Copertina
Autore Voltaire
Titolo Candido - Zadig - Micromega - L'ingenuo
EdizioneGarzanti, Milano, 2008 [1973], I grandi libri 38 , pag. 262, cop.fle., dim. 10,8x18x2 cm , Isbn 978-88-11-36038-4
OriginaleCandide - Zdig - Micromégas - Lingénu
TraduttoreMaria Moneti
LettoreCorrado Leonardo, 2009
Classe classici francesi
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Indice


Voltaire:
 la vita
 profilo storico-critico dell'autore e dell'opera
 guida bibliografica                                 V


CANDIDO                                               1

ZADIG O DEL DESTINO                                  97

MICROMEGA                                           169

L'INGENUO                                           191


 

 

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Pagina 1

CANDIDO



I COME CANDIDO VENNE EDUCATO IN UN BEL
CASTELLO, E IN CHE MODO NE FU DISCACCIATO


C'era in Vestfalia, nel castello del signor barone di Thunder-ten-Tronckh, un ragazzo cui la natura aveva fornito un temperamento assai mite. Gli si leggeva in fronte l'indole sua. Aveva l'intelletto abbastanza solido, e il più ingenuo cuore del mondo: credo fosse chiamato Candido appunto per questo. I servitori vecchi di casa sospettavano ch'egli fosse figlio della sorella del signor barone e di un buono e rispettabil cavaliere del vicinato, non mai voluto sposare dalla damigella perché non gli era riuscito di provare che settantadue quarti soli, essendosi perduto il rimanente del suo albero genealogico per oltraggio del tempo.

Il signor Barone era uno dei grandi signori della Vestfalia; il suo castello era fornito infatti di porta e di finestre, e nella maggior sala si ammirava perfino un parato; coi cani dei suoi cortili egli al bisogno poteva mettere insieme una muta; i mozzi di stalla gli facevan da bracchieri, e il curato del paese era il suo Grande Elemosiniere. Tutti gli dicevano Vostra Grazia, e crepavan dalle risa quando raccontava una delle sue barzellette.

La signora Baronessa pesava intorno alle trecencinquanta libbre, e godeva perciò di una grande considerazione; le cresceva poi il rispetto, la dignità con cui soleva fare gli onori dì casa. Sua figlia Cunegonda aveva diciassett'anni, ed era di bel colorito, grassottella, fresca e appetitosa. Il figlio del Barone si mostrava per ogni rispetto degno del proprio genitore. Il precettore Pangloss era l'oracolo di casa, e il piccolo Candido ascoltava i suoi insegnamenti con la fiducia propria dell'età e del suo temperamento.

Pangloss insegnava la metafisico-teologo-cosmologo-scempiologia. Egli dimostrava mirabilmente che non c'è effetto senza causa, e che in questo migliore dei mondi possibili, il castello di Sua Grazia il Barone era il più bello di tutti i castelli, e la di lui consorte la migliore delle possibili baronesse.

provato, diceva, che le cose non potrebbero stare altrimenti: essendo tutto quanto creato in vista di un fine, tutto è necessariamente inteso al fine migliore. I nasi, notate, son fatti per regger gli occhiali: e noi infatti abbiamo gli occhiali. Le gambe non è chi non veda come siano istituite per essere calzate: e noi abbiamo appunto le calzature. Lo scopo delle pietre è di esser tagliate e murate in castelli: e Sua Grazia possiede precisamente un castello bellissimo. Il maggior barone della provincia ha da essere il meglio alloggiato; e i porci essendo creati perché si mangino, noi mangiam porco tutto l'anno. Ne consegue che coloro i quali hanno affermato che tutto va bene, han detto una castroneria. Bisognava dire che meglio di così non potrebbe andare.

Candido ascoltava con attenzione, e con innocenza credeva. Madamigella Cunegonda gli pareva infatti bellissima, quantunque non trovasse mai il coraggio di dirglielo. Secondo le sue conclusioni, il primo grado della felicità era quello d'esser nato Barone di Thunder-ten-Tronckh; il secondo, d'esserci la damigella Cunegonda; il terzo, di vederla tutti i giorni; il quarto, d'ascoltare Mastro Pangloss, il più gran filosofo di tutta la provincia, e perciò del mondo intero.

Cunegonda, passeggiando un giorno nei pressi del castello, capitò nel boschetto che aveva nome di parco, e vide tra le frasche il dottor Pangloss nell'atto d'impartire una lezione di fisica sperimentale alla cameriera della Baronessa, brunetta graziosa e docile molto. D'ingegno ottimamente aperto alle scienze, madamigella osservò senza fiatare le replicate sperimentazioni che si compivano dinanzi ai suoi occhi; notò chiaramente la ragion sufficiente del dottore, gli effetti e le cause; e se ne venne via tutta commossa, tutta pensierosa, tutta occupata dalla brama di addottrinarsi, parendole di poter essere lei molto bene la ragion sufficiente del giovane Candido, ed egli la sua.

