Autore Fernanda Trías
Titolo Melma rosa
EdizioneSUR, Roma, 2022, n. 65 , pag. 240, cop.fle., dim. 14x21,5x1,8 cm , Isbn 978-88-6998-309-2
OriginaleMugre rosa [2020]
TraduttoreMassimiliano Bonatto
LettoreElisabetta Cavalli, 2022
Classe narrativa uruguayana












 

| << |  <  |  >  | >> |

Pagina 10

Nei giorni di nebbia il porto diventava una palude. Un'ombra attraversava la piazza, si insinuava tra gli alberi e lasciava le lunghe impronte delle sue dita su ogni cosa che toccava. Sotto la superficie intatta, una muffa silenziosa solcava il legno; la ruggine perforava il metallo. Tutto marciva: anche noi. Se non ero con Mauro, nei giorni di nebbia uscivo a fare un giro da sola per il quartiere. Mi lasciavo guidare dall'insegna luminosa dell'hotel che sfarfallava in lontananza: HOTE A ACIO. Mancavano sempre le stesse lettere, anche se ormai non era più un hotel ma uno dei tanti edifici occupati della città.

| << |  <  |  >  | >> |

Pagina 16

I pochi taxi che circolavano sulla rambla avanzavano piano, con i finestrini alzati. Andavano in cerca di qualche urgenza, di qualche disgraziato svenuto in mezzo alla strada, che poi scaricavano all'entrata del Policlinico. Valeva la pena rischiare. La Sanità Pubblica pagava la corsa e copriva la tariffa di viaggio insalubre. Feci segno a un taxi che tirò dritto con un colpo di clacson. Mi tolsi lo zaino e lo appoggiai a terra. Era pieno di libri. L'epidemia ci aveva restituito una situazione che anni prima sembrava irreversibile: un paese di lettori, sepolto lontano dal mare, i ricchi nelle tenute o nelle ville in collina, i poveri stipati nelle città dell'entroterra, le stesse di cui prima ci prendevamo gioco perché erano vuote, grette, ottuse.

Dopo che altri due taxi mi passarono davanti, fu la volta buona. Appena il tassista mi salutò, capii che tipo era. Uno di quelli che si credono padroni di una verità profonda, la verità della strada.

«Con quello zaino dai nell'occhio», disse.

«Non ci troveranno granché».

Sistemai lo zaino sul sedile e gli diedi l'indirizzo di mia madre. Dal finestrino vidi il tempio massonico, dall'altra parte della rambla, sbiadito dietro il sudicio sipario della nebbia.

«Los Pozos. Abiti lì?»

«Vado a trovare una persona».

Si vantò di conoscere bene il quartiere. Aveva trascorso l'infanzia nella zona, a casa della nonna. Anch'io, gli dissi, anche se non era vero. Dopo l'evacuazione, mia madre aveva deciso di trasferirsi in una delle ville abbandonate di Los Pozos. I proprietari le affittavano per due soldi pur di tenerle in vita, con l'orgoglio tipico degli aristocratici decaduti. Volevano i giardini curati, le finestre non sbarrate, le stanze libere dai vagabondi. Era quel passato glorioso a dare sicurezza a mia madre, non la distanza che aveva messo tra lei e le alghe. Si fidava ciecamente dei materiali nobili e forse aveva pensato che la contaminazione non avrebbe oltrepassato una buona parete, solida e silenziosa, un soffitto ben costruito, senza fessure in cui il vento potesse insinuarsi. Le acque del torrente erano meno inquinate di quelle della rambla, ma un odore pestilenziale, un misto di immondizia, fango e liquami, soffocava il quartiere.

| << |  <  |  >  | >> |

Pagina 22

L'epidemia aveva avuto l'effetto di riconciliarci. Fino a poco tempo prima non riuscivamo a passare nemmeno cinque minuti nella stessa stanza. Le sue domande a doppio senso, le sue battaglie piene di buone intenzioni per indirizzare la mia vita. Non è possibile desiderare così tanto il bene di un'altra persona: è una cosa mostruosa, perfino aggressiva. Appena un anno prima, qualunque commento su Max mi avrebbe fatto uscire di casa sbattendo la porta. Come un vento che dissotterra ossa sparse e rinsecchite, l'epidemia ci aveva avvicinate, fosse anche solo su quel terreno spoglio.

