Copertina
Autore Roberto Vecchioni
Titolo Il libraio di Selinunte
EdizioneEinaudi, Torino, 2004, I coralli 191 , pag. 70, cop.fle., dim. 135x213x8 mm , Isbn 978-88-06-16739-4
LettoreAngela Razzini, 2005
Classe narrativa italiana , libri
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Pagina 3

La mia città non si chiama Selinunte, anzi, non si chiama proprio.

Si chiamava cosí una volta, quando alle cose corrispondevano nomi.

Oggi qui non si comunica piú a parole, ma a codici; a volte semplici, a volte complessi, fatti di segni mischiati a segni.

Le esigenze primarie (che so io, «ho fame», «vieni da me», «ci vediamo domani», «non te lo vendo», «ti odio») non sono poi cosí difficili da far capire e quindi la vita va avanti piuttosto normalmente, a parte qualche goffo equivoco, che resta comunque confinato qui: poco danno, visto che dalla città non usciamo quasi piú da tempo immemorabile, un po' per vergogna, un po' perché non riusciremmo a intenderci col resto del mondo.

Ce la caviamo. Di solito si mantengono gli impegni e non si equivoca sulla persona da sposare.

I bambini si divertono, non come ovunque, ma come qui: tutti i giochi sono manuali o matematici e quando uno indovina e arriva prima degli altri vuol dire che ha vinto.

Le scuole di comunicazione (primarie e secondarie) sono affollatissime e durano anni. D'altronde sono le sole, altre non ce n'è, perché non sappiamo insegnare nulla.

Si tira avanti aggiungendo caso a caso, esperienza a esperienza in un'accumulazione infinita.

E pure cosí non basta, perché in pochi anni ci si dimentica di ogni combinazione e bisogna tornare a impararle. Di solito la comunità si accorge subito di chi sta smarrendosi e lo blocca prima che diventi pericoloso a sé e agli altri. Di casi ne ricordo tanti; per esempio quello del vecchio Tira su col naso (pochi sono i nomi, bisogna arrangiarsi con perifrasi) che cominciò a confondere «limoni» con «timoni», e dopo una vita da agronomo non trovò piú nessuna rotta dentro di sé.


La routine di tutti i giorni è accettabile. Una ventina, trentina di verbi fondamentali siamo riusciti a non perderli, e a usarli nelle circostanze appropriate. Solo che non ce la facciamo a passare dall'uno all'altro, non sappiamo da dove vengono e dove vanno: non siamo in grado di variarli, dargli un tempo, una maniera, una sfumatura.

Perché qui sta il problema essenziale: abbiamo perso tutte le sfumature. E con le sfumature i sentimenti che le accompagnano o le provocano. «Amare», ad esempio, ha un solo senso per tutti. Quando qualcuno pronuncia quel verbo, le associazioni logiche che produce la nostra mente sono sempre quelle e di lí non si esce: «forte bisogno fisico e fastidio per la mancanza dell'oggetto (esponente altissimo, direi dieci); possesso, matrimonio, figli, eredità, sesso secondo necessità».


Ma io, io sono salvo, indenne. Io so i nomi, e le sfumature, e resto in attesa.

Intanto racconto.

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Pagina 12

- Non guardare, Nicolino, vieni via, non guardare, - disse dunque mia madre.

- Perché, mamma? - risposi.

- solo un cane morto, l'avrà investito qualche macchina: non guardarlo, fa senso.

- Ma io non stavo guardando il cane.

- E cosa, allora?

- Quello là, - dissi puntando il dito in direzione del caffè Garibaldi.

Solo, seduto a un tavolino, con una spropositata pila di libri davanti, c'era l'uomo piú brutto che avessi mai visto. Piccolo, storto, incurvato, beveva tenendo il bicchiere con due mani, appoggiandosi sui gomiti, e sembrava come a mezz'aria, perché stava seduto ma i piedi non gli arrivavano fino a terra. Vestiva un doppiopetto a righe grigie e nere molto piú grande di lui; sotto un cappello floscio, una faccia che non ci vedevi gli occhi se pure c'erano, e in mezzo alla faccia un naso adunco che sembrava appiccicato, come quelli che si mettono a carnevale per far ridere gli amici.

- Chi è, mamma? - Non l'avevo mai visto prima.

- Ah, quello... - e intanto mi tirava di nuovo per il braccio. - Dev'essere il nuovo libraio. Ha comprato la bottega del sarto, quella in vicolo Tremonti; sai, no, che il sarto è partito, è andato al nord...

- Ma ne abbiamo già di librerie qui...

- E che ne so, si vede che la sua sarà speciale... però non mi piace, Nicolino... no, non perché è brutto... Cosí... è l'aria che ha intorno. Non mi piace, mi sembra una persona...

- Cattiva?

- Non so, non c'entra con noi, ha... è un po' scostante, repellente.

- Cosa vuoi dire repellente?

- Che ti fa senso stargli vicino. Mi fa quell'impressione. E poi è qui da un po' ma evita tutti, non parla con nessuno, ho sentito voci...

- Anche zio Nestore non parla.

- Zio Nestore è un'altra cosa, ma vuoi mettere? Lui non e repellente, anzi. Ride, scherza, è sempre pronto a darti una mano...

- Ma forse quello lí è solo timido o spaesato.

- Tutto quel che vuoi, Nicolino, ma non incominciare a farti uno dei tuoi viaggi d'immaginazione. Le cose sono quasi sempre come si vedono. E poi che te ne importa a te di quel signore?

- Niente, mamma, era curiosità, dicevo per dire.

E invece non era vero, non dicevo per dire.


