Copertina
Autore Manuel Vázquez Montalbán
Titolo L'uomo della mia vita
EdizioneFeltrinelli, Milano, 2000, I Canguri , pag. 232, dim. 140x220x17 mm , Isbn 978-88-07-70129-0
OriginaleEl hombre de mi vida [2000]
TraduttoreHado Lyria
LettoreRenato di Stefano, 2001
Classe narrativa spagnola , gialli , citta': Barcellona
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Pagina 11

Quando Charo scoppiò a piangere, Carvalho capì che erano passati sette anni e che probabilmente lei non era più la stessa persona. La Charo di prima avrebbe pianto a dirotto, quella d'ora recitava, sentiva le lacrime, ma recitava nella cornice di una drammaturgia previamente immaginata. Lo scenario era quello di sempre, l'ufficio di Carvalho. Anche Biscuter era lo stesso. Carvalho non si era permesso la benché minima automodifica negli ultimi trent'anni. Charo. Charo sì che era cambiata. Anche se nel 1992 quando se n'era andata, non era più una ragazza, riusciva tuttavia a sembrarlo; ora poteva essere presa per una signora benestante rientrata dopo una lunga assenza in cui aveva mutato condizione sociale e silhouette. Un po' più grossa. Non tanto. Forse l'ovale del viso si era arrotondato, aveva più guance che zigomi, meno occhiaie, come se avesse riposato sette anni per smaltire la stanchezza di una vita troia, definizione perfetta nel suo caso.

"E proprio bella."

Esclamò Biscuter che, lui sì, piangeva, e lo faceva come sempre, con gli occhi e la punta del naso. Adesso entrambi guardavano Carvalho regalandogli o richiedendogli emozioni che lui non provava.

Aveva bisogno di restare solo con Charo per capire se desiderava davvero quel nuovo incontro. Recuperare uno spazio per loro due e verificare se si presentavano gli atti riflessi del passato e Charo ridiventava necessaria. Ma lo infastidiva Biscuter in veste di testimone e insieme regista che gli suggeriva le battute. Charo indicò il detective cercando la complicità di Biscuter.

"Come se fosse arrivata una cugina dal paese."

"Il capo è emozionato, ma a modo suo."

Per un momento Carvalho pensò di dire qualcosa che aiutasse a creare un'atmosfera festosa, bentornata a casa, per esempio, ma scartò frasi liriche ed epiche una dopo l'altra e quasi gli venne da ridere quando gli passò per la mente di pronunciare: da queste pareti ti contemplano sette anni di solitudine. Per fortuna si trattenne e infine coordinò abbastanza suoni e silenzi per dire:

"Quando torni ad Andorra?".

Fu stupore quel che si scambiarono gli sguardi di Charo e Biscuter.

"Mi sta cacciando via!"

Biscuter diede una manata in aria come se cercasse di raccogliere le parole perché quelle di Carvalho non arrivassero alle orecchie di Charo e viceversa. Ma ormai era inutile. stato un malinteso, pensò Carvalho, e devo chiarirlo, ma gli seccava esserne costretto e preferì ringraziare Charo di qualcosa.

"Grazie del radioregistratore che mi hai spedito anni fa."

"Ad Andorra sono molto convenienti."

Doveva sacrificare Biscuter per poter parlare con Charo.

"Devi andare all'ufficio di Fuster per farti dare certe carte che io non posso ritirare."

La gioia tornò sul viso di Biscuter, convinto che una volta da soli Carvalho e Charo avrebbero trovato modo di riavvicinarsi, e in due minuti si congedò e alzò i tacchi, lasciando sulla guancia sinistra di Charo un bacio col risucchio, più da muso animale che da bocca umana, e la donna si mise in piedi e si lisciò la gonna sulle cosce mentre i due uomini si prepararono all'uscita di scena. Charo prese la borsetta e affrontò Carvalho, gli andò incontro, gli prese un braccio, attirò l'uomo a sé e gli baciò le labbra in superficie, ma in modo umido, denso, rumoroso. Il bacio aveva risuonato. Luomo e la donna si guardavano. Lo sbattere della porta che si chiudeva dietro Biscuter li separò, come se i due corpi temessero di restare tanto vicini da soli.

