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| << | < | > | >> |IndiceTabula rasa 9 La democrazia di emozione 29 Kriegstrasse 47 L'incidente del tempo 61 Città panico 79 Il crepuscolo dei luoghi 103 |
| << | < | > | >> |Pagina 9"Non sapersi orientare in una città non vuol dire molto. Ma smarrirsi in essa, come ci si smarrisce in una foresta, richiede tutta un'educazione", scrive Walter Benjamin a proposito di Berlino molto prima delle derive parigine dei situazionisti... Quest'educazione, in un certo senso sentimentale, di un passante che si rifiuta di essere soltanto un passeggero, comincia molto presto se non proprio durante l'infanzia, quando ancora si è accompagnati, almeno durante l'adolescenza, questo momento in cui lo slancio della maturità si accompagna all'urgenza di una libera fuga. Parigi è stata la mia città natale, e Nantes quella della mia adolescenza. Parigi era "la pace", la pace precaria degli anni Trenta, e Nantes "la guerra", una guerra totale. Tra le due, ho conosciuto l'esodo, il pellegrinaggio di una disfatta annunciata, il tragitto di una popolazione spaventata dalla Quinta Colonna, e che fugge sotto l'ossessione di un cielo invaso dal nemico. "La forza di una strada di campagna cambia a seconda che la si percorra a piedi o che la si sorvoli in aeroplano. Solo chi cammina su questa strada apprende qualcosa della sua potenza", scrive ancora Walter Benjamin. Questa potenza geodetica è quella del TRAGITTO, delle traiettorie successive di un corpo che si muove nell'orientamento della sua potenza locomotrice, dal momento che non c'è vita che nelle pieghe, le pieghe del terreno che protegge o il ripiegarsi di un catasto che sorprende le nostre aspettative. In effetti, lo spazio della capitale non è mai stato intero, ma frammentario e fragile: di qui le sue sommosse a ripetizione, dal Medioevo fino al maggio '68, passando per la Comune o per la Rivoluzione. Quando, per esempio, osservo una vista aerea dell'Ξle-de-France, mi sembra di contemplare un'agglomerazione sconosciuta sulla quale non ho mai posato gli occhi né messo piede, e anche se la pianta di Parigi non corrisponde al territorio urbano, questa cartografia mi risulta infinitamente più preziosa della sua visione atmosferica, dal momento che mi indica le rotture, le spaccature della simmetria; in breve, la frattalizzazione di un tessuto che non lascia mai indovinare la fotografia. Malgrado Haussmann, Parigi non è all'aperto. Il barone ha soltanto tracciato qualche asse visibile a volo d'uccello, ma non ha potuto bucare stabilmente la massa anonima dei quartieri di questo involucro di zinco che generazioni di operai hanno saputo gettare su Parigi, come uno scudo che si oppone alle frecce dello sguardo di Medusa. Qui e adesso, all'altezza dell'asfalto e di qualche pavé dimenticato, ci sono non soltanto quartieri, isolati, ma zone d'ombra, "riserve di urbanità": di qui l'originalità di questi passaggi coperti così ben analizzati da Benjamin, nella sua fuga disperata, o da Hugo, il ribelle delle fogne... Anche qui NANTES completa PARIGI, poiché il passaggio Pommeraye ricorda, secondo me, quello dei Panoramas, sui Grands Boulevards. Dopo LIONE, la capitale gallo-romana e i suoi vicoli [traboules], Parigi ha inventato la metropolitana, una circolazione abitabile per mezzo di vagoni interposti, in cui le stazioni sono altrettanti luoghi pubblici semicilindrici, al riparo dagli sguardi come dalle intemperie. Se l' insula romana, l'isolato, era ancora soltanto un oggetto immobiliare, il tunnel della metropolitana è un tragitto per la dimensione mobile [mobilier] urbana che questa rete sotterranea costituisce, rete che fa della capitale una stazione di smistamento nascosta. | << | < | > | >> |Pagina 29"Gli eventi passano sugli eventi, i fiumi passano sui fiumi, il fatto galleggia sempre tutto intero, senza discontinuità, senza rottura", scriveva Victor Hugo nel 1842, a proposito dell'incidente che era costato la vita al duca d'Orléans. Centosessant'anni più tardi, nell'era del conformismo mediatico, la standardizzazione dell'opinione è al culmine, e l'esemplarità succede alla celebrità, al punto che l'espressione "creare l'evento" non corrisponde più alla realtà, una realtà falsificata da una moltitudine di supporti, audiovisivi e di altro tipo. Essere esemplare significa ormai creare senza creazione, spesso addirittura per semplice sottrazione dell'opera. Di qui il successo strepitoso, nel corso del ventesimo secolo, dello scandalo artistico come dell'attentato politico. Di qui, anche, il discreto discredito della celebrità del produttore (l'artigiano, l'operaio...), a partire dal diciannovesimo secolo, come del creatore (l'artista, il poeta...) nel successivo. E ciò, a beneficio di questo "angelo del banale" che ha raddoppiato quello del bizzarro, celebrato da Edgar Allan Poe, con il noto successo (mediatico), da LOFT STORY alla STAR ACADEMY.
Oggi, momento in cui
tutti gli esempi vengono seguiti
in tempo reale attraverso l'iperpotenza dei mass media,
l'evento è unicamente la rottura della continuità, l'incidente intempestivo,
che viene a rompere la monotonia di una società in cui la
sincronizzazione
dell'opinione completa abilmente la
standardizzazione
della produzione.
