Copertina
Autore Marco Travaglio
Titolo Colti sul Fatto
SottotitoloNani e pagliacci, muffe e lombrichi di fine regime sul «Fatto Quotidiano»
EdizioneGarzanti, Milano, 2010, Saggi , pag. 456, cop.fle., dim. 13,6x21x2,8 cm , Isbn 978-88-11-60119-7
PrefazioneBarbara Spinelli
LettoreGiorgia Pezzali, 2011
Classe paesi: Italia: 2000 , paesi: Italia: 2010 , media
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Indice


Minority report, di Barbara Spinelli             5

Come nasce un giornale                          23
Dominique de Villepin e Auguste de Minzolin     27
Massimo, tesoro, ma stai poco bene?             29
Inchiesta Letta, anzi non letta                 31
Per la Resistenza siamo al completo             33
Chiamate l'ambulanza                            35
L'Autodidatta                                   37
Agcom, basta che funzioni                       39
Diversamente concordi                           41
Al Nano e Mondadori, i lodi al pettine          43
Davanti a San Guido                             45
Godo Alfano, grazie Umberto                     47
Bugiardi senza gloria                           49
Ma i politici quando si pentono?                51
Il Pompiere della Sera                          53
Immoral suasion                                 55
Gent. on. Betulla, quando si vergogna?          56
Emma, ci illumini: boxer o slip?                58
Mangano e manganello/ 1                         60
Prof. Panebianco, in arte estintore             62
Tremonti e mezzo, ma pure quattro               64
L'autocomplotto di Littorio Feltri              66
Malcostume mezzo gaudio/ 1                      68
Minculpapi                                      70
Il basso impuro                                 72
Tv sorrisi e calzini                            74

[...]

La libertà dei servi                           387
Lo stiamo perdendo                             390
Tor Crescenza                                  392
Il Fini giustifica i mezzi                     394
Water (closed) gate                            396
Nessuno tocchi Berluschino                     398
Malcostume mezzo gaudio/ 2                     400
La provola fumante                             402
Farepassato                                    405
Io voto Zingaretti                             407
Passera (senz'accento)                         409
Giri di Walter                                 411
Schifani zero tituli                           413
Censurano perfino Schifani                     415
La tragedia di un uomo ridicolo                417
Troppo lungo, allunghiamolo                    419
Mediashopping                                  421
Giornalisti-estintori                          424
Minzolingue da Kamasutra                       426
C'è Giuda e Giuda                              428
Digitale extraterrestre                        430
Soluzione 5 per cento                          432
Come s'offrono                                 434
Voce dal verbo consolare                       436
Indegnità di servizio                          438
Il pistolino fumante                           440
Pd, Partito Desaparecido                       443
Camera e cucina                                445
L'intenditore                                  447


 

 

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Pagina 5

MINORITY REPORT
di Barbara Spinelli



Mi sono chiesta, più volte, quale sia il segreto di Marco Travaglio. Probabilmente quello svelato da Indro Montanelli, quando per la prima volta lo incontrò e si chiese chi mai fosse questo personaggio che tanti dipingevano come un temibile Barbablù: «No, Travaglio non uccide nessuno. Col coltello. Usa un'arma molto più raffinata e non perseguibile penalmente: l'archivio». Per anni gli è stato impossibile insediarsi stabilmente in una redazione, essendo attaccato alle sue sterminate informazioni come a una flebo. Ci sono momenti in cui mi fa pensare ai precog di Philip Dick: quelle creature spaesanti che hanno il dono della pre-cognizione perché posseggono sterminate memorie di crimini e misfatti, commessi dai potenti in un passato tenuto nascosto. Il precog è l' Unheimlich che fa irruzione nella vita comunemente definita normale: il non familiare, l'estraneità che inquieta. «Freud nota che la peculiarità del vocabolo risiede nella strana capacità di tramutarsi nel suo contrario, l' Heimlich (ossia ciò che è "familiare"), e viceversa. L'ambiguità linguistica lo porta alla conclusione che il "perturbante" non è cosa nuova alla vita psichica, bensì familiare da sempre, pur essendo divenuta estranea tramite il processo della rimozione».

In realtà non c'è niente di strano o fantastico in questa dote, per un giornalista che abbia a cuore il proprio mestiere. Il non-familiare e perturbante gli è da sempre familiare, fratello: la conoscenza nutrita di memoria dovrebbe essere l'aria che respira, che comunque preferisce respirare. Il giornalista senza archivi è come un ombrello senza stecche. Se Marco fa tuttavia pensare ai precog c'è un motivo preciso: perché è il depositario, nella storia italiana che ci è contemporanea e che nel frattempo è abbastanza lunga, di un Minority Report. Di depositari ce ne sono in Italia, ma il più delle volte fanno il morto o il giunco, aspettando che la piena passi. C'è un'altra versione della storia nazionale, infatti, rispetto alle contraffatte versioni ufficiali: una versione sommersa, negata, e Travaglio ne è il custode impavido da decenni.

Per forza di cose la sentinella è invisa, come nel racconto di Dick, e tanto più preziosa. heimlich e unheimlich, di casa e non di casa. Quando le verità storiche di un paese sono sepolte per più di mezzo secolo, quando i reati s'affastellano senza mai essere chiariti e i criminali continuano a girare indisturbati, tutto diventa minority report: il senso delle leggi, le regole della civile convivenza, perfino la Costituzione del '48. il punto in cui la storia, come dice Roberto Scarpinato, «si ritrae nell'osceno, nel fuori scena (ob scenum), condizionando comunque in modo determinante la vita collettiva e i destini nazionali». Chi intravede e raffigura il fuori-scena mette in mostra paesaggi loschi, viene a contatto con gli universi noir di Raymond Chandler o Dashiell Hammett: costellati di malavitosi mai afferrati, solitari detective sempre aggirati, corrotte città di veleni i cui raccolti hanno il colore del sangue.

Ma c'è qualcosa di più: leggere gli articoli e i libri di Marco (non so come faccia, è un mistero dickiano anche questa sua energia) suscita due passioni apparentemente molto diverse. Suscita sdegno per gli eventi che racconta, e mette in stato di formidabile buon umore: per un giornalista resistente, il miscuglio è raro. Mi è capitato di paragonarlo al reporter Seymour Hersh, che disvela con metodica e ammirevole costanza le oscurità della politica di sicurezza americana. Ma Hersh non mette di buon umore; è più cupo. La resistenza di Ernesto Rossi durante il fascismo aveva invece questo duplice timbro, a giudicare dai disegni che faceva dei compagni di confino a Ventotene, e la sua prosa non smise mai di mescolare l'invettiva più seria alla beffa sorridente. Ricordando l'effetto dei suoi scritti sui lettori, suppongo che solo la miscela di sentimenti così contrastanti sia in grado di far nascere quella fede che Dante chiama «sustanza di cose sperate e argomento de le non parventi», e che è fatta degli stessi ingredienti quando è fede nel ritorno della legalità, dell'etica cittadina, dello Stato di diritto. Marco possiede il segreto di simile miscela, e questa, sempre parafrasando Dante, è la sua quiditate.

L'antologia dei suoi articoli sul «Fatto Quotidiano» narra un pezzo di questa storia italiana, che appunto è storia criminale e noir essendo tempestata di leggi ad personam, di giornali e giornalisti che non fanno il lavoro cui sono chiamati, della privatizzazione del nobile e rischioso compito che è la politica. Il filo conduttore che lega i testi è il rispetto dei fatti, la lotta contro le verità (e le falsità) ridotte a opinioni. Travaglio ha scritto un libro su questa vocazione all' escamotage dei fatti, e non è un caso che assieme ad Antonio Padellaro abbia fondato un giornale che ha proprio questo titolo: «Fatto Quotidiano».

