Copertina
Autore Horacio Verbitsky
Titolo Il volo
SottotitoloLe rivelazioni di un militare pentito sulla fine dei desaparecidos
EdizioneFandango, Roma, 2008, Tascabili 4 , pag. 210, cop.fle., dim. 12x16,8x1,2 cm , Isbn 978-88-6044-091-4
OriginaleEl vuelo [2004]
TraduttoreClaudio Tognonato
LettoreElisabetta Cavalli, 2008
Classe storia contemporanea , paesi: Argentina , storia criminale , storia: America
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Indice


Prologo                          9

1. La confessione               11
2. La negazione                 68
3. L'alienazione               122
4. La catarsi                  133

Epilogo                        148

Riferimenti                    162
Personaggi                     168
Cronologia                     181
Note del traduttore            204


 

 

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Pagina 11

1. La confessione


Diciamo la verità

"Sono stato all'ESMA. Le voglio parlare", disse abbordandomi in metropolitana.

Piccolo di statura, un gran naso e dei baffi, sui 45 anni. Con i pantaloni blu, camicia a righe a maniche corte e una valigetta da due soldi, somigliava a uno dei tanti sopravvissuti del più famoso campo di concentramento clandestino della dittatura militare che per guadagnarsi la vita corrono da una parte all'altra senza mai liberarsi da quel brutto sogno. Lo scambiai per uno di loro e gli risposi con una frase comprensiva per quello che aveva sofferto.

"No. Ha capito male. Io", chiarì, "sono compagno di Rolón." Dunque non era vittima ma carnefice.

Il capitano di fregata Juan Carlos Rolón era uno degli ufficiali dei Servizi informativi della Scuola di meccanica della Marina militare che, nel 1994, insieme al suo camerata Antonio Pernías scatenò una delle più gravi crisi politiche degli ultimi anni. Il presidente Carlos Menem aveva deciso di promuoverli capitani di vascello, ma il giorno in cui il Senato avrebbe dovuto, come previsto dalla Costituzione argentina, autorizzare la nomina, divulgai i loro precedenti sul giornale Página/12 di Buenos Aires, dove collaboro come editorialista politico. Li tenevo sotto osservazione da diciotto anni, da quando, alla fine del 1976, avevo cominciato a scrivere sulla guerra sporca in Argentina.

Negli anni Ottanta, durante i grandi processi per violazione dei diritti umani del regime militare tra il 1976 e il 1983, Pernías era stato arrestato con l'accusa di aver torturato undici detenuti, prevalentemente donne. Il caso fece molto clamore, trattandosi del gruppo originario delle Madri di Plaza de Mayo, sequestrate all'interno della chiesa di Santa Cruz alla vigilia di Natale del 1977. Un altro ufficiale di Marina, Alfredo Astiz, si era infiltrato tra di loro fingendosi fratello di uno scomparso e baciando una delle donne aveva dato il segnale d'inizio del sequestro. Di quel gruppo facevano parte le suore francesi Alice Domon e Léonie Duquet. Dopo essere state torturate, vennero tutte uccise. Per questo fatto, la Corte d'Appello di Parigi condannò Astiz all'ergastolo, unico militare che non può uscire dall'Argentina nemmeno per fare la guerra, a meno di farsi arrestare dalla Polizia.

Pernías fu anche accusato dell'assassinio di un gruppo di sacerdoti pallottini nella chiesa di San Patricio, altro tra i casi più sconvolgenti degli anni Settanta. Rolón fu indagato per il sequestro di una donna morta durante una perquisizione domiciliare. Per di più fu l'ufficiale della Marina argentina che diresse la sezione dei Servizi informativi dell'ESMA e che tentò il lavaggio del cervello di un gruppo di prigionieri politici perché, sotto la minaccia di morte, si adoperassero in compiti intellettuali a favore della carriera politica dell'ammiraglio Emilio Massera, uno dei membri della Giunta militare che aveva l'ambizione di diventare un leader carismatico al pari dell'ex presidente Juan Domingo Perón. Due leggi approvate dall'ex presidente Raúl Alfonsín dopo la sommossa dei militari carapintada che si opponevano ai processi, salvarono dal carcere Rolón e Pernías: la legge del Punto finale impedì che Rolón venisse processato mentre Pernías tornò libero grazie alla legge dell'Obbedienza dovuta.

La Commissione nazionale per la scomparsa delle persone formata, alla fine della dittatura, da una dozzina di personalità del mondo scientifico, artistico, culturale, ecclesiastico e politico aveva registrato altre denunce: in Venezuela, a migliaia di chilometri dall'Argentina, Pernías e Rolón avevano cercato di sequestrare l'ex dirigente d'azienda peronista Julio Broner, sospettato di aver mantenuto rapporti con la guerriglia montonera. Pernías aveva in mente di lanciare dardi imbevuti di una droga che avrebbe paralizzato la vittima. Per calcolare la dose esatta, aveva sperimentato i dardi su di un prigioniero di cui non si è mai più saputo nulla. Era stato anche istruttore in un corso di "Lotta antisovversiva" per i torturatori che venivano dall'Uruguay, Paraguay, Bolivia, Nicaragua, Brasile e Guatemala e aveva costituito una società immobiliare che vendeva le case saccheggiate dei detenuti, i cui familiari venivano ricattati perché ne firmassero la cessione. Una volta venduti gli appartamenti, i prigionieri venivano uccisi.

