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| << | < | > | >> |Indice
9 Presentazione
Mario Cedrini, Alberto Martinengo, Santiago Zabala
15 Nota redazionale
16 Fonti
Poesia e ontologia
21 Prefazione alla seconda edizione (1985)
Parte prima
25 Capitolo primo
Verso un'estetica ontologica
25 1. Arte, estetica, ontologia
28 2. Le estetiche e la mentalità metafisica della fondazione:
l'ideale dell'esplicitazione
32 3. Le estetiche e la mentalità metafisica della fondazione:
neo-kantismo e fenomenologia
36 4. Senso positivo dell'epocalità dell'essere
39 5. Due caratteri di un'estetica ontologica
47 Capitolo secondo
Vocazione ontologica delle poetiche del Novecento
47 1. Il Novecento come secolo delle poetiche
49 2. Diversi modi di approccio al fenomeno delle poetiche
53 3. "Linguaggi" delle arti e linguaggio-parola
57 4. L'estetica post-hegeliana come estetica del gioco
62 5. La rivendicazione della portata ontologica dell'arte
nelle poetiche dell'avanguardia
75 6. La fruizione estetica come dialogo
83 Capitolo terzo
Dalla fenomenologia estetica all'ontologia dell'arte
83 1. Il problema di una fondazione ontologica dell'arte
88 2. Novità e legalità dell'opera d'arte come basi per la
fondazione ontologica
92 3. Esteticità e originarietà
99 4. Conclusione: estetica ontologica e concreta esperienza
dell'arte
103 Capitolo quarto
Metodi critici ed ermeneutica filosofica
103 1. La "morte dell'arte" nella critica
104 2. Demitizzazione e mentalità razionalistica
108 3. Il problema di un'ermeneutica non demitizzante
112 4. L'appartenenza del lettore all'opera
114 5. La storia come esegesi dell'opera
119 Capitolo quinto
L'opera d'arte come messa in opera della verità e
il concetto di fruizione estetica
119 1. Opera, verità, mondo
120 2. Contenutismo e formalismo nel concetto di fruizione estetica
124 3. Forma e contenuto nella messa-in-opera della verità
126 4. Problematicità della fruizione "estetica"
Parte seconda
133 Capitolo sesto
Il bello e l'essere nell'estetica antica
133 1. Il problema della "modernità" dell'estetica antica
136 2. La dissoluzione dell'ontologia del bello in Aristotele
141 3. Ontologia del bello come fondazione esistenziale
145 Capitolo settimo
Arte, sentimento, originarietà nell'estetica di Heidegger
145 1. Il linguaggio poetico in Sein und Zeit
147 2. L'affettività nell'analitica esistenziale
150 3. Affettività ed essere-nel-mondo
153 4. L'affettività come fatto ontologico
157 5. L'opera come messa-in-opera della verità: Stoss e angoscia
161 6. Il sentimento e l'esperienza dell'arte
165 Capitolo ottavo
Estetica ed ermeneutica in Hans-Georg Gadamer
165 1. Il problema della verità dell'arte
167 2. Crisi della "coscienza estetica"
169 3. Ontologia dell'opera d'arte: Spiel, imitazione, Darstellung
173 4. Esperienza estetica e situazione ermeneutica
175 5. Il linguaggio come orizzonte di una ontologia ermeneutica
181 Capitolo nono
Estetica ed ermeneutica
197 Indice dei nomi
Saggi
201 Imitazione e catarsi in alcuni recenti studi aristotelici
211 Opera d'arte e organismo in Aristotele
235 Per una storia dell'estetica
243 Il problema estetico (con Luigi Pareyson)
Recensioni
275 Recensione a Edward G. Ballard,
Art and Analysis. An Essay Toward a Theory in Aesthetics
283 Recensione a William K. Wimsatt Jr., Cleanth Brooks,
Literary Criticism. A Short History
285 Recensione a Susanne K. Langer,
Reflections on Art. A Source Book of Writings by Artists,
Critics and Philosophers
289 Recensione a Morris Weitz,
Problems in Aesthetics. An Introductory Book of Readings
293 Recensione a Guido Morpurgo-Tagliabue,
L'esthétique contemporaine. Une enquéte
301 Recensione a Bertha Fanning Taylor,
Form and Feeling in Painting
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| << | < | > | >> |Pagina 21Prefazione alla seconda edizione (1985)
Gianni Vattimo
