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| << | < | > | >> |Indice
P.3 Gli Dei
5 1. L'Architetto
14 2. La città e la casa
23 3. Il garibaldino e la Giblon
32 4. «La città balla»
41 5. Il circo Progresso
50 6. Banca e manicomio
59 7. L'anarchico
68 8. Il mostro
77 9. Le gite in bicicletta
86 10. «La Scintilla»
96 11. Il gran ballo per la
Società Geografica Nazionale
1o6 12. Garibaldi si sposa
115 13. Il Re della lue
124 14. Un Poeta venuto dalla Lapponia
134 15. La cugina siciliana
143 16. «Piú libri meno litri»
153 17. Iene, ippopotami & C.
163 18. Giovinezza, giovinezza...
172 19. Caruso
182 20. Gli scienziati della rivoluzione
191 21. Arrivano gli inquilini
200 22. L'ultimo comunista
209 23. Barbablu e la Donna Fatale
218 24. L'oratore
227 25. «Conosci te stesso»
237 26. Il concerto per la vittoria
247 27. Gli «intellettuali»
256 28. Una ragazza chiamata Siberia
266 29. Il paese delle automobiline
276 30. La Usl
285 Gli Dei
| << | < | > | >> |Pagina 3 [ inizio libro ]Gli DeiIn principio di questa storia c'è la città. La città è una città piuttosto piccola che grande, piuttosto brutta che bella, piuttosto sfortunata che fortunata e però e nonostante tutto questo che s'è appena detto, piuttosto felice che infelice - Era - ed è - collocata in una grande pianura, su una sorta di dosso formato, qualche milione di anni fa, dal moto delle maree o dai sedimenti dei fiumi di un mondo ancora inconsapevole delle nostre vicende, ancora beato dei suoi dinosauri e delle sue felci grandi come alberi; e si affaccia su un orizzonte di montagne cariche di neve come sulle quinte di un immenso palcoscenico, in un paesaggio che gli Dei hanno voluto sistemare in questo modo, perché fosse il loro teatro. Lassú sopra le nostre teste, infatti, negli spazi senza tempo che noi chiamiamo universo, di tanto in tanto gli Dei - quelli di Omero - vengono ad assistere allo spettacolo delle nostre passioni e delle nostre lotte; e un'eco delle loro risate è forse percepibile nello scroscio delle acque che in primavera straripano tutt'attorno alla città, allagando i terreni coltivati, e nel rumore del vento che, d'autunno, la turbinare le foglie sui viali, spingendo le nuvole verso le montagne lontane. Gli Dei - già il vecchio Omero ne era consapevole - non hanno alcuni pietà delle sciagure degli uomini e hanno un senso dell'umorismo piuttosto bizzarro, perché conoscono l'esito delle nostre vicende prima ancora che siano incominciate; sanno il giorno e l'ora in cui moriremo, e in quali circostanze; e ridono fino alle lacrime vedendoci lottare per cose che non ci apparterranno, e che saranno comunque diverse da come le abbiamo immaginare. | << | < | > | >> |Pagina 94[...] La grande risorsa dei poveri, a quell'epoca, era il vino; e però il vino sembrava anche essere la loro maledizione specifica, piú della stessa povertà e dello sfruttamento a cui li sottoponevano i padroni, facendoli lavorare dall'alba a notte. A volte, tra una casa di poveri e un'altra casa di poveri, la maestra Graneri si fermava a prendere qualche appunto con la sua scrittura elegante e leggermente inclinata, in un quaderno che portava dentro alla borsa; e Garibaldi Perotti si sorprendeva a confrontare la realtà di quel mondo che vedeva tutte le domeniche, con le scintillanti teorie del socialismo e con le verità «scientifiche» di cui parlava il compagno Fantuzzi. Diversamente da suo fratello Mazzini e dagli altri redattori del loro giornale, che avevano soltanto certezze, Garibaldi era portato per temperamento ad avere anche dei dubbi; e uno dei suoi dubbi piú radicati e piú tenaci riguardava proprio il destino dei poveri. Quell'umanità dolente e pittoresca, spesso abietta, che i teorici del socialismo si ostinavano a chiamare con termini pomposi come «proletariato» o «classe operaia», era davvero all'altezza del progetto, o forse del sogno, a cui la si voleva spingere a ogni costo, anche contro la sua volontà? Era un dubbio cosí inconfessabile, questo di Garibaldi Perotti, e cosí vergognoso per un socialista, che lui non osò mai confidarlo ad anima viva, nemmeno al fratello o alla moglie quando poi prese moglie; e da cui si liberò all'età di venticinque anni emigrando in America. Di là dall'oceano, infatti, i poveri non si portavano dietro quella maledizione di dover cambiare il mondo, che li perseguitava in Europa. Potevano dedicare le loro energie a progetti piú piccoli e immediati, per esempio a quello di diventare ricchi; e qualche volta, se la fortuna li assisteva, diventavano ricchi.| << | < | > | >> |Pagina 100Rimasto solo, l'avvocato fece cenno a un cameriere che gli portasse una coppa di champagne. Da qualche anno non aveva piú incarichi politici e diceva di essersi liberato di un peso, e di stare meglio; ma, in realtà, ne soffriva. Gli elettori della città alta avevano mandato in Parlamento al suo posto un uomo di soli trent'anni, il dottor Cesare Rossi: che aveva saputo far leva sulle loro paure e gli aveva promesso una scelta di campo cosi netta, da non lasciar spazio al minimo equivoco. («O con noi, o con la canaglia! O con la patria, o con i socialisti traditori della patria!»). Ormai, per fare politica, bisognava odiarsi; e lui, Alfonso Pignatelli, non era piú all'altezza dei tempi. Quando l'orchestra attaccò il ritmo di un galop e i giovanotti e le ragazze che erano li attorno incominciarono a saltellare tutti insieme, muovendo le gambe e le braccia come burattini e continuando a sorridersi, l'avvocato Alfonso si voltò per andare in un'altra sala; ma gli accadde un fatto curioso e anche un poco inquietante. Vide uno sconosciuto con i capelli bianchi e le guance flaccide che, muovendosi sbadatamente, gli veniva addosso; fece l'atto di scansarlo e le sue dita incontrarono la superficie liscia e fredda di una specchiera. Si guardò con commiserazione. «Per la prima volta nella mia vita, - pensò, - mi sono visto come mi vedono gli altri, e non mi sono piaciuto...»| << | < | > | >> |Pagina 122«Gli abbiamo tolto una pallottola dal petto, - aveva detto il dottore; - ma avremmo anche potuto lasciarla dov'era, tanto ormai non c'era piú niente da fare... E morto sabato. Non so dove sia finito il suo corpo». Aveva preso |
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