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Pagina 29

Massimo, tesoro, ma stai poco bene?

Massimo D'Alema ha ragione: in Italia c'è troppo «antiberlusconismo che sconfina in una sorta di sentimento anti-italiano». Lo dice anche Berlusconi («la sinistra è anti-italiana»), dunque è vero di sicuro. «Questa concezione di una minoranza illuminata che vive in un paese disgraziato», spiega ancora D'Alema, «è l'approccio peggiore che possiamo avere. Piuttosto bisogna sforzarsi di capire le ragioni della destra». Sante parole: a qualcuno basta sentir parlare D'Alema, ricordare la sua Bicamerale e il suo governo, o magari dare un'occhiata al lombrosario che lo circonda, per capire al volo le ragioni della destra. Segnaliamo dunque al Lìder Massimo alcuni truculenti esempi di antiberlusconismo anti-italiano, affinché prenda buona nota e opportuni provvedimenti.

Si aggira da anni per la politica italiana un noto esagitato che, del presidente del consiglio in carica, è riuscito a dire in sequenza, con grave sprezzo per il patriottismo: «Se perde le elezioni, Berlusconi dovrà rifugiarsi all'estero, in rovina» (5/3/94), «è una via di mezzo tra Marinho, il padrone della tv Globo brasiliana, e Giancarlo Cito» (31/12/93), «ha una tipica mentalità totalitaria» (10/9/94), «è il compare di Craxi» (24/6/94), «è come Ceausescu» (2/8/94), «mi ricorda Kim Il Sung» (13/7/94), «è il capo di una banda che antepone i propri interessi a quelli dell'Italia» (4/3/95), «un pericolo per l'Europa» (5/3/95), «buffone, grandissimo bugiardo, squadrista della tv, espressione del cinismo sovversivo anti-nazionale, vera faccia della destra in Italia» (5/3/95), «un barbaro» (3/5/95), «si nasconde sotto due dita di cerone per non arrossire delle cose che dice e porta i tacchi alti alla Little Tony» (24/8/95), «non riconoscerei Berlusconi come premier legittimo nemmeno se vincesse le elezioni» (23/9/95), «fa appello agli istinti peggiori del Paese, a quell'Italietta dei pavidi e dei conformisti pronti ad accorrere intorno al vincitore» (19/3/2001), «se andiamo avanti così, vedremo Berlusconi con lo scolapasta in testa» (6/4/2001), «noi siamo preoccupati della salute mentale di Berlusconi» (7/4/2001), «è estraneo alle regole della civiltà politica» (17/4/2001), «vuol fare dell'Italia la Thailandia d'Europa» (30/4/2001). E questo per citare soltanto le carinerie.

Ancora qualche giorno fa il feroce antiberlusconiano anti-italiano definiva il premier «un uomo che non ama la democrazia, sospettoso e violento» (8/9/2009), uno che «dà dell'Italia un'immagine umiliante all'estero» (18/9/2009), oltre a frequentare squillo nella misura di «30 per 18 serate» (11/9/2009). Ora però è venuto il momento di svelare il nome del pericoloso antiberlusconiano anti-italiano di cui sopra: Massimo D'Alema. Lo stesso che adesso denuncia «l'antiberlusconismo che sconfina in una sorta di sentimento di anti-italianità». Questa, in letteratura psichiatrica, si chiama dissociazione, ma talora sconfina nella schizofrenia e, se non adeguatamente curata, nello scolapasta in testa. Ecco, non vorremmo che, a furia di preoccuparsi per la salute mentale di Berlusconi, anche D'Alema si sentisse poco bene.

P.S. 1. L'altra sera, dopo aver massacrato George W. Bush per otto anni, David Letterman ha sbeffeggiato in tv il presidente in carica Barack Obama. Un caso di antibushismo e antiobamismo che sconfina in una sorta di sentimento antiamericano.

P.S. 2. L'esternazione di D'Alema sull'antiberlusconismo che sconfina in una sorta di sentimento anti-italiano è avvenuta alla presentazione di un pregnante best-seller: «A destra tutta. Dove si è persa la sinistra?». Ultimamente era segnalata in quel di Bari, fra le barche, le ville e i pied-à-terre di Giampi Tarantini. Per le ricerche, già allertata la Protezione civile.

(24/9/2009)

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Pagina 31

Inchiesta Letta, anzi non letta

Di questo passo, saremo costretti a pubblicare l'elenco sempre più scarno dei ministri non indagati né condannati. Oggi tocca ad Angelino Jolie, inopinatamente ministro della Giustizia: la sua augusta persona, come rivela sul «Fatto» Antonio Massari, è sotto inchiesta al tribunale dei ministri per abuso d'ufficio [inchiesta che sarà poi archiviata]. In soldoni, avrebbe sabotato la procura di Bari che indaga sul collega Raffaele Fitto (e su tante altre belle cosette) con ispezioni ministeriali e altre manovre telecomandate dallo stesso Fitto. Infatti è indagato anche Fitto, l'uomo che candidò nella sua lista personale Patrizia D'Addario e Barbara Montereale di ritorno da Palazzo Grazioli. Ma per lui non è una novità: il ministro degli Affari regionali (soprattutto affari) è imputato in Puglia per altri due scandali e tre anni fa sarebbe finito in manette se non si fosse rifugiato appena in tempo in parlamento. Per Angelino, invece, è la prima volta. Sale così a 10 (su 62) il numero dei membri del governo Berlusconi nei guai con la giustizia. Oltre al Cavaliere, recordman mondiale, ricordiamo Bobo Maroni, condannato per resistenza a pubblico ufficiale per aver picchiato dei poliziotti e dunque ministro dell'Interno; Umberto Bossi, pregiudicato per la tangente Enimont e per istigazione a delinquere; Roberto Calderoli, indagato per ricettazione di presunti soldi in nero da Fiorani; Altero Matteoli, imputato per favoreggiamento a Livorno; Raffaele Fitto, imputato a Bari per corruzione, turbativa d'asta e interesse privato; e ora Alfano, cui Mastella ha sottratto il primato di primo Guardasigilli sotto inchiesta in 150 anni di storia. Poi ci sono viceministri e sottosegretari: Gianni Letta, indagato a Lagonegro per truffa, abuso e turbativa d'asta; Nicola Cosentino, inquisito per rapporti con i Casalesi; Aldo Brancher, imputato a Milano per appropriazione indebita e ricettazione.

Qualche buontempone ha spiegato l'assalto dei nostri lettori alle edicole col fatto che saremmo «il giornale delle procure», specializzato nel «genere giudiziario». Curiosa tesi, da parte di chi (un Giornale a caso) l'altro giorno titolava in prima pagina Di Pietro indagato, per una vecchia storia da cui è già uscito prosciolto in sede civile e penale, ma ancora pendente alla Corte dei conti. In realtà noi siamo specializzati con tutti i nostri limiti ed errori, come tutti i giornalisti del resto del mondo nelle notizie. Quella sul caso Alfano & Fitto è un'esclusiva di Massari. Ma quella su Letta e le altre che abbiamo già raccontato e racconteremo non sono frutto di una nostra particolare bravura. Ma della censura e dell'autocensura che regna nella gran parte della tv e della stampa italiane. Basta guardare come viene trattato lo scandalo mondiale dello scudo fiscale, che secondo una rilevazione di Sky vede contrari il 74% degli italiani e secondo la procura di Milano salverà i 552 mega-evasori fiscali della «lista Pessina» (quella pubblicata a puntate da «Libero», almeno fino all'altroieri). Molti colleghi, anche di grandi giornali, ci chiamano per regalarci notizie esclusive che i loro giornali non vogliono o non possono pubblicare per non disturbare gli editori e gli amici degli amici. Non sempre siamo noi che arriviamo primi: spesso sono gli altri che scappano prima. Nel pugilato si chiama vittoria per abbandono dell'avversario. Nel giornalismo italiota si chiama, parlando con pardòn, conflitto d'interessi.