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Pagina 13

Uscì in strada con il malumore riposto in una piega del cervello, forse non tanto ben riposto, tant'è che spesso si fermava a domandarsi: Perché sei incazzato?, e non tardava a rispondersi: La tizia del fax. Con il biglietto da visita di Charo tra le dita cercò sulla guida dove si trovava la boutique di dietetica e cosmetica naturale: nella Villa Olímpica. Carvalho vi si incamminò con voglia di rileggere la città, di riconciliarsi con la volontà di Barcellona di trasformarsi in una città pastorizzata, nonostante l'odore di gamberi fritti che risaliva dalle metastasi dei ristoranti della Villa Olímpica. Non ci saranno abbastanza gamberi nei mari di questo mondo per soddisfare la domanda di Barcellona e mutare gli odori di polvere da sparo, ascelle e inguini della città dei peccati facendoli puzzare di deodoranti al pino silvestre e gamberi alla piastra. Ogni metafora della città era diventata inservibile: non era più la città vedova, vedova del potere, perché questo potere ora lo aveva acquisito mediante le istituzioni dell'Autonomia; non era più nemmeno la Rosa di Fuoco degli anarchici, perché la borghesia aveva definitivamente vinto con il sistema di cambiare nome: adesso si faceva chiamare il "settore emergente". E come si può mettere una bomba o alzare una barricata contro il "settore emergente"? Barcellona era diventata una città bella ma senz'anima, come certe statue, o forse aveva un'anima nuova che Carvalho inseguiva nelle sue passeggiate fino ad ammettere che forse l'età non gli consentiva più di scoprire lo spirito dei nuovi tempi, lo spirito di quel che alcuni pedanti chiamavano "il postmoderno", e che Carvalho pensava come un tempo sciocco tra due tempi tragici. Ma si stava innamorando di nuovo della sua città, e doveva soprattutto trattenere la tendenza a sentirsi soddisfatto mentre discendeva le Ramblas, usciva sul porto e seguendo il Moll de la Fusta iniziava un percorso accanto al mare in cerca della Barceloneta e della Villa Olímpica. Nonostante le nuove costruzioni di centri del commercio e dell'ozio, il mare gli apparteneva, finalmente si integrava come uno dei quattro elementi della città: Gaudí, i gamberi alla piastra, la Torre delle Comunicazioni di un certo Foster, un architetto con l'aereo privato sposato con una sessuologa spagnola, e il mare.

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Pagina 76

"Avevo chiesto un incontro a quattr'occhi con lei. Nessuno m'aveva parlato di un veglione di fine estate."

"Non è un veglione in senso stretto. Mentre le nostre famiglie e i nostri subalterni se ne stanno di sopra a godersi la festa, noi discutiamo i problemi della situazione. Non è una battaglia innocente, signor Carvalho, e i nostri servizi di informazione ci avvertono che corriamo il rischio di un'altra provocazione in breve tempo."

"Provocazione cui risponderete uno di questi giorni, suppongo. Non so se mi diverta o mi annoí il carattere corale che sta prendendo questa commedia, forse soprattutto mi diverte. Ho bisogno di un colpevole con una faccia. Devo tornare dalla mia cliente per dirle che suo figlio è stato ucciso da una persona ben precisa, e che questa persona è stata uccisa a sua volta da questa o quest'altra."

"Tutto qui? Non si potrà mai dimostrare da chi è partito l'ordine. Invece, la prima cosa che ha chiesto è fattibile, basta che lei la smetta di ficcare il naso nelle nostre faccende. Sappiamo come si muove, Carvalho, e ci pare che stia entrando in territori che non conosce."

"Ho notato che tutti fanno parte di qualche setta. Le sette sono di due tipi, quelle distruttive, come le sataniche, e quelle costruttive, come la vostra o la Chiesa cattolica o l'Opus Dei."

Le maschere si guardavano reciprocamente, solo Pérez i Ruidoms non guardava nessuno. Le maschere cominciarono a bisbigliare in una lingua che a Carvalho parve ancor più esotica dello stesso coreano, sempre supponendo che avesse mai sentito parlare in coreano. Pérez aveva gli occhi fissi su un frammento di penombra: era assorto e preoccupato. Poi li volse su Carvalho e dalla bocca gli uscì un'oratoria fredda e incalzante.

"Riassunìiamo. La nostra non è propriamente una setta, ma un club di amici e simpatizzanti della memoria di Frederic Hayeck, un nome che a lei non dirà niente ma che è stato uno degli uomini di maggior rilievo di questo secolo, uno dei suoi ideologi e strateghi più eminenti. Nel 1947 riunì una serie di esperti e politici sul Monte Pellegrino, in Svizzera, e insieme vi tracciarono le strade maestre per la ricostruzione dell'orgoglio capitalista di fronte alla valanga marxista e keynesiana che stava per schiacciare la libertà di iniziativa, la libertà più preziosa dell'uomo. Oggi si possono trovare club in onore di Hayeck in tutto il mondo, club che segnano la geografia della resistenza e della riconquista in prima istanza, e ora anche la vittoria contro le tenebre marxiste e keynesiane. Monte Pellegrino non è che questo."

