Copertina
Autore Pablo Tusset
Titolo Il meglio che possa capitare a una brioche
EdizioneFeltrinelli, Milano, 2002, I Canguri , pag. 312, dim. 140x220x23 mm , Isbn 978-88-07-70145-0
OriginaleLo mejor que le puede pasar a un cruasan
EdizioneLengua de Trapo, Madrid, 2001
TraduttoreTiziana Gibilisco
LettoreGiulia di Stefano, 2002
Classe narrativa spagnola
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Pagina 7 [ inizio libro ]

1.
LA CONFRATERNITA DELLA LUCE



Il meglio che possa capitare a una brioche è di essere imburrata: questo ho pensato, mentre ne spalmavo una tagliata a metà con margarina vegetale in offerta, me lo ricordo bene. Come mi ricordo che stavo per affondarci i denti quando è suonato il telefono.

Ho addentato, pur sapendo che avrei dovuto rispondere con la bocca piena:

"Siiì?".

"Ci sei?"

"No, sono uscito. Lascia un messaggio dopo il segnale e non rompere: biiiiiiiiiip.'

"Non fare l'idiota. Cosa stai masticando?"

"Sto facendo colazione."

"All'una?"

"Stanotte ho fatto tardi. Cosa vuoi?"

"Che passi in ufficio. Ho delle novità."

"Vai a cagare, non mi piacciono i misteri."

"E a me non piace parlare al telefono. Ci sono dei soldi. Posso aspettarti per mezz'ora, non un minuto di più."

Ha riagganciato e io ho continuato a mangiare la brioche, mentre decidevo se farmi una doccia, radermi o sedermi a fumare la prima Ducados della giornata. Ho deciso di fumare mentre mi facevo la barba; purché nessuno si avvicinasse troppo, la doccia poteva anche aspettare, mentre con la barba di tre giorni sembro un barbone anche da lontano. Ma i problemi sono cominciati subito: avevo fìnito il caffè e le camicie pulite, ho buttato in aria mezzo salotto per trovare le chiavi e quello stronzo di sole mi ha colpito dritto in faccia appena ho messo piede fuori casa. Nonostante ciò, non ho fatto una piega e sono riuscito ad arrivare al bar di Luigi.

Sono entrato con passo deciso:

"Luigi, fammi un caffè macchiato. E mettimi via un paio di brioche avanzate, che mi sono appena mangiato l'ultima. A proposito, le mandi in palestra? Se ti diventasse l'uccello duro come le brioche sai che figo saresti?".

"Sentimi bene, se le vuoi fresche, le paghi a prezzo pieno, altrimenti cazzi tuoi e mangi quello che ti do. Chiaro?"

"Mmm..., forse non ho afferrato bene come funziona. Quando poi vengo a pagare il caffè me lo spieghi con calma. E dammi anche un pacchetto di Ducados, per piacere."

"Senti, ma com'è che non ti mando subito 'affanculo?"

"Perché quando sono in grana ci lascio sempre un paio di bigliettoni in questa bettola di merda."

"E quando invece no, devo farti credito anche per le sigarette... Ah, prima che mi dimentichi: ieri la Fina è passata a cercarti. Dice di chiamarla. Ehi, ma tu la Fina te la scopi o no? Ha due tettazze..."

"Finirai dritto all'inferno, come adultero."

Il sole continuava imperterrito a spaccare le palle alla gente, ma sono uscito lo stesso dal bar e ho percorso i due isolati che mi separavano dall'ingresso dell'ufficio cercando di camminare sui marciapiedi all'ombra.

Più di trenta gradini dopo mi trovavo davanti alla porta di Miralles & Miralles, Consulenti Finanziari. Il secondo Miralles sono io. Il primogenito doveva essere dentro; ben rasato, profumato e incravattato dalle sette del mattino. Ho rivolto un 'ciao' collettivo a tutta la combriccola e ho riservato per la Maria uno speciale "come va?". "Lo vedi anche tu, tesoro, in guerra con i telefoni... Uh, come sei ingrassato..." " perché mi curo. Cerco di mangiare molti grassi e di non fare tanto moto."

