Copertina
Autore Colm Tóibín
Titolo Madri e figli
EdizioneFazi, Roma, 2007, Le strade 131 , pag. 304, cop.fle., dim. 14x21,3x1,9 cm , Isbn 978-88-8112-836-5
OriginaleMothers and Sons [2006]
TraduttoreGioia Guerzoni, Ada Arduini
LettoreAngela Razzini, 2008
Classe narrativa irlandese
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Indice



Madri e figli


L'uso della ragione                   9

Una canzone                          51

Le regole del gioco                  61

Famous Blue Raincoat                123

Un prete in famiglia                149

Un viaggio                          169

Tre amici                           179

Un lavoro estivo                    203

Un lungo inverno                    219

Ringraziamenti                      301

Note                                302


 

 

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Pagina 9

L'uso della ragione



La città era un grande vuoto. Guardò giù dal balcone di uno degli appartamenti ai piani superiori di Charlemont Street. Il vasto spiazzo sotto di lui era deserto. Chiuse gli occhi e pensò agli altri appartamenti sul suo piano, quasi tutti vuoti a quell'ora del pomeriggio, vuoti come i piccoli bagni spogli e le scale esterne. Si immaginò le case nei lunghi tratti di periferia che si incontravano allontanandosi dalla città: Fairview, Clontarf, Malahide a nord e Ranelagh, Rathmines, Rathgar a sud. Pensò alla sicurezza di quelle strade, strade forti, solide, e concesse alla sua mente di vagare tra le stanze delle case di periferia, le camere da letto che rimanevano vuote tutto il giorno, i lunghi giardini sul retro, in ordine, curati, anch'essi vuoti per tutto l'inverno e gran parte dell'estate. Le soffitte vuote, tristi. Indifese. Nessuno avrebbe notato un intruso che si arrampicava su una parete, che sgattaiolava in un giardino per scalare il muro, una figura indistinta che ispezionava il retro di una casa per controllare se ci fossero segni di vita, un sistema d'allarme o un cane da guardia, per poi forzare silenziosamente una finestra, infilarsi all'interno e attraversare guardingo una stanza in cerca di una facile via di fuga. Avrebbe aperto una porta senza emettere nemmeno un fruscio, così vigile da risultare quasi invisibile.

Pensò a Clanbrassil Street, completamente vuota, mentre sua madre avanzava verso il Dock. Sembrava che l'aria stessa intorno a lei, così come il marciapiede e i mattoni degli edifici, si rendesse conto del pericolo che rappresentava e aprisse un varco per farla passare. I capelli biondi spettinati, le ciabatte che strascicava barcollando verso il pub. Un anello d'oro finto, braccialetti finti, vistosi orecchini d'oro che stridevano sul vermiglio del rossetto, il verde del mascara, l'azzurro degli occhi. Immaginava sua madre che si voltava per vedere se arrivava una macchina prima di attraversare e trovava la strada completamente vuota, senza la minima traccia di traffico, il mondo svuotato per il suo più intimo piacere.

Sua madre, ormai nei pressi del pub, sapeva che i vicini temevano le sue improvvise gentilezze quanto le scenate e la furia delle sue sbornie. Quindi un suo sorriso poteva rivelarsi sgradito come un broncio. Sia per strada che al pub, non aveva bisogno di minacciare nessuno, tutti sapevano chi era suo figlio e pensavano che le fosse tenacemente devoto. Lui non aveva idea di come fosse riuscita a far credere a tutti che avrebbe vendicato il minimo insulto le fosse stato rivolto. Anche le minacce di sua madre erano vuote, pensò, più vuote di qualsiasi altra cosa.

Rimase sul balcone e non si mosse quando vide la persona che aspettava avvicinarsi all'edificio dall'entrata laterale del complesso, quella più nascosta. Come ogni settimana, permetteva all'ispettore Frank Cassidy di passargli davanti ed entrare nel piccolo appartamento di proprietà di sua cognata, che lui usava soltanto una volta alla settimana. Cassidy era in borghese e il suo viso rubizzo esprimeva un misto di furtivo senso di colpa e di sicurezza da uomo d'affari. Pagava Cassidy ogni settimana, una somma che poteva sembrare al contempo eccessiva o insufficiente, ma abbastanza ingiusta da convincerlo che stesse fregando lui invece di quelli che stavano dalla sua parte. In cambio di quel denaro, Cassidy gli dava informazioni che in genere conosceva già. Comunque, aveva la sensazione che se le forze dell'ordine e la legge si fossero avvicinate a lui, Cassidy gliel'avrebbe fatto capire in qualche modo, come favore o per spaventarlo. O forse entrambe le cose. Da parte sua, non diceva niente a Cassidy, ma non poteva essere sicuro che un giorno non avrebbe reagito a un'informazione in un modo che Cassidy non si sarebbe aspettato.