Un'altra maschera si alzò per declamare, come se si trattasse della poesia di Natale:

"Due spettri si aggirano per l'Europa, il comunismo e il keynesismo, ed entrambi cercano di irretire lo spirito di iniziativa del genere umano, lo spirito che ha fatto deLl'uomo l'essere egemonico della creazione! Il comunismo può solo portarci all'egemonia del porco e il keynesismo a quella dei batterI!".

Carvalho approvò con il capo lo stile del vate e si chinò verso Pérez i Ruidoms perché soltanto lui lo udisse.

"Che cosa c'entra Monte Pellegrino con Región Plus?"

Per la prima volta la maschera vivente perse la compostezza e si chinò a sua volta per rispondere a Carvalho senza che gli altri sentissero.

"Ha ragione. Dobbiamo parlare a quattr'occhi."

Poi Pérez i Ruidoms battè le mani una volta sola, ottenendo di far tacere ogni possibile mormorio dei presenti.

"Signori, toglietevi le maschere."

Così fecero, e nessuno di quei volti tradì l'appartenenza a qualcosa in grado di appartenere esclusivamente a un individuo. Uno di loro domandò con accento cubano:

"Senta, a che ora servono il caffè?".

Un altro andò più lontano e chiese con tutta l'impertinenza di cui fu capace:

"Mamma! Dimmi cosa vuole il negro!".

"Facciamola finita! La Russia è colpevole! L'Eta è colpevole."

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Pagina 100

Nell'ufficio immigrazione della Caritas Delmira Mata i Delapeu si fa ancora chiamare Delmira Rius, non utilizza il suo altro cognome, Casademont, e nemmeno la congiunzione copulativa. Carvalho provò un certo sollievo nel non dover trascinare tante parole. Delmira arrivò con le mani piene di cartelle, gli occhiali pendenti sul petto e l'aria assente, per cui tardò a entrare in sintonia con Carvalho. Le era stato affidato l'incarico di tutelare i bambini del Maghreb che vagavano per le strade di Barcellona dopo essersi introdotti illegalmente nel paese, e altri figli di famiglie spezzate dalla morte o dalla delinquenza.

"In alcuni casi i genitori sono emigrati in Francia a guadagnarsi da vivere senza neanche sapere se i figli sono vivi."

I casi che passavano per le mani di Delmira Rius erano seguiti con i cinque sensi dalla donna, come fosse lei stessa a mettersi alla prova, e Carvalho verificava in silenzio le prime vibrazioni positive inviategli dalla cliente, appena riuscì a liberarsi dalla corazza di pregiudizi con cui l'aveva considerata. Era molto indaffarata o cercava di guadagnare tempo prima che Carvalho prendesse a parlare e le togliesse ogni speranza. Aspirò tutta l'aria che i vecchi polmoni riuscirono a incamerare e invitò con un gesto Carvalho a spiegarsi. Il detective cominciò dalla sequenza del finto veglione, cioè dalla fine, supponendo che a quel punto il marito della donna avesse già ricevuto il rapporto della polizia dove si spiegava che gli assassini del figlio erano morti nell'opporre resistenza all'ordine di arresto. Lei fu sorpresa di scoprire che Carvalho era altrettanto sorpreso della sua sorpresa.

"Mio marito e io non ci parliamo nemmeno per farci le condoglianze. Viviamo in case separate. In paesi separati. Non voglio che il mio paese sia il suo. Non avrei voluto nemmeno che fosse quello di mio fìglio, ma non sono riuscita a evitare che quello del padre lo colpisse. stato da quel territorio che sono usciti per ucciderlo. Povero figlio mio. Come un capro espiatorio, scelto senza ragione e senza pietà."

