Copertina
Autore Enrique Vila-Matas
Titolo Suicidi esemplari
Edizionenottetempo, Roma, 2004, , pag. 240, cop.fle., dim. 140x200x16 mm , Isbn 978-88-7452-036-7
OriginaleSuicidi esemplari [1991]
TraduttoreLucrezia Panunzio Cipriani
LettoreAngela Razzini, 2004
Classe narrativa spagnola
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Indice


Viaggiare, perdere paesi                      9
Morte per saudade                            11
In cerca del partner elettrizzante           33
Rosa Schwarzer torna alla vita               57
L'arte di scomparire                         85
Le notti dell'Iris Nera                     103
L'ora degli stanchi                         139
Una trovata molto pratica                   149
Mi dicono di dire chi sono                  171
Gli amori che durano tutta una vita         197
Il collezionista di tempeste                221
Ma ora non facciamo piú letteratura         237

 

 

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Pagina 9

Viaggiare, perdere paesi


Alcuni anni fa cominciarono ad apparire graffiti misteriosi sui muri della città nuova a Fez, in Marocco. Si scoprí che li faceva un vagabondo, un contadino emigrato che non si era inserito nella vita urbana e che per orientarsi doveva tracciare itinerari di una sua mappa segreta, sovrapponendoli alla topografia della città moderna che gli era estranea e ostile.

La mia idea, nell'iniziare questo libro contro la vita estranea e ostile, è di agire in modo analogo a quello del vagabondo di Fez, cioè cercare di orientarmi nel labirinto del suicidio tracciando l'itinerario della mia mappa segreta e letteraria e sperare che questa coincida con quella che tanto affascinò il mio personaggio preferito, quel romano di cui Savinio, in Melanconia ermetica, ci dice a grandi linee che in un primo momento viaggiava sprofondato nella nostalgia, poi fu invaso da una tristezza molto umoristica, piú tardi cercò la serenità ellenica e alla fine - "Cercate, se potete, di fermare un uomo che viaggia con il suo suicidio all'occhiello," diceva Rigaut - diede degna morte a se stesso, e lo fece in maniera audace, come protesta per tanta stupidità e nella pienezza di una passione, perché non voleva dissolversi oscuramente col passare degli anni.

"Viaggio per conoscere la mia geografia," scrisse un pazzo, ai primi del secolo, sui muri di un manicomio francese.

E questo mi fa a pensare a Pessoa ("Viaggiare, perdere paesi") e a parafrasarlo: Viaggiare, perdere suicidi; perderli tutti. Viaggiare finché non si esauriscano nel libro le nobili possibilità di morte che esistono. E solo allora, quando tutto sarà finito, lasciare che il lettore proceda in modo opposto e simmetrico a quello del vagabondo di Fez e che, con una certa pazzia cartografica, agisca come Opicino, un sacerdote italiano dei primi del Trecento, la cui ossessione dominante era interpretare il significato delle mappe geografiche e proiettarvi sopra il proprio mondo interiore - disegnava la forma delle coste del Mediterraneo in lungo e in largo, poi vi sovrapponeva il disegno della stessa mappa, orientata però in modo diverso, e su questi tracciati geografici disegnava personaggi della sua vita e vi annotava le sue opinioni sui vari argomenti - insomma, lasciare che il lettore proietti il proprio mondo interiore sulla mappa segreta e letteraria di questo itinerario morale che proprio qui nasce già suicidato.

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Pagina 51

[...]