Incontrò Candido mentre tornava al castello, e arrossì. Candido si fece rosso a sua volta. Ella gli diede il buon giorno con voce rotta, egli rispose senza saper quello che dicesse. Il giorno seguente, all'uscir di tavola dopo il pranzo, Candido e Cunegonda si ritrovarono dietro un paravento. A Cunegonda cadde il fazzoletto, Candido lo raccattò; ella gli prese innocentemente la mano, e innocentemente il giovane depose un bacio sulla mano della damigella, dando mostra d'una particolarissima animazione, grazia e sensibilità. Le bocche s'incontrarono, gli sguardi s'infocarono, le ginocchia tremarono, le mani si fuorviarono. Il signor Barone di Thunder-ten-Tronckh venne a passare accanto al paravento, e accortosi di quella causa e di quell'effetto, scacciò Candido dal castello a gran calci nel sedere. Cunegonda perse i sensi; appena li ebbe ritrovati fu presa a ceffoni dalla signora Baronessa. Il più bello e ameno di tutti i castelli fu in preda a una generale costernazione.


II AVVENTURE DI CANDIDO FRA I BULGARI


Cacciato dal Paradiso Terrestre, Candido camminò per un pezzo senza saper dove lo portavano i piedi, piangendo, alzando gli occhi al cielo, e sovente rivolgendoli indietro al più bello di tutti i castelli, abitato dalla più bella delle baronessine. Senz'aver cenato, si buttò a dormire in un campo, dentro un solco; nevicava a palate. La mattina dopo si trascinò tutto intirizzito fino alla prossima città, chiamata Valdberghoff-trarbk-dikdorff; non aveva il becco d'un quattrino, e si sentiva venir meno di fame e di stanchezza. Si fermò tristemente davanti alla porta di una locanda. Fu notato da due individui vestiti di turchino. «Compagno,» fece l'un dei due, «ecco un bel pezzo di giovanotto, e della misura giusta.» Gli si accostano e lo invitano a pranzo con modi assai civili.

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Pagina 24

«Io vi voglio un bene dell'anima,» disse Cunegonda, «ma sono ancora tutta sgomenta per quel che ho veduto e passato.»

«Tutto andrà benone,» replicava Candido; «il mare di questo nuovo mondo si presenta già migliore dei nostri mari d'Europa; è più tranquillo, e i venti vi spirano più costanti. Non c'è ombra di dubbio che il Mondo Nuovo è appunto il migliore degli universi possibili.»

«Voglia il cielo!» esclamava allora Cunegonda, «ma sono stata tanto disgraziata nel mio, che il cuore mi si è chiuso quasi del tutto alla speranza.»

«Se voi vi lagnate,» disse un giorno la vecchia, «che cosa dovrei dir io, dopo quelle che son toccate a me?»

Nel sentir la pretesa di quella buona donna di voler essere più sventurata di lei, a Cunegonda venne quasi da ridere. Ella disse:

«Cara mia, io non vedo purtroppo come vi possa essere andata peggio che a me; salvo che siate stata stuprata da due Bulgari, che v'abbian dato due coltellate nella pancia, che v'abbian distrutto due castelli, che v'abbiano sgozzato sotto gli occhi due madri e due padri, e che abbiate visto frustare in un auto-da-fé due vostri amanti. Aggiungete che son nata baronessa con settantadue quarti, e che ho fatto la cuoca.»

«Madamigella,» rispose la vecchia, «voi non conoscete le mie origini; se io vi mostrassi il sedere, non parlereste mai più a questo modo, e sospendereste ogni sentenza in proposito.»

Tali parole destarono nell'animo di Cunegonda e di Candido una curiosità vivissima. La vecchia parlò come segue.


XI STORIA DELLA VECCHIA


«Io non ho sempre avuto gli occhi vizzi e impresciuttiti, il mento non mi ha sempre baciato la punta del naso, e non ho sempre fatto la serva. Io son figlia di Papa Urbano X e della Principessa di Palestrina. Fino all'età di quatordici anni crebbi in un palazzo dove tutti i castelli dei vostri baroni tedeschi non avrebbero potuto nemmeno far figura di stalle; e una sola delle mie vesti valeva più di tutte le magnificenze della Vestfalia. Io crescevo bella, piena di vezzi e di doni, in mezzo ai piaceri, all'ossequio e alle speranze; già suscitavo l'amore; il mio seno ormai si maturava, e che seno! abbagliante, sodo, formato come quello della Venere dei Medici; e che occhi! che palpebre! che ciglia! quali fuochi mi splendevano dalle pupille ad offuscare lo scintillio delle stelle, come solevano dirmi i poeti del vicinato! Le mie donne cadevano in estasi quando nel vestirmi e nello spogliarmi miravano la mia persona davanti e di dietro; e non c'era uomo che non avrebbe dato l'anima al diavolo per essere al posto loro.

«Fui promessa in isposa a un Principe sovrano di Massa Carrara: e che principe! bello quanto me, la bontà e l'attrattiva fatte persona, tutto brio, tutto fuoco, tutto amore. L'amavo come si ama per la prima volta, con tutti i trasporti dell'adorazione. Le nozze furono preparate con magnificenza e splendidezza mai viste, con festini, caroselli, opere buffe da non finire; tutta Italia mi celebrò con sonetti tra i quali non ce ne fu neanche uno passabile. Stavo per varcare la soglia della felicità, allorché una vecchia marchesa, che era stata l'amante del mio bel principe, lo invitò a prendere una cioccolata in casa sua. In men di due ore egli era già morto tra convulsioni spaventose. Ma questa è una bazzecola. Mia madre, afflitta e sconsolata (ma non quanto me), volle togliersi per un poco di tempo a una così funesta dimora, e decise di soggiornare in una terra bellissima che possedeva nei pressi di Gaeta. C'imbarcammo sopra una galea del paese, dorata come l'altar di San Pietro a Roma. Fummo a un tratto aggredite da un corsaro di Salé. I soldati che ci scortavano si comportarono da veri soldati del Papa: gettarono tutte le armi, caddero in ginocchio, e domandarono al corsaro l'assoluzione in articulo mortis.