«Stanno perlustrando le montagne di Wicklow», disse Cassidy a mo' di saluto.

«Digli di cercare da un'altra parte. Le pecore stanno pascolando. contro la legge».

«Stanno perlustrando le montagne di Wicklow», ripeté Cassidy.

«Da una comoda poltrona in Harcourt Street», ribatté.

«Vuoi che te lo ripeta una terza volta?».

«Stanno perlustrando le montagne di Wicklow», fece lui, imitando l'accento strascicato di Cassidy, che veniva dall'interno del paese.

«E hanno anche affidato il tuo caso a uno giovane. Si chiama Mansfield e penso che lo vedrai piuttosto spesso».

«Me l'hai detto la scorsa settimana».

«Sì, ma è già in azione. Non sembra un poliziotto. in cerca di gioielli».

«Dimmi qualcosa di nuovo la prossima settimana».

Appena Cassidy uscì, ritornò sul balcone a osservare quel mondo sudicio per l'ennesima volta. Quando stava per rientrare gli venne in mente una cosa, il ricordo nitido del furto di gioielli da Bennett. Avevano intimato a cinque membri dello staff, tutti uomini, di mettersi contro il muro, e uno di loro aveva chiesto se poteva usare il fazzoletto.

Lui era da solo a sorvegliarli con una pistola mentre gli altri radunavano il resto del personale. Con un finto accento americano strascicato aveva risposto al tizio che se voleva soffiarsi il naso poteva prendere il fazzoletto, ma se tirava fuori qualche altra cosa l'avrebbe ridotto in polvere. Il tipo aveva parlato con tono disinvolto, come a dimostrare che non aveva paura di fare una domanda così stupida. Ma quando aveva tirato fuori il fazzoletto, gli erano usciti di tasca anche tutti gli spiccioli, le monete si erano sparpagliate tintinnando per tutto il pavimento. Gli uomini si erano guardati intorno finché lui non gli aveva gridato di voltarsi subito di nuovo contro il muro. Una moneta aveva continuato a rotolare; l'aveva seguita con gli occhi e l'aveva raccolta dopo aver preso anche le altre. Poi era andato dal tizio che aveva chiesto di usare il fazzoletto e gliele aveva restituite. Quel gesto lo aveva fatto sentire calmo, sollevato, quasi felice. Stava per rubare gioielli per più di due milioni di sterline, ma aveva restituito degli spiccioli.

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Una canzone



Quel fine settimana toccava guidare a Noel, l'unico musicista astemio del gruppo. Avevano bisogno di un autista, perché erano sicuri che Clare sarebbe stata invasa da studenti e turisti entusiasti; i pub erano impraticabili. Per due o tre sere si sarebbero rifugiati in locali di campagna deserti o in case private. Noel suonava il flauto irlandese più con tecnica che con talento e gli riusciva meglio accompagnare un gruppo numeroso che suonare da solo. Aveva una voce particolare, ma senza la forza e la personalità di quella di sua madre, famosa per un disco risalente ai primi anni Settanta. Poteva armonizzarsi perfettamente con chiunque, alzandosi o abbassandosi di un tono, vagando liberamente intorno all'altra voce, qualunque fosse. In realtà non era un vero e proprio cantante, diceva spesso scherzando, ma aveva orecchio, e in quel piccolo mondo erano tutti d'accordo: aveva un orecchio impeccabile.

Domenica sera la città era diventata insopportabile. Molte delle persone che venivano da fuori erano, come diceva il suo amico George, di quelle che ti rovesciano una pinta addosso mentre suoni senza fare una piega. E persino alcuni dei più noti pub di campagna erano troppo pieni perché si riuscisse a goderseli. Per esempio, si era sparsa voce della session pomeridiana al Kielty's, a Millish, e ora che scendeva la sera toccava a lui andare a recuperare due suoi amici che erano là e portarli a casa di alcuni conoscenti dalla parte opposta di Ennis, per poter suonare in pace.

Appena entrò nel pub vide nella rientranza vicino alla finestra uno dei suoi amici che suonava il melodion, l'altro il violino, ed entrambi lo salutarono con un'impercettibile strizzata d'occhi e un rapido aggrottare di fronte. Intorno a loro si era riunita una folla, altri due suonavano il violino e una giovane donna il flauto. Il tavolo era ricoperto di pinte o mezze pinte.