(25/9/2009)

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Pagina 239

Zitto e mena

Lo so che è bizzarro, almeno in Italia. Ma chi scrive, fra guardie e ladri, ha sempre scelto le guardie, convinto che la magistratura e le forze dell'ordine abbiano sempre ragione fino a prova contraria. Il guaio è che, sempre più spesso, dalle forze dell'ordine giungono prove contrarie. I casi di arrestati o fermati e poi massacrati di botte, morti in circostanze misteriose coperti di lividi, come quelli di contestatori prelevati e trascinati lontano da manifestazioni del centrodestra per aver osato contestare civilmente o fischiare o sventolare cartelli critici, fanno temere che qualcosa di spiacevole stia accadendo fra i «tutori della legge». E le reazioni prudenti, ai limiti della reticenza, dei vertici lasciano la sgradevole sensazione che non si tratti di casi isolati, delle solite mele marce. La sensazione diventa qualcosa di più concreto quando si legge che il capo della Polizia, Antonio Manganelli, vuole cacciare il vicequestore Gioacchino Genchi, esperto informatico al servizio di procure e tribunali, già consulente di Falcone e uomo-chiave delle indagini sulle stragi del 1992. L'anno scorso Manganelli aveva sospeso Genchi perché aveva risposto su Facebook a un giornalista che gli dava del bugiardo; e l'aveva ri-sospeso perché aveva financo rilasciato un'intervista sul suo ruolo di consulente: condotte «lesive per il prestigio delle Istituzioni» e «nocive per l'immagine della Polizia». Ora ha disposto la terza sospensione, che porterà automaticamente alla destituzione dopo 25 anni di onorato servizio (sempreché il Tar non accolga i ricorsi di Genchi), peraltro preannunciata dal settimanale berlusconiano «Panorama» e sollecitata dall'apposito Gasparri («Se il capo della Polizia Manganelli si avvalesse ancora di un personaggio del genere, la cosa sarebbe sconcertante e non priva di conseguenze...»). Senza dimenticare la violenta campagna scatenata da «Libero» contro il pm romano Di Leo che ha affidato a Genchi una consulenza sulla truffa Fastweb-Di Girolamo, mentre la stessa procura di Roma indaga su di lui (per iniziativa dell'indimenticabile Achille Toro). Stavolta il peccato mortale di Genchi è aver accettato di intervenire al congresso Idv, come se un poliziotto, per giunta sospeso, non fosse un libero cittadino con libertà di parola. Curiosamente la sanzione gli è stata notificata un mese dopo il congresso, il 22 marzo, proprio un giorno prima che Genchi riprendesse servizio. E proprio mentre il Pdl cannoneggiava la Polizia per aver osato smentire il mirabolante dato sul milione di manifestanti del Pdl in piazza San Giovanni: meglio non sollevare altre polemiche consentendo a Genchi di rientrare in servizio il 23 marzo. E pazienza se il vicequestore, per 25 anni, ha sempre ottenuto un punto in più del massimo nelle valutazioni di merito per le sue «eccezionali doti morali» e capacità operative. E pazienza se la Polizia non sospende nemmeno i suoi uomini condannati in primo grado per stupro e omicidio. E pazienza se tutti i poliziotti condannati in primo e/o secondo grado per le violenze e le torture alla scuola Diaz e alla caserma di Bolzaneto durante il G8 di Genova nel 2001, e per le violenze dell'anno precedente sui no-global a Napoli, sono rimasti in servizio e in alcuni casi han fatto addirittura carriera. Vincenzo Canterini, condannato a 4 anni in primo grado per la mattanza alla Diaz, è stato promosso questore e ufficiale di collegamento Interpol a Bucarest. Michelangelo Fournier, condannato a 2 anni in primo grado, è al vertice della Direzione Centrale Antidroga. Alessandro Perugini, celebre per aver preso a calci in faccia un quindicenne, condannato in primo grado a 2 anni e 4 mesi per le sevizie a Bolzaneto e a 2 anni e 3 mesi per arresti illegali, è divenuto capo del personale alla Questura di Genova e poi dirigente in quella di Alessandria. Evidentemente le loro condotte non erano «lesive per il prestigio delle Istituzioni» e la loro permanenza in servizio non è «nociva per l'immagine della Polizia». Mica hanno scritto su Facebook o parlato a un congresso.

(25/3/2010)

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Pagina 297

Chi non muore si risiede

Per combattere meglio la corruzione, in Italia si promuovono i corrotti. Poi, quando vengono ribeccati con le mani nella marmellata, tutti sgranano gli occhi e arrotano la bocca a cul di gallina in segno di stupore: «Chi l'avrebbe mai detto, una così brava persona...». A parte i pochi rimossi per cause di forza maggiore dalle pompe funebri, i protagonisti di Tangentopoli son tutti ai posti di combattimento e partecipano all'appassionante dibattito dal titolo Che sia tornata Tangentopoli?. I soliti noti. Chi non muore si rivede, anzi si risiede. Al Festival dell'Economia di Trento troneggia fra i relatori Gianni De Michelis, due condanne per finanziamento illecito e corruzione, dunque consulente del ministro Brunetta in qualità di esperto in mazzette autostradali. A Matrix si canonizza in vita il ministro pregiudicato della Malasanità Francesco De Lorenzo, 5 anni e rotti per corruzione, dipinto come un Gramsci redivivo, perseguitato dai giudici solo perché intascava mazzette e bruciava le prove nel pentolone, ora risorto nello studio di Lesso Vinci per pontificare di sanità sulla stessa poltrona che dieci giorni prima aveva ospitato un altro martire beatificato, Luciano Moggi. Ora, secondo «Repubblica», rischia l'arresto per mafia Raffaele Lombardo, preclaro governatore di Sicilia con l'appoggio di Dell'Utri, Fini e Pd (Filippo Penati, il geniale vice-Bersani, era sceso a Palermo apposta per conoscerlo ed è stato subito colpo di fulmine): pare che non gli sia bastato riempire la sua giunta di ex magistrati. E ora tutti a meravigliarsi: chi l'avrebbe mai detto, una personcina così a modo. In effetti negli anni Novanta il re delle raccomandazioni e del clientelismo fu arrestato due volte per tangenti e due volte assolto, la seconda perché una legge (il nuovo articolo 513) cestinava le testimonianze a suo carico. Un insospettabile. Intanto, dall'inchiesta di Perugia, affiora un'altra casa pagata da Anemone, quella del braccio destro degli ultimi due ministri delle Infrastrutture, Lunardi e Matteoli: il famoso Ercole Incalza, uomo al di sopra di ogni sospetto, infatti negli anni Novanta era il numero uno della Tav e fu coinvolto nei processi per l'alta velocità più cara del mondo. Come privarsi della sua preziosa collaborazione? Del resto, nell'inchiesta sulla cricca, sono pure emersi i nomi di Valerio Carducci e di monsignor Francesco Camaldo, già clienti dei pm De Magistris e Woodcock: la classe politica, anziché prendersela con loro, se l'è presa con De Magistris e Woodcock. L'altro giorno, nella Sala della Lupa di Montecitorio, si è celebrata la prima edizione del premio Guido Carli (ovviamente incolpevole di tutto), con la consegna di 10 medaglie di bronzo e un pranzo a porte chiuse in un hotel del centro. Fra i premiati il giornalista Pigi Battista, che ne andrà giustamente orgoglioso, vista la compagnia che spiega bene il perché del bronzo e delle porte chiuse. C'erano Guido Bertolaso, indagato per corruzione ma ovviamente ignaro dei grassatori che lo affiancavano alla Protezione civile; il suo protettore Gianni Letta, che salvo contrordini è ancora indagato a Lagonegro per il business dei centri di raccolta profughi e che non s'era accorto delle pratiche di Bertolaso & Bertoladri; Cesare Geronzi, neopresidente delle Generali imputato per i crac Cirio e Parmalat dei quali nulla sospettava; Cesare Romiti, condannato definitivamente per i falsi in bilancio e le tangenti Fiat di cui non sapeva nulla; Marco Tronchetti Provera, ignaro di quanto combinava nell'ufficio accanto al suo la banda della Security Telecom; Franco Carraro, che non aveva notato la banda di Calciopoli tutt'intorno alla sua Federcalcio; l'ambasciatore Umberto Vattani, condannato in primo grado per peculato a 2 anni e 8 mesi per aver fatto inavvertitamente, si capisce - 264 telefonate col cellulare di servizio a spese dei contribuenti (25 mila euro) a segretarie e amiche, e dunque presidente dell'Istituto commercio estero e del Centro italo-tedesco per l'eccellenza europea. I soliti gnorri.