Fin qui il tiramolla non era molto diverso da quelli che si erano succeduti dopo la fine della dittatura, ogni volta che l'esecutivo faceva richiesta di promozioni. La stampa li esaminava con la lente di ingrandimento e le organizzazioni per i diritti umani comunicavano al Senato le proprie obiezioni, mentre il Governo e gli Stati Maggiori esercitavano una pressione contraria. Questa volta, però, c'era una differenza. Sentendosi abbandonati dalla Marina, Pernías e Rolón si erano decisi a parlare scatenando una reazione a catena. Fino a quel momento i militari avevano negato i fatti, screditando i testimoni accusati di continuare con altri mezzi la lotta politica contro le Forze Armate.

Pernías riconobbe la tortura come l'arma scelta di una guerra senza legge, ammise il coinvolgimento della Marina nel sequestro e nell'assassinio delle suore francesi e suggerì che i sacerdoti pallottini fossero stati uccisi dalla Polizia federale. Rolón fu più sfuggente. Affermò che, in nessun caso, avrebbe mai dato disposizioni "errate" come quelle a cui aveva obbedito, erano state impartite da "superiori che ora, con il consenso del Senato, sono ammiragli". Fece inoltre sapere che nessuno aveva svolto un ruolo marginale, visto che la Marina aveva disposto che tutti gli ufficiali si dessero il turno nei gruppi di lavoro che agivano in quegli anni.

"Non le pare che a Rolón stiano facendo una puttanata?", chiese l'uomo con la valigetta da due soldi.

In che senso?

Seguì un dialogo fatto di domande.

"Crede davvero che Rolón abbia agito di propria iniziativa, che eravamo una banda?", disse con tono di sfida.

E cosa eravate se non una banda?

"Una banda può disporre delle infrastrutture della Marina, muovere aerei?"

Aerei?

Aprì la valigetta ed estrasse una fotocopia:

"Legga questo, le potrà interessare".

Era una lettera-documento indirizzata al capo di Stato Maggiore della Marina, ammiraglio Enrique Emilio Molina Pico. Vi si diceva che se la Commissione nomine del Senato avesse negato le promozioni a Pernías e Rolón, si sarebbe dimostrata ingiusta e irriconoscente. Per tale ragione la Marina avrebbe dovuto render noti "quali furono i metodi che gli ufficiali ordinarono di adottare nella Scuola di meccanica della Marina allo scopo di arrestare, interrogare ed eliminare il nemico nella guerra contro la sovversione e, qualora fossero esistite, le liste di quelli che vengono erroneamente definiti desaparecidos".

Eliminare il nemico?

"Finisca di leggere."

"Essendo stato distaccato all'ESMA obbedì a ordini di superiori che ora sono signori ammiragli con l'autorizzazione dell'Onorevole Senato della Nazione." Questa frase attirò la mia attenzione. Era un modo indiretto per dire: o tutti o nessuno.

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Pagina 52

Il paese delle ombre

Molte volte ci aveva girato attorno senza decidersi a entrare nel pieno dei ricordi peggiori. Vi si era comunque molto avvicinato e non voleva tornare indietro, come se trovasse nella confessione un atroce conforto. Introdusse la questione spontaneamente mentre stavamo parlando d'altro:

"Lei mi ha chiesto che succedeva sugli aerei. Una volta che l'aereo si allontanava da terra, il medico che era a bordo somministrava loro una seconda dose, un calmante molto potente. Si addormentavano completamente".

Che facevate quando i prigionieri si addormentavano?

"Questa è una domanda veramente morbosa."

Morboso è ciò che avete fatto.

"Non vorrei che qualcuno potesse pensare che provo un qualche piacere a raccontare queste cose."

Ormai è chiaro che lei vuole parlare di Rolón e di Astiz. Sono io a voler conoscere i particolari del volo perché non resti qualcosa di astratto.

"Ci sono quattro cose che mi fanno stare male: i due voli che ho fatto, la persona che ho visto torturare e il ricordo del rumore delle catene e dei ceppi che venivano messi ai prigionieri. Li ho visti appena un paio di volte, però non posso dimenticare quel rumore. Non voglio parlarne. Mi lasci andare."

Qui non è all'ESMA. Lei è qui di sua spontanea volontà e può andarsene quando vuole.

"Sì, lo so, non volevo dire questo. Ci sono particolari importanti, ma mi è difficile raccontarli. Quando ci penso vado fuori di testa. Una volta che avevano perso i sensi venivano spogliati e, quando il comandante, a seconda di dove si trovava l'aereo, dava l'ordine, si apriva lo sportello e venivano gettati di sotto nudi, a uno a uno. Questa è la storia. Macabra ma reale e che nessuno può smentire. Non riesco a dimenticare l'immagine dei corpi nudi sistemati uno sopra l'altro nel corridoio dell'aereo come in un film sul nazismo. Venivano adoperati aerei Skyvan della Prefettura ed Electra della Marina. Nello Skyvan venivano gettati dallo sportello posteriore, che si apre verso il basso. uno sportellone molto grande, ma senza posizioni intermedie, o è chiuso o è aperto. Rimane perciò in posizione aperta. Il sottufficiale teneva giù con il piede una specie di porta oscillante, per lasciare uno spazio di 40 centimetri verso il vuoto. Da lì cominciavano subito dopo a scaricare i sovversivi. Data la situazione, nervoso com'ero, per poco non cado e vengo risucchiato dal vuoto."