"In pratica, signora, il caso, con la sua verità ufficiale, ormai è chiuso. Pérez i Ruidoms manderà il figlio a studiare all'estero e inizierà una nuova vita per arrivare un giorno a vivere come suo padre, essere come suo padre. Il satanico non è nelle sette sataniche. dovunque. L'altro giorno ho visto un servizio alla televisione in cui uomini insegnavano a un cane da combattimento a fare a pezzi un povero barboncino, ancora piuttosto ben messo, indubbiamente rubato da poco o rapito per strada. Poiché il cane da combattimento non aveva una gran voglia di mordere il cagnolino nelle zone vitali; era la voce umana a guidarlo: il collo, le zampe, i coglioni, e il cane da combattimento ubbidiva e il barboncino non riusciva quasi più nemmeno a guaire e, quando cercava di scappare, si trovava davanti una barriera di uomini che glielo impediva. Il satanico era lì. La voce umana era satanica. I corpi umani erano satanici."

"Storie come questa, io le vedo e leggo tutti i giorni. Ma, al posto del barboncino, metta bambini e vecchi e donne, tutti selvaggiamente maltrattati."

"Duemila anni di educazione cristiana, centocinquanta di razionalismo emancipante, marxismo, anarchia... non sono serviti a niente. La Creazione è stata una cosa da niente, i sermoni hanno un doppio linguaggio e la selezione delle specie è un brutto pasticcio. Ha vinto il più crudele. Ebbene. Riteniamo chiuso il caso?"

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Pagina 170

"Quella Katmandu non esiste più. Probabibnente non esisteva nemmeno allora."

"O tutto o niente, José."

José era lui, recuperato con un nome che solo sua madre aveva adoperato dall'inizio alla fine di una conoscenza insufficiente. Pepe, mai. José! La madre vestita. José. José! Ora la madre nuda allatta un uomo più che responsabile della sua faccia e dei suoi molti anni. Gli ricordava la sequenza finale di Furore, di Steinbeck, quando la giovane con i seni gonfi allatta un povero vecchio moribondo e affamato. O tutto o niente. Ricomporre la sua vita dall'alba fino al tramonto per tutti gli anni rimastigli da vivere, costretto a una capacità di autoinganno in grado di aiutarlo nei momenti di terrore, quando lo specchio gli avrebbe rimandato un'immagine decrepita e i dottori l'avrebbero braccato come si fa solo con i corpi vinti in attesa della sentenza finale. Troppo autoinganno necessario per coabitare con la propria salute, quella catastrofe a lungo annunciata che aspettava la sua grande occasione per distruggerlo e praticare esternamente le cortesie sufficienti per attraversare i deserti gelidi di una famiglia amputata: la mamma se n'è andata con un vecchio e rozzo annusapatte e adesso pretende che passiamo il Natale insieme. Il Natale insieme a dei ragazzi feriti fino alla crudeltà e all'odio. Lei sottoposta alla felicità temporanea di usufruire della pazienza di Carvalho e Biscuter, forse anche di Fuster, ma non di Charo, che senza dubbio lui non avrebbe più rivisto. Per Yes, poco cielo per tanta eternità, perché forse nemmeno la vertigine di una simile felicità avrebbe accelerato la morte di Carvalho, ma avrebbe al contrario allungato la sua non-vita facendolo diventare con il tempo un amante insopportabile e tuttavia sopportato. Le peggiori grinze, quelle del sesso e del carisma. Il carisma dei vecchi si raggrinza a tal punto che o diventano orribili a se stessi o invisibili agli altri. E non dirmi che l'amore supera ogni ostacolo e che basta la gioia a occupare un unico spazio, come si occupa l'identità, perché la letteratura ti ha resa forte, Yes, parli con proprietà, ma non possiedi le parole. Sono sempre le parole a possederci, Yes. Una mattina, dopo tre mesi, un anno, due, ti metteresti a calcolare i vantaggi e gli svantaggi e capiresti che sono riuscito a sostituire il nulla con il tutto paventato. Scopriresti di vivere insieme a un uomo senza liquidazione e senza pensione, senza un mestiere credibile in mano, al quale non gli si alza quando è necessario e che da un giorno all'altro avrà bisogno di una sonda per pisciare senza dar fastidio al prossimo, e quel giorno i suoi silenzi non ti sembreranno più misteriosi ma idioti e non sorbiresti più le sue parole bavose con la cannuccia del fruitore lento, ma te le cancelleresti dalle orecchie come una sostanza appiccicosa che non ti lascia sentire ciò che vuoi sentire. Se avessi tanti soldi, Yes, mi comprerei un'enorme residenza, ci circonderemmo di domestici che mi aiuterebbero a invecchiare per non esserti di peso. Metterei perfino degli ascensori dal letto alla piscina coperta, dove i massaggiatori aiuterebbero la circolazione del mio cattivo sangue. E avrei sedie a rotelle con chip intelligentissimi che mi imboccherebbero le pappine con pazienza da dannati della terra, costretti a curare vecchi ricchi e mi pulirebbero il culo quando non fossi più in grado di controllare lo sfintere e, nel frattempo, emetterebbero qualche melodia di prestigio ma appiccicosa, qualcosa di Brahms, per esempio, a leit-motiv di Aimez-vous Brahms? Quanti vecchi cagoni hai visto, Yes? Passato un tempo, quando la mia decadenza si sarà ormai compiuta, ti lascerò avere qualche amante giovane e discreto, qualcosa come un nipote incestuoso; ricordo il cinema degli anni sessanta, quando i registi d'avanguardia sperimentavano i limiti della condotta e simili problemi erano abituali, con molto contrappunto, molto contesto, molto silenzio. Io potrei recitare la parte di John Gielgud in Providence, un intelligentissimo vecchio che sta morendo di cancro al culo mentre si beve i migliori vini bianchi e le donne si sentono ancora attratte dalla sua capacità di ricordare e di associare il ricordo alla vita, come se questo fosse vivere e non gettare briciole di memoria morta agli uccelli più avidi, o ai più indifesi o ai più costretti a darti ascolto. Ma, quando mi si saranno asciugati i neuroni del detective privato, non riuscirò più nemmeno a guadagnarmi da vivere.