"Essere noti è disumano", dichiarava recentemente l'attore John Malkovich. Una tale negazione della celebrità contemporanea all'era della mondializzazione va di pari passo con la minaccia che pesa ormai sui diritti d'autore, sulla pura e semplice autenticità di una firma. Ormai si può essere spossessati, per contratto, del proprio nome, divenuto "immagine di marca", come Ines de La Fressange o, ancora, Yves Saint Laurent. Ora contano soltanto il logotipo e la logomachia promozionale.
Questa logica della MODELLIZZAZIONE contemporanea, si noti, della
MONDIALIZZAZIONE che, alla fine, si rivela suicida per ogni vera e propria
creazione , comporta persino il rilancio dell'
incidente per l'incidente,
questa forma postmoderna dell' "arte per l'arte" che porta dall'
incidente locale
del genere di quello della navetta
Challenger
o del supersonico
Concorde
fino all'
incidente globale
ed ecologico - del genere Cernobyl -, in attesa della fatale confusione tra
"attentato" e "incidente" come nell'esplosione della fabbrica di Tolosa ,
divenendo l'incertezza, questa volta, una figura dell'
incidente della conoscenza,
e non più solo della sostanza incriminata.
Creare l'incidente e non più tanto l'evento... rompere la concatenazione di causalità che caratterizza così bene la normalità quotidiana questo tipo di espressionismo è oggi universalmente ricercato, tanto dai "terroristi" quanto dagli "artisti" e da tutti gli attivisti contemporanei dell'epoca della globalizzazione planetaria. A contrario, notiamo anche il numero considerevole di personalità letterarie o scientifiche che giocano con la dissimulazione, addirittura con l'anonimato più completo, come Henri Michaux ieri o Thomas Pynchon oggi, che non concedono alcuna intervista alla stampa e che rifiutano sistematicamente di essere fotografati... Oppure, ancora, questi "terroristi", silenziosamente infiltratisi nella banalità della vita quotidiana, che non rivendicano nemmeno più la paternità dei loro atti, in compenso provocando emuli, un gran numero di epigoni, di cui riparleremo più tardi. In fin dei conti, c'è della piromania in questa sete di esemplarità senza vera e propria celebrità. | << | < | > | >> |Pagina 44Nel 1947, dopo Hiroshima, Daniel Halévy ci poneva deliberatamente nella prospettiva di un' accelerazione della storia. Circa sessant'anni dopo, ci troviamo, questa volta, nella prospettiva dromologica, quella cioè di un'improvvisa accelerazione della realtà, in cui le nostre scoperte tecnologiche si rivoltano contro di noi e in cui certe menti deliranti tentano di provocare a ogni costo l' incidente del reale, questo urto [télescopage] che renderebbe indiscernibili verità e realtà fallaci - in altre parole, mettendo in opera l'arsenale completo della DEREALIZZAZIONE.Servizio segreto e agente di influenza, direttore della comunicazione militare o spin doctor, tante denominazioni che sono pronte a moltiplicarsi. Nel 1980, Giovanni Paolo II aveva pensato di dover denunciare, davanti a un areopago di studiosi, la militarizzazione della scienza in altri termini, la militarizzazione delle conoscenze... Dall'11 settembre 2001 siamo entrati nel tunnel di una militarizzazione dell'informazione, dal momento che l'INFOWAR spinge fino all'assurdo questa "logistica della percezione" che favoriva ieri, con la conquista di obiettivi militari, la vittoria sul nemico. Oggi, l'ambizione è smisurata, giacché si tratta di rompere lo specchio del reale per far perdere a ciascuno (alleati o avversari) la percezione del vero e del falso, del giusto e dell' ingiusto, del reale e del virtuale confusione fatale del linguaggio, come delle immagini, che porta all'innalzamento di quest'ultima TORRE DI BABELE, che si suppone possa realizzare la rivincita americana sul crollo del World Trade Center. A guisa di conferma di questo delirio iconoclasta, indichiamo che l'INFOWAR, di cui siamo state le vittime, ha condotto l'esercito americano a lasciare che si compisse, sotto i nostri occhi e senza difesa, la distruzione del museo archeologico e della biblioteca di Baghdad, un disastro che ricorda il sacco del Palazzo d'estate perpetrato in Cina dagli europei e contro il quale Victor Hugo stesso aveva protestato. Così, dopo la distruzione della memoria mesopotamica e il saccheggio dei tesori dei Sumeri, questa "guerra dell'informazione" si è affermata per ciò che essa è: un conflitto contro la Storia, un tentativo di distruzione delle origini. Guerra preventiva, non tanto contro questo o quel tiranno, quanto contro questa memoria "immemorabile" che non passa, non abbastanza velocemente secondo il parere di coloro che pretendono governare non il futuro come una volta con "l'avvenire radioso del totalitarismo" ma il presente, questo eterno presente dell'ubiquità e dell'istantaneità del tempo reale delle telecomunicazioni. "La nebbia lascia il tempo che trova", dice il proverbio... La nebbia della guerra, invece, non ci lascia nemmeno più il tempo. | << | < | > | >> |Pagina 79"Quando mi prende la paura, invento un'immagine", scriveva Goethe. Oggi, non c'è alcun bisogno di inventare una tale iconografia mentale, l'immagine strumentale ci è istantaneamente fornita dalla televisione. Nel riferire dell'esplosione in volo della navetta |
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