Come?

"Sono scivolato e loro mi hanno ripreso."

Lei parla di due voli nello stesso mese.

"Sì, a giugno o luglio del 1977. Il secondo volo fu un sabato. La mia famiglia abitava a Bahía Blanca e io andavo a trovarli ogni quindici giorni, quindi il sabato e la domenica restavo a lavorare nella Scuola. Ho ricevuto l'ordine. Sono stato nominato capocolonna, abbiamo seguito la stessa prassi solo che questa volta abbiamo utilizzato un Electra. La procedura era simile, però veniva usata la porta di emergenza nella parte di poppa, dietro, a tribordo, cioè a destra. Quella porta veniva tolta e l'operatore che avrebbe fatto il lavoro era legato con una corda. In questo secondo volo, seguendo la teoria stabilita dalla Marina, vi erano anche degli ospiti speciali."

Che significa ospiti speciali?

"Ufficiali di alto rango della Marina, che non partecipavano ma venivano in volo per farci coraggio, per esempio capitani di vascello, ufficiali superiori da altre zone."

Che facevano?

"Niente. Era in qualche modo un sostegno morale al lavoro che stavamo svolgendo."

Loro erano seduti insieme ai prigionieri?

"No, no. Praticamente non vi erano sedili, solo alcuni davanti, il resto era completamente vuoto."

E gli ufficiali superiori come viaggiavano?

"Viaggiavano seduti. Dopo, durante l'operazione, si mettevano in piedi e da lì guardavano."

Guardavano?

"Sì, sì, guardavano."

Ma non partecipavano.

"Beh, che non partecipassero..."

chiaro che partecipavano e questo era proprio il senso della loro presenza.

"Certamente."

Perché non intervenivano in modo attivo, con le loro mani?

"Perché non era necessario."

Come portavate le persone addormentate fino allo sportello?

"In due."

Li trascinavate?

"Venivano sollevati fino alla porta."

Rimanevano addormentati?

"Completamente addormentati. Nessuno ha sofferto nella maniera più assoluta."

Non c'e mai stata una qualche eccezione?

(Questa domanda sembra metterlo in agitazione più delle altre, pensa e ripensa prima di rispondere.)

"No, non che io sappia."

Non ha mai visto una persona che si sia svegliata?

"Che si... ?"

Che si sia svegliata.

"No, non ne ho mai vista una."

Che abbia fatto resistenza?

"No, no, no."

Qual è stata la causa del suo scivolone?

"Sono scivolato per via del pavimento metallico dell'aereo. Facendo forza, muovendo i corpi dei sovversivi per poco non casco di sotto."

Veniva fatto qualche studio del posto dove...?

"Li devono avere fatti, immagino di sì. In mezzo al mare."

Quante persone calcola furono assassinate in questo modo?

"Da quindici a venti ogni mercoledì."

Per quanto tempo?

"Due anni."

Due anni, cento mercoledì, da 1500 a 2000 persone.

"Sì. Uscendo dall'aeroporto veniva dato un piano di volo verso la base navale di Punta Indio. Arrivando a Punta Indio si faceva rotta verso il mare aperto. Qualcuno ha detto che i piani di volo di quell'epoca sono scomparsi, il che mi sembra un'altra cosa incredibile. Forse era accettabile in quel momento, ma oggi non lo so."

Quale personale navale faceva parte di ogni volo?

"Nella cabina c'era l'equipaggio normale dell'aereo."

E insieme ai prigionieri?

"Due ufficiali, un sottufficiale, un caporale e il medico. Nel mio primo volo, il caporale della Prefettura era completamente all'oscuro di quale fosse la missione. Quando, una volta a bordo, si rese conto di ciò che doveva fare è stato colto da una crisi di nervi. Si è messo a piangere. Non capiva niente, gli si confondevano le parole. Quella situazione innervosì anche me. Gli spiegai come stavano le cose e dissi al sottufficiale di informare i piloti perché veramente la situazione era tale... Non sapevo come dovevo comportarmi con un uomo della Prefettura in una situazione così critica. Alla fine venne spedito in cabina. Lo Skyvan è come un grande scatolone, con la cabina separata. Finimmo di spogliare i sovversivi..."

Lei, il tenente Vaca, il medico...

"No, no. Il medico gli faceva la seconda iniezione e basta. Dopo se ne andava in cabina. Questo anche nel secondo volo che ho fatto."

Perché?

"Dicevano che era per via del giuramento d'Ippocrate. Credo fosse così in tutti i voli. Si diceva che il motivo fosse questo e, in qualche modo, veniva accettato da un punto di vista razionale. Per essere concreti: il comandante di quegli aerei volava, il pilota e il copilota volavano. Volendo usare la sua terminologia: non sequestravano, non torturavano e non uccidevano?"

Perché no?