«Furono subito spogliati nudi come le scimmie, e così mia madre, e così le mie damigelle d'onore, e così anch'io. Mirabile è la diligenza che quei signori mettono a spogliar le persone; ma la cosa che mi sorprese maggiormente fu che a tutte ci misero il dito colà dove noialtre donne di solito non lasciamo entrare che cannucce. Tale cerimonia mi parve stranissima; a chi non è mai uscito di casa sua, pare strana ogni cosa. Seppi ben presto che lo facevano per vedere se alle volte non avessimo nascosto lì qualche brillante, ed è usanza che vige da tempo immemorabile fra tutte le nazioni civili che corseggiano il mare. Ho appreso in seguito che i signori Cavalieri del Sovrano Ordine di Malta non vi mancano mai quando prendono dei Turchi o delle Turche; è una norma del diritto delle genti dalla quale non hanno derogato neppure una volta.

«Non starò a dirvi quanto sia duro per una giovane principessa d'esser menata schiava in Marocco con la propria madre: immaginerete senza sforzo tutto quel che ci toccò sopportare sulla nave corsara. Mia madre s'era conservata assai avvenente; le nostre damigelle d'onore, e perfino le nostre cameriere, vantavano più bellezze di quante se ne trovino in tutta l'Africa; quanto a me, ero un incanto, la venustà e la grazia incarnate, ed ero vergine. Rimasi tale per poco. Quel fiore che era stato riserbato al bel Principe di Massa Carrara, mi fu tolto dal capitano dei corsari. Questi era un abominevole negro, che si credette anche di farmi un grandissimo onore. La signora Principessa di Palestrina mia madre ed io dovemmo esser robuste davvero per reggere a tutto quello che ci toccò finché non si giunse al Marocco. Ma tiriamo avanti; son cose tanto comuni che non vale la pena di trattenervisi.

«Il Marocco era un lago di sangue quando noi vi giungemmo. Cinquanta figli dell'Imperatore Molai Ismail avevano ciascuno il proprio-partito, dimodoché nel paese erano in atto cinquanta guerre civili: neri contro neri, neri contro marroni, marroni contro marroni, mulatti contro mulatti: un macello incessante per tutto il territorio dell'Impero.

«Eravamo appena sbarcate, che dei mori appartenenti a una fazione avversa al nostro corsaro gli si pararono innanzi per togliergli la preda. Dopo l'oro e i brillanti, la merce più pregiata eravamo noi. Voi, nei vostri climi d'Europa, non vedete mai combattimenti simili a quello che vidi io quella volta. I popoli del settentrione non hanno il sangue caldo abbastanza, e non conoscono quel furore per la donna che è proprio degli africani. Voialtri par che abbiate latte nelle vene; quel che scorre nelle vene degli abitatori dell'Atlante e delle regioni vicine, è fuoco, è vetriolo. Per decidere a chi dovessimo toccare, combatteronò con la ferocia dei leoni, delle tigri, dei serpenti che stanno di casa in quelle contrade. Un moro afferrò mia madre per il braccio destro, il luogotenente del corsaro la tratteneva per quello mancino; un altro soldato moro la prese per una gamba, l'altra era tenuta stretta da uno dei nostri pirati. Le nostre donne si trovarono in un baleno quasi tutte afferrate e tirate a quel modo da quattro soldati. Il capitano mi faceva scudo della sua persona, e con la scimitarra in pugno spacciava chiunque ardiva affrontarlo. Vidi infine tutte le nostre compagne italiane e mia madre lacerate, smembrate, squartate da quelle fiere che se le contendevano. I prigionieri della nostra scorta, coloro che li avevano catturati, marinai, neri, marroni, bianchi, mulatti, e finalmente il capitano, tutti perirono, e io mi ritrovai semiviva sopra una catasta di morti. Fatti uguali accadevano, come sa ognuno, in un territorio di trecento leghe, senza che nessuno mancasse perciò alle cinque operazioni quotidiane di Maometto.

«Con grande sforzo riuscii a districarmi dal viluppo di quei cadaveri ammonticchiati, e a trascinarmi fin sotto una pianta d'arancio, in riva a un ruscello vicino; mi lasciai cadere in quel luogo, vinta dallo spavento, dalla stanchezza, dall'orrore, dalla disperazione e dalla fame. Affranta com'ero, piombai di lì a poco in un sonno che aveva più dello svenimento che del riposo. Giacevo a quel modo, esausta e senza conoscenza, tra la morte e la vita, allorché sentii qualcosa che mi premeva addosso agitandosi sopra il mio corpo. Aprii gli occhi, e vidi un uomo bianco, di bell'aspetto, il quale sospirando e smozzicando le parole tra i denti, diceva: O che sciagura d'essere senza c...!


XII SEGUITANO LE SVENTURE DELLA VECCHIA


«Udii con sorpresa e allegrezza la mia lingua natia, e sorpresa non minore destarono in me le parole proferite da quell'uomo. Gli risposi che vi erano sciagure peggiori di quella ch'egli lamentava; lo informai brevemente delle atrocità che avevo sofferto, poi le forze tornarono ad abbandonarmi. Egli mi trasportò in una casa lì presso, mi fece mettere a letto e rifocillare, e mi confortò con molte carezze, assicurandomi che non aveva mai veduto una bellezza uguale alla mia, e che mai aveva tanto rimpianto la perdita di quel che nessuno al mondo gli poteva restituire.