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Pagina 194

La sorpresa per aver gradito così tanto il riccio ripieno aveva commosso sia Margalida sia Albert, che trascorsero la prima parte del viaggio a meditare sull'errore di aver passato quasi tutta una vita, seppur breve, limitandosi all'orizzonte gastronomico del pane e pomodoro oltre a la butifarra amb seques per quanto riguardava lui. Talvolta i fattori disalienanti sono i più inattesi e Carvalho al volante dell'auto si godé quel silenzio che segue alle rivelazioni più trascendentali. E a partire da Llanca, si godé l'ultima parte della Costa Brava, íntimista e di una bellezza verde scuro, grigio e blu profondo man mano che si avvicinava alla Francia.

"Lappuntamento è al Memoriale Walter Benjamin, accanto al cimitero di Port Bou, su una bellissima scogliera sul mare."

Carvalho ricordava quanto lo emozionasse ai suoi tempi di giovane rosso e sensibile il suicidio di Walter Benjamin, a Port Bou, quell'ebreo fuggiasco cui il franchismo aveva rifiutato il visto di ingresso per la Spagna e che si uccise in un gabinetto con il fiato del nazismo sul collo. "Il compito del materialista storico è salvare il passato per il presente," aveva detto o scritto, non sapeva dove, Benjamin, una frase che fluttuava nel nulla ai tempi in cui il passato è un tabù quanto il futuro. Per una storia senza colpevoli e un futuro che ha come sola prospettiva quello di essere consumato come un presente giorno dopo giorno. Mi sento in vena filosofìca, nonostante quel che mangio e nonostante ultimamente abbia fatto l'amore, non lo facevo da quasi un lustro.

"Posso assistere all'incontro o mi ritiro a prudente distanza?"

"Devi assistere. Avrai una sorpresa."

"Che cosa sapete di Benjamin?"

"Un marxista insufficiente, o insoddisfatto. ancora da decidere."

Sentenziò Satana sdegnoso. Margalida aveva una vaga idea del suo suicidio e qualcuno le aveva detto che Benjamin si intendeva parecchio di fotografia o faceva anche delle foto o aveva scritto sull'argomento. Forse in una conferenza tenuta da un fotografo di nome Fontcuberta.

"E lei sa chi era Benjamn?"

"Lo sapevo."

"L'ha dimenticato?"

"Probabilmente no, ma ricordarlo non mi serve. Non mi serve ricordare le vite che ho vissuto e che non illuminano quella che vivo ora. Benjamin faceva parte del mio ecosistema di quarant'anni fa. Adesso non mi servirebbe manco come ciottolo su cui poggiare il piede per scalare una cima. Talvolta mi tornano in mente frasi che avevano un sígníficato, perfino una che dice 'il suicidio è una passione eroica'. Quando la lessi riuscì a inquietarmi, perché ritenevo il suicidio poco rivoluzionario. Come può un combattente sociale pensare che il suicidio sia una passione eroica? Oggi so che aveva ragione. Il suicidio è una passione eroica. L'unica passione eroica individuale in grado di fare del male soltanto a noi stessi. Tutte le altre passioni eroiche sono pericolose, e quelle che si provano in gruppo, beh, quelle sono le peggiori."