Eppoi, cominciai a prendere gusto alla strada, mi trasformai in un vagabondo interessante perché fingevo d'essere pazzo, e la cosa si fece redditizia, perché la gente si impietosiva e mi dava soldi. La mia pazzia consisteva nell'andare per tutta la città con delle bacchette che sbattevo freneticamente per terra a un ritmo cosí veloce quanto privo di senso, goffamente piegato in avanti mentre avanzavo sul marciapiede: batti e ribatti sul cemento. La mia nuova vita - comprese le permanenze notturne nel metrò - cominciò ad appagarmi veramente. Era meraviglioso non leggere i giornali, non dover sopportare il mio agente, non ricevere le visite dei fattucchieri britannici, passare a volte davanti alla libreria Rendel e omaggiarli con un gesto di mano osceno, di vagabondo anonimo. Era favoloso potermi guadagnare da vivere con il teatro di strada, con la messa in scena quotidiana della piú raffinata follia di cui poteva essere capace un attore obeso.

Non leggendo piú giornali, e avendo solo fugaci contatti con miserabili vagabondi, venni a sapere con molto ritardo che un incendio aveva distrutto Villa Nemo e che il barone e tutta la sua famiglia erano periti nel disastro. Lo seppi in una fredda giornata d'inverno, e mi convinsi che quell'incendio, per la polizia accidentale, poteva esser stato appiccato dai fattucchieri britannici. Probabilmente avevano confuso il barone con me. Non potendo fare piú niente per lui, recitai una preghiera insieme a un altro vagabondo, e poco dopo, morto di curiosità, mi diressi a Villa Nemo, dove provai il morboso piacere di passeggiare cencioso e barbuto tra le rovine di quella che era stata la mia favolosa casa. Restavano in piedi solo quattro muri, e la villa somigliava molto a quella che, in una sera d'aprile di tanti anni prima, avevo scoperto con autentico incanto. Il giardino stava tornando a essere una selva intricata, non c'erano piú né serratura né batacchio alla porta. Mi sembrò la stessa casa abbandonata che io avevo visto la prima volta, quella casa che sapeva cosi bene abbandonarsi a se stessa.

Pensai a Villa Nemo nei giorni che seguirono, e un irresistibile impulso elettrico mi spingeva a ritornare, a ritornare a vivere là dentro. Finché ieri ci sono andato per rimanerci. Profondamente emozionato, in una delle logge aperte a tutti i venti e mentre contemplavo soddisfatto il giardino ormai inselvatichito, decisi di installarmi di nuovo nella casa o, per meglio dire, in quello che restava della casa. Mi dissi che dopotutto non solo era la dimora ideale per un vagabondo come me, ma pure lo spazio piú familiare e confortevole che conoscevo e senz'altro il luogo ideale per feste di una sola persona, per feste intime che si sarebbero svolte ogni sera alla fine delle mie estenuanti giornate di picchiatore impazzito di selciati.

Ieri notte pensavo e ripensavo a tutto questo, tornando a vivere in quella che un tempo era stata la mia lussuosa casa. Forse perché non smettevo di pensare a queste cose o forse per colpa del freddo (la mia unica coperta era insufficiente), tardai parecchio a prendere sonno. Verso mezzanotte il freddo mi risvegliò. Considerai l'idea di accendere un bel fuoco con un vecchio armadio, in parte sopravvissuto all'incendio, che ricordavo perfettamente perché mi era appartenuto. Mentre valutavo questa possibilità, ebbi la netta sensazione che l'armadio capisse le mie intenzioni, e mi parve di udire dal suo interno uno scricchiolio e un lamento. Pensai a un effetto della mia immaginazione, ma lo scricchiolio si ripeté, seguito da un rumore di catene, e alla fine un lamento commovente.

"Chi va là?" dissi accendendo un fiammifero e senza perdere del tutto la calma.

Nessuno rispose. La luce fioca alterava la forma dell'armadio che ora aveva l'aspetto di un sottomarino messo in posizione verticale. Era in stile art-déco. Neanche di questo mi ero reso conto fino ad allora.