Ho notato che negli uffici in fondo c'erano due coppie di clienti e ho deciso di non fare troppo casino con il resto degli impiegati. Solo il Pumares, che girava tra le scrivanie, mi ha salutato sollevando un sopracciglio. Ho ricambiato e mi sono diretto verso l'ufficio di Miralles The First. Mi aveva già visto arrivare, attraverso le vetrate. difficile coglierlo di sorpresa.

"Vediamo se ti decidi ad accendere l'aria condizionata, che i tuoi impiegati stanno boccheggiando" ho fatto io appena entrato, caso mai il mio Meraviglioso Fratello avesse in mente di accogliermi in malo modo.

"Saranno i postumi della sbronza a farti venire le vampate."

"Se non mi fregassi con i conti, allora si che potrei sbronzarmi."

"Meglio così. Ho un incarico per te."

"Credevo che te la cavassi bene da solo."

"Qualcuno dovrà pure portare fuori la spazzatura e tu sei sempre stato il migliore."

"Stai per divorziare? Cambi casa?"

"Se non ti dispiace, rido più tardi. Ho bisogno che tu faccia una piccola indagine."

"Immagino che mi darai degli indizi. Per esempio: la cosa che devo trovare è blu?"

"Sto cercando il proprietario di una casa..., una vecchia costruzione a Les Corts. Cinquanta testoni se me lo scovi entro lunedì."

Una cosa era certa: se The First era pronto a scucire cinquanta bigliettoni per un nome, l'informazione gli avrebbe sicuramente fruttato un affare di diversi milioni. Non doveva essere niente di illegale - The First non fa mai niente d'illegale - ma puzzava di bruciato a dieci chilometri di distanza: la parte lesa doveva essere un pensionato, un orfanello, l'ultima foca monaca del Mediterraneo.

Ho cercato di spremerlo un po', la coscienza sporca ha il suo prezzo:

"Vedi, in questi giorni sono molto impegnato".

"Ti stai facendo crescere le sopraccigha? Cinquantamila per un nome e un cognome, non una peseta di più. Chiaro?"

Lo stesso ultimatum nel giro di mezz'ora. Vita di merda.

"Mi serve un anticipo."

"Il dieci ti ho dato i soldi dell'affitto: non dirmi che ti sei bevuto centocinquantamila pesetas..."

"Ho comprato anche il giornale e un tubetto di dentifricio. Voglio venticinquemila adesso."

"Quindicimila."

Bah. Gli ho fatto cenno che mi accontentavo. Si è spinto indietro, sulla poltrona girevole, e ha tirato fuori i soldi dal cassetto della scrivania. Quindici bigliettoni erano molto più di quello che speravo di scroccare quel giorno. Ho cominciato a fantasticare su come li avrei investiti, mentre Miralles The First metteva insieme la cifra pattuita in banconote da cinquecento. A parte il fisico scolpito nella palestra più fighetta del quartiere e l'abito firmato da qualche buzzurro megagalattico, era spiccicato all'avaro di Dickens.

Ho fatto il giro della scrivania e mi sono piazzato vicino a lui per raccogliere i bigliettoni.

"Grazie, fratellino" ho esclamato, cercando di scandire bene le parole.

"Ti ho detto mille volte di non chiamarmi 'fratellino'."

"Credi che a me piaccia? Lo faccio solo per darti sui nervi."

Con aria schifata, mi ha allungato un post-it con l'indirizzo:

"E fatti una doccia. Puzzi".

Ho raggiunto la porta, prima di rispondere:

" il tanfo dei Miralles, fratellino: anche tu ce l'hai addosso".

Sono uscito il più rapidamente possibile, per lasciarlo a bollire di rabbia nel suo completo firmato Nicola Puzzardi. Ho sentito che borbottava qualcosa, ma mi sono lasciato la sua voce alle spalle.

Uno a zero per me. E quindicimila in tasca.