« < Io sono nato a Napoli, > mi diss'egli, < dove ogni anno si castrano da due a tremila fanciulli; parte soccombono, parte acquistano voci più belle delle voci di donna, parte diventano governatori di stati. Nel caso mio l'operazione sortì "effetti mirabili, e io diventai cantore nella cappella della signora Principessa di Palestrina. >

« < Di mia madre! > esclamai.

« < Di vostra madre? > gridò egli piangendo; < come! sareste voi quella principessina che io ho educato fino a sei anni, e che dava già promessa di una bellezza quale si ammira in voi? >

« < Io proprio; e mia madre giace sotto un mucchio di cadaveri, tagliata in quarti, a quattrocento passi da qui. >

«Gli feci il racconto delle mie avventure; egli mi narrò le sue, e mi disse d'essere stato inviato al Re del Marocco da una Potenza cristiana, per trattare con quel sovrano certe forniture di polvere, di cannoni e di navi che l'aiutassero a distruggere i commerci degli altri cristiani. < La mia missione è compiuta, concluse quell'eunuco dabbene; sto per imbarcarmi a Ceuta, e vi ricondurrò in Italia. Ma che sciagura d'essere senza c...! >

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ZADIG O DEL DESTINO
Storia orientale



L'ORBO


Al tempo del re Moabdar c'era a Babilonia un giovane di nome Zadig, che la natura aveva fornito di un bel fisico, fortificato dall'educazione. Benché ricco e giovane sapeva moderare le sue passioni; non aveva nulla di affettato; non cercava di avere sempre ragione, e sapeva rispettare la debolezza degli uomini. La gente si stupiva del fatto che, essendo provvisto di molto spirito, non si divertisse a mettere in ridicolo i discorsi così vaghi, sconnessi, deliranti, le maldicenze così temerarie, le decisioni ignoranti, le scurrilità grossolane, il vano rumor di parole che a Babilonia si fregiava del titolo di conversazione. Aveva appreso nel primo libro di Zoroastro che l'amor proprio è un pallone gonfio di vento, che, bucato, emette tempeste. Ma soprattutto Zadig non si vantava di disprezzare le donne e di soggiogarle. Era generoso; non aveva paura di fare del bene agli ingrati, secondo questo grande precetto di Zoroastro: Quando mangi, dai da mangiare ai cani, anche se dovessero morderti. Era saggio tanto quanto si può esserlo, perché cercava di vivere con i saggi. Istruito nelle scienze degli antichi Caldei, non ignorava i principi fisici della natura così come erano noti a quel tempo, e sapeva di metafisica ciò che se ne è saputo in tutti i tempi, cioè molto poco. Era fortemente persuaso che l'anno consistesse di trecentosessantacinque giorni e un quarto, nonostante la nuova filosofia del suo tempo, e che il sole fosse al centro del mondo; e quando i maghi più quotati gli dicevano, con un'alterigia insultante, che aveva dei cattivi sentimenti e che credere che il sole girava su se stesso e che l'anno aveva dodici mesi voleva dire essere nemici dello Stato, egli taceva senza collera e senza disprezzo.

Zadig, provvisto di grandi ricchezze, e per conseguenza di molti amici, avendo un corpo sano e un aspetto piacevole, uno spirito giusto e moderato, un cuore sincero e nobile, credette di poter essere felice. Doveva sposarsi con Semira che la bellezza, la nascita e la fortuna rendevano il miglior partito di Babilonia. Aveva per lei un attaccamento solido e virtuoso, e Semira l'amava con passione. Erano prossimi al momento fortunato che li avrebbe uniti, allorquando, passeggiando insieme verso una porta di Babilonia, sotto le palme che ornavano le sponde dell'Eufrate, videro venire verso di loro degli uomini armati di sciabole e di frecce. Erano scherani del giovane Orcan, nipote di un ministro, al quale i cortigiani dello zio avevano dato ad intendere che tutto gli era permesso. Egli non possedeva alcuna delle grazie e delle virtù di Zadig; ma, credendo di valere molto di più, non si dava pace del fatto di non essere il preferito. Questa gelosia, che nasceva solo dalla sua vanità, gli fece credere di amare perdutamente Semira. Perciò decise di rapirla. I rapitori la presero e, nella foga della loro violenza, la ferirono, facendo sanguinare una persona la cui vista avrebbe intenerito le tigri del monte Imaus. Ella piangeva disperatamente e gridava: «Sposo mio! Ohimè, mi strappano a colui che adoro!» Non pensava affatto al pericolo che correva, pensava soltanto al suo amato Zadig. Nel frattempo questi la difendeva con tutta la forza che solo il coraggio unito all'amore può dare. Aiutato soltanto da due schiavi mise in fuga i rapitori e riportò a casa Semira, svenuta e sanguinante; quando ella riaprì gli occhi, vedendo il suo liberatore gli disse: «O Zadig! vi amavo come mio sposo; vi amo ora come colui al quale debbo l'onore e la vita.» Mai ci fu un cuore più colmo d'amore di quello di Semira. Mai una bocca tanto incantevole espresse sentimenti così commoventi, con quelle parole di fuoco che solo il sentimento del più grande dei benefici e il trasporto più tenero di un legittimo amore possono infondere. La sua ferita era leggera; guarì presto. Zadig, invece, era ferito più gravemente; una freccia l'aveva colpito vicino all'occhio procurandogli una piaga profonda. Semira non domandava agli dei che la guarigione del suo amante. I suoi occhi erano giorno e notte bagnati di lacrime: attendeva con ansia il momento in cui quelli di Zadig avrebbero di nuovo potuto gioire della sua vista; ma un ascesso sopraggiunto all'occhio ferito fece temere il peggio. Si mandò a cercare a Menfi il gran dottore Hermes, che giunse con un seguito numeroso. Costui visitò il malato e dichiarò che avrebbe perduto l'occhio; predisse anche il giorno e l'ora in cui questo funesto accidente sarebbe dovuto accadere. «Se fosse stato l'occhio destro,» disse, «l'avrei guarito; ma le piaghe all'occhio sinistro sono inguaribili.» Tutta Babilonia deprecava il triste destino di Zadig, mentre ammirava la profondità della scienza di Hermes. Due giorni dopo l'ascesso scoppiò da solo e Zadig guarì perfettamente. Hermes scrisse un libro nel quale provò che non sarebbe dovuto guarire. Zadig non lo lesse; ma non appena poté uscire si preparò a far visita a colei che costituiva la speranza di felicità della sua vita e per la quale, soltanto, voleva avere occhi. Semira era in campagna da tre giorni. Durante il tragitto egli apprese che la bella signora, avendo dichiarato con alterigia che aveva un'avversione insormontabile per gli orbi, si era sposata con Orcan la notte stessa. A questa notizia cadde a terra senza più conoscenza; il suo dolore lo portò sull'orlo della tomba; restò a lungo malato; ma alla fine la ragione ebbe la meglio sulla disperazione, e l'atrocità di ciò che provava servì addirittura a consolarlo.