Eppure le mentii. Avevo già i soldi per andarmene. Ne avevo più di chiunque altro al porto. Avevo così tanti soldi da poterci infarcire dei panini, sfamare Mauro con lattuga di carta. Ma nemmeno io, al pari dei pescatori, ero capace di immaginarmi altrove.

«Non sono venuta per parlare di questo», dissi. «Raccontami di te. Come va la vita in questo pozzo?»

| << |  <  |  >  | >> |

Pagina 24

Ramón Valdivia era il proprietario dell'unico minimarket di Los Pozos, il nostro vincolo con le genti robuste e floride dell'entroterra, una specie di anello di congiunzione tra la vita e noi.

«Avrà l'influenza», dissi. «Quell'uomo non dorme mai».

«E laggiù ha due nuovi nipotini. Della figlia minore. Li mantiene tutti lui».

«Quelli dell'interno non fanno che riprodursi».

Per Valdivia gli affari erano sempre più difficili. Non soltanto a causa della concorrenza illegale, i venditori ambulanti che montavano un chiosco a ogni davanzale, ma anche perché sempre più persone emigravano nelle città dell'interno. All'improvviso si spaventavano per qualcosa: un parente che finiva in quarantena al Policlinico, l'allarme che li sorprendeva in strada e li costringeva ad affrettarsi; d'un tratto erano davvero consapevoli dell'esistenza del vento rosso, non soltanto dell'idea, ma della sua imminenza. Perché se non c'eri passato non potevi immaginare l'odore nauseabondo, il caldo repentino, l'acqua del fiume che si gonfiava come un polipo e la spuma ocra, tinta dalle alghe. Il paesaggio si trasformava in un attimo: l'allarme ruggiva, assordante, dagli edifici spuntavano mani che chiudevano veloci le finestre, i pescatori levavano le tende. Quelli dell'interno osservavano il fenomeno alla televisione, vedevano aumentare le cifre degli infetti temendo che un giorno tutta quella gente si sarebbe trasferita nelle loro città pulite e sicure.

| << |  <  |  >  | >> |

Pagina 68

Mauro era tornato da dieci giorni e l'allarme suonava quotidianamente. Era un fenomeno - un altro fenomeno - che chiamavano il Principe. Oggi posso dire che quello fu un inizio, ma allora credevo si trattasse di un finale. Pensavo che a finire fosse la mia relazione con Max. Il problema è che gli inizi e i finali si sovrappongono, tu credi che qualcosa stia finendo e invece è qualcos'altro che comincia. come guardare il movimento delle nubi: cambiano forma man mano che avanzano, ma se non distogliamo lo sguardo vedremo che la forma rimane simile, quel soffice coniglio è sempre un coniglio, un po' più grosso, con le orecchie più corte, il musetto sfumato; magari comincia a sgranarsi, perde la coda, perde un po' di pelo, ma riusciamo ancora a vederlo. Invece, basta guardare un istante da un'altra parte per non trovare poi nemmeno più i resti del coniglio, ma appena un ammasso di nubi al suo posto.

Adesso, per esempio, ho di fronte un inizio o un finale? simile a una lunga pausa, a un tempo sospeso.