(13/5/2010)

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Chi è Stato?

L'ampio e articolato dibattito sulla teoria del «doppio Stato» si arricchisce ogni giorno di nuovi elementi. Si scopre, grazie ad Attilio Bolzoni di «Repubblica», che nell'agosto 1989, sul luogo del fallito attentato all'Addaura contro Giovanni Falcone, c'erano due gruppi di agenti segreti: uno per piazzare la bomba, l'altro per sventarla. Entrambi erano pagati dallo Stato. Quale migliore raffigurazione del doppio Stato? La teoria del «doppio Stato», però, non piace al capo dello Stato, Giorgio Napolitano, che un anno fa la definì «fantomatica», subito applaudito da storici e giornalisti da riporto, tipo Pigi Battista. Chissà come lorsignori definirebbero uno Stato che stipendia contemporaneamente chi fa gli attentati e chi li evita. Uno Stato schizofrenico? Uno Stato spiritoso? Un diversamente Stato? Ci facciano sapere. Intanto, dopo 16 anni di indagini, processi e ricorsi, l'Agenzia delle Entrate è riuscita finalmente a incassare l'ultima tranche del tesoro di Bettino Craxi: 2 milioni di euro sequestrati dal pool Mani Pulite e ora confiscati dall'Erario a Giorgio Tradati, già compagno di scuola di Craxi e poi suo prestanome per i suoi tre conti svizzeri cifrati: Northern Holding, Arano e Constellation Financière, sui quali fra il 1980 e il '92 confluirono oltre 130 miliardi di lire. Tangenti pagate da Fininvest (almeno 23 miliardi), Ansaldo, Ligresti, Italimpianti, Calcestruzzi, Techint. Tradati ebbe il suo momento di celebrità al processo Cusani, quando raccontò la parola d'ordine usata per i bonifici tangentizi a Craxi: «Erano contrassegnati dalla sigla "Grain", cioè grano...». Risate in aula. Aggiunse che all'inizio del 1993, temendo il sequestro del bottino, Bettino gli aveva ordinato di correre in Svizzera, svuotare i conti e spostare i soldi. Ma lui, temendo di finire in galera, aveva rifiutato, allora Craxi l'aveva rimpiazzato col prestanome di riserva: Maurizio Raggio, ex barista a Portofino, fidanzato della contessa Francesca Vacca Agusta. Raggio varcò la frontiera, spazzolò i conti e fuggì in Messico col malloppo (40-50 miliardi) e la Vacca al seguito. Una quindicina di miliardi li sperperò in «spese di latitanza» (ragazze, Porsche, cose così), il resto lo nascose in parte su altri conti, in parte lo riportò a Bettino, nel frattempo fuggito ad Hammamet. Da Raggio lo Stato avanza 25 milioni di euro targati Craxi, che dovrebbero presto arrivare dalla vendita di Villa Altachiara, già residenza della contessa a Portofino. Lì, in una notte buia e tempestosa di qualche anno fa, fu avvistato Bobo Craxi mentre bussava alla porta di Raggio nel vano tentativo di recuperare qualche spicciolo paterno. Ora che i 2 milioni sequestrati a Tradati atterrano finalmente nelle casse dello Stato, una domanda s'impone: quale Stato ha confiscato il bottino di Bettino? Quello rappresentato dal presidente Napolitano, che a gennaio scrisse alla vedova Craxi una lettera lacrimosa per denunciare l'«eccessiva durezza» con cui fu trattato dai giudici il marito latitante? Quello rappresentato dal premier Berlusconi che da anni la mena sulla persecuzione di Craxi? Quello rappresentato dal presidente del senato Schifani che cinque mesi fa definì Craxi «vittima sacrificale» alla presenza di una folta schiera di pregiudicati in gramaglie, nonché della signora Finocchiaro? Quello rappresentato dai ministri Sacconi, Brunetta e Frattini Dry, volati ad Hammamet listati a lutto per piangere sulla tomba dell'Esule? O un altro Stato, figlio di madre ignota? Non potendo esistere uno Stato che con una mano confisca i soldi di Craxi e con l'altra lo celebra come un martire, bisognerebbe sincronizzare i due Stati. Perché, delle due, l'una. O le massime cariche dello Stato hanno mentito su Craxi, e allora dovrebbero scusarsi e andarsene. Oppure hanno detto la verità, e allora dovrebbero intervenire per evitare l'estremo oltraggio, la spoliazione del cadavere: i 2 milioni siano immediatamente restituiti agli eredi, Stefania e Bobo, costretti alla carriera politica da una vita di stenti.

(14/5/2010)

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I fratelli Karamafia

In un paese che crede assolti i prescritti Andreotti (associazione per delinquere con la mafia fino al 1980), Berlusconi (quattro volte per falso in bilancio, una per corruzione giudiziaria nel caso Mondadori, una per le tangenti a Craxi) e Mills (corruzione giudiziaria), si può dire e credere di tutto. Ma le corbellerie dette e scritte negli ultimi due giorni sulla sentenza Dell'Utri stabiliscono il nuovo primato mondiale della menzogna.