«Perché ho dovuto sopportare,» disse, «un così crudele capriccio da una giovane allevata alla corte, ho deciso di sposare una borghese.» Scelse Azora, la più saggia e di buona famiglia della città; la sposò e visse un mese con lei nelle dolcezze dell'unione più tenera. Solo, notava in lei un po' di leggerezza e una notevole inclinazione a trovare che i giovani più piacenti erano anche i più dotati di spirito e di virtù.

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Pagina 169

MICROMEGA



I VIAGGIO DI UN ABITANTE DEL MONDO DI SIRIO
AL PIANETA SATURNO


In uno dei pianeti che girano intorno alla stella che si chiama Sirio, c'era un giovane molto intelligente, che ho avuto l'onore di conoscere durante il recente viaggio che ha fatto nel nostro piccolo formicaio. Si chiamava Micromega, nome perfettamente adatto a tutte le persone grandi. Era alto otto leghe, voglio dire, ventiquattromila passi geometrici di cinque piedi ciascuno.

I matematici, persone sempre utili al pubblico, afferreranno subito la penna e troveranno che poiché il signor Micromega, abitante del paese di Sirio, ha dalla testa ai piedi 24.000 passi che sono i 20.000 piedi reali, mentre noi cittadini della terra non siamo che 5 piedi, e dato che il nostro globo ha 9000 leghe di circonferenza, troveranno, dico, che per forza il globo che l'ha prodotto deve avere esattamente una circonferenza 21 milioni 600.000 volte più grande della nostra piccola terra. Non v'è in natura cosa più semplice e più normale. Gli Stati di alcuni sovrani tedeschi ed italiani, che si possono girare in mezz'ora, confrontati all'impero di Turchia, di Russia o di Cina, danno una debole idea delle enormi differenze che la natura ha messo fra l'uno e l'altro essere.

Poiché Sua Eccellenza ha la statura che ho detto, tutti gli scultori e i pittori ammetteranno senza fatica che egli deve avere 50.000 piedi di giro di vita: è una bella dimensione.

Quanto alla sua mente, è una delle più dotte che si conoscano. Sa molte cose. Ne ha anche inventate alcune: quando non aveva ancora duecentocinquant'anni e studiava, com'è l'uso, nel collegio dei Gesuiti del suo pianeta, indovinò, solo per la sua intelligenza, più di cinquanta teoremi di Euclide. Son diciotto più di quelli di Biagio Pascal, il quale, dopo averne indovinati trentadue senza fatica, a quanto dice sua sorella, divenne poi un geometra abbastanza mediocre e un pessimo filosofo. Verso i quattrocentocinquant'anni, al finir dell'infanzia, studiò l'anatomia di molti di quei piccoli insetti che non hanno nemmeno cento piedi di diametro e quindi sfuggono ai microscopi ordinari: su di ciò, scrisse un libro molto interessante ma che gli recò alcune noie. Il muftì del suo paese, persona molto sofistica e molto ignorante, trovò nel suo libro affermazioni sospette, pericolose, temerarie, eretiche, infette d'eresia, e lo perseguitò accanitamente: si trattava di stabilire se la forma sostanziale delle pulci di Sirio fosse della stessa natura di quella delle lumache. Micromega si difese con abilità, riuscì ad avere l'appoggio delle signore. Il processo durò duecentovent'anni; finalmente, il muftì fece condannare il libro da giureconsulti che non l'avevano letto, e l'autore ebbe l'ordine di non farsi vedere alla Corte per ottocento anni.