"Secondo lei nella questione della tortura è colpevole solo chi sta lì. Qual è la differenza tra il pilota dell'aereo e Rolón e Pernías?"

Nessuna.

"Ah. Allora, o tutti o nessuno, ma una volta superati i normali ostacoli che offre la carriera navale, o si promuovono tutti o nessuno. Lei è d'accordo? Forse mi dirà nessuno. Ma sono o tutti o nessuno."

Tutti quelli che vi hanno preso parte. Quello che era alla guida dell'aereo partecipava. Il cuoco non partecipava.

"Il cuoco non è un buon esempio."

Lo ha tirato fuori lei.

"Il cuoco no, perché stiamo parlando di capi e ufficiali in servizio in quel periodo."

Quello che lei mi dice è che o partecipavano al sequestro, o partecipavano alla tortura o partecipavano all'esecuzione clandestina. Non vi era nessuno che non prendesse parte a nessuna delle tre circostanze?

"Può darsi che qualcuno non vi abbia preso parte in forma del tutto casuale. Si faceva a turno. Forse può saltar fuori uno che dica 'io non c'ero'. Però sapeva e se non vi ha preso parte non fu perché non voleva ma perché non gli fu assegnato quel compito. Meglio non far confusione."

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2. La negazione


La menzogna istituzionalizzata

Il silenzio che cominciò a essere infranto da Pernías e Rolón al Senato era il frutto di una strategia deliberata. Solo la confessione di Scilingo, però, riuscì ad arrivare alla sostanza, dopo quasi due decenni. forse opportuno ripercorrere l'itinerario che, dalla completa negazione iniziale, e passando attraverso ammissioni parziali ed eufemismi, condusse la menzogna istituzionalizzata alla verità di un uomo solo a cui nessuno voleva dare ascolto.

Poco dopo il colpo di stato, il comandante in capo della Marina precisò i termini della lotta: "Quelli che sono dalla parte della morte e noi che siamo dalla parte della vita". L'ammiraglio Massera incominciò affermando: "Non tollereremo che la morte vada in giro liberamente in Argentina" e concluse ammonendo: "Non combatteremo fino alla morte, combatteremo fino alla vittoria, si trovi questa più in qua o più in là della morte". In un passaggio centrale descrisse la guerra obliqua, primitiva e crudele, una guerra dove "la macchina dell'orrore scatenò la sua impunità su sprovveduti e innocenti". Un discorso senza corpo, pura retorica e vanità metafisica.

Fu nel 1977, quando si era ormai verificata più della metà dei sequestri e omicidi di tutto il periodo militare, che il presidente Videla parlò per la prima volta dei desaparecidos. Argomento fino ad allora negato come materia di propaganda dei perversi e potenti nemici del paese. In un incontro con la stampa estera, descrisse quattro tipi di desaparecidos: quelli entrati in clandestinità, i traditori eliminati dalla stessa guerriglia, quelli resi irriconoscibili da incendi ed esplosioni in scontri armati, e solo alla fine le vittime degli "eccessi" della repressione. Si astenne dal quantificare la classificazione e non accettò il dialogo su nessun caso specifico.

Pochi giorni dopo il capo di Stato Maggiore dell'Esercito, generale Roberto Viola, spiegò, in un ricevimento alla confederazione dei grandi proprietari terrieri e allevatori di bestiame, che erano stati abbattuti o detenuti 7000 o 8000 sovversivi, singolare imprecisione trattandosi della vita o della morte di migliaia di persone. Viola giocava con le cifre, Massera con le parole. Ognuno a modo suo si beffava dei propri interlocutori. Un giornalista chiese:

All'estero giungono informazioni secondo le quali in Argentina non verrebbero pienamente rispettati i diritti umani, e si arriva perfino a dire che ci sono persone ingiustamente detenute o altre che sarebbero state uccise.

"Non c'è dubbio che in Argentina non vengono rispettati i diritti umani", rispose Massera, "quando si pensa che si perde la libertà ingiustamente e vengono commessi degli omicidi. Altrimenti, che cosa significa l'immenso elenco di membri delle Forze Armate, dirigenti di azienda, dirigenti della comunità e persone lontane dalla politica, donne e bambini che vengono assassinati senza pietà o tenuti in ostaggio per mesi nelle cosiddette carceri del popolo in condizioni di vita oltraggiose perfino per il più spregevole degli animali?"

Il giornalista non provò nemmeno a chiedere quali fossero per lui gli animali più spregevoli.

Viola disse che peggio che perdere la vita era perdere la guerra. L'unica spiegazione che l'Esercito era disposto a offrire al paese era quella di compiere la propria missione. In una frase insidiosa parlò dei caduti, dei morti, dei feriti, dei detenuti e di quelli che chiamò: gli assenti per sempre. Per scoraggiare qualsiasi insistenza reiterò che era inutile cercare spiegazioni perché non ce n'erano.

Nel 1979 la Commissione interamericana per i diritti umani della Organizzazione degli stati americani (OSA) fece visita alle carceri, intervistò politici, militari, sindacalisti, imprenditori, dirigenti dei mass media, familiari degli scomparsi, raccolse prove e testimonianze. Il ministro Harguindeguy, con una superbia che stava arrivando al culmine, disse che l'Argentina si confessa solo davanti a Dio e che gli eserciti vincitori non vengono processati, né dopo la guerra si chiede loro conto dell'accaduto.