Il punto è che non ero ancora in grado di tranquillizzare Mauro. Di notte si alzava e frugava ovunque; ruppe un flacone di shampoo, aveva un'ansia sfrenata. Avevo già avvertito la madre: Mauro pativa sempre di più il cambiamento, l'adattarsi alla reclusione. Nonostante i filtri, dopo tanti giorni con le finestre chiuse l'aria della casa era viziata. Il canale delle notizie non faceva che trasmettere le disgrazie portate dal Principe. Quaranta casi di infezione nell'ultima settimana: il doppio dei mesi precedenti. Il vento poteva insinuarsi nelle fessure più sottili e capitava che qualcuno si svegliasse dentro un turbine pungente e acido. Il quarto o quinto giorno la pelle cominciava a squamarsi. All'inizio i sintomi erano simili a un'influenza: tosse, debolezza, malessere generale. Era tutto quello che sapevamo, al di là delle voci. La televisione non parlava di gente rimasta con la carne viva, di bambini o anziani che perdevano la pelle al minimo strofinio della tela di una camicia. Se presenti uno dei seguenti sintomi, rivolgiti immediatamente al Policlinico. L'avviso scorreva nella parte inferiore dello schermo. Non dimenticare la mascherina. Girava come i nastri magnetici degli aeroporti. Questo è un messaggio del Ministero della Salute. Ogni vita è unica.

La madre di Mauro mi aveva chiesto di chiamare il medico in caso di emergenza, loro sarebbero arrivati per farlo ricoverare in una clinica esclusiva. La migliore, disse, esclusiva, e mi parve quasi imbarazzata. Poi mi diede parecchie banconote. Aveva la mano morbida, ma di una morbidezza imposta, non rappresentativa dell'età. Erano passati dieci giorni e non avevo ancora chiamato la clinica esclusiva. Avevo paura di pensare a cosa gli avrebbero fatto nel vederlo così, nervoso e aggressivo. Chi non sarebbe stato nervoso? L'allarme non smetteva mai di suonare e il vento faceva vibrare le finestre. Non me l'avevano detto, però mi pagavano per tenere i medici, le iniezioni, i sedativi e la forza bruta lontano da lui.

Alla tv dicevano che la contaminazione si era diffusa, ma non chiarivano dove. Aiutaci a evitare gli assembramenti! Non recarti al Policlinico a meno che tu non sia malato. L'avviso scorreva ancora, come un nastro infinito, e alla fine te ne dimenticavi. Contribuisci alla salute di tutti. Ogni vita è unica. Quanto spazio restava per la mia via di fuga? Le alghe mi circondavano e io non sapevo nemmeno in che unità misurare quello spazio. In mesi? In raffiche di vento? In visite a Max?

| << |  <  |  >  | >> |

Pagina 95

La sera io e Mauro guardammo la televisione fino a tardi. C'era una replica del telegiornale di mezzogiorno: immagini di folle agitate, che indossavano mascherine chirurgiche o respiratorie. Per la prima volta il vento era penetrato in una città dell'entroterra.

«Abbiamo venduto tutto per venire qui», piangeva una donna davanti alla telecamera. «E adesso questo».

«Ci spingeranno verso nord finché non cadremo fuori dal paese», disse un altro.

La gente si accodava nei supermercati e nelle stazioni di servizio. Non c'era più acqua, non c'erano più pastiglie per la depurazione; gli scaffali dei supermercati erano sguarniti, tranne per i vasetti di Carnepiù, impilati dentro enormi frigoriferi. Adesso avrebbero saputo cosa si prova. Il naso perennemente impregnato di quell'odore, la consistenza sabbiosa che ti consuma la lingua. Carnepiù era il prodotto di punta del nuovo stabilimento e quando era possibile la gente dell'interno lo evitava. L'alimento dei sogni: venti grammi di proteine a porzione, in un minuscolo vasetto di plastica. La nuova fabbrica era una bocca spalancata che sputava melma rosa, i vasetti scivolavano sulla lingua trasportatrice e ci cadevano in grembo, magnifici nel loro perfetto design. Tutti odiavamo la nuova fabbrica, ma ne eravamo dipendenti e quindi dovevamo esserle grati. Una madre buona, che provvede. Eppure eccoci lì, soffocati dalla rabbia, come una manciata di adolescenti che odia i genitori, pur dovendo loro la vita. Io ti ho messo al mondo, diceva mia madre, io ti ho dato la vita, e immediatamente mi vedevo gravata da un debito gigantesco, un invisibile sacco di monete di cui avrei dovuto sopportare il peso per sempre. così che nasciamo: come un coagulo di carne, boccheggianti per un po' di ossigeno; un grumo di melma rosa che, una volta espulso, non ha altra scelta se non avvinghiarsi a un altro corpo, il corpo della madre, mordere forte la tetta della vita. Invece no. Sono ingiusta. Non tutti i figli odiano la mano che li protegge e riempie di piaghe la loro pelle. Alcuni no. Ne ho conosciuti molti. E quindi immagino ci fosse anche chi adorava lo stabilimento nazionale, chi si sentiva orgoglioso e gli perdonava ogni cosa.

