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| << | < | > | >> |Indice3 Premessa 7 I. Marco 39 II. Mattio 70 III. Zoldo 102 IV. Lucia 135 V. Venezia 167 VI. I francesi 197 VII. L'Anticristo 228 VIII. La Rivoluzione 257 IX. La passione 284 X. La croce 311 Epilogo | << | < | > | >> |Pagina 3PremessaQuesto libro racconta la vicenda terrestre di Mattio Lovat, nato a Casal di Zoldo il 12 settembre 1761 e morto a Venezia l'8 aprile 1806: che per alcuni suoi comportamenti - diciamo cosí - inconsueti, e per i fatti strani e gravi che precedettero la sua fine, venne considerato uno dei primi «casi clinici» della psichiatria moderna e trattato come tale da diversi autori, in Italia e all'estero. Grazie alle nuove cognizioni della medicina e con il senno di poi, noi oggi possiamo dire che quel caso clinico, cosí come allora fu posto, era sbagliato, e che Mattio Lovat morì di un male antico e terribile chiamato pellagra: ancora molto diffuso, ai giorni nostri, in Africa e nelle regioni povere del pianeta. Una malattia della fame, anzi: la malattia della fame; che noi vediamo in televisione, o sui giornali, quando ci vengono mostrate quelle immagini di bambini scheletriti, con le pance gonfie e gli occhi lucidi di febbre, cosí pietose e inquietanti ma anche cosí lontane dalle nostre inquietudini abituali, perché nei paesi in cui viviamo, ormai, la pellagra non esiste piú! Ai tempi di Mattio, invece, la pellagra spopolava le campagne dell'Italia settentrionale e le valli alpine; veniva chiamata «pellarina» o «male della miseria», era causata da un'alimentazione insufficiente, a base di polenta di granoturco e aveva tra i suoi molti sintomi questa caratteristica, che distruggeva il sistema nervoso delle persone colpite, facendole diventare «matte». Anche Mattio Lovat, ammalato di pellagra, fu dichiarato pazzo e finí i suoi giorni in manicomio, in quell'isola di San Servolo davanti a Venezia dov'era in funzione fino dai tempi della Serenissima uno dei primi ospedali psichiatrici della storia d'Europa. | << | < | > | >> |Pagina 7Capitolo primoMarco Il forestiero arrivò un martedí, venendo a piedi da quella strada del Canal che era ed è tuttora la principale via di comunicazione tra la valle di Zoldo e il resto del mondo. Era il 18 aprile del 1775. Le campane della Pieve avevano da poco battuto i rintocchi dell'Angelus e gli aromi provenienti dalla cucina incominciavano a filtrare sotto l'uscio dello studiolo del pievano, don Giacomo Fulcis; quando un'improvvisa scampanellata alla porta di strada interruppe il corso dei pensieri del prete, e causò scompiglio in tutta la casa. Il cane Fun, richiamato alle sue funzioni di guardiano, manifestò la sua presenza nel cortile sbatacchiando la catena di qua e di là e abbaiando con tutto il fiato che aveva in corpo, fino quasi a strozzarsi. Al piano di sotto, dov'era la cucina, ci fu il rumore di una porta sbattuta; si sentirono un passo frettoloso su per le scale, una voce maschile dalla strada e la voce di Pellegrina che diceva: «Entrate!» «Qualche malato che sta morendo», borbottò l'arciprete: passandosi le dita tra i capelli candidi come per ravviarli, in un gesto che gli era abituale. «Vuoi scommettere? Se non muoiono in una notte tempestosa, muoiono tutti all'ora di pranzo o all'ora di cena». E poi aggiunse ad alta voce: «Avanti!», perché qualcuno aveva bussato alla porta del suo studio. Entrò un uomo che don Giacomo non ricordava di avere mai visto, né a Zoldo né altrove, con indosso un mantello corto da viandante e brache di cuoio come s'usavano nel Tirolo, legate sotto il ginocchio con dei legacci rossi. | << | < | > | >> |Pagina 94Dice un'antica massima della valle del Piave, e di tutta la campagna veneta, che quando in una casa la fame entra dalla porta, l'amore esce dalle finestre e dai balconi e da tutte le aperture che trova. I poveri, si sa, fanno una gran fatica a sopportarsi tra loro; e se il buonanima Karl Marx - che li esortò ad unirsi per spezzare le loro catene - avesse prestato maggiore attenzione a questa costante universale del comportamento umano, si sarebbe risparmiato molte illusioni e le avrebbe risparmiate a moltissima gente: compreso, ahimè!, l'autore di questo libro. Nel tabià dello scarpèr Marco Lovat la fame fece il suo ingresso con la morte del mulo, e insieme alla fame arrivarono le incomprensioni, i rimproveri, le accuse reciproche tra i coniugi, che portavano ogni giorno nuovi litigi. Arrivarono le prime scenate, violentissime, della signora Vittoria che inveiva contro il marito accusandolo di non essere un "vero uomo", perché non era capace di procurare il necessario per vivere ai suoi figli; se fosse stato un vero uomo, gli gridava, sarebbe andato a lavorare in città, come già avevano fatto tanti altri capifamiglía della valle di Zoldo, e iniziava a elencarli: il Tizio, il Caio... Ogni volta però che si giungeva a questo punto, cioè all'elenco dei veri uomini, lo scarpèr insorgeva: no e poi no! Lui a lavorare sotto un padrone non ci sarebbe andato e non avrebbe abbandonato la sua valle, qualunque cosa potesse succedere: perché i Lovat si erano sempre guadagnato il pane tra le loro montagne - sentenziava - e perché all'ombra del suo campanile nessuno mai è morto di fame! Ma la miseria, oltre a far scappare l'amore, attira le disgrazie: che incominciarono puntualmente a verificarsi, in casa Lovat, verso la fine dell'anno. Il penultimo dei figli, il piccolo Angelo, fu sorpreso a rubare |
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