Ci sono normalità, regole, armonie che nemmeno noti tanto è scontato che ci siano. Oggi lo so. l'eccezione, lo sconvolgimento del consueto che ti mette ansia, ti rizza i nervi, ti sbulina l'animo.

La piú grande bellezza e l'infima bruttezza partecipano del mistero. C'è negli antipodi, nel contrasto assurdo, nel diverso in natura come un filo che se lo tiri ti fa sentire vicino a una verità che le cose di tutti i giorni nemmeno sfiorano. C'è nel lampo e nel tuono una forza che manca alla giornata serena; c'è nella febbre, nell'incubo notturno, perfino in una sbornia, un indefinibile attimo di chiarezza, di certezza improvvisa. Quando qualcosa sconvolge ci dice molto piú di quel che siamo abituati a sentire. L'inspiegabile, l'unico, arriva come a scuoterti, svegliarti da un sonno di ordinarie, concilianti abitudini. L'uomo ha livellato tutto, pur di far scorrere il suo sangue a quella precisa velocità, far battere il cuore a quel ritmo sempre uguale a se stesso e cosí vivere il piú a lungo possibile, non importa come, non importa a costo di cosa, pur di vivere disegnando una linea dritta, tra immagini a specchi consueti. Eccoci lí, macchine in un grande garage ordinato e pulito, dove ogni manovra d'entrata, uscita, sosta, parcheggio, precedenza, è stata cosí precisamente organizzata che non dobbiamo piú chiederci quale sia il nostro posto, il nostro percorso, il nostro box.

Ma forse non siamo in un box. Forse questo mondo non è nato per essere un garage. Forse questo posto è stato pensato come un parco giochi o una stazione ferroviaria di treni a orari imprevedibili.

I pazzi, i selvaggi, i bambini hanno ancora di queste intuizioni. Io ero un bambino, e nella mia testa di bambino entrò quel libraio e non ne usci piú.

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Pagina 27

Cosí ero finalmente lí. Non era stato facile intrufolarsi senza farsi vedere. Ma la porta era aperta, la luce, pur se debole, accesa. Ero entrato carponi, strisciando come una faina, come un gatto. Appena messa la testa dentro, avevo avvertito il vuoto e l'odore, un odore mai sentito, ma buono.

Elaborai subito un piano. Sulla mia destra c'era una pila di libri che mi poteva nascondere e mi ci misi dietro come un ladro.

Nella stanza non c'era nessuno, non una sedia era occupata. Non c'era nemmeno il libraio. Dietro il tavolino scrostato, la sedia era messa di tre quarti, come per consentire a chi si sarebbe seduto di guardare verso la porta. L'unico rumore distinguibile era una specie di sibilo che veniva dalla parete di destra, quella piú corta: forse un tubo, dell'acqua o del riscaldamento. Alzai lo sguardo e vidi che potevo aprirmi uno spiraglio tra due colonne di libri: quanto bastava per vedere la stanza senza essere visto. Però il cuore andava a gran balzi: strano, pensai, che il cuore non puoi far niente per rallentarlo o accelerarlo, va per i fatti suoi, come gli pare.

Dentro faceva caldo ma non ebbi il coraggio di togliermi la giacchetta, per evitare qualsiasi rumore; cominciai a sudare un po'. Passarono per la strada due persone in bicicletta, una scampanellò proprio davanti alla porta, l'altra urlò un «Vaffanculo minchione» evidentemente rivolto al libraio.

E lui, con un tempismo che mi soffocò un risolino, entrò proprio in quell'istante. Inforcò lentamente gli occhiali, drizzò la sedia e poggiò sul tavolo il libro che aveva in mano. Poi si sedette. Era davvero piccolo, me lo ricordavo bene: scompariva dietro il tavolo e non arrivava al pavimento coi piedi, come al caffè Garibaldi. Mamma, pensai, ma come può essere cosí piccolo un uomo? Non era un uomo, questo si vedeva, era proprio uno sgorbio, uno scherzo di natura. Mi tornò in mente la definizione di Cispa: « un folletto». Un folletto, sí, ma di quelli brutti. Era distante da me sí e no dieci metri e la faccia adesso gliela vedevo bene: non era proprio una faccia, anzi, tutta la testa non era una testa, avrei detto piuttosto una piccola zucca, con una protuberanza spaventosa sul davanti. Per quanto mi sforzassi, non riuscivo a scorgere gli occhi: erano microscopici, quasi invisibili.

Si guardò a lungo attorno, chissà perché, visto che non c'era anima viva, e poi con studiata lentezza apri il volume, quasi in due parti uguali. Accarezzò le pagine, una, due volte, poi, senza nemmeno guardarle, cominciò:

    Ho posato la maschera e mi sono visto allo specchio...

Sussultai. Non solo perché la voce era molto diversa da come l'avevo sentita sere prima, ma anche perché veniva dal nulla, come un gesto improvviso, come... come quando aprono la fontana in piazza Mazzini e tutti i colombi scappano via terrorizzati.

    Ero il bambino di tanti anni fa...
    Non ero cambiato per niente...

     questo il vantaggio di sapersi togliere la maschera.
    Si è sempre il bambino,
    il passato che resta,
    il bambino.

    Ho posato la maschera, e me la sono rimessa
    Cosí è meglio.
    Cosí sono la maschera.

    E ritorno alla normalità come a un capolinea.

Silenzio. Ma mi era bastato un attimo, un solo attimo per tornare in quello stato d'animo dell'ultima volta, di quando aveva rintoccato San Giovanni. Pur essendo un bambino e non sapendo niente di poesie, mi riempii all'istante di quelle parole, e avrei potuto ripeterle a una a una senza sbagliare.

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