Nessuno poteva sapere se il Principe sarebbe stato un fenomeno passeggero. Un panel di esperti discuteva nello studio televisivo.

| << |  <  |  >  | >> |

Pagina 165

Fu il temporale peggiore dall'inizio del vento. Due alberi caddero sulla piazza. Il vento ululò tutta la notte. Sembrava volesse sradicare le pareti. Per un attimo credetti che l'intero palazzo stesse tremando. Immaginai il peggio e al tempo stesso mi sembrò giusto, ero sollevata al pensiero che tutto stesse per finire. Immaginai un buco sotto le macerie, una grotta dove non avrei sentito il vento e la nebbia non sarebbe entrata: così doveva essere il riposo. Al nostro risveglio le linee telefoniche erano interrotte. Il portavoce dello stato assicurava che i tecnici stavano lavorando per riallacciarle. I telefoni erano fuori uso anche nell'entroterra. La torre centrale era in città e, come diceva il notiziario, era stata gravemente danneggiata dal vento rosso.

Quando quella mattina aprii le finestre per ventilare, entrò soltanto un'aria rancida che mi costrinse a richiuderle quasi subito per bloccare la nausea. Accesi la tv e cercai il telegiornale delle dieci. Parlavano del Principe, della quantità di antenne e alberi abbattuti, ma nessuno diceva niente dell'incendio né dell'odore nauseabondo emanato dalla nebbia. Fu soltanto a mezzogiorno che sospesero le trasmissioni, quando il ministro apparve a reti unificate davanti a uno sciame di giornalisti e microfoni. Disse: sinistro, contrattempo, congiuntura e, come in una specie di allucinazione, lo ascoltammo annunciare l'impossibile: l'incendio del nuovo stabilimento. Dal pubblico si alzò un mormorio e i giornalisti starnazzarono come uccelli impazziti, sbattendo uno contro l'altro. Sventolavano fogli e registratori. L'incendio era scoppiato verso le undici del giorno precedente, disse il ministro. Sfoggiò un vocabolario di parole approvate e inoffensive, di termini tecnici, ma con poca convinzione. Ormai avevamo visto tutti la fuliggine, eravamo scivolati su quella patina scura e avevamo aspirato i fumi tossici, e adesso ci dicevano pure che lo stabilimento nazionale nuovo di zecca era ridotto a un mucchio di cenere. L'odore nauseabondo proveniva da lì, dagli animali e dagli additivi chimici carbonizzati, dalle vasche bruciate come vecchie pentole di alluminio. Il ministro era rattrappito sulla sedia come uva passa e a malapena alzava la testa per affrontare le telecamere. Disse: non sono state registrate vittime. Parlava con lo sconforto di un bambino che non trova più i genitori, e in effetti l'incendio dello stabilimento ci aveva per certi versi resi tutti orfani. Pensai agli animali: nessuno li avrebbe considerati delle vittime. Erano scampati alla melma rosa ma non al fuoco. Scherzi del destino.