Nella cornice di un tunnel quadrato volto verso il mare, c'era un uomo ad aspettare e, fuori contesto, Carvalho tardò qualche secondo per identificarlo nell'album fotografico della memoria. Era Guifré González, Manelic, il finto zio di Margalida, l'angelo profeta del catarismo. Margalida uscì per prima dall'auto andandogli incontro con delle spiegazioni che lui ascoltò severamente e che digerì guardando talvolta in direzione di Carvalho, talaltra di Albert. Margalida raccontava qualcosa con veemenza e Albert scuoteva la testa contrariato.

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Pagina 211

Biscuter si era messo in testa di preparare il primo piatto seguendo una ricetta della rivista "Sobremesa": terrina di foie-gras d'anatra con verdurine invernali e yogurt al mosto. Una proposta di cuoco giovane, evidentemente basco, perché si chiamava Bixente Arrieta.

"Quanti anni ha questo cuoco?"

"Ventisei, e lavora al ristorante del Museo Guggenheim di Bilbao."

"A quell'età non si sa mangiare e, quindi, ancor meno cucinare."

"Non sia razzista, capo, lei è un razzista biologico."

Gli mostrò la rivista da cui prendeva la ricetta e la foto di un gruppo di giovani cuochi presentati come i novissimi. Insieme all'Arrieta c'erano altri che Carvalho definì imberbi. Charo si era impegnata a portare il torrone e Carvalho si era preso l'onere di cucinare il secondo, un carré di agnello disossato, ripieno di prosciutto di maiale iberico da passare poi alla fiamma, accompagnato da una guarnizione di patate fritte tagliate a lamelle e aromatizzate con scaglie di tartufo bianco. Carvalho dissertò davanti agli ingredienti indicandoli con uno dei suoi ditini meglio riusciti.

"Prima si cuoce il foie-gras nel grasso d'anatra, a fuoco lento, lentissimo, per dieci minuti circa e lo si lascia raffreddare. Con le verdure ho improvvisato perché non avevo a portata di mano quelle indicate dalla ricetta, ma cucinerò asparagi, porri, cavolfiore e shitaki, funghi cinesi. A parte preparo gli aromi, cipollotti, prezzemolo, timo e menta. Si fa una marinata con i cipollotti, olio di oliva, coriandolo, pepe nero, vino bianco, succo di limone, champignon, uvetta e pomodoro tritato. Cuocere il tutto tranne l'uvetta, che si aggiunge dopo aver setacciato gli ingredienti. Ormai ci manca solo lo yogurt al mosto, che si ottiene riducendo il mosto a caramello, sciogliendolo poi con gli yogurt sbattuti. Si aggiunge un po' di panna, sempre sbattuta e visto che ci sono parti della ricetta che non capisco, perché sono spiegate peggio della guerra del Kossovo, a questo punto faccio a modo mio. Sistemo le verdure cotte al dente, ci verso sopra gli aromi e poi il foie-gras aggiustato con un po' di sale da cucina e faccio un bordo decorativo con lo yogurt al mosto che circonderà la massa di foie-gras.

Biscuter si presentò a Vallvidrera con tutti gli ingredienti e si impadronì della cucina con il pretesto che il piatto di Carvalho era molto facile e molto veloce, mentre il suo aveva bisogno di tempo e concentrazione da grande chef. Carvalho lo lasciò fare mentre si dedicava a organizzare il caminetto bruciandovi L'uomo e la morte di Edgar Morin, un testo che l'aveva angosciato quasi trent'anni prima, quando improvvisamente aveva calcolato la propria età nel 2000 e gli era sembrato di cadere in un pozzo talmente senza fondo da rendere la caduta eterna, una caduta che sarebbe durata per sempre. Ricordava tutte le morti annunciate dall'invecchiamento e in particolare il degrado del cervello, il principio della fine più profonda, davanti alla quale è inutile scrivere quattrocento pagine per arrivare alla conclusione che l'unico sistema per vincere la morte sta nell'integrarla nella propria vita, mentre ci si aspetta un certo grado di non mortalità basato sul vivere a lungo, fino a compiere cento, centocinquant'anni con ostinazione e con l'aiuto della statistica. E se si smettesse di lottare contro la morte e si lottasse invece per la qualità dell'invecchiamento? Ma a questo punto il libro ormai stava bruciando e Biscuter esprimeva al detective alcune perplessità sulla ricetta.

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