Noel rimase in disparte a guardarsi intorno prima di andare al bancone a prendersi una minerale con lime; la musica aveva ravvivato l'atmosfera del pub al punto che persino gli avventori, inclusi quelli che non sapevano niente di musica, avevano il viso illuminato da una strana luce placida, soddisfatta.

Vide uno dei suoi amici al bancone, gli fece un cenno con calma e poi gli andò incontro per informarlo che presto se ne sarebbero andati. Quello rispose che si sarebbe unito a loro.

«Non dire in giro dove andiamo», fece Noel.

Appena fossero riusciti a svignarsela senza scontentare nessuno, e probabilmente ci sarebbe voluta un'ora o anche più, li avrebbe portati in campagna, come per sfuggire un pericolo.

Il suo amico, che nel frattempo era stato servito, si avvicinò pian piano, con in mano una pinta di birra chiara.

«Vedo che vai a limonata», disse con un ghigno acido. «Ne vuoi un'altra?».

« acqua minerale con lime», ribatté Noel. «Tu non te la puoi permettere».

«Ho dovuto smettere di suonare», disse l'amico. «Troppo casino. Dovremmo andarcene appena possibile. C'è da bere nell'altro posto?».

«Chiedi alla persona sbagliata», disse Noel, immaginando che l'amico avesse bevuto tutto il pomeriggio.

«Possiamo comprare qualcosa per strada», disse l'altro.

«Quando i ragazzi si decidono, io sono pronto», disse Noel, annuendo in direzione della musica.

L'amico si accigliò e bevve un sorso di birra, alzò lo sguardo per scrutare Noel, si guardò in giro e poi si avvicinò di più, in modo che nessuno lo sentisse.

«Sono felice che tu stia bevendo acqua. Immagino tu sappia che tua madre è qui».

«Certo che lo so», disse Noel, sorridendo. «Niente birra stasera».

L'amico si allontanò.

Rimasto solo davanti al bancone, fece un rapido calcolo: aveva ventotto anni e non vedeva sua madre da diciannove. Non sapeva nemmeno che fosse in Irlanda, e mentre si guardava intorno con cautela, pensò che forse non l'avrebbe riconosciuta. Gli amici sapevano che i suoi erano separati, ma nessuno di loro aveva idea di quanto fosse stata amara quella separazione e degli anni di silenzio che erano seguiti.

Di recente, suo padre gli aveva confessato di avere rispedito al mittente tutte le lettere che lei aveva scritto al figlio dopo la separazione, senza nemmeno aprirle. In seguito, Noel si era pentito amaramente di aver commentato che avrebbe preferito fosse stato lui ad abbandonarlo, invece di sua madre. Da quel momento lui e suo padre non si erano praticamente più parlati, e mentre il volume e il ritmo della musica aumentavano, Noel decise che, appena rientrato a Dublino, sarebbe andato a trovarlo.

Si rese conto di aver finito la minerale in fretta, senza neanche accorgersene; si voltò verso il bancone affollato e cercò di attirare l'attenzione di John Kielty, il proprietario, o di suo figlio, il giovane John, per tenersi occupato mentre tentava di capire cosa fare. Non poteva uscire dal bar e andarsene, perché i suoi amici dipendevano da lui, e in ogni caso non voleva stare da solo. Avrebbe dovuto rimanere lì, ma in disparte, nell'ombra, in modo da non incrociarla. Al bar lo avrebbero riconosciuto, visto che andava lì ogni estate da quasi dieci anni. Sperava non lo notassero e che, se così fosse stato, non avessero occasione di dire a sua madre che suo figlio era lì, a quasi trecento chilometri da casa, con alcuni amici, e per caso era capitato nello stesso bar.

Nel corso degli anni l'aveva sentita alla radio, le stesse canzoni di quel vecchio album da poco uscito in CD, due in irlandese, e tutte lente, ossessive, con la sua voce dolce e profonda, sicura e fluida. Conosceva il suo viso dalla copertina dell'album, e ovviamente se lo ricordava, ma l'aveva visto anche sul «Sunday Press», che una decina d'anni prima aveva pubblicato una sua intervista rilasciata a Londra. Quando suo padre aveva bruciato quella copia, lui di nascosto ne aveva comprata un'altra per ritagliare l'articolo e la grande foto. Ma la notizia che lo aveva colpito di più era che la nonna di Galway era ancora viva. Abbandonato dalla moglie, che era scappata in Inghilterra con un altro, il padre di Noel era venuto a saperlo solo in seguito aveva impedito anche alla nonna di andare a trovarli, e a lui di farle visita. Sua madre aveva detto al giornalista che tornava spesso in Irlanda e andava a Galway a trovare la madre e le zie, dalle quali aveva imparato tutte le canzoni. Non aveva accennato al fatto di avere un figlio.