La seconda edizione di questo libro (uscito per la prima volta nel 1967) si pubblica oggi, senza alcuna modifica (se si eccettua l'aggiunta di un capitolo, il nono), in una situazione che è certo molto mutata dal punto di vista del dibattito dell'estetica, della critica e delle poetiche militanti. Non credo però che abbia perso d'attualità l'assunto centrale del lavoro: la rivendicazione della portata ontologica dell'arte e della poesia, lo sforzo di riconoscere l'esperienza estetica come il luogo di una esperienza della verità, contro la tendenza a riservarle un dominio separato e, in definitiva, inessenziale: quello della pura contemplazione, del gioco, delle emozioni, o del museo. Le posizioni da cui in origine il libro prendeva polemicamente le distanze erano quelle del sociologismo di impronta (paleo)marxista e del formalismo legato a molte applicazioni dello strutturalismo – che erano i modi in cui l'estetismo si presentava con particolare forza negli anni Sessanta. E uno dei sensi dell'approccio ermeneutico ai problemi dell'arte era proprio, allora, quello di svelare tali posizioni come viziate di estetismo, cioè come fondate su una visione dell'arte che, da punti di vista diversi, non la prendeva sul serio nel suo significato di esperienza storicamente densa, esperienza di verità in quanto "vera" esperienza. Quegli obiettivi polemici hanno certo perso, oggi, molta della loro rilevanza; e questo anche perché, se non le specifiche posizioni del libro, certo lo sfondo teorico in cui esso si inseriva – l'ontologia ermeneutica che, ispirandosi a Heidegger, avevano sviluppato, in sensi diversi, pensatori come Hans-Georg Gadamer e Luigi Pareyson, al cui insegnamento più direttamente il lavoro si rifaceva – è venuto acquistando, negli anni recenti, un sempre maggior peso sia nell'estetica filosofica, sia nella critica letteraria e artistica. È certo che una rivendicazione dell'arte come esperienza di verità incontra oggi meno resistenze di quante non ne incontrasse alla fine degli armi Sessanta, proprio perché la proposta filosofica dell'ermeneutica è largamente accettata, al punto da costituire, per una vasta zona della cultura contemporanea, una sorta di koiné, di punto di riferimento comune (non senza rischi di fraintendimento, com'è ovvio). Il significato filosofico del rapporto tra poesia e ontologia, però, non mi pare con questo acquisito ed esaurito. Al di là della polemica contro l'estetismo implicito in molta estetica filosofica novecentesca, esso comporta infatti un altro aspetto, che parallelamente a quella polemica il libro già sviluppava (e che costituisce il nucleo del capitolo nono, che proprio per questo mi è parso opportuno aggiungere): l'idea cioè che non solo si dovesse guardare all'arte come esperienza di verità, ma che un tale riconoscimento implicasse anche profondi riflessi sul modo filosofico di concepire la verità – ciò che del resto è uno dei sensi della "estetica ontologica" heideggeriana, nella quale (penso a L'origine dell'opera d'arte) la verità che può esser "messa-in-opera" non si lascia certo pensare con i tratti di evidenza, stabilità, certezza, che le riconosceva la metafisica. Se l'arte può essere esperienza di verità, è perché la verità viene riconosciuta, fuori da ogni prospettiva metafisica, nei suoi tratti eventuali, di sfondo, in definitiva "deboli", con tutto ciò che questo comporta anche per il modo di pensare il soggetto e l'essere stesso. Non solo la poesia va letta con intenti ontologici, ma l'ontologia – nel suo sforzo di oltrepassare la metafisica verso una forma di pensiero "rammemorante" del tipo di quello che Heidegger ha in mente – può forse dispiegarsi solo in una forma poetica. È sotto questo aspetto che, credo, il tema proposto dal libro può ancora indicare una via degna di essere percorsa. | << | < | > | >> |Pagina 25Capitolo primo
Verso un'estetica ontologica