Da più di ventiquattro ore l'incendio corrodeva le viscere d'acciaio della fabbrica, poiché il lavoro dei pompieri era stato interrotto dal temporale. Era impossibile uscire con tutto quel veleno nell'aria. Fuori, gli elicotteri dell'esercito sorvolavano la rambla. I pronto soccorsi erano intasati di malati respiratori. Quel giorno passai ore e ore davanti alla televisione. Era curioso vedere il panico uniformare i volti - gli occhi spalancati che strappavano la membrana sottile delle palpebre, le guance incavate - e dare a tutti un'aria familiare. Che cosa faremo? La domanda era ripetuta come un'invocazione e i giornalisti ci misero molto a trovare un esperto che si appellasse alla calma regalandoci il balsamo di una parola ingannevole. Ogni volta che parlavano del Policlinico, il mio cuore strattonava come un motore ingolfato. Forse era quello l'unico segno che fossi ancora viva, il desiderio di Max che resisteva alla morte, più letale di qualunque batterio. Parlavano di qualità dell'aria, di evacuare i malati, ma negli ospedali dell'interno non li volevano ricevere. Nessuno nominava i malati cronici.

Mauro non era ancora uscito dalla sua stanza. Non era in punizione; avevo capito da tempo quanto fosse inutile castigarlo per quello che faceva la malattia. Cosa aveva da imparare? Dominato dalla genetica, innocente come un coniglio. L'impulso era per lui quel pozzo senza fondo, quella forza centrifuga che risucchiava ogni cosa, perfino lui stesso.

| << |  <  |  >  | >> |

Pagina 185

Penso ai giorni venuti dopo il primo vento rosso, al panico, all'incertezza. Le chiamate degli amici che ripetevano le stesse teorie contraddittorie, ognuno aggrappato alla propria verità, con cui giustificavano la decisione di andarsene: la vita che vale la pena vivere, il corpo di cui vale la pena prendersi cura. L'elenco disperato di ragioni. A che pro? Meglio vivere come un topo che non vivere affatto. Era ridicolo che tutti credessero fosse necessario avere delle ragioni. Incapaci di accettare che vivevamo per puro capriccio, forse per inerzia. E perché dovevano dirlo a me? Nessuno pretendeva ragioni da loro, ma tutti telefonavano per offrirne, soppesando strategie, spolverando vecchi concetti sull'istinto di sopravvivenza e la conservazione della specie. Mi telefonavano perché convalidassi quelle ragioni, perché incoraggiassi la logica della vita a qualunque prezzo. E davanti al mio disinteresse, che sfiorava l'indifferenza, si ostinavano a farmi cambiare idea mostrandomi il lato positivo delle cose, come salvatori di anime. Dopodiché, il fallimento li riempiva di un rancore così istantaneo che evidentemente era sempre stato lì; e mi davano la colpa di tutto, perfino delle loro disgrazie.


Il peggio arrivò qualche settimana dopo il disastroso funerale dei sommozzatori.

| << |  <  |  >  | >> |

Pagina 193

così che finisce tutto? Un finale è soltanto la constatazione che qualcos'altro è cominciato. Io mi rifiutavo di vedere quel nuovo inizio, allo stesso modo in cui, da sempre, avevo rifiutato tutti gli inizi. Mi rifiutavo di prendere i soldi dalla cassaforte e abbandonare la città; mi rifiutavo di avverare la falsa fantasia in cui salvavo mia madre e fuggivo con lei in Brasile. E nella falsa fantasia mia madre mi ringraziava; se non fosse per te, sentivo che mi diceva, e poi a mia cugina Cecilia, alla maestra, a tutti: se non fosse per lei, mia figlia... Era stupido, esattamente come l'illusione degli elicotteri giocattolo, perché quanto ci avrebbero messo le alghe ad arrivare anche laggiù? Anche se fossi riuscita a ottenere i certificati sanitari per uscire dal paese. Ci univa lo stesso mare avvelenato. Quindi che fare? Uscire dal labirinto è più facile da sopra. Lo diceva Max. Mia madre diceva: sei tu a costruirti i tuoi labirinti senza uscita.

| << |  <  |  >  | >> |

Pagina 213

Tutto ha un confine: anche l'oceano è circondato dai continenti.

Un confine è la frontiera di sé stesso?

Un confine è l'inizio di un altro confine.

E quale sarebbe il confine della distanza?

Il punto più vicino tra due cose.

E il confine della mente?

L'oblio.

| << |  <  |