«Mangano è il mio eroe: in carcere gli fu chiesto di parlare contro me e Berlusconi. E se avesse inventato anche una minima cosa, una parolina contro me e Silvio, sarebbe uscito subito senza morire in cella di cancro. Poteva vivere raccontando qualsiasi falsità e non l'ha fatto. Poteva salvare la sua vita e tornare a casa» (Marcello Dell'Utri). Questo signore non ha mai spiegato chi avrebbe offerto la libertà a Mangano in cambio di bugie, anche perché nessuna legge, nemmeno quella sui pentiti, garantisce la libertà immediata a chi parla: dunque chi l'avesse fatto avrebbe commesso un reato grave. Se Dell'Utri sa qualcosa su questo qualcuno, perché non lo denuncia? In realtà Dell'Utri attribuisce a misteriose entità ciò che è accusato di aver fatto lui: infatti è imputato in un altro processo d'appello a Palermo per calunnia aggravata, per aver promesso (e forse dato) soldi a un falso pentito perché montasse una campagna calunniosa con altri come lui per screditare i veri pentiti che accusano Dell'Utri (gli stessi che accusano Riina, Provenzano & C.). Mangano, dopo gli 11 anni scontati dal 1980 al 1991 per le condanne per mafia (processo Spatola) e per traffico di droga (maxiprocesso), fu riarrestato nel 1999 per tre omicidi e condannato in primo grado a due ergastoli. Poco dopo fu scarcerato per motivi di salute e il 23 luglio 2000 morì di cancro agli arresti domiciliari (dunque non in cella come dice Dell'Utri). Nessuno, viste le imputazioni, poteva promettergli o garantirgli di «uscire subito». Né la scarcerazione l'avrebbe salvato dal cancro, che purtroppo colpisce indifferentemente chi è in cella e chi è a piede libero.

«Bastava confermare che, quando parlavamo al telefono di un cavallo, sotto c'era la droga. Invece il cavallo esisteva: Mangano lo voleva vendere a Berlusconi, ma io gli dissi che a Silvio non interessava perché era un cavallo troppo focoso» (Dell'Utri). la telefonata Mangano-Dell'Utri intercettata dalla Criminalpol il 14 febbraio 1980. Mangano: «Ci dobbiamo vedere». Dell'Utri: «Come no? Con tanto piacere!». M: «Le devo parlare di una cosa... Anzitutto un affare». D: «Eh be', questi sono bei discorsi». M: «Il secondo affare che ho trovato per il suo cavallo». D: «Davvero? Ma per questo dobbiamo trovare i piccioli». M: «Perché? Non ce n'hai?». D: «Senza piccioli non se ne canta messa...». M: «E se li faccia dare dal principale Silvio!» Ora, se Mangano voleva vendere il proprio cavallo a Berlusconi, perché dice a Dell'Utri «il suo cavallo»? E perché Dell'Utri, se il cavallo non doveva né venderlo né comprarlo, si preoccupa di non avere i soldi (i «piccioli»)? E perché, in tutta la conversazione intercettata, Dell'Utri non dice mai quel che inventa oggi, e cioè che Berlusconi non voleva il cavallo perché troppo focoso?

«Quando l'ho conosciuto, Mangano era avulso dall'ambiente mafioso. Ad Arcore ha lavorato bene. Poi dopo, come dice Dante, che colpa ho io della sua vita rea?» (Dell'Utri). Balle anche queste. Pupillo di Stefano Bontade, quando Dell'Utri lo ingaggia ad Arcore Mangano ha collezionato a soli 33 anni una sfilza di denunce, condanne e cinque arresti per assegni a vuoto, truffa, lesioni, ricettazione, estorsione, rapporti con narcotrafficanti e mafiosi. Per la questura di Palermo, è già allora un «soggetto pericoloso». Per i carabinieri, Dell'Utri lo arruola a casa Berlusconi proprio perché «a conoscenza del suo poco corretto passato». Ad Arcore dal 1974 al '76, Mangano organizza sequestri, mette una bomba nell'altra villa di B. e viene arrestato due volte in due anni per scontare pene collezionate prima. Tant'è che Dell'Utri, al processo, sosterrà di averlo cacciato una volta scoperto (molto tardi) che era un delinquente. Salvo poi continuare a frequentarlo, a farci affari e a definirlo «eroe» anche dopo morto.

«Sentenza un po' comica, perché un mafioso part time, che è picciotto ma appena appena, sembra uno di quegli espedienti da commedia all'italiana» (Maurizio Belpietro, «Libero»). «Sentenza pilatesca, incoerente. I giudici mi fanno passare per mafioso fino al '92, ma cadono in contraddizione, perché se fosse vero la mafia non mi avrebbe mollato proprio nel '92, quando poteva sperare nei veri vantaggi del potere, della politica. allucinante» (Dell'Utri). Qui il discorso di Dell'Utri è quasi ragionevole, o meglio lo sarebbe se la sentenza dicesse che lui è mafioso fino al 1992 e poi smette. Ma è impossibile che un giudice sano di mente sostenga una simile fesseria. I processi non ricostruiscono la storia. Affermano le responsabilità penali solo sui fatti dimostrati da prove oltre ogni ragionevole dubbio. Quando un rapinatore imputato per dieci rapine viene condannato «soltanto» per nove, nessuno si sogna di affermare che, dopo quelle nove, ha smesso, o che prima di quelle due era un giglio di campo: semplicemente si dice che ci sono le prove su nove rapine e sul resto no. Cos'abbia fatto il tizio prima e dopo ce lo si può immaginare, ma questo non è compito dei giudici. Nessuno dice che dal 1993 Dell'Utri sia diventato buono: solo che le prove non bastano (la formula «il fatto non sussiste» è perfettamente compatibile con l'articolo 530 comma 2 del codice di procedura, che assorbe la vecchia insufficienza di prove: scopriremo dalla motivazione se anche Dell'Utri, come Andreotti, per gli anni più recenti s'è salvato per quel motivo).

«Dovevano assolvermi anche per il "prima" del 1992, ma non l'hanno fatto per dare un contentino alla procura. Per evitare lo schiaffo... Il problema è la procura. I vari Caselli, Ingroia. Sono potentissimi, in grado di condizionare l'ambiente. Ora spero di non trovare in Cassazione un giudice di Palermo» (Dell'Utri). «Difficile che a Palermo delle toghe abbiano il coraggio di mettersi contro altre toghe, quantomeno in processi che hanno risonanza» (Belpietro). Ciascuno si consola come crede, ma sostenere che 7 anni di carcere per concorso esterno in associazione mafiosa sono un contentino alla procura sconfitta, fa ridere. E, se lo dice un senatore della Repubblica, fa piangere. Dell'Utri era imputato per i suoi rapporti con Cosa Nostra dall'inizio degli anni Settanta al 1996: un quarto di secolo. In primo grado è stato condannato per fatti commessi fino al '96. In appello «solo» per quelli fino al '92: un quinto di secolo (ora, teoricamente, come avvenuto per Cuffaro, sui fatti successivi al 1996 esclusi incredibilmente dalla Corte d'appello dai contatti intermediati con il latitante Palazzolo nel 2003-2004 ai rapporti con la 'ndrangheta nel 2008, si può aprire un nuovo processo). Se un rapinatore rinviato a giudizio per dieci rapine viene condannato «solo» per nove, chi si sognerebbe mai di cantare vittoria e parlare di «schiaffo alla procura» o di «costruzione accusatoria spazzata via», come fa l'apposito Tg1? E ancora: se i giudici di Palermo non osano dare torto ai pm, perché il tribunale assolse Andreotti in primo grado? Perché la Corte d'appello, la prima volta, assolse Contrada? Perché tribunale e Corte d'appello assolsero Mannino? Si era sempre detto (falsamente) che i «processi politici» dell'era Caselli erano finiti tutti nel nulla. Ora si dice (falsamente) che i giudici danno sempre ragione alla procura. Un po' di coerenza, almeno nelle bugie.