Congedandosi dalle truppe dell'Esercito per preparare la sua candidatura presidenziale, Viola disse che nel percorso verso la democrazia vi era una condizione fondamentale: le Forze Armate non avrebbero mai ammesso di riesaminare le proprie azioni, perché autorizzare la messa in stato d'accusa di chi aveva combattuto con onore e sacrificio avrebbe costituito un tradimento e un oltraggio alla loro etica. Durante una visita negli Stati Uniti per conoscere il neopresidente Ronald Reagan, Viola espresse la convinzione che la vittoria militare esime da ogni responsabilità, e affermò che, se la Germania avesse vinto la Seconda guerra mondiale, i processi di Norimberga si sarebbero svolti in Virginia, paragonando involontariamente la dittatura con il nazismo.

Il generale Galtieri, che prese il suo posto nell'Esercito, disse che i militari avevano preservato l'integrità della nazione, volendo con ciò legittimare i mezzi impiegati. "Non chiedeteci spiegazioni perché non ve le daremo", disse alzando la voce, "così come i nostri nemici non ve le avrebbero date se avessero vinto la guerra." Videla dichiarò che la partecipazione dei partiti al dialogo politico da lui promosso costituiva una legittimazione formale della presa di potere e che i suoi interlocutori si erano assunti l'impegno di comunicare la propria approvazione a tutto ciò che era stato fatto nella lotta contro la sovversione. Le accuse non venivano più negate, né si faceva ricorso a spiegazioni inverosimili sugli scomparsi. Giustificavano l'operato e da tale riconoscimento facevano dipendere l'esistenza dei partiti politici che avessero voluto sedersi al tavolo generoso delle trattative. Ne parlavano comunque sempre con eufemismi vergognosi.

La relazione finale dell'OSA diffusa nel 1980 considerò morti per mano ufficiale le migliaia di detenuti desaparecidos dando per certo l'uso allarmante e sistematico della tortura. La risposta ufficiale segnò la nuova posizione militare. Il governo spiegò che il rischio della disgregazione nazionale aveva creato una situazione di necessità per fare fronte alla quale lo stato aveva messo in atto le proprie facoltà di autodifesa facendo uso dei "mezzi appropriati". Non farlo avrebbe significato condannarsi all'impotenza e a una forma di suicidio. Nemmeno questa volta venne detto quali fossero quei metodi. Erano l'assoluto innominabile.

Il problema che le prime quattro giunte militari avevano sottovalutato all'apice della propria potenza si dimostrò, dopo il collasso della guerra con la Gran Bretagna per le isole Malvine/Falkland, di una gravità che nessun militare aveva nemmeno sospettato. Il generale Benito Bignone, ultimo dittatore, fu incaricato di organizzare il ritiro dal potere. Nel 1982, prima di accedere alla carica, si era riunito con i rappresentanti di tutti i partiti e solo un conservatore, l'ex capitano di vascello Francisco Manrique, ebbe l'audacia di suggerire che sarebbe stato opportuno pubblicare l'elenco degli scomparsi. Bignone disse che un tale elenco non ci sarebbe mai stato e nessuno insistette.

Impaurita dal possibile impatto sociale della dissoluzione del regime, la Chiesa promosse una funzione e una messa di Riconciliazione per fare in modo che i partiti arrivassero a un accordo con il Governo sulle condizioni della successione e per l'apertura di un negoziato sull'amnistia. Alcuni settori militari opposero il proprio veto all'eventualità di uno scambio tra impunità, da una parte, e calendario elettorale dall'altra. Comunque, una volta concessa la convocazione alle urne con tempo sufficiente per risistemare gli arrugginiti apparati di partito, nemmeno i politici si interessarono perché si giungesse a un qualche accordo con un regime che si stava sgretolando.

Il Governo, in mancanza del negoziato, rese nota in forma unilaterale una serie di condizioni. Le principali erano la non revisione della guerra e dei misfatti commessi dai militari, il mantenimento dei giudici nominati dalla dittatura e la partecipazione delle Forze Armate al nuovo Governo.

La Santissima Trinità militare fece conoscere il Documento finale della Giunta sulla guerra contro la sovversione e il terrorismo. Sosteneva che le Forze Armate, costrette dall'organizzazione in cellule e dalla compartimentazione del nemico nella guerra sporca, avevano fatto uso di procedure inedite. Le forze militari avevano agito prendendo decisioni nel mezzo della lotta, con la quota di passione che il combattimento e la difesa della propria vita genera, "in questa apocalittica cornice sono stati commessi errori che, come succede in ogni conflitto, hanno qualche volta superato il limite del rispetto dei diritti fondamentali". Questi errori dovevano restare soggetti al giudizio di Dio e alla comprensione degli uomini. Diceva inoltre che erano stati commessi in operazioni organiche e sotto i comandi naturali nell'esecuzione di ordini propri del servizio.

Sui desaparecidas, la Giunta militare arrivava appena ad accettare come ipotesi la loro morte in forma violenta in combattimento con forze legali e che fossero sepolti in tombe anonime.