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Pagina 85

L'arte di scomparire


Fino a quel giorno, precisamente quello del suo pensionamento, gli aveva sempre fatto orrore l'idea di poter arrivare al successo nella vita. Molto spesso lo vedevano camminare in punta di piedi, a scuola o a casa, come se non volesse disturbare. C'era sempre stato in lui un totale rifiuto di protagonismo. Perdere, per esempio, gli era sempre piaciuto. Persino con gli scacchi preferiva giocare a un gioco chiamato autòmata, che consiste nel costringere l'avversario a vincere suo malgrado. Amava sentirsi al riparo dagli indiscreti sguardi altrui. Niente di strano, pertanto, che tutto quello che aveva scritto fino ai quarant'anni - sette lunghi romanzi sul tema del funambolismo - fosse rimasto rigorosamente inedito, chiuso a doppia chiave nel fondo di un baule ereditato dai suoi giudiziosi antenati.

Era un uomo riservato, non chiuso in se stesso, ma rivolto a una ricerca oscura, a una preoccupazione essenziale la cui importanza non era legata all'affermazione della sua persona; si trattava di una ricerca molto peculiare nella quale si era impegnato con ostinazione e forza metodiche e che dissimulava con la sua modestia.

Perché espormi (ragionava cinicamente Anatol) e perché dare alle stampe i miei testi se in quello che scrivo sospetto che si celi soltanto una cerimonia intima ed egoista, una specie di interminabile e bugiardo pettegolezzo su me stesso e perciò destinato a un uso strettamente privato?

Era un ragionamento molto cinico che lui si faceva spesso per non cedere alla tentazione di pubblicare. Perché niente era piú distante dalla realtà di ciò che ripeteva a se stesso per giustificarsi e continuare a restare nell'ombra amata al chiuso del suo studio. Tra le misure adottate per poter vivere da scrittore segreto, la piú curiosa di tutte era quella che aveva adottato da piú di quarant'anni: quella di vivere nel proprio paese, la piccola e deliziosa - anche se terribilmente meschina - isola di Umbertha, facendosi passare per straniero. Fu facile ingannare tutti perché la tragica e brutale scomparsa di tutta la sua famiglia in guerra gli facilitò il cambiamento di identità. Improvvisamente, una sera, tutti ormai morti, Anatol comprese che era rimasto solo, completamente solo al mondo, e provò quel senso di smarrimento che si sente quando, nel camminare, ci voltiamo indietro e vediamo il tratto percorso, la via indifferente che si perde in un orizzonte che non è piú nostro. Finita la guerra, Anatol si disse che in fin dei conti gli rimaneva solo questo, lo sguardo indietro che percepiva il nulla; e cosi andò vagando - smarrito - tre lunghi anni per l'Europa. Quando compi i vent'anni tornò a Umbertha e lo fece esagerando enormemente le acca aspirate (a Umbertha non c'è parola che non abbia questa lettera, pronunciata sempre in modo lievemente aspirato) e commettendo, in aggiunta, ogni sorta di errori nel parlare. Tutti lo presero per forestiero e ridevano persino delle sue incredibili acca aspirate, cosa che diede ad Anatol l'immediato vantaggio di assicurarsi un rifugio come scrittore segreto, poiché a Umbertha i cercatori dell'oro dei talenti nascosti erano solo interessati alle eventuali glorie nazionali, per cui scartavano sistematicamente qualunque pista potesse condurli a talenti forestieri.

In quanti posti al mondo (ragionava Anatol) ci saranno in questo momento talenti nascosti i cui pensieri non giungeranno mai a conoscenza della gente? Il mondo è per quelli che nascono per conquistarlo, non per coloro che preferiscono passare inosservati, vivere nell'anonimato.

Vivendo in questo anonimato, cercando di camminare in punta di piedi nella vita, protetto dalla sua falsa condizione di straniero e confidando di non essere mai riconosciuto né come isolano né come scrittore, aveva goduto per quarant'anni di una discreta e felice esistenza.

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Pagina 154

[...]