«I pentiti dicono cose sentite da altri: mai sentito uno che dicesse "Ho visto Dell'Utri fare questo o quest'altro"» (Dell'Utri). Ricorda male. Un esempio fra tanti: Francesco Di Carlo, boss di Altofonte, assisté nel 1974 all'incontro a Milano fra Dell'Utri, Berlusconi e i boss Teresi e Bontate per l'assunzione di Mangano. E nel 1980, da latitante, incontrò Dell'Utri alle nozze a Londra del narcotrafficante Jimmy Fauci, con i mafiosi Cinà e Teresi.

«Il reato potrebbe cadere in prescrizione, perché tra breve saranno trascorsi i vent'anni. I giudici, pur condannando Dell'Utri, lo salvano» (Belpietro). «L'orologio della prescrizione sta compiendo gli ultimi giri» (Gianluigi Nuzzi, «Libero»). La prescrizione, per il concorso esterno aggravato dalle armi e dal denaro, scatta 22 anni e mezzo dopo gli ultimi reati accertati: 1992 più 22 e mezzo fa 2014-2015. Cinque anni per il verdetto di Cassazione bastano e avanzano. Il rischio della prescrizione si concretizzerebbe in caso di annullamento della sentenza con rinvio a un nuovo appello e a una nuova Cassazione. Ma un eventuale annullamento potrebbe riguardare l'insostenibilità dell'assoluzione del periodo post '92, dunque allungando i tempi del reato si allungherebbe pure la prescrizione.

«Il concorso esterno è una fattispecie di reato così generica ed evanescente da ricomprendere anche le semplici amicizie o frequentazioni, buone o cattive che siano. Ci penserà la Cassazione a cancellare questa vergogna antigiuridica, come è puntualmente avvenuto nella sentenza Mannino» («Il Foglio»). Questa «vergogna antigiuridica» l'ha inventata, per la mafia, Giovanni Falcone nella sentenza-ordinanza del 1987 al processo maxi-ter («Manifestazioni di connivenza e di collusione da parte di persone inserite nelle pubbliche istituzioni possono realizzare condotte di fiancheggiamento del potere mafioso, tanto più pericolose quanto più subdole e striscianti, sussumibili a titolo concorsuale nel delitto di associazione mafiosa. Ed è proprio questa "convergenza di interessi" col potere mafioso che costituisce una delle cause maggiormente rilevanti dalla crescita di Cosa Nostra e della sua natura di contropotere, nonché correlativamente delle difficoltà incontrate nel reprimerne le manifestazioni criminali»). Quanto a Mannino, la Cassazione s'è ben guardata dall'affermare che il concorso esterno non esiste: ha semplicemente detto che, per Mannino, non era sufficientemente provato. Infatti la stessa Cassazione ha condannato Bruno Contrada a 10 anni per concorso esterno.

«Il dispositivo smonta anni di indagini e fanfaluche dei pm palermitani... nega ogni relazione tra la discesa in campo di Berlusconi, che poi era il vero obiettivo del processo [e la mafia, n.d.a.]. Liquida come balle sesquipedali le rivelazioni di Spatuzza e Ciancimino. Le responsabilità nelle stragi e i collegamenti tra mafia e Forza Italia vengono archiviati senza rinvio» (Belpietro). « Crolla tutto il castello dei teoremi sulle trattative tra lo stato e la mafia e sui mandanti occulti delle stragi» (Lino Jannuzzi, «Il Giornale»). «La sentenza assolve Dell'Utri dall'accusa più grave: quella di aver ordito una specie di golpe mafioso con le stragi del '93» («La Stampa»). «Smontata la teoria sulle stragi del 1992... Un macigno sulla tesi FI-mafia-stragi del '92» («Il Riformista»). «Ma le stragi no» («Il Foglio»). Difficile che Ciancimino venga smentito, visto che non è stato neppure ascoltato dalla Corte d'appello. Di Spatuzza si potrà dire al massimo che mancano i riscontri alle sue parole, anche perché sono arrivati in extremis e la Corte ha rifiutato di accluderli agli atti. Berlusconi non è mai stato «il vero obiettivo del processo», altrimenti la procura avrebbe chiesto di rinviare a giudizio anche lui, anziché farlo archiviare. Dell'Utri non era imputato per le stragi del 1992-93 (inchieste archiviate, per lui e per B., a Caltanissetta e a Firenze). E comunque la condanna d'appello riguarda il periodo fino al 1992, che dunque comprende sia Capaci sia via d'Amelio. Mai il processo Dell'Utri s'è occupato delle trattative stato-mafia e dei mandanti occulti delle stragi, su cui stanno indagando rispettivamente (e a prescindere dalla sentenza Dell'Utri) le procure di Palermo, Caltanissetta e Firenze. Insomma le uniche balle sesquipedali sono quelle di Belpietro, Jannuzzi e altri giuristi per caso.

«Resterò senatore, finché non c'è sentenza definitiva l'imputato è innocente» (Dell'Utri). Ma lui ha già una condanna definitiva a 2 anni e mezzo per false fatture e frode fiscale. Che ci fa un pregiudicato in parlamento, a parte tenere compagnia agli altri?

(1/7/2010)

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Digitale extraterrestre

Se la finiana Angela Napoli dice che alcune parlamentari del Pdl si sono prostituite in cambio del seggio, tutte le parlamentari del Pdl la querelano. Se invece il turbo-berlusconiano Giorgio Stracquadanio dice che è cosa buona e giusta prostituirsi in cambio del seggio, tutto va ben madama la marchesa. Dipende da chi lo dice. Se un'esagitata di un centro sociale lancia un fumogeno contro Raffaele Bonanni alla festa del Pd, non si parla d'altro per una settimana, il Pd è costretto a scusarsi e viene comunque accusato di «squadrismo» dal mini-stro Brunetta. Se invece orde di ultras leghisti dell'Atalanta lanciano decine di fumogeni contro il ministro dell'Interno Roberto Maroni alla «Berghem Fest» della Lega, il giorno dopo non ne parla più nessuno, nessuno si scusa con nessuno e Brunetta zitto. Dipende da chi li lancia, i fumogeni, e alla festa di chi. Appena un giornalista gli fa una domanda, il ministro Bossi estrae il dito medio: anche lui è passato al digitale terrestre, anzi extraterrestre. L'altro giorno, per cambiare un po', ha fatto una pernacchia (a quando un bel ruttino o una graziosa scoreggina? Comunicazione anal-ogica). E tutti giù a ridere: che simpaticone, il nonnetto sta guarendo. Figurarsi se uno del centrosinistra (o peggio ancora un finiano) si permettesse qualcosa del genere. Mesi fa, al parlamento portoghese, il ministro dell'Economia Manuel Pinho ha fatto le corna a un deputato dell'opposizione: il premier José Sócrates ha subito parlato di «gesto inaccettabile» e l'ha dimissionato su due piedi. Da noi, dipende. Se il centrosinistra prende i voti da qualche parlamentare eletto con l'opposizione, ma anche dei senatori a vita, è «ribaltone» e «tradimento». Se il centrodestra compra venti parlamentari dell'opposizione, si chiama «gruppo di responsabilità nazionale». Per stabilire chi è voltagabbana e chi no, dipende da chi la volta, la gabbana. «La sinistra ha un'insopprimibile attrazione verso i dittatori», disse B. l'8 aprile 2003. Poi definì Putin «dono di Dio», elogiò il tiranno bielorusso Lukashenko, baciò la mano a Gheddafi e gli regalò motovedette e munizioni per sparare ai nostri pescherecci (a quando qualche bel missile ad alta precisione?). Ma c'è dittatore e dittatore: dipende. Per B. vale la regola di un vecchio spot del dentifricio Chlorodont: con quella bocca lui può dire ciò che vuole. Lui e i suoi. L'altro giorno ha così sintetizzato la sua concezione della democrazia: «Il dissenso dev'essere positivo, costruttivo. Non deve diventare quotidiano attacco all'immagine del governo, della maggioranza, del primo ministro». Il famoso dissenso-assenso. Quando Giorgia Meloni ha osato ipotizzare l'incandidabilità dei condannati, ha replicato: «Sono assolutamente d'accordo, ma a patto che il giudizio non lo dia una certa magistratura, ma un organo interno al nostro partito». Il partito auto-pulente. Quanto a Gheddafi, «ho chiesto perdono per quel che hanno fatto i nostri predecessori in Libia, così abbiamo trasformato il 30 agosto da festa della vendetta a festa dell'amicizia». Ecco cos'erano l'altro giorno le mitragliate italo-libiche sui pescatori italiani: i fuochi d'artificio della festa dell'amicizia. Stampa e tv di regime vigilano occhiute su questa impar condicio, disperdendo con gli idranti chi osa criticare il governo e minimizzando le sparate del governo. Ieri, sul solito Pompiere, il solito Pigi Cerchiobattista conciava per le feste il mite Nicola Zingaretti, reo di aver dichiarato che, grazie alla Gelmini, «la scuola italiana vive uno dei giorni più brutti del dopoguerra». Parole che Pigi, tutto spettinato, definisce «lessico apocalittico», «oltranzismo», «demagogia», «esasperazione», «grillismo di maniera», «invettive e insulti che ammorbano la politica italiana». Manca poco che chiami la forza pubblica. Silenzio invece sulla lucida difesa della Gelmini per la scuola statal-leghista di Adro: «Chi polemizza con il sindaco di Adro dovrebbe farlo per coerenza anche quando sono simboli della sinistra a entrare in classe». Si ignora quali simboli della sinistra abbia in mente la poveretta: probabilmente, i libri.

