Copertina
Autore Kurt Vonnegut
Titolo Cronosisma
EdizioneBompiani, Milano, 1998 , pag. 219, dim. 140x223x18 mm , Isbn 88-452-3628-5
OriginaleTimequake [1997]
TraduttoreSergio Claudio Perroni
LettoreRenato di Stefano, 1998
Classe narrativa statunitense
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Pagina 9 [ inizio libro ]

Prologo


Nel 1952 Ernest Hemingway pubblicò su Life un racconto lungo intitolato Il vecchio e il mare. Parlava di un pescatore cubano che non aveva pescato niente per ottantaquattro giorni di fila. Il cubano pescò un marlin enorme. Lo uccise e lo legò a una sponda della barchetta. Prima che riuscisse a tornare a riva, tuttavia, gli squali divorarono tutta la carne dallo scheletro.

Quando quel racconto venne pubblicato abitavo al Barnstable Village a Cape Cod. Chiesi a un mio vicino pescatore cosa ne pensasse. Rispose che, secondo lui, il protagonista era un cretino. Avrebbe dovuto tagliar via i pezzi migliori e sistemarli sul fondo della barca, lasciando agli squali il resto del carcame.

Può darsi che gli squali cui pensava Hemingway fossero i critici che non avevano gradito il suo primo romanzo dopo un decennio, Lungo il fiume e tra gli alberi, pubblicato due anni prima. A me non risulta che l'abbia spiegata così, tuttavia il marlin poteva benissimo essere quel romanzo.

Ed eccomi nell'inverno del 1966, autore di un romanzo che non funzionava, che non reggeva, soprattutto che non aveva mai desiderato d'essere scritto. Merde! Su quell'ingrato di un pesce ci avevo speso quasi un decennio. E non era buono nemmeno per gli squali.

Avevo appena compiuto settantatré anni.

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Pagina 12

E adesso il mio ultimo libro è finito, tranne per questa prefazione. Oggi è il 12 novembre 1996, a circa nove mesi, direi, dalla sua data di pubblicazione, dal suo emergere dal canale riproduttivo di una macchina da stampa. Non c'è fretta. Il periodo di gestazione per un elefantino indiano è due volte più lungo. Il periodo di gestazione per un opossum, amici e vicini, è di dodici giorni.

In questo libro sostengo che per il festino nel 2001 sarò ancora vivo. Nel quarantaseiesimo capitolo immagino me stesso ancora vivo nel 2010. Talvolta dico di trovarmi nel 1996, dove in effetti mi trovo, e talvolta di essere in mezzo a una replica conseguente a un cronosisma, senza fare distinzioni precise tra queste due situazioni.

Mi sa che sono pazzo.

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Pagina 13

Chiamatemi Junior. I miei sei figli, ormai adulti, mi chiamano così. Tre sono nipoti che ho adottato, tre sono miei. Mi chiamano junior, ma solo quando non li sento. Pensano che non lo sappia.

Nelle conferenze sostengo che una plausibile missione degli artisti sia quella di far sentire le persone almeno un po' contente di essere vive. A quel punto c'è sempre qualcuno che mi chiede quale artista ci sia riuscito. Io rispondo: "I Beatles."

A mio avviso le più evolute creature terrestri reputano imbarazzante, o anche molto peggio, essere vive. Non mi baso su casi estremi, tipo il finire in croce di qualche idealista. Due donne importanti della mia vita, mia madre e la mia unica sorella, Alice, o Allie, adesso entrambe in Paradiso, odiavano la vita, e lo dicevano. Spesso Allie si metteva a urlare: "Mi arrendo! Mi arrendo!"

L'americano più spassoso della sua epoca, Mark Twain giunto a settant'anni - come me -, giudicava la vita talmente spossante, per sé e per gli altri, da scrivere queste parole: "Da quando sono adulto, mai ho desiderato che un deceduto da me compianto tornasse in vita." Lo ha scritto in un articolo sull'improvvisa morte di sua figlia Jean, avvenuta qualche giorno prima. Tra coloro cui non augurava di risorgere, egli elencava, oltre a Jean, un'altra figlia, Susy, la sua adorata moglie, e il suo migliore amico, Henry Rogers.

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Pagina 31

Io stesso divento una specie di Emily ogni volta che sento quelle parole. Ancora non sono morto, ma c'è un luogo - a mio avviso altrettanto sicuro e semplice, altrettanto chiaro, altrettanto accettabile del Grover's Corners alla fine del secolo, con pendole ticchettanti e mamma e papà e bagni bollenti e abiti appena stirati e tutto il resto - cui io ho già detto addio, addio, ormai da moltissimo tempo.

Ecco cos'era: i primi sette anni della mia vita, avanti che la merda finisse nel ventilatore, prima con la Grande Depressione e poi con la Seconda Guerra Mondiale.

Dicono che la prima cosa che parte quando diventi vecchio è la vista o l'uso delle gambe. Non è vero. La prima cosa che se ne va è la memoria.

Ora mi trovo a farneticare di pezzi di drammi che ormai quasi nessuno ricorda o calcola più, tipo la scena del cimitero in Piccola città, o la partita a poker in Un tram chiamato desiderio di Tennessee Williams, o le parole che la moglie dice, dopo che quell'americano tragicamente comune e goffamente prode si è suicidato, in Morte di un commesso viaggiatore di Arthur Miller.

Dice:"Bisogna accorgersi."

In Un tram chiamato desiderio, Blanche DuBois, mentre la portano in manicomio, dopo esser stata violentata dal marito della sorella, dice: "Ho sempre contato sul garbo degli estranei."

Quelle parole, quelle situazioni, quelle persone, nella mia prima età adulta divennero per me delle pietre miliari etiche, e tali sono ancora nell'estate del 1996. Questo avviene perché la prima volta che le vidi e che le udii ero immobilizzato in una congregazione di gente che come me le vedeva e le udiva rapita in un teatro.

Non mi avrebbero impressionato più d'una partita di football se le avessi viste e udite per la prima volta standomene da solo in poltrona a

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