Li dentro ci sono io nel pomeriggio del mio ricovero al manicomio, seduta di fronte al dottor Camps, un ingenuo medico freudiano - molto fedele al dogma del gran capo viennese - che mi scruta attentamente, con il suo sguardo pretenziosamente perspicace. "Mi racconti il suo primo ricordo," mi dice l'uomo cercando di analizzarmi. Senza dubbio è convinto di quella teoria per cui, in generale, quel ricordo che l'analizzato pone in primo piano, quello che per primo riferisce, si rivela poi il piú importante, quello che racchiude in sé la chiave dei comportamenti segreti della sua vita psichica.

"Vediamo, mi racconti il suo primo ricordo," mi ripete e si vede che ancora non ha superato la sorpresa che un'anziana come me si sia rivolta per propria volontà a questo centro per farsi ricoverare. Senza dubbio è abituato alle famiglie che internano in manicomio un parente per assicurarsi l'eredità, per cui capisci la sua grande sorpresa e che - adesso potrai vedere meglio, cara Susana, se ti avvicini un po' di piú ai vetri appannati - cerchi quindi di indagare attraverso il mio primo ricordo, se sono un po' pazza, oppure se fingo solo di esserlo.

Volentieri (gli dissi), perché chi lo canta, il suo male scansa. Guardi, dottor Freud, il mio primo ricordo è la cupola di vetro, straordinariamente bella, di un teatro che non esiste piú. Tuttavia, quel primo ricordo della mia vita è strettamente legato all'orrore, perché immediatamente dopo aver scoperto la meravigliosa cupola, il mio sguardo cadde su qualcosa di altrettanto gigantesco - grande quasi come la cupola - ma in questo caso semplicemente spaventoso. Una bocca. Una bocca immensa che si direbbe disegnata dal dottore che ha inventato quel mostro, mi riferisco al dottor Frankenstein. Una bocca, dottor Freud. Una bocca immensa che apparteneva a un artista appena entrato in scena vestito con un frac nero e con un cappello a cilindro tra le mani inguantate di bianco. Barrymore, disse mio padre. Era un mago e allo stesso tempo un cantante, la cui bocca, per le sue dimensioni colossali, mi lasciò atterrita; cantava mentre estraeva dal suo cilindro ogni sorta di fazzoletti di seta e di strani conigli e alla fine, con una rara frenesia, tirò fuori enormi maschere paffute dipinte di rosa, che in quell'atmosfera, cosí brillante e artificiosa, aumentarono, nelle bambine come me, la sensazione di puro panico.

Quella bocca (continuai a dire al dottor Freud), mi atterrí e mi lasciò molto bambina per tutta la vita fino al punto che ancora oggi quando qualcuno, per esempio, sbadiglia, ho sempre la sensazione di essere sul punto di crollare per la gran paura. Tale è l'orrenda e affascinante impronta che in me ha lasciato quella bocca di mago e di cantante che ha segnato profondamente la mia esistenza, e mi ha trasformato nella signora che lei ha davanti: una donna che passa in rassegna la sua vita e scopre non senza malinconia, che l'ha perduta per discrezione, per non voler disturbare nessuno e cercare di attraversare questo mondo con un lieve passo di danza, con estrema leggerezza; senza voler disturbare nessuno perché la vita è già abbastanza complicata di per sé per andare a complicarla agli altri; senza voler disturbare nessuno e senza poter evitare che disturbino me. Perché presto spuntò un pretendente che continuamente mi diceva cose del tipo: Sotto il peso dell'amore sprofondo. Un pretendente, insomma, chiaramente molto noioso e al quale corrispondevo con il mio andare lieve e uno sguardo di soave indifferenza, finché, per non disturbarlo piú, finii per accettarlo come marito (pensai: se non è lui sarà un altro, fa lo stesso); senza voler disturbare nessuno, e per questo obbedii all'ordine fulminante di avere un figlio, obbedii perché non volevo disturbare nessuno, tanto meno mio marito, e invece successe che quel figlio, che in pace riposi il maledetto, disturbò molto me; senza voler disturbare nessuno per timore di comunicare all'umanità intera l'orrore di quella bocca mostruosa di Barrymore, l'inventore di maschere, la cui bocca io associavo al profondo tedio che domina la nostra vita in questo mondo di frac e di sbadigli.