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3. L'alienazione


Whisky e pasticche

Due bicchieri di whisky pieni fino all'orlo furono la sua razione quando tornò dal primo volo. Li mandò giù tutti d'un fiato e dormì fino al giorno dopo. Scoprì che, per trovare conforto, quella era una medicina più efficace delle parole del cappellano militare. Eppure non lo stordivano a sufficienza. Col tempo lasciò il whisky per gli psicofarmaci. Con whisky o sonniferi la cosa più difficile era superare la notte. Dormire significava rivivere il volo: lui che scaraventava dallo sportello i corpi nudi, metteva un piede in fallo e cadeva. Quel giorno del 1977 un membro dell'equipaggio era riuscito a trattenerlo, ma in sogno il vuoto lo divorava. Prima di entrare a contatto con le acque del mare si svegliava.

Tuttavia ci vollero molti anni prima che Scilingo rimettesse in discussione quell'ordine. Le prime critiche che fece erano rivolte ad alcune tematiche che gli sembravano più gravi dei voli.

Tutto ciò che veniva raccolto durante le perquisizioni veniva messo in un deposito della Scuola. In quel luogo la contabilità era molto severa. Norma era che si potevano ritirare solo oggetti utili alle operazioni del gruppo tattico o per aiutare la vedova di qualche camerata morto. Un giorno Scilingo si recò al deposito per avere una perforatrice che gli serviva per l'officina e scoprì che non ce n'erano più.

"Ma se ce n'erano due o tre...", reclamò senza successo.

Cominciò così a scoprire come si fossero allentati i controlli. Pose la questione ai suoi capi che gli risposero che la cosa non lo riguardava. Criticò anche uno spreco eccessivo di autovetture. Non vi era nessuna attenzione per le macchine e venivano richiesti optional di lusso inusitati per vetture operative. Ricevette addirittura proteste quando l'officina consegnò una macchina a cui mancava una modanatura e un'altra con un problema di tappezzeria. Le vetture dei Servizi informativi avevano la precedenza anche se non sempre venivano usate per servizio. I reclami venivano trasmessi dal capo del parco macchine, il tenente di vascello Vaca, che fu suo compagno nel primo volo, e verso il quale Scilingo sviluppò un rapporto di antipatia reciproca.

Secondo la sua testimonianza, i prigionieri prima di essere gettati nel vuoto venivano spogliati. Eppure i primi cadaveri apparsi nell'Uruguay erano vestiti. "Quella fu una grande mascalzonata, la più grande barbarie. Chi ha fatto quel volo è come impazzito. Non resse allo shock e dopo ha chiesto di andare in congedo", disse. Ma che significa barbarie in un tale contesto? Le parole perdono il loro senso e Scilingo non vuole spiegarlo.

"Prima di parlare di questi fatti devo verificare qualcosa."

Verificare che?

"Un nome."

Quando entrò nella sala di torture e vide la donna avvocato del tenente Vaca...

"Non le dirò nulla finché non avrò verificato quel nome."

L'hanno buttata vestita? Oltre che vestiti li gettavano svegli?

"Ne riparleremo quando saprò quel nome."

Scilingo finì per essere un personaggio scomodo. Nel 1978 dalla Scuola di meccanica della Marina lo trasferirono alla fregata Libertad come capo di propulsione ed elettricità. Fu poi capo-macchinista del cacciatorpediniere Storni, secondo comandante della nave di avvistamento Sobral e capo di una lancia torpediniera nella Terra del Fuoco e cioè ai confini del mondo. Arrivò senza ostacoli al grado di capitano di corvetta. Adempiva al proprio dovere come tutti gli altri, senza farsi notare, e non venne mai punito. Nell'intimo della propria coscienza però, dopo il primo volo, niente sarebbe stato più lo stesso.

Nella base navale di Puerto Belgrano ritrovò l'ex capo dei Servizi informativi dell'ESMA. Il capitano di fregata Jorge Acosta si faceva vedere in giro per il quartiere degli ufficiali a bordo di una Mercedes Benz e alcuni arredatori stavano restaurando la sua casa. Dov'era finito l'orologio d'oro dell'ammiraglio Mayorga?

Dalla Terra del Fuoco Scilingo passò a un impiego burocratico come aiutante del capo degli uffici militari della presidenza. Arrivò alla Casa Rosada due giorni prima che Videla andasse in pensione e restò lì durante i governi Viola, Galtieri, Bignone e i primi cinque mesi di Alfonsín. Furono gli anni della fine dell'euforia economica, della fine del consumismo sfrenato, della guerra delle Malvine e del collasso della dittatura, l'epoca delle prime rivelazioni sui cadaveri non identificati alla stampa che si mostrava sorpresa come se fosse appena giunta in un paese straniero, del Documento finale, dell'autoamnistia e della sua deroga, delle indagini della Commissione nazionale per la scomparsa delle persone, dei processi contro gli ex comandanti e del primo processo contro Astiz. Desapareddos e responsabili di quelle sparizioni occuparono il centro della scena politica del paese. I fantasmi di Scilingo prendevano corpo.