Non fu molto afflitto di venir bandito da una corte che era piena soltanto di seccature e di piccinerie. Fece una canzonetta molto divertente contro il muftì, che non se ne curò affatto; e si mise a viaggiare da pianeta a pianeta, per finir di educarsi «lo spirito e il cuore», come si dice. Quelli che non viaggiano che in diligenza o in berlina si meraviglieranno dei mezzi di trasporto che usano lassù, perché noi, su questo piccolo mucchio di fango, non riusciamo a immaginare nulla che sia diverso dai nostri costumi. Ma il nostro viaggiatore conosceva a fondo le leggi della gravitazione e tutte le forze attrattive e repulsive; e se ne serviva così abilmente che ora per mezzo d'un raggio di sole, ora col mezzo comodo d'una cometa, andava da globo a globo, lui e tutto il suo seguito, come un uccello svolazza di ramo in ramo. Percorse in poco tempo la Via Lattea: e sono obbligato a confessare che non riuscì mai a vedere, attraverso le stelle di cui essa è disseminata, quel bel cielo empireo che l'illustre vicario Derham si vanta di aver visto col suo cannocchiale. Non che io pretenda che il signor Derham abbia visto male, me ne guardo bene! Ma Micromega era sul posto, è buon osservatore: e non voglio contraddire nessuno.

Micromega, dopo aver ben girato, arrivò sul globo di Saturno. Per quanto fosse abituato a veder cose strane, alla prima non poté far a meno, vedendo la piccolezza di quel globo e dei suoi abitanti, di abbozzare quel sorriso di superiorità che sfugge talvolta anche ai più saggi. Perché in fondo Saturno è solo novecento volte più grande della Terra, e i cittadini di quel paese sono nanerottoli i quali non hanno che circa mille tese di statura. Da principio, se ne burlò un poco col suo seguito, quasi come si burla della musica di Lulli un musicista italiano quando viene in Francia. Ma siccome questo Siriano aveva buon senso, capì ben presto che un essere pensante può benissimo non essere ridicolo solo per il fatto che non ha che seimila piedi d'altezza. Divenne familiare coi Saturniani, dopo averli riempiti di meraviglia. Si legò di stretta amicizia col segretario dell'Accademia di Saturno, uomo molto intelligente, che veramente non aveva inventato nulla, ma riferiva molto bene le invenzioni degli altri ed era abbastanza capace di fare piccoli versi e grandi calcoli.

Riporterò qui, per soddisfazione dei lettori, una singolare conversazione che Micromega ebbe un giorno col signor segretario.

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L'INGENUO
Storia vera tratta dai manoscritti
del padre Quesnel



I COME IL PRIORE DELLA MADONNA DELLA
MONTAGNA E LA SIGNORINA SUA SORELLA
INCONTRARONO UN URONE


Un giorno S. Dunstano, irlandese di nascita e santo di professione, partì dall'Irlanda su di ua piccola montagna che fece rotta verso le coste della Francia, e arrivò con questo mezzo alla baia di St-Malo. Quando fu a terra dette la benedizione alla sua montagna che, fattagli una riverenza, se ne tornò in Irlanda per la stessa strada per cui era venuta.

Dunstano fondò un piccolo priorato in quelle contrade e gli dette il nome di priorato della Montagna, nome che, come ciascuno sa, conserva ancora.

Nell'anno 1689, il 15 luglio di sera, l'abate di Kerkabon; priore della Madonna della Montagna, passeggiava in riva al mare con la signorina di Kerkabon, sua sorella, per prendere il fresco. Il priore, già un po' avanti cogli anni, era un ottimo ecclesiastico amato dai suoi vicini, dopo esserlo stato un tempo dalle sue vicine. Ciò che soprattutto gli aveva valso una grande considerazione, era il fatto di essere il solo beneficiario del paese che non si dovesse portare a braccia nel suo letto dopo che aveva cenato coi suoi confratelli. Si intendeva discretamente di teologia; e quando era stanco di leggere S. Agostino, si divertiva con Rabelais; perciò tutti parlavano bene di lui.

La signorina di Kerkabon, che non era mai stata sposata, per quanto avesse avuto una gran voglia di esserlo, conservava una certa freschezza all'età di quarantacinque anni; il suo carattere era buono e sensibile; amava il piacere ed era devota.

Il priore diceva alla sorella, guardando il mare: «Ahimè! qui che si imbarcò il nostro povero fratello con la nostra cara cognata, la signora di Kerkabon, sua moglie, sulla fregata l' Hirondelle, nel 1669, per andare a combattere in Canada. Se non fosse stato ucciso, potremmo sperare di rivederlo ancora.»

«Credete,» diceva la signorina di Kerkabon, «che la nostra cognata sia stata mangiata dagli Irochesi, come ci hanno raccontato? Certo che se non fosse stata mangiata sarebbe ritornata al paese. La rimpiangerò per tutta la vita: era una donna deliziosa; e nostro fratello, che aveva molto ingegno, avrebbe sicuramente fatto molta fortuna.»

Mentre l'uno e l'altra si intenerivano su questo ricordo, videro entrare nella baia di Rance un piccolo bastimento che arrivava con la marea: erano degli Inglesi che venivano a vendere alcune merci del loro paese. Saltarono a terra senza guardare il signor priore né la signorina sua sorella, che fu molto scandalizzata della scarsa attenzione che le veniva dimostrata.