Nei mesi successivi aveva studiato spesso quella foto, ammirando il sorriso brillante, la naturalezza davanti all'obiettivo, la radiosa vitalità degli occhi.

Quando Noel aveva cominciato a cantare non aveva ancora vent'anni, ma ben presto il suo talento era stato riconosciuto e gli fu chiesto di lavorare come vocalist e corista in parecchi album. Il suo nome era stampato insieme a quelli dei musicisti. Guardava sempre le custodie dei CD immaginando di essere sua madre, chiedendosi se lei avrebbe mai comprato quel genere di musica, e la vedeva gettare uno sguardo ozioso ai nomi elencati sul retro, notare il suo e fermarsi per un istante a ricordare quanti anni aveva e a domandarsi come stava.

Ordinò un'altra acqua minerale con lime, diede le spalle al bancone e osservò la compagnia, pensando a dove sistemarsi. All'improvviso scoprì che sua madre fissava proprio lui. In quella luce fioca, non sembrava molto più vecchia di come appariva nella foto sul «Sunday Press». Aveva poco più di cinquant'anni, ma con i capelli ramati e la frangia lunga ne dimostrava dieci o quindici di meno. Le restituì uno sguardo calmo, distaccato, ma non sorrise e non le fece capire in alcun modo di averla riconosciuta. Lo sguardo di lei era fin troppo diretto e curioso.

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Pagina 179

Tre amici



Il lunedì, quando gli altri andarono a pranzo in albergo, Fergus restò solo con il corpo di sua madre all'impresa di pompe funebri. Sapeva che il funerale, per come si era svolto fino a quel momento, le sarebbe piaciuto. Le conversazioni silenziose con i vecchi amici, il rievocare i ricordi, l'arrivo di persone che non vedeva da anni, tutto questo le avrebbe fatto brillare gli occhi. Ma pensò anche che non le sarebbe piaciuto restare sola con suo figlio alla luce fioca delle candele, svuotata di ogni traccia di vita. Non si sarebbe divertita più, pensò lui.

Fu tentato di sussurrarle qualche parola di conforto, dirle che sarebbe andato tutto bene, che ormai era in pace. Si alzò e la guardò. Il suo viso morto non aveva nulla della morbidezza di quand'era viva. Sperava che prima o poi sarebbe riuscito a dimenticare com'era quel giorno, inerte nella bara, con lievi tracce di un'antica irritazione dietro quella maschera fissa, pacifica e immobile. Quelli delle pompe funebri o le infermiere che l'avevano preparata avevano fatto in modo che il mento apparisse più sodo e saldo, quasi appuntito e solcato da strane rughe. Fergus sapeva che se in quel momento avesse parlato sarebbero riapparsi il vecchio mento, la vecchia voce, il vecchio sorriso. Ma era tutto svanito ora; chiunque la vedesse per la prima volta non avrebbe mai capito chi era. Ormai conoscerla era diventato impossibile, pensò, e a un tratto si rese conto che stava per scoppiare a piangere.

Quando sentì un rumore di passi, le scarpe pesanti di un uomo sul cemento, restò quasi sorpreso all'idea che fosse arrivato qualcuno a interrompere la sua veglia. Era rimasto seduto lì come se la porta fosse chiusa e nessuno potesse disturbarlo.

Comparve un uomo alto, di mezz'età, che camminava lievemente curvo. Aveva un'aria mite e modesta; Fergus era sicuro di non averlo mai visto prima. L'uomo non gli prestò la minima attenzione e si avvicinò alla bara rigido e deferente, facendosi il segno della croce, poi allungò dolcemente la mano e toccò la fronte della defunta. Aveva l'aspetto di uno di città, non un vicino, pensò Fergus, ma qualcuno che lei doveva aver conosciuto molti anni prima. Essere in mostra a quel modo, toccata da chiunque, avrebbe scandalizzato sua madre, ne era certo, ma ormai mancavano solo poche ore alla chiusura della bara, che poi sarebbe stata trasportata alla cattedrale.

L'uomo si sedette accanto a lui, sempre contemplando il viso di sua madre, scrutandolo come se si aspettasse qualche movimento alla luce guizzante delle candele. Fergus sorrise quasi tra sé immaginando di dirgli che non serviva a niente guardarla con tanta intensità, visto che era morta. Segnandosi di nuovo, l'uomo si girò verso di lui e gli offrì una mano grande e un viso aperto e comprensivo.

«Sentite condoglianze».