(15/9/2010)

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Pagina 436

Voce del verbo consolare

Secondo l'on. avv. Giuseppe Consolo, pregiato acquisto finiano, intervistato dal Pompiere della Sera, «in un Paese civile, al pari di quanto avviene in altri Paesi europei, sarebbe giusto uno scudo per il premier e i ministri». Non precisa, l'On. Avv., in quali «altri Paesi europei» vigerebbe questo «scudo», forse perché esso non esiste in alcun paese europeo, e nemmeno extraeuropeo. Ma questo buontempone del diritto, e soprattutto del rovescio, ha in serbo un'altra fraccata di balle da Guinness dei primati: «Berlusconi è stato raggiunto da cento processi» (falso: sono 17), «al termine della gran parte dei quali è stato assolto con formula piena» (falso: solo in due casi), «tranne qualche prescrizione» (falso: sono sette), «a cominciare dal famoso avviso di garanzia del '94» (falso: era un invito a comparire), «recapitato a Napoli» (falso: a Roma), «durante il G8» (falso: conferenza internazionale sulla corruzione), «per cui si è dovuto dimettere da premier» (falso: la Lega lo sfiduciò in polemica contro la riforma delle pensioni) «e che si è risolto in una bolla di sapone» (falso: assoluzione per «insufficienza probatoria» grazie alla falsa testimonianza prezzolata di Mills). Ora questo pallista da competizione propone un nuovo lodo Salvasilvio, il lodo Consolo appunto, da varare alla svelta «con legge ordinaria, perché una legge costituzionale ha tempi spaventosi»: «Serve a riaffermare che dev'essere non il magistrato, ma il parlamento a stabilire se un eventuale illecito commesso dal premier o dai ministri sia o meno un reato ministeriale». Domandina facile facile: se il «lodo» riafferma una cosa, vuol dire che essa è già affermata, e allora che bisogno c'è di riaffermarla? Ma qui l'articolo 96 della Costituzione afferma tutt'altro: i membri del governo, se commettono un reato che il giudice ritiene connesso con le loro funzioni, vengono giudicati dal Tribunale dei ministri, sezione distaccata di quello ordinario, previa autorizzazione del parlamento. Il lodo Consolo invece afferma che il parlamento può «sottrarre almeno all'inizio al giudizio del magistrato ordinario» tutti i delitti commessi da membri del governo, con «una sorta di autorizzazione a procedere limitata ai ministri» (l'esatto contrario di quanto prevede l'articolo 96, secondo cui i ministri vengono comunque processati per i reati comuni senz'alcuna autorizzazione preventiva). In pratica spiega il giureconsulto spetterà al parlamento decidere quali reati sono ministeriali e quali no. E aggiunge che le Camere potrebbero ritenere ministeriale «persino la violenza carnale commessa da un ministro nei confronti di un suo dipendente» e bloccare il processo. Com'è noto, infatti, rientra nelle funzioni dei ministri violentare le loro dipendenti (di qui forse l'espressione «membri del governo»). Resta da capire che c'entrino i processi a B.: la mazzetta a Mills risale al 1999, quando B. era capo dell'opposizione, e non c'entra nulla con la politica; i fondi neri di Mediaset vanno dagli anni Novanta al 2002 e quelli Mediatrade comprendono il periodo successivo, durante il quale B. è stato sia al governo sia all'opposizione, ma né Mediaset né Mediatrade hanno alcuna attinenza col governo o col Pdl, a meno che Consolo non arrivi a sostenere che le funzioni ministeriali comprendono pure le frodi fiscali, i falsi in bilancio e le appropriazioni indebite. Come pensa questo «simpatico dottor Stranamore» (per citare il suo leader) di applicare il suo lodo ai processi a B.? Semplice: facendo una legge e violandola subito dopo. Consolo è lo stesso personaggio che dieci anni fa rinunciò a una cattedra all'Università di Cagliari quando si scopri che al concorso aveva presentato due saggi a sua firma scopiazzati per pagine e pagine da manuali e riviste altrui (al processo penale fu condannato in primo grado e assolto in appello). Nel maggio scorso, poi, si scagliò in piena camera contro i vigili di Roma, rei di perseguitare a suon di multe i parlamentari (lui compreso) che violano il codice della strada, il che denota «un atteggiamento pretestuoso». Uno lo sente parlare e subito si domanda che differenza c'è tra un finiano e un berlusconiano.

(19/9/2010)