1. Arte, estetica, ontologia Benché i saggi che seguono si sforzino di rappresentare un approccio ontologico al problema dell'arte sotto diversi aspetti, o almeno di metterne in luce l'esigenza, mi pare necessario, in via preliminare — e anche conclusiva, nella misura in cui ogni introduzione è sempre anche una ripresa generale del senso di un discorso — chiarire in che senso, nelle ricerche che compongono questo libro, viene perseguito il nesso tra poesia (o più in generale arte) e ontologia, e in che rapporto tale indagine si pone nei confronti dell'estetica contemporanea. In linea generale, dunque, che cosa significa porre ontologicamente il problema dell'arte, far valere in estetica delle esigenze ontologiche? La domanda implica subito un salto dall'ambito limitato dell'estetica (ma, come si vedrà, è dubbio che un tale ambito esista) alla filosofia generale. Su questo piano, una prima approssimazione alla risposta consiste nel dire che porre ontologicamente il problema dell'arte e qualunque altro problema filosofico significa sviluppare un discorso che non dimentichi quella che Heidegger ha chiamato la "differenza ontologica", ma anzi assuma tale differenza a proprio tema centrale. Differenza ontologica è il rapporto che lega, e anche separa, l'essere e gli enti. Per illustrare il senso di tale differenza, si può ricorrere a un'altra nozione heideggeriana, quella di epoché, che ha lo stesso significato. Il senso di tale termine non va anzitutto confuso con quello che esso assume nella fenomenologia husserliana, anche se non sarebbe difficile indicare una relazione per la quale, almeno in una certa misura, l' epoché heideggeriana si rivela come l'autentica fondazione, nella struttura dell'essere, della necessità dell' epoché come atteggiamento soggettivo di cui parlano i fenomenologi. L' epoché heideggeriana è quel carattere dell'essere per cui l'essere si dà e si cela contemporaneamente nell'apparire degli enti (cioè delle cose e delle stesse persone che popolano íl mondo). L'essere, infatti, si dà in quanto è la luce dentro cui gli enti appaiono; e d'altra parte, proprio perché gli enti possano apparire, sussistere in qualche modo entro l'orizzonte che esso istituisce, l'essere stesso come tale si sottrae. Esso fa apparire gli enti e li lascia apparire: fa loro posto, potremmo dire, dando all'espressione tutto il significato ambiguo di cui è suscettibile. L'essere fa posto agli enti perché fornisce l'orizzonte entro cui essi vengono all'essere, cioè sono; e fa loro posto nel senso che lo lascia libero, si ritrae, non richiamando l'attenzione su di sé.
Un tal modo di esprimersi resta tuttavia sempre inadeguato perché immagina
che si dia un "posto" che l'essere potrebbe occupare
in luogo degli enti e viceversa, sicché l'essere, pensato così, è ancora sempre
una specie di ente, sia pure l'ente supremo. Invece, quello che è essenziale,
nella teoria heideggeriana dell'
epoché,
è l'accentuazione della differenza: il riconoscimento che l'essere, ciò per cui
gli enti sono, non va mai confuso con gli enti stessi, non può mai
esser pensato come un ente, sia pure il massimo fra essi. Ciò si vede, del
resto, se si pensa che quando domandiamo che cos'è l'essere degli enti non
domandiamo mai la sua causa o origine; che gli
enti derivino da, vengano da, ecc., non risolve minimamente il problema
dell'essere; se ciò che è indicato come causa e origine è anch'esso un ente, il
problema dell'essere si ripropone integralmente
anche a proposito di esso. È caratteristico, secondo Heidegger, della storia
della metafisica occidentale aver scambiato la domanda
sull'essere con la domanda sul perché e sull'origine, col risultato di
aver messo il pensiero fuori strada identificando l'essere con l'ente,
dimenticando ciò che esso ha di peculiare e caratteristico, la sua
irriducibilità all'ente, appunto la differenza ontologica.
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