercando di calcolare se bastavano per tutte noi. Insieme, avevano deciso anche che non avrebbe mai preso il veleno. Quando era a servizio da un capo ispettore di polizia, il padrone, che faceva sempre sopralluoghi nei casi di suicidio, le raccontava che trovava la maggior parte di quelli che s'avvelenavano vicino alla soglia di casa, davanti alla porta, come se all'ultimo momento, sentendosi soffocare, ci avessero ripensato e avessero cercato di scappare fuori. La morte col veleno è dolorosa, a meno che
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