Ma egli aveva anche altre preoccupazioni che comunicò al suo capo. La sua esperienza come elettricista era maturata in unità di tecnologia ormai superate e anche la sua stessa formazione operativa era invecchiata per poter essere utilizzata in unità moderne. Questo avrebbe compromesso il suo futuro, perché si sarebbe trovato in condizioni tecniche e operative di inferiorità. Voleva essere occupato in mansioni che gli permettessero di conoscere i nuovi strumenti o altrimenti essere spedito nelle unità dell'Antartide. Dopo cinque mesi accolse fiducioso il trasferimento alla portaerei. Nato a Bahía Bianca, la città sede della maggiore base navale, la Marina fu sempre l'orizzonte ovvio per chi, come lui, era uno dei tre figli della famiglia di un piccolo costruttore e di una maestra. L'impiego prolungato in ufficio non avrebbe danneggiato la sua carriera in Marina, che gli sembrava ancora l'unica e la migliore possibile.

Scilingo doveva presentarsi per l'esame di ammissione alla Scuola navale militare per seguire un corso di Stato Maggiore e non si sentiva molto preparato. Tre settimane prima dell'esame fece sapere al capo dell'Arsenale navale che gli orari e le funzioni nella Presidenza non gli avevano permesso di prepararsi adeguatamente e chiese un anno di proroga per "avere le stesse possibilità degli altri richiedenti".

Il capo dell'Arsenale rifiutò la richiesta. Non vi era molto tempo per considerare il caso prima dell'esame e non vi erano precedenti. Inoltre, seguire il corso alla Scuola navale non era più una condizione per accedere a posti di comando o essere promosso. Lo ammonì perché intensificasse la propria preparazione nelle due settimane che restavano prima dell'esame. Spedì anche una copia della richiesta e della risposta alla Scuola navale.

Scilingo fece l'esame. Successivamente si riunì con lo Stato Maggiore della Scuola. Gli chiesero perché aveva chiesto la proroga se era ben preparato, e lui venne così a sapere di essere stato promosso con un buon voto. Decise di essere sincero con i suoi superiori. Disse:

"La storia vera è questa: quando sono stressato mi blocco per il casino che ho avuto in uno dei voli quando ero all'ESMA durante la guerra contro la sovversione".

Raccontò il suo incubo. Dopo un silenzio interminabile, un ufficiale superiore gli consigliò:

"Lei dovrebbe farsi visitare".

"Non so se dovrei farmi visitare", rispose sorpreso.

"Il nostro consiglio è che si faccia visitare", incalzò il suo interlocutore.

Ritornando a Puerto Belgrano, il suo capo l'accolse in malo modo:

"Sembra che abbia parlato troppo alla Scuola navale".

"Perché lo dice?", domandò.

"Ha fatto riferimento a fatti che le creeranno qualche fastidio", rispose mentre compilava l'ordine di avviare un esame psicologico.

All'Ospedale navale gli fu fatta una serie di test. Risultato: non era malato né soffriva di turbe psichiche tali da non renderlo idoneo. Tuttavia in uno scritto confidenziale di sole ottanta parole gli veniva comunicato che era stato giudicato, con sovrabbondanza di maiuscole navali, "non idoneo per funzioni direttive-definitive" e "ammesso per restare in servizio". Questo significava ché la sua carriera si sarebbe conclusa senza nuove promozioni, in quanto era rimasto "definitivamente escluso dal fronte dei capitani di corvetta suscettibili di essere valutati dalla Giunta delle promozioni". Si erano appena concluse le udienze pubbliche nel processo agli ex comandanti e i giudici stavano valutando le prove e preparando la sentenza.

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Come Pinochet, Scilingo finge malattie invalidanti al momento di rispondere dei propri crimini. Quando disponevano di un potere assoluto, i due sono stati implacabili contro le persone indifese che cadevano nelle loro mani. Ora invece tremano e si lamentano, simulano deperimento o demenza quando si chiede loro il resoconto delle proprie azioni. Oltre ad avere ruoli diversi nelle rispettive gerarchie del meccanismo del terrore, Pinochet e Scilingo sono anche due personalità differenti, accomunate unicamente dalla vigliaccheria. Il cileno ha sempre negato di essere a conoscenza dei fatti, delegandone la responsabilità ai ranghi inferiori, così come fecero Videla e Massera in Argentina. Inoltre questi hanno sempre parlato con disprezzo delle proprie vittime; Scilingo, invece, è stato il primo ufficiale a confessare il proprio coinvolgimento nell'omicidio di trenta persone, i cui volti addormentati e i corpi nudi lo perseguitano in sogno. Perfino nel momento della ritrattazione ha sbagliato tutto, non lasciando dubbi su quando aveva detto la verità e quando aveva mentito. Davanti al tribunale che lo giudica per torture, terrorismo e genocidio, Scilingo ora afferma di non aver mai ammazzato nessuno, che è stata tutta una messinscena e che da giovane voleva fare l'attore. Si trovava all'ESMA, ma era escluso dal gruppo tattico e soltanto diversi anni dopo ha saputo dai giornali quanto stava accadendo. Un giorno ha raccontato che la Izquierda Unida lo aveva pagato per confessare la storia dei voli, accordando i termini con il giudice Garzón. Il giorno seguente ha ammesso di averlo fatto per vendetta nei confronti di Massera, il quale aveva ordinato il sequestro della sorella di Scilingo, che era militante e fu costretta a vivere in clandestinità, dopo di che si ammalò e morì. In seguito ha detto di essersi consegnato all'autorità giudiziaria per far avviare l'inchiesta. Io sono stato il primo testimone citato per confutare la sua inconsistente ritrattazione.