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Pagina 197

Gli amori che durano tutta una vita


Essere professoressa di scuola non è un lavoro appassionante - io direi che persino essere bidello lo è di piú - però ha il vantaggio che sei in permanente e allucinante contatto con la mediocrità umana (e cosí una non si dimentica mai dove realmente stia e in che mondo viva), e in piú puoi godere molti mesi di vacanza. Agosto è il mio favorito. Se ne vanno tutti da Zaragoza, si affollano in spiagge infette a mangiare gelati velenosi e mi lasciano piú che tranquilla insieme a mia nonna, nell'appartamento della Gran Via. Lí fumiamo. Mia nonna fuma la pipa. Fece grande scandalo quando era giovane ed era sconveniente che le donne fumassero. Me l'ha raccontato non so quante volte. Ogni anno me lo ripete quando arriva agosto e rimaniamo tutte e due sole solette in casa, e lei - molto fedele al suo ruolo di nonna - si sente piú o meno costretta a raccontarmi storie. E le racconta non solo per sentirsi nonna, ma per impedirmi di raccontare a lei troppe storie inventate. Ogni agosto ingaggiamo una simpatica ma dura e pertinace lotta per vedere quale delle due racconta piú storie all'altra. Quelle di mia nonna sono tutte rigorosamente vere. Ogni anno, quando arriva agosto, mi ripete quella fantastica della spiaggia della Concha de San Sebastian, quando apparve agghindata con una mantiglia e soffiando fumo a tutto spiano.

C'è molto fumo - naturalmente - in casa. Io fumo una sigaretta dopo l'altra e lancio i mozziconi sul vecchio e caro ventilatore che non ventila piú niente, il poverino, d'altronde oggi non c'è bisogno che lo faccia perché la giornata è quasi fredda, è molto nuvolo e manca poco che scoppi un bel temporale. Lancio i resti del vizio - i mozziconi ben consumati - come niente fosse contro il ventilatore che non ventila piú niente. Ma oggi non so se è molto appropriato dire tanto la parola niente. Sono molto nervosa e non si può dire che non succeda niente. E per di piú, la nonna mi guarda con infinita rabbia.

"Sto aspettando, Ana Maria, che mi spieghi perché mi hai lasciato sola questi tre giorni," mi dice, ed è visibilmente molto irritata con me.

La mia valigia sta ancora nel corridoio. Sono appena tornata dal mio viaggio di fine settimana a Cerler, il paese piú alto dei Pirenei aragonesi. Mia nonna, che aspetta un'immediata spiegazione, mi guarda con severità, e ingoia fumo. Io sono seduta sul divano e fumo. Cerco di calmarla, quando ciò che invece dovrei fare, come prima cosa, sarebbe di calmare me stessa. Perché sono tornata distrutta, completamente a pezzi, disperata. La cosa di cui avrei piú bisogno sarebbe di raccontare a mia nonna cosa mi è successo, e intanto cercare di capirne io qualcosa.

Mi piace da morire inventare storie, ma quella che racconterò a mia nonna, quella che ora ho bisogno di raccontarle, disgraziatamente è successa davvero. Non so molto bene da dove iniziare e né se la nonna ci crederà. Se la riassumo in due parole - cioè la metto al corrente della disgrazia e basta - possono accadere due cose: o che non mi creda e magari ci rida sopra (la qual cosa può lasciarmi ancora piú distrutta e a pezzi), oppure che mi creda e abbia un attacco di cuore (ultimamente qualsiasi notizia triste e improvvisa la porta sull'orlo d'un collasso). Cosicché la cosa migliore sarà di raccontarle tutto pian pianino e che lei stessa intuisca, a poco a poco, che la storia finisce male.

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