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Indegnità di servizio

Gent. Sig. Presidente della Repubblica, apprendiamo con sollievo la Sua decisione di revocare a Calisto Tanzi il Cavalierato al Merito del Lavoro «per indegnità», in quanto reo confesso di gravissimi reati finanziari. Il sollievo deriva sia dal merito della decisione, sia dalla ricomparsa di valori che parevano caduti ormai in desuetudine: dignità, onorabilità, rispettabilità, reputazione. «Finalmente!», verrebbe da esclamare, visto che il crac Parmalat da 15 miliardi sta per compiere sei anni. Meglio tardi che mai. Apprendiamo poi con curiosità che la revoca è stata proposta dal ministro dello Sviluppo economico: deve trattarsi, se non andiamo errati, di un altro Cavaliere del Lavoro, comunemente noto appunto come «il Cavaliere», anche se la sua dimestichezza con i cavalli è decisamente più incerta di quella con gli stallieri. Ecco, il fatto che B. ritenga «indegno» Calisto Tanzi (peraltro mai giudicato colpevole in Cassazione) ci ha messi parecchio di buonumore. Perché è vero che l'ex cavalier Tanzi ne ha combinate di tutti i colori. Ma anche il cavalier B. non si è certo risparmiato. Un breve curriculum del personaggio potrà aiutarci a fissare più precisamente i confini della dignità e dunque dell'indegnità. Il soggetto in questione soffiò la sua prima villa a un'orfana minorenne pagandola una miseria, poi vi ospitò per due anni almeno un mafioso (e, se Dell'Utri sarà condannato anche in Cassazione, potremo dire che ne ospitò almeno due); fece carriera grazie alla loggia P2, alle cui sirene era molto sensibile il presidente Giovanni Leone che nel '77 gli conferì il Cavalierato del Lavoro; negli anni Ottanta comprò Craxi, pagandolo almeno 23 miliardi, in cambio di leggi e decreti ad personam, dai salva-tv alla Mammì; e finanziò l'avvocato Previti perché comprasse giudici e sentenze; è giudiziariamente provato (in Cassazione) che è grazie a una sentenza comprata con soldi suoi che sottrasse la Mondadori a un concorrente; ed è giudiziariamente provato che il teste Mills fu corrotto da B. per testimoniare il falso sulle tangenti Fininvest alla Guardia di Finanza e sui fondi neri All Iberian, dunque, se Mills avesse detto la verità, B. sarebbe stato definitivamente condannato e oggi sconterebbe quella e altre successive pene nelle patrie galere. Mi fermo ai fatti ormai irrevocabilmente accertati, senza tediarLa con altre gravi vicende (per esempio le ultime rivelazioni, con documenti originali, del figlio e della vedova di Vito Ciancimino sugli investimenti di quest'ultimo nelle società del nostro negli anni Settanta) e senza rammentarle le 39 leggi vergogna che Lei ben conosce, avendo promulgato le ultime otto. La domanda, ora, è semplice: che deve fare di più e di peggio un imprenditore, che nel nostro caso è pure un politico, per vedersi revocare il Cavalierato del Lavoro per manifesta «indegnità»? Insomma che aspetta, signor Presidente, a tirar giù il sedicente Cavaliere dal suo inesistente cavallo?

P.S. Perdoni l'ardire, signor Presidente. Ma sempre in tema di indegnità e di revoche, le sottoponiamo sommessamente anche il caso di Giulio Andreotti, sette volte presidente del consiglio e una ventina di volte ministro, giudicato mafioso fino al 1980 da una sentenza di Cassazione e nominato nel 1990 senatore a vita da Francesco Cossiga, altra preclara figura. Di recente l'Andreotti ha dichiarato in tv, col ghigno di un vecchio sciacallo malvissuto, che Giorgio Ambrosoli la morte per mano della mafia «se l'andava cercando». Come del resto Falcone, Borsellino, Dalla Chiesa, La Torre, Mattarella e altre centinaia di galantuomini che, se avessero fatto come Andreotti, si sarebbero iscritti alla mafia e oggi sarebbero vivi, anzi senatori a vita. Ecco, signor Presidente: non crede che sia giunto il momento di revocare il laticlavio a questo figuro per «indegnità» o almeno di invitarlo in via riservata a non mettere mai più piede in parlamento per tutelare la dignità delle istituzioni? In attesa di un cortese riscontro, porgiamo distinti saluti.

(22/9/2010)

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Pd, Partito Desaparecido

Il 3 agosto «Il Fatto» apriva con il titolo C'è vita nel Pd?. Due settimane dopo, rientrati con comodo dalle ferie, i dirigenti del «principale partito di opposizione» annunciavano sfracelli per la ripresa. Il segretario Bersani parlò di «una campagna porta a porta, la più grande mobilitazione che un partito abbia mai promosso», per «raggiungere il più alto numero di italiani casa per casa e lanciare la nostra proposta di governo». Siamo al 28 settembre e nulla di tutto questo è avvenuto, né se ne intravede la benché minima avvisaglia. A meno che la più grande mobilitazione che un partito abbia mai promosso non sia l'ennesima batracomiomachia fra dalemiani e veltroniani, su un copione che si ripete da una quarantina d'anni, dai tempi della Fgci. Nel qual caso sì, le avvisaglie si vedono, purtroppo. Veltroni ha inviato una lettera al «Corriere», Bersani ha inviato una lettera a «Repubblica», allora anche Veltroni ha inviato lettera a «Repubblica», poi ciascuno ha presentato la sua mozione e raccolto le sue firme. Così tutti hanno capito che, nel momento della più drammatica crisi mai vista nel centrodestra, il Pd ha deciso di rispondere con una bella rissa, anche se nessuno ha ancora capito bene su che cosa stia litigando (a parte gli onanismi sul «papa straniero»). Intanto il Pd è entrato nella giunta siciliana Lombardo IV, sostenendo un governatore indagato per mafia: lo stesso che tre anni fa la capogruppo Pd al senato Anna Finocchiaro, candidata contro di lui, definì «temibilissimo perché ha costruito un sistema di potere clientelare spaventoso che ha riportato la Sicilia al Medioevo». A Milano, come candidato sindaco, il Pd ha scelto l'archistar Stefano Boeri, ottima persona ma pure stretto collaboratore di Salvatore Ligresti e artefice di opere faraoniche alla Maddalena targate Protezione civile e a prezzi raddoppiati per il celebre G8 fantasma. Un sondaggio di Mannheimer dimostra che il 30% degli elettori del Pd vuole l'alleanza con Di Pietro e il 28% anche con la sinistra radicale, ma i vertici del partito continuano a inseguire l'Udc di Casini, o quel che ne resta dopo la fuga verso B. dell'azionista di maggioranza, Totò Cuffaro. La mozione di sfiducia al premier, più volte ventilata, risulta non pervenuta. Così come le regole per le primarie in caso di elezioni, anche perché i sondaggi danno in testa Vendola (capo di un partito che alle ultime elezioni non raggiunse nemmeno il 4%) su Bersani (capo di un partito che due anni fa prese il 27% e ora naviga intorno al 24). Ma nessuno si domanda il perché: se gli elettori non gradiscono l'attuale gruppo dirigente, è colpa degli elettori, non del gruppo dirigente. L'idea di lanciare un candidato nuovo, possibilmente vivente e contemporaneo, è scartata a priori. Il meglio che si riesce a immaginare è Sergio Chiamparino (62 anni, in politica da 40), da dieci anni sindaco di Torino, il comune più indebitato d'Italia e la città più inquinata d'Europa dopo Plovdiv in Bulgaria (ma non si esclude di candidare direttamente il sindaco di Plovdiv). Occasioni d'oro per la «grande mobilitazione» ne fioccano al ritmo di una dozzina al giorno: dal massacro politico-mediatico di Fini al vergognoso voto salva-Cosentino, dallo scandalo quotidiano della Rai al fallimento del miracolo della monnezza in Campania. Ma su Fini il Pd balbetta. Su Cosentino non può che balbettare, avendo votato nello stesso modo per salvare D'Alema e Latorre dalle intercettazioni Unipol-Bnl. Sulla Rai non sa che dire, anche perché la parola «conflitto d'interessi» suona fessa in bocca a chi per tre volte poteva risolverlo e per tre volte non ci pensò neppure. E su Napoli il Pd ribalbetta, non avendo rimosso per tempo i corresponsabili dello sfascio, da Bassolino alla Jervolino. Occorrerebbe un leader che, negli ultimi 15 anni di suicidio del centrosinistra, non c'era e dunque possa riprendere in mano quelle questioni cruciali senza sentirsi rinfacciare il passato. Ma forse questo Mister X, se c'è, fa la seconda elementare.

(28/9/2010)

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