La prossima mossa era passare al supermercato per fare provviste. Avevo voglia di strafogarmi una marmitta di spaghetti annegati nella panna, e naturalmente dovevo comprare un pezzo di burro vero, per spalmare le brioche di Luigi. Per questo sarebbero bastate mille pesetas; con il resto, fino ad arrivare alle prime cinquemila, ci avrei comprato patate, uova, maiale agli ormoni e vitello con l'encefalopatia spongiforme. Altri cinque bigliettoni li avrei lasciati questa sera nel bar di Luigi; togliendo quello che gli dovevo me ne restavano da bere solo più o meno quattro, ma ubriacarsi nel bar di Luigi con quella cifra è ragionevolmente possibile, molto più che in qualunque altra bettola del quartiere con cinque pezzi interi (e questo senza contare che da Luigi si possono sempre lasciare da pagare le ultime consumazioni). Il resto, fino ad arrivare a quindicimila, serviva per il fumo. Erano almeno quarantott'ore che non mi facevo uno straccio di canna.

Facendo una lista delle priorità, ho deciso di fare un salto ai giardini di via Ordina, per vedere se c'era il Nico e pensare innanzitutto alla salute. Sono stato fortunato, c'era, cosa che al mattino non è poi così facile, probabilmente perché le mattine non sono il mio forte. Era seduto sullo schienale di una panchina, con gli anfibi appoggiati sul sedile. Accanto a lui ho riconosciuto quel suo amico che sembra appena uscito da Mauthausen. A questo mondo non esiste via di mezzo: o abito firmato Gianni Versacci, o felpa della Naik, con più merda che marchio.

"Quanto ne vuoi, bello?"

"Cinque bigliettoni."

Dopo una pausa, che mi ha fatto sospettare un attacco di autismo, ha camminato fino al limite del parco con circospezione peripatetica e mi ha lasciato da solo con il suo socio di Mauthausen, che in fondo non sembrava neanche tanto sballato.

"Senti, ma quando si pagherà in euro quanto varranno cinque bigliettoni?" ho domandato, giusto per capire se il tipo fosse ancora vivo.

"E io che ne so, bello, è sempre la stessa storia..."

E non ha aggiunto altro, l'amico, mentre io, a questo punto, volevo davvero saperlo. Se sei euro fanno mille pesetas, cinquemila pesetas sono trenta euro. Cifra quasi tonda, anche se il Nico, approfittando dell'andazzo, avrebbe sicuramente trovato il modo di alzare i prezzi. Il socio, intanto, sembrava sprofondato in uno stato di trance che preferivo non interrompere, così ho acceso una Ducados e mi sono seduto sulla panchina a fumare. Il bello di quelli fatti è che puoi stargli seduto accanto a fumare in silenzio per mezz'ora e non succede niente, se la spassano da soli, mentre trenta secondi in ascensore con un Utente Registrato di Uindous bastano per far saltare i nervi a chiunque. Ovviamente, gli sballati per certe cose sono un disastro: non dicono niente di divertente, non gli si può chiedere soldi e se uno di loro finisce a fare il vigile urbano o il professore di latino, combina dei casini tremendi con le precedenze agli incroci e la consecutio temporum. Fatto sta che ho tirato fuori dalla tasca il post-it che mi aveva dato The First, per vedere se l'indirizzo che gli interessava era da quelle parti. Jaume Guillamet n. 15, aveva scritto con quella sua meravigliosa calligrafia. Ho cercato di focalizzare mentalmente il numero; conosco bene la via, il 15 doveva essere nella parte alta. Ho provato a fare una passeggiata mentale, su per la via Guillamet, cercando di ricordarmi tutti gli edifici che c'erano sulla destra e sulla sinistra. Ma chiunque si cimenti in un simile esercizio, si convincerà di quanto sia valida una delle mie ipotesi più originali - erroneamente attribuita a Parmenide - secondo cui la realtà ha dei buchi pazzeschi. A questo punto è arrivato il Nico con la roba e si è concluso il mio viaggio astrale. Ho salutato lui e il suo socio, con quella falsa cortesia con cui uno si rivolge al proprio spacciatore della mutua, e sono uscito dalla parte bassa del parco. La giornata prometteva bene: canne, abbuffata e una bella sbronza.

Solo la prospettiva di incontrare la Fina offuscava un po' l'orizzonte.

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