Non così si comportò un giovane molto ben fatto, che si slanciò con un salto al di sopra della testa dei suoi compagni, e si trovò faccia a faccia colla signorina. Le fece un cenno colla testa, non avendo l'abitudine di fare la riverenza. La sua persona e il suo abbigliamento attrassero gli sguardi del fratello e della sorella. Era a testa e gambe nude, aveva i piedi calzati di piccoli sandali, la testa ornata da lunghi capelli a trecce, un farsetto che stringeva la vita sottile e snella; il portamento marziale e dolce al tempo stesso. Teneva in mano una boccettina di acqua delle Barbados e nell'altra una specie di borsa in cui c'era una ciotola e delle ottime gallette. Parlava francese in modo assai intelligibile. Offrì un po' della sua acqua delle Barbados alla signorina di Kerkabon e al suo signor fratello; bevve con loro; gliene offrì di nuovo, e tutto questo con un'aria così semplice e così naturale che fratello e sorella ne rimasero incantati. Gli offrirono i loro servigi, domandandogli chi era e dove andava. Il giovane rispose che non ne sapeva nulla, che era curioso, che aveva voluto vedere come erano fatte le coste della Francia, che era venuto e presto se ne sarebbe tornato via.

Il signor priore, giudicando dal suo accento che non era inglese, si prese la libertà di domandargli di quale paese fosse. «Sono Urone,» gli rispose il giovane.

La signorina di Kerkabon, stupita e incantata di vedere un Urone che le aveva rivolto delle cortesie, invitò il giovane a cena. Egli non si fece pregare due volte, e tutti e tre andarono insieme al priorato della Madonna della Montagna,

Piccola e rotonda, la signorina se lo mangiava coi suoi occhietti, e diceva di tanto in tanto al priore : «Quel ragazzone ha un incarnato di giglio e di rosa! che bella pelle ha, per essere un Urone!» «Avete ragione, sorella mia,» diceva il priore. La signorina faceva cento domande una dietro l'altra, e il viaggiatore rispondeva sempre molto a tono.

Ben presto si sparse la voce che c'era un Urone al priorato. La buona società dei dintorni si affrettò a venire a cena. L'abate di St-Yves venne colla signorina sua sorella, una giovane della Bassa-Bretagna, molto graziosa e ben educata. Il balivo, l'esattore delle imposte e le loro mogli parteciparono alla cena. Si fece sedere lo straniero tra la signorina di Kerkabon e la signorina di St-Yves. Tutti lo guardavano con ammirazione; gli parlavano e lo interrogavano tutti insieme; l'Urone non si scomponeva per questo. Sembrava aver preso per motto quello di Lord Bollingbroke: Nihil admirari. Ma alla fine, sopraffatto da tanto rumore, disse loro con alquanta dolcezza, ma non senza fermezza: «Signori, nel mio paese si parla uno alla volta; come volete che vi risponda se mi impedite di sentirvi?» La ragione fa sempre rientrare gli uomini in se stessi per qualche momento. Si fece un gran silenzio. Il balivo, che si impadroniva sempre degli stranieri in qualunque casa si trovasse, e che era il più grande chiacchierone della provincia, gli disse aprendo la bocca di un palmo : «Signore, come vi chiamate?» «Mi hanno sempre chiamato l' Ingenuo,» rispose l'Urone, «e questo nome mi è stato confermato in Inghilterra, perché dico sempre ingenuamente quello che penso così come faccio quello che voglio.»

«In che modo, essendo nato Urone, siete potuto, signore, giungere in Inghilterra?» «Mi ci hanno portato; sono stato fatto prigioniero in combattimento dagli Inglesi, dopo essermi difeso abbastanza bene, e gli Inglesi, cui piace il coraggio perché sono coraggiosi e onesti quanto noi, mi proposero di rendermi ai miei genitori o di portarmi in Inghilterra; io accettai l'ultima alternativa perché, per il mio temperamento, desidero ardentemente vedere nuovi paesi.»

«Ma, signore,» disse il balivo con tono imponente, «come avete potuto abbandonare così padre e madre?» «Il fatto è che non ho mai conosciuto né padre né madre,» disse lo straniero. La compagnia si intenerì, e tutti ripetevano: «Né padre né madre!» «Suppliremo noi,» disse la padrona di casa al fratello priore; «come è interessante questo signor Urone!» L'Ingenuo la ringraziò con una cordialità nobile e fiera, e le fece capire che non aveva bisogno di niente.

«Mi sembra, signor Ingenuo,» disse il valente balivo, «che voi parliate il francese meglio di quanto ci si aspetterebbe da un Urone.» «Un Francese,» rispose costui, «che avevamo fatto prigioniero durante la mia giovinezza in Uronia, e per il quale concepii una grande amicizia, mi insegnò la sua lingua; imparo molto in fretta ciò che voglio imparare. Ho trovato al mio arrivo a Plymouth uno di quei Francesi profughi che, non so perché, chiamate ugonotti; mi ha fatto fare qualche progresso nella conoscenza della vostra lingua; e, non appena ho potuto esprimermi in modo intelligibile, sono venuto a vedere il vostro paese, perché mi piacciono i Francesi quando non fanno troppe domande.»

L'abate di St-Yves, nonostante questo discreto avvertimento, domandò quale lingua preferisse tra l'urone, l'inglese e il francese. «L'urone, senza dubbio,» rispose l'Ingenuo. «Possibile?» esclamò la signorina di Kerkabon; «avevo sempre pensato che il francese fosse la più bella di tutte le lingue, dopo il bassobretone.»