Gli spagnoli hanno conosciuto Scilingo nel 1997, in uno speciale televisivo in cui ha confessato il rimorso per i due voli a cui aveva preso parte. La Spagna aveva conosciuto una barbarie simile tra il 1936 e il 1939 quando, per dirla con Bernanos, "si fucilava come si abbattevano gli alberi". Ma quella era una guerra civile vera e propria e nessuno si è messo a raccontare il modo in cui si uccideva la gente nel sonno. "Sono un assassino", ha detto Scilingo in quell'occasione, passaggio che la televisione spagnola ripropone per mettere in dubbio la sua ritrattazione.

Vicente Romero, il giornalista spagnolo che all'epoca aveva intervistato Scilingo, ha dichiarato in tribunale che il militare era un uomo con un disperato bisogno di confessarsi. E la stessa cosa che io e gli spettatori argentini abbiamo sentito dire dozzine di volte in televisione nelle interviste realizate tra novembre del 1994 e febbraio del 1995. Scilingo è stato il primo e finora l'unico militare a comprendere in pieno la dimensione tragica dei crimini che ha commesso tentando, attraverso la confessione, di recuperare almeno in parte l'umanità perduta. All'inizio la sua argomentazione seguiva una logica professionale: se abbiamo fatto tutti la stessa cosa, perché alcuni vengono premiati con la promozione e altri puniti con l'interruzione di carriera? Solo con il passare delle ore la corazza si è frantumata ed è apparsa la motivazione profonda, la colpa devastante che egli non è riuscito a mitigare né con la religione né con l'alcol o i farmaci, i volti addormentati e i corpi nudi che lo perseguitano in sogno, quella che la gerarchia ecclesiastica interpellata dalla Marina aveva definito "una morte cristiana".


La farsa

Come conciliare questo personaggio tragico con la farsa della simulazione di fronte ai giudici spagnoli, smentendo con i fatti l'idea che Scilingo potesse avere qualche talento per la recitazione? Quando ero lì a testimoniare davanti ai tre magistrati, sentivo i movimenti nervosi di Scilingo seduto alle mie spalle. Ho ricordato l'intervista che gli avevo fatto nello stesso mese in cui fu pubblicata la sua confessione, diceva di sentirsi sollevato e che "tutti noi che abbiamo commesso queste atrocità dovremmo essere in galera". Ho parlato della determinazione con cui aveva deciso di andarsene in Spagna, nonostante i suoi avvocati lo avessero avvertito che lì non avrebbe ottenuto alcuno status privilegiato perché non era un testimone, ma un imputato. Ho raccontato che dopo l'arresto mi aveva chiamato dal carcere, dalla sua prima cella in Carabanchel: lo trovai rassegnato, come chi ha raggiunto una meta tanto agognata quanto temuta. Ho richiamato l'attenzione del tribunale su una corrispondenza intercorsa tra Scilingo e vari membri della Marina che smontava le argomentazioni della tentata ritrattazione. In una delle lettere, Scilingo implorava la Giunta delle Promozioni di non troncargli la carriera. In quell'occasione aveva descritto "un volo su un aereo Skyvan della Prefettura Navale argentina nell'anno 1977, quando, nell'ambito di operazioni legate alla lotta antisovversiva, mentre il portellone dell'aeronave era aperto, persi l'equilibrio e fui sul punto di cadere nel vuoto, cosa che fu evitata grazie al rapido intervento di un membro dell'equipaggio". La Marina aveva accettato la richiesta e aveva stabilito di rimandare di un anno la decisione sulla promozione. Come si poteva far credere che i prigionieri venissero portati a passeggio sull'aereo preferito dai paracadutisti e che il portellone venisse aperto per far prendere loro un po' di sole e respirare la brezza del mare? Questa lettera era stata scritta nel 1985, quasi dieci anni prima del mio primo incontro con Scilingo nella metropolitana di Buenos Aires, e della prima volta che ascoltai la sua storia, undici anni prima che gli argentini residenti a Madrid sollecitassero l'inchiesta giudiziaria da cui ha preso le mosse il processo spagnolo. Scilingo ha riconosciuto poi l'autenticità della lettera davanti ai magistrati.

Uno degli avvocati della pubblica accusa mi ha chiesto se Scilingo avesse mai contestato qualche punto del libro contenente la confessione che ora voleva negare. Mai, ho risposto, tanto più che, fino a pochi mesi fa, Scilingo ha continuato a scrivermi dal carcere di Alcalà Meco, senza mai tornare indietro sui suoi passi. Il presidente del tribunale, Fernando García Nicolàs, è rimasto stupito e mi ha chiesto se conservavo quella lettera. Mentre gliela consegnavo ha fatto avvicinare Scilingo.

"Ha scritto lei questa lettera?"

"Sì, è la mia calligrafia."

"E l'ha spedita lei al teste?"

"Sì, Vostro Onore."

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