«Grazie», rispose Fergus. « stato molto gentile a venire».

«Sembra così in pace», disse l'uomo.

«Lo è», rispose Fergus.

«Era una donna straordinaria», disse l'uomo.

Fergus annuì. Sapeva che secondo le regole della buona educazione l'uomo avrebbe dovuto aspettare almeno dieci minuti prima di congedarsi. Gli sarebbe piaciuto che si presentasse o gli fornisse qualche indizio sulla sua identità. Restarono seduti in silenzio a guardare la bara.

Il tempo passava e Fergus trovò strano che non arrivasse nessuno. Sicuramente gli altri avevano finito, all'albergo; gli amici di sua madre si erano susseguiti per tutta la mattina, e anche alcuni parenti. Non era possibile che si fosse creato quel vuoto e Fergus e uno sconosciuto fossero costretti a restare seduti l'uno accanto all'altro, a disagio, per così tanto tempo. Fergus ebbe l'impressione che quel lungo intervallo facesse parte di un sogno oscuro, che li aveva strappati a tutti gli elementi più familiari per condurli in un luogo di fiochi bagliori e silenzi imbarazzati, il regno infinito, insulso e neutrale dei morti. Mentre l'uomo si schiariva la gola, Fergus gli lanciò un'occhiata e in quel viso pallido dalla pelle secca trovò l'ulteriore conferma che quei minuti non appartenevano al tempo ordinario, che lo spirito di sua madre aveva trascinato entrambi lontano, in uno spazio fatto di ombre.

«Tu non sei mai stato un giocatore di hurling», disse l'uomo, piano. Aveva un tono cordiale.

«Esatto», disse Fergus.

«Il giocatore di famiglia era Conor», aggiunse l'uomo.

«Ai suoi tempi era davvero bravo», disse Fergus.

«Tu sei quello intelligente?».

«No», disse Fergus, sorridendo. «Quello è Fiach. il più piccolo».

«Tuo padre», esordì l'uomo e poi esitò. Fergus lo guardò con attenzione. «Tuo padre era un mio insegnante».

«Davvero?».

«Ero nella stessa classe di George Mahon. La vedi quella colomba sul muro? L'ha disegnata George».

Indicò la parete di fondo.

«Doveva realizzare un grosso dipinto, quando hanno aperto qui. Quello era solo il disegno, una specie di schizzo preparatorio. Doveva ancora metterci i colori».

Fergus guardò le sottili linee di matita sulla parete dietro il feretro e riuscì a distinguere una colomba, alcune figure e forse una collina o una montagna in lontananza.

«Perché non l'ha finito?», domandò.

«La moglie di Matt», disse l'uomo, «è morta improvvisamente poche settimane prima dell'apertura e lui ha dovuto decidere se organizzare di persona il funerale o chiamare quelli dell'altra impresa, i suoi principali concorrenti. Così ha fatto tutto da solo, anche se il posto non era ancora aperto. andato tutto bene, non c'è stato nessun problema, ma il dipinto non era finito. E quando la moglie di Matt è stata sistemata lì, George Mahon ha detto che non avrebbe più messo piede qui dentro. Diceva di avere troppa paura. Lo spazio era rovinato. Almeno così sosteneva lui. Non riusciva a lavorarci. Non si sa mai cosa può arrivarti alle spalle, diceva, mentre sei lì che dipingi».

L'uomo parlava con voce monotona, senza staccare lo sguardo dalla bara. Fergus smise di osservarlo e cercò di ricordarne la faccia, ma non ci riuscì; i suoi lineamenti erano svaniti non appena Fergus si era voltato. Si rese conto che avrebbe fatto fatica a descriverlo; alto, ma non eccessivamente; magro, ma non troppo; capelli castani o color sabbia; viso senza caratteristiche particolari e voce impersonale. Nel silenzio dell'impresa di pompe funebri, dopo che l'uomo ebbe smesso di parlare, se qualcuno gli avesse sussurrato che era venuto a portare via lo spirito della defunta non gli sarebbe sembrato strano. Per qualche secondo gli parve plausibile l'eventualità che quel visitatore avesse sospeso lo scorrere del tempo per raccontare banalità e aneddoti mentre studiava il modo di portare via sua madre, così sarebbe rimasto soltanto un corpo esausto e inutile da seppellire.

Ma ben presto l'uomo se ne andò, passarono alcuni vicini, arrivarono gli altri e a quel punto l'incantesimo si spezzò e quella visita apparve del tutto normale, prevedibile in una piccola cittadina, qualcosa che non valeva la pena raccontare, anche se aveva lasciato il segno.

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