Allora fu un fioccar di domande da ogni parte, come si diceva in urone tabacco, ed egli rispose taya, come si diceva mangiare e rispose essenten. La signorina di Kerkabon volle assolutamente sapere come si diceva fare all'amore; egli rispose trovander, e sostenne, non senza un'apparenza di ragione, che queste parole valevano le corrispondenti francesi e inglesi. Trovander sembrò molto grazioso a tutti i convitati. Il priore, che aveva nella sua biblioteca una grammatica urona, dono del reverendo padre Sagard-Théodat, recolletto, famoso missionario, si alzò da tavola un momento per andarla a consultare. Ritornò pieno di eccitazione e di gioia. Riconobbe l'Ingenuo per un vero Urone. Si discusse un poco sulla molteplicità delle lingue e si convenne che, senza l'avventura della torre di Babele, tutta la terra avrebbe parlato francese.

Il curioso balivo, che fino ad allora aveva un po' diffidato del personaggio, concepì per lui un profondo rispetto; gli parlò con maggiore civiltà, cosa di cui l'Ingenuo non si accorse affatto.

La signorina di St-Yves era molto curiosa di sapere come si facesse l'amore nel paese degli Uroni. «Facendo belle azioni per piacere alle persone che vi somigliano,» rispose lui. Tutti i convitati applaudirono meravigliati. La signorina di St-Yves arrossì e fu molto contenta. La signorina di Kerkabon arrossì anche lei, ma non era altrettanto contenta; fu anzi un po' irritata per il fatto che la galanteria non era rivolta a lei, ma era d'altra parte di animo così buono che il suo affetto per l'Urone non ne fu affatto alterato. Gli domandò anzi, con molta buonagrazia, quante amanti avesse avuto in Uronia. «Non ne ho avuto che una,» disse l'Ingenuo; «era la signorina Abacaba, l'amica della mia cara nutrice; i giunchi non sono più diritti, l'ermellino non è più bianco, le pecore sono meno morbide, le aquile sono meno fiere e i cervi meno agili di quanto lo fosse Abacaba. Un giorno inseguiva una lepre nei dintorni, a circa cinquanta leghe dalla nostra abitazione. Un Algonchino maleducato, che abitava cento leghe più lontano, venne a sottrarle la preda; lo seppi, corsi là, stesi l'Algonchino con un colpo di mazza e lo portai ai piedi della mia amante, legato mani e piedi. I genitori di Abacaba lo volevano mangiare, ma io non ho mai apprezzato questa sorta di festini; gli resi la libertà e ne feci un amico. Abacaba fu così toccata dalla mia condotta che mi preferì a tutti i suoi pretendenti. Mi amerebbe ancora se non fosse stata mangiata da un orso. Ho punito l'orso, ho portato a lungo la sua pelle, ma tutto ciò non mi ha consolato.»

La signorina di St-Yves a questo racconto provava un piacere segreto nell'apprendere che l'Ingenuo non aveva avuto che una sola amante, e che Abacaba non era più; ma non era in grado di chiarire a se stessa la causa del suo piacere. Tutti avevano gli occhi fissi sull'Ingenuo; lo lodavano molto per aver impedito ai suoi compagni di mangiare l'Algonchino.

L'inesorabile balivo, che non poteva reprimere la sua smania di far domande, spinse infine la sua curiosità fino ad informarsi di quale religione fosse l'Urone; se aveva scelto la religione anglicana, o la gallicana, o l'ugonotta. «Appartengo alla mia religione,» disse lui, «come voi alla vostra.» «Ohimè!» esclamò la Kerkabon, «mi accorgo che quei disgraziati di Inglesi non hanno neppure pensato a battezzarlo.» «Mio Dio!» diceva la signorina di St-Yves, «come è possibile che gli Uroni non siano cattolici? Forse i RRPP gesuiti non li hanno ancora convertiti tutti?» L'Ingenuo le assicurò che nel suo paese non si convertiva nessuno; che mai un vero Urone aveva cambiato opinione, e che addirittura non esisteva nella sua lingua un termine che significasse incostanza. Queste ultime parole piacquero molto alla signorina di St-Yves.

«Lo battezzeremo, lo battezzeremo,» diceva la Kerkabon al priore; «l'onore sarà vostro, mio caro fratello; voglio assolutamente essere la madrina; il signor abate di St-Yves lo presenterà al fonte: sarà una magnifica cerimonia; se ne parlerà in tutta la Bassa-Bretagna e a noi ne verrà un onore infinito.» Tutta la compagnia assecondò la padrona di casa; tutti i convitati gridavano: «Lo battezzeremo!» L'Ingenuo rispose che in Inghilterra si lasciava vivere la gente a modo suo. Precisò che la proposta non gli piaceva per nulla, e che le leggi degli Uroni valevano almeno quanto quelle della Bassa-Bretagna; e per finire disse che sarebbe ripartito l'indomani. I convitati bevvero tutta la sua bottiglia di acqua delle Barbados e poi ciascuno andò a dormire.

Dopo che l'Ingenuo fu ricondotto nella sua camera, la signorina di Kerkabon e la sua amica, la signorina di St-Yves, non poterono trattenersi dal guardare dal buco di un'ampia serratura per vedere come dormiva un Urone. Videro che aveva steso la coperta del letto sul pavimento, e che riposava nell'atteggiamento più bello che si potesse immaginare.

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