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| << | < | > | >> |Pagina 9- Lei - pausa - è un uomo triste?Così mi ha detto, questa giornalista. È l'ultima domanda, dopodiché un assessore appena sconfitto alle elezioni mi stringerà la mano e mi consegnerà la busta con i quindici milioni del premio Giamburrasca-Narrativa per ragazzi. Quindici milioni. Valgono bene il peso di questa serata, consistente di lunga cena al ristorante in compagnia delle autorità locali, successiva cerimonia di premiazione nella sala-convegni inaugurata di fresco (c'è ancora odore di vernice), discorso del sindaco uscente, di quello entrante, della presidentessa della giuria, e intervista finale al vincitore effettuata da una giornalista con gli occhi a pesce lesso. E valgono, quei quindici milioni, anche tutte le insulse domande che la suddetta mi ha rivolto ('Fino a che età ha creduto a Babbo Natale?"; "Quale stagione preferisce?"; "Ho notato che non ha mangiato i dolci: perché?"), alle quali ho risposto con eroica diligenza - senonché improvvisamente tutto è stato reso agghiacciante dall'irruzione di una signora che si è impossessata del microfono per lanciare un appello affinché la si aiuti a tenere in vita artificiale suo figlio Matteo di nove anni (mio fedele lettore, ha precisato), dichiarato clinicamente morto a seguito di un incidente automobilistico e divenuto oggetto di un'accesa disputa cittadina a proposito dell'opportunità di fargli occupare a tempo indeterminato uno dei due respiratori automatici esistenti nella sala di rianimazione dell'ospedale. | << | < | > | >> |Pagina 42Il pomeriggio sta declinando lentissimamente, come solo in giugno può capitare, a queste latitudini. Davanti a me, lontano, il crinale piatto e verde del Gianicolo, trafitto dal grattacielo - lo chiamano così - di piazza Rosolino Pilo, viene sorvolato da un aereo a una quota che sembra spaventosamente bassa. Ma è un effetto ottico, lo so, l'ho imparato. Il cielo è tutto un turbinare di rondini, e i rumori del traffico, laggiù - colpi di clacson, sgassate di motocicletta, ambulanze - arrivano smorzati e paiono naturali, rassicuranti. Finisco il gin tonic e mi sforzo di richiamare alla mente tutto ciò che per gli ultimi quattro giorni ho cercato di tenere lontano: uno sconosciuto armato mi ha individuato in coda fuori dalla Stazione Termini, diciamo che mi ha convinto a salire sulla sua macchina e poi, sorridendo, ha mostrato di sapere una cosa di mio figlio che nessuno sa. È successo questo, quattro giorni fa. È indubbiamente grave, ma il tempo che ci ho lasciato scorrere sopra gli ha già lavato via i particolari, così che, a questo punto, non si tratta nemmeno più di un ricordo bensì di una specie di notizia. Com'era, quell'uomo? Altezza...? Occhi...? Capelli...? Se domani vorrò andare da quella Ispettrice Olivieri a firmare la mia denuncia (tale evidentemente i poliziotti hanno considerato la mia richiesta di protezione), dovrò pur fornire un minimo di indicazioni. Eppure, benché sembri strano a me per primo, quell'uomo io non lo ricordo più. Ricordo che sorrideva, ma non ricordo il suo sorriso. Ricordo che sotto la giacca portava la camicia a mezze maniche, ma non ricordo il colore, né della camicia né della giacca. Che razza di indagini potranno mai essere svolte, se io stesso non sono in grado di dare una sola informazione utile?
Decido di farmi un altro gin tonic. Rientrando in
soggiorno a prepararlo e poi tornando in terrazza a berlo
sento le gambe già leggermente molli, e questo mi piace. Mi
sdraio di nuovo, bevo, respiro; mi gira la testa - molto
bene. Non bevo quasi mai, ma quando lo faccio voglio vedere
i risultati prima possibile, per cui preferisco farlo a
stomaco vuoto - e per risultati intendo esattamente la
leggerezza di adesso: non ebbrezza vera e propria, solo un
lieve appannamento del cervello, quel tanto che basta a
scrostarlo dal calcare della razionalità e lasciarci
finalmente scorrere le cose insensate. Si, sto bene: il
crepuscolo che si avvicina lentamente, i tetti di Roma, il
caldo, le rondini, i sensi leggermente annebbiati e il
cervello disposto ad accontentarsi delle soluzioni più
improbabili per il mio problema. Per esempio l'eventualità
di un universo beffardamente illogico - perché no? - in cui
gli eventi abbiano luogo senza causa, senza concatenarsi,
come nei cartoni animati. Ora, in questo momento, sarei
disposto a crederci. Niente ordine naturale delle cose,
soltanto un insensato mescolarsi di vicende grandi e
piccole, individuali e collettive, che solo localmente, e
solo per puro caso, gli stregoni della ragione riescono
qualche volta a mettere in relazione tra loro: un universo a
immagine e somiglianza del tasto
shuffle
dei lettori di compact disc. Niente Dio, niente Big Bang,
tutt'al più un librone come quello immaginato da Melville
all'inizio di
Moby Dick,
con su scritte le cose che dovranno accadere, ma senza la
firma delle tre Parche, e senza nessun altro artefice,
nessuna spiegazione. Qualcuno le legge e le esegue come e
quando può. Ecco che di colpo il tale dell'altra sera non
sarebbe più un problema, perché avrebbe semplicemente fatto
il proprio dovere: passava di